Emmanuel Kant

Dopo una pagina generale sul pensiero di Kant ritrovabile in Filosofia, qui vorrei fare delle riflessioni più mirate e circostritte.

Per Kant l’uomo tende ad affermare le idee di  MONDO, ANIMA, DIO. Essendo idee non esperibili sono  affermazioni  illegittime, ma non per questo impossibili. L’importante è avere l consapevolezza che   non si fa della scienza  ma della metascienza, cioè della metafisica.

Kant sa perfettamente il limite di entrambi.  Si differenzia dal tomismo aristotelico  che sosteneva la centralità della RAGIONE. Si differenzia dalle ragioni del CUORE di origine agostiniana e pascaliana. La sua idea di conoscenza  è quella GALILEIANA CARTESIANA, In questo senso Kant è un illuminista, figlio di Cartesio e del positivismo.

Con GALILEO studia il mondo sensibile, con CARTESIO  studia   il mondo intelligibile/concettuale.

In quanto a Dio non può essere nè conosciuto nè negato. Kant è un agnostico.

Il FENOMENO è quello che vedo come mi appare, il NOUMENO è la cosa in sè che non posso conoscere ma nemmeno negare.

Ovunque mi giro e mi muovo c’è un grande rigorismo, l’impossibilità a illudersi, a eccedere, a sconfinare.

Non per nulla si parla di criticismo, di metodo critico, che pondera tutto, che misura, che si interroga,

Quindi, per fare un piccolo schema generale, l’ESTETICA TRASCENDENTALE   si lega ai sensi interni (ANIMA) ed esterni (MONDO); L’ANALITICA  si lega all’Intelletto e alle sue CATEGORIE; LA DIALETTICA si lega  alla RAGIONE   e alle IDEE OLTRE IL SENSIBILE.

Nell’estetica LO SPAZIO è una forma di senso esterno, IL TEMPO è una forma di senso interno. Entrambi sono A PRIORI. In questo modo Kant si distacca dal semplice empirismo e si distacca dal semplice oggettivismo. Si distacca anche dal semplice concettualismo perchè spazio e tempo sono intuizioni e non concetti. Si distacca anche dal semplice idealismo problematico di Cartesio (dualistico) e da quello  dogmatico  di Berkeley. Il suo è un idealismo TRASCENDENTALE.

La MATEMATICA/GEOMETRIA    è un scienza sintetica a priori. La natura  risponde essa stessa alla matematica/geometria   essendo qualcosa che accade nello spazio e nel tempo che sono essi stessi quantifica bili, numerabili, ecc.

L’ANALITICA TRASCENDENTALE SI LEGA ALLA SENSIBILITA’ E ALL’INTELLETTO, infatti senza i sensi e senza la possibilità di usare la logica  non sarebbe possibile nessuna forma di conoscenza.

L’intelletto ricorre alle categorie che sono CONCETTI PURI. Le categorie si differenziano per QUANTITA’, QUALITA’ RELAZIONE E MODALITA’. Si riferiscono unicamente al fenomeno. LE SENSAZIONI  producono  CONCETTI EMPIRICI  cioè legati all’esperienza.

Qui siamo nel campo della DEDUZIONE TRASCENDENTALE. L’IO PENSO accomuna tutti gli uomini e tutte le conoscenze. Con i concetti si può arrivare ai giudizi.

L’intelletto puro agisce per principi che sono GLI ASSIOMI DELL’INTUIZIONE, L’ANTICIPAZIONE DELLA PERCEZIONE, L’ANALOGIA DELL’ESPERIENZA  E I POSTULATI DEL PENSIERO EMPIRICO  IN GENERALE.

L’IO è IL LEGISLATORE DELLA NATURA.

LA DIALETTICA TRASCENDENTALE SI LEGA ALLA RAGIONE E ALLE IDEE TRASCENDENTALI DI  ANIMA, MONDO, DIO.

Mentre per Aristotele le idee  sono  assolute,  per Platone sono iperuraniche,  per Kant  sono solo mentali. Da qui la critica   alla psicologia razionale e alla cosmologia razionale.  Le idee hanno una funzione regolativa.  Le idee sono strumenti della metafisica   che può essere della natura o dei costumi.

Per Kant si parla di  RIVOLUZIONE COPERNICANA  perchè Kant pone dentro l’IO PENSO  le premesse universali, spontanee, pure. Grazie all’io penso è possibile la conoscenza scientifica che ricorrre alla ragione pura cioè la matematica e alla fisica per empiria. Ma è anche possibile la conoscenza non scientifica che come tale manca di metodo.

Questo è il regno della METAFISICA che è l’arte del farsi delle domande. Si taduce nel bisogno insopprimibile del Bene o di qualcosa che possiamo definire tale.

La metafisica è il punto più alto del complesso impianto gnoseologico di Kant.

Per Kant anche il non esperibile può essere conosciuto, però non tramite l’esperienza.

E’ il regno del   NOUMENO, cioè la realtà in sè e  per sè.

 

 

 

 

 

 

L’Italia dal 1860 al 1861

Unità dal 1860 al 17 marzo 1861

Nel 1860 L’ITALIA è formata per il momento   dal  Regno di Sardegna  finalmente  allargato alla Lombardia, a Parma, Piacenza, Modena, Reggio Emilia, Bologna, Ferrara e al  Granducato di Toscana.

Ma in Italia i moti carbonari lavorano da molti anni nell’ombra, e le idee rivoluzionarie non si fanno mettere a tacere.

MANIN, CRISPI, e altri nomi storici già incontrati progettano anche la liberazione del regno borbonico al motto “O IL POPOLO O NESSUNO”.

Si cerca un modo strategico per arrivare all’obiettivo, in modo che non venga compromesso il duro lavoro diplomatico di Cavour che per anni ha lavorato per la liberazione dagli austriaci. Ossia, Italia libera sì ma senza il rischio di inimicarsi la Francia.

A questo scopo viene utile la figura militare di GIUSEPPE GARIBALDI, che  accanto a Nino Bixio  assolda un esercito  volontario di 1000 uomini, vestiti di rosso, con il tessuto venuto dal Messico, da dove GARIBALDI proveniva come l’eroe dei due mondi.

Il generale G parte da Quarto, fa tappa a Talamone, e  prosegue verso Marsala, sempre osservato a distanza dagli uomini incaricati  da Cavour,  che non si fida di questo perfetto SCONOSCIUTO.

In verità G è un condottiero molto capace ed amatissimo dai suoi soldati, sbarcato a Marsala attraversa tutta la Sicilia senza subire perdite, appoggiato da un lato dagli Inglesi che stazionano nel mediterraneo davanti all’Isola, e dall’altro lato dalla stessa camorra napoletana che si è infiltrata nei posti di comando ed è interessata a fare affari con un rovescio della situazione.

Giunto a Palermo G si autoproclama dittatore della Sicilia  a nome dello stesso re borbonico  Ferdinando I ormai in fuga; subito dopo risale verso la Calabria fino a Napoli, vedendosi il suo esercito ingrossare sempre di più.

Il grido popolare è LIBERTÀ,  ma la celebre novella di VERGA che racconta la ribellione contadina di Bronte ben narra una realtà più complessa. I contadini pensavano di combattere per la terra, e quindi agiscono   sullo stile della rivoluzione Francese, passando  all’eliminazione fisica dei proprietari terrieri. Come risposta ottengono di venire impiccati dallo stesso Bixio, che ovviamente non può accettare al pari  di G di ammettere atti di ribellione violenta e sanguinaria. Non è con il sangue dei borghesi  o dei latifondisti   che si vuole fare l’Unità d’Italia.

L’obiettivo era arrivare all’unità e  con essa ad una Costituzione finale unitaria, attraverso una serie di operazioni e di incastri diplomatici che avessero potuto conciliare gli interessi dei  diretti interessati. Si parla di Francia, di italiani del Risorgimento, di pulsioni liberali e massoniche.

 E questa politica  di palazzo   la gente del popolo non l’ aveva ancora capita.

Segue l’incontro celebre di G con il re d’Italia a TEANO a  cui  consegna L’ITALIA (quasi tutta ormai)  liberata. Con grande soddisfazione  del re Vittorio Emanuele II che se la trova consegnata senza avere fatto neanche una battaglia.

Tutta questa operazione  viene seguita da lontano  da Cavour, che fino alla fine aveva temuto   il peggio.

Per concludere l’opera di unificazione mancava un pezzo dell’Italia centrale appartenente allo Stato della Chiesa. Premessa la non invasione di Roma, si poteva toccare le Marche e il Molise.

L’arte diplomatica di Cavour  convince sul fatto che anche a NAPOLEONE III conveniva avere a che fare con un’Italia grande ed unita  piuttosto che con un’Italia piccola e ancora asservita all’Austria o a terzi incomodi. Questo significava dare più potere alla Francia a svantaggio dell’Austria ormai messa fuori gioco.

Da qui segue la battaglia di CASTEL  SANFIDARDO, l’unica a cui partecipa anche il re.

A questo punto all’Unione nazionale manca ROMA, VENEZIA E TRENTO.

GARIBALDI è costretto ad uscire di scena, anche se lui cerca di concludere l’operazione mancante, questa volta senza successo.

Viene infatti ferito ad un piede, episodio famoso che ci presenta comunque una figura che era entrata nell’immaginario collettivo.

Il generale G non ritornerà di fatto  più su un campo di battaglia,  rimanendo esiliato a Caprera.

Con questi eventi nasce il REGNO D’ITALIA per ora  ad  opera di semplici  annessioni, ossia  senza sostanziali mutamenti normativi. Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II è  nominato re del Regno d’Italia per  grazia di Dio e per volontà della Nazione, e tutto questo  in Piemonte, attraverso la casa  dei   Savoia e l’opera magistrale di  Cavour. Come dire, l’Italia s’è fatta grazie al Piemonte, grazie a un generale ereditato da un contesto che non ci riguardava in nulla,  e grazie alla borghesia massonica.

Cavour morirà  qualche   mese dopo.

SIGMUND FREUD

FREUD è il terzo autore  cosiddetto del sospetto, dopo Nietzsche e MARX.

Mentre Nietzsche si preoccupa di smantellare la filosofia credulona e falsamente positivista contrapponendo la verità nuda e cruda della VOLONTA’ DI POTENZA, mentre Marx si preoccupa di smantellare  la falsa ideologia del cristianesimo e della borghesia intesa come legge di natura quando invece è solo una SOVRASTRUTTURA,  Freud si preoccupa di smantellare l’idea trionfante  dell’io, riuscendoci perfettamente.  Il suo punto di osservazione è quello di un medico, non di un filosofo. Come medico si fa delle domande, cura i suoi pazienti affetti da nevrosi, ed elabora una teoria molto interessante e rivoluzionaria per Il suo tempo.

L’autore ha un approccio biologico-chimico- positivistico e deterministico, ossia da scienziato si preoccupa di valutare ciò che può essere osservato e quantificato, misurato. Rimane colpito dal METODO IPNOTICO praticato da altri colleghi, che attraverso l’ipnosi riuscivano a curare l’isteria delle donne. Celebre è il caso di Anna O. che soffriva di idrofobia ma non se ne capiva la ragione. Lo stato ipnotico permette al paziente attraverso un’indagine eziologica  che va alla ricerca  delle cause, di ricordare episodi traumatici rimossi che sono la causa della nevrosi. Il riportarli alla luce permette al malato di prenderne coscienza e quindi di guarire dal suo malessere.

Di fatto l’ipnosi si rivela limitante, perché solo per un breve periodo il paziente sembra recuperare il suo autocontrollo. Poi torna ad essere  se stesso, ossia afflitto dai suoi soliti sintomi.

Da qui la necessità di quello che F chiamerà la PSICANALISI, che utilizza il METODO delle ASSOCIAZIONI LIBERE.

Detta nuova scienza nasce con la pubblicazione “L’interpretazione dei sogni”, libro che lo impone all’attenzione del grande pubblico.

La psicanalisi consegue la scoperta  DELL’INCONSCIO. La mente umana è infatti organizzata in tre parti, o topiche, ossia c’è la parte cosciente, la parte semi-cosçiente o pre-conscia e la parte inconscia.

Di tutto l’essere la parte cosciente e razionale dell’ IO  è solo il 5%,  poi c’è  la  semicoscienza o precoscienza che è più estesa della parte conscia, ossia il SUPER-IO;   la gran parte rimanente in sè la maggiore   detta ES  appartiene   all’abisso delle cose nascoste, al grande magma  dell’indefinito,  dell’irrazionale, del sogno, del magico,  le cose   che non si possono rivelare, quelle che rimangono indicibili, quelle che rimangono segrete,  e che per vergogna l’IO tiene relegate nella parte oscura e profonda di sé. L’origine della vergogna è data dalle pulsioni sessuali, pulsioni che regolamentano la vita fin dalla tenerissima età.   L’inconscio agisce in continuazione, silenziosamente, di fantasia, e subentra il rimosso per il troppo dolore di affrontare il ricordo.

Il medico attraverso un’operazione detta di   TRANSFERT   riesce a fare trasferire su di sé gli stati d’animo inconsci/dolorosi   del paziente, che in questo modo riesce a rivivere dei sentimenti traumatici legati all’infanzia, in quel periodo centrale della crescita che va dalla nascita ai sei anni.

Nella figura del medico si reincarna quella figura centrale e problematica    in modo  che  il malato vive una specie di ritorno del tempo.

Questo fenomeno delicatissimo del transfert causa la tendenza da parte del malato di innamorarsi del medico, che si trova a vestire i panni dell’oggetto desiderato e perduto.

Il medico non può permettere che questo accada, perché deve mantenere un distacco tra la sua figura ed il paziente, pena il fallimento della cura stessa, e quindi risponde con il CONTRO TRANSFERT.

Le tre condizioni conscie, preconscie e inconscie  si legano alle  tre istanze, che come abbiamo visto  F chiama  l’ES, L’IO e il SUPER-IO.

L’io è in balia dell’es  e del super-io. Il super-io gli dice “questo non lo devi fare”, mentre l’ES gli dice “fallo, fallo, fallo….” Se vince  l’es il soggetto  diventa malato, e se vince il super io il soggetto diventa depresso.  Occorre rimanere in equilibrio tra queste due pulsioni opposte.  Da tenere conto che F denomina PERVERSIONE il semplice desiderio sessuale non finalizzato alla procreazione, ossia un tabù assolutamente dirompente a inizio novecento, quello del sesso per il puro piacere, che si estende  dal semplice desiderio alla vera e propria perversione cronica.

Dalla lotta impari tra il voglio farlo e il non posso farlo nasce la NEVROSI, che se impossibilitata a tenersi sotto controllo si trasforma in PSICOSI,  cioè in una vera e propria malattia mentale che può essere curata solo con lo psicofarmaco. Il malato nevrotico va in psicanalisi, e il malato psicotico va in psichiatria.

Il CINEMA   ci ha lasciato egregi esempi sulla psicanalisi, attraverso la penna di registri come  Hitchcock oppure Kubrick, che ne sono stati maestri illustri.

Successivamente F elabora il COMPLESSO DI EDIPO E IL COMPLESSO DI ELETTRA, ossia quel meccanismo inconscio che fa innamorare verso i tre anni  il bambino della mamma e la bambina del papà.

Se i due complessi si risolvono da sé stessi,  come dovrebbe accadere, tutto rientra nella normalità, ma se invece non si risolvono per complicazioni varie (assenza della figura paterna o materna, ecc) allora degenereranno in comportamenti nevrotici. Il momento della normalizzazione viene attraverso ciò che F  chiama il fenomeno della INTROIEZIONE DELLE NORME PARENTALI.

La convinzione di F è che dietro a un disturbo psiconevrotico c’è sempre la LIBIDO, cioè l’impulso sessuale.

Arriva a definire il bambino un piccolo essere perverso e polimorfo, che riesce ad inserirsi nella normalità solo grazie al fenomeno della    SUBLIMAZIONE   del desiderio sessuale.

Individua nella psiche infantile tre fasi sostanziali, che chiama ORALE, ANALE E GENITALE . Durante la fase orale il bambino lavora tutto  con la bocca, durante la fase anale è concentrato sull’anno che diventa per lui la nuova  zona erogena, infine nella fase genitale  ha come zona erogena i genitali stessi.  Questa fase GENITALE si articola in due momenti, il primo momento detto FASE FALLICA, il secondo momento detto Fase genitale in senso stretto, successiva all’infanzia.

Oltre    studiare l’infanzia sotto il profilo della libido, F studia anche l’omosessualità che lui  imputa all’assenza della figura maschile durante i primi sei anni di vita.

Il confine tra normalità e malattia è di fatto estremamente labile, in un certo senso non esiste un uomo totalmente sano, e si diventa malati per una questione di QUANTITÀ e non di qualità.

 

F arriva ad allargare questa teoria PSICOANALITICA  NELL’ARTE  e compie tutto uno studio dettagliato intorno ai grandi artisti del passato, avendo la presunzione di arrivare a spiegare il perché è il percome di certe loro propensioni e manifestazioni   estetiche.  Arriva ad affermare che nell’artista l’impulso sessuale può arrivare a sublimarsi   nell’atto creativo.

L’ultimo F si occupa di RELIGIONE E CIVILTA’  e scrive  “Il disagio della civiltà”.   Traspone la struttura io super io ed es nella collettività ed individua una sorta di SUPER IO COLLETTIVO, ben immaginabile NELLA LEGGE E NELLA GIUSTIZIA, nella cultura e nelle regole sociali comunemente condivise, nelle sue istituzioni come scuola, chiesa e famiglia…

Critica la religione come falsa fede ed ILLUSIONE, riprendendo la tesi di Feuerbach; infine individua la seconda grande pulsione dell’essere umano che è,  dopo quella dell’EROS,  quella di THANATOS, che è l’impulso della MORTE.

Tanto l’uomo ricerca il piacere, tanto l’uomo ricerca la morte, cioè l’istinto di uccidere o uccidersi.

È infatti con questa teoria che  F spiega ad Einstein il perché della guerra e delle armi di distruzione di massa.

La civilizzazione non è che un processo che cerca di  contenere il grande impulso di MORTE che circonda da sempre e per sempre l’essere umano. All’interno dello studio  di civiltà di massa teorizza il concetto di INFATUAZIONE DEL CAPO,  esattamente quello che accadrà al popolo tedesco infatuato del loro leader massimo,  come una grande massa amorfa e soggiogata, ipnotizzata/soggiogata    da un elemento trascinatore.

Per   F in definitiva   siamo tutti dei  potenziali   perversi, ma è possibile convivere in pace solo attraverso  la capacità di auto-controllarsi, diventando adulti e non più come degli   infanti che vogliono tutto e subito.

Occorre mediare tra i due grandi impulsi, e la risposta a Thanatos non poteva   certo essere il motto del  68, per fare un’analisi  estemporanea,  che  era    peace  and  love, ma semmai la razionalità kantiana del contrapporre  il responsabile   TU devi   all’infantile TU vuoi…

 

La reazione alla teoria psicoanalitica di F sarà durissima, i suoi libri durante il nazismo vengono mandati al rogo, lui stesso in quanto ebreo deve mettersi in salvo, anche se già malato di cancro, essendo stato un incallito fumatore.

Non tutto quello che è F elaborò è rimasto attuale.  Non è rimasta attuale la sua iniziale  teoria dell’interpretazione dei sogni, troppo semplicistica per la psichiatria e la psicologia di oggi; non è rimasta attuale la sua invasiva   teoria psicoanalitica dell’arte, la cui arte deve essere osservata in sé stessa e non più attraverso il suo autore, per altro non più vivente e per questo nemmeno psicanalizzabile; non è rimasto attuale il suo PANSESSUALISMO; non è rimasto attuale il suo concetto assoluto di psicanalisi, che ha portato questa branca del sapere a scadere in una specie di nuovo ennesimo fideismo.

KARL POPPER diventa un grande critico della psicanalisi,  definendola non scientifica  e non falsificabile. La branca degli psicanalisti   in effetti si arrocca dietro atteggiamenti saccenti che non ammettono possibilità di replica.

Di sicuro i meriti di F sono stati avere teorizzato l’inconscio e avere teorizzato il concetto assai vero di pulsione distruttiva accanto alla pulsione amorosa ed erotica.

Oggi la psicanalisi  segue due grandi scuole, una riconducibile a F e una riconducibile a  CARL  JUNG.

 

 

 

 

 

Sulle ali delle montagne

La storia per me totalmente sconosciuta di Antonia Pozzi mi ha affascinato  e fatto riflettere.

La  collega Veneziano Rossana ce la presenta in prima serata e la platea ascolta attentissima la vicenda  incredibile di questa donna sfortunata  e  piena di talento.

Antonia è l’unica figlia   di una famiglia aristocratica che vive tra il mondo che conta  e le montagne amatissime della sua infanzia, quelle della Grigna. Il suo luogo elettivo è Pasturo, un borgo semplice dove la piccola Antonia ha modo di ascoltare  il silenzio delle valli e le voci dell’anima.

Rivela fin da subito la sua propensione per la  scrittura, in modo particolare  verso la poesia, e dopo il liceo Manzoni di Milano  decide di iscriversi presso l’Università Statale  alla facoltà  di  filosofia.

E’ forse l’unica donna presente  in un ambiente ancora escluso al mondo femminile (e non solo),  ed   Antonia ne fa parte non perché figlia di famiglia altolocata, ma perché personalmente attratta dal mondo metafisico e dal mondo letterario che lo fa vivere.

Qui conosce il maestro Antonio  Banfi e la sua teoretica    , insieme a un ricco circolo di intellettuali promettenti e tutti dichiaratamente antifascisti. E’ questo l’humus culturale nel quale Antonia si riconosce, ma per fare questo deve mettersi contro il padre, dichiaratamente fascista e favorevole al clima di repressione che l’Italia sta vivendo in quegli anni.

Antonia non è una ribelle, ha un carattere conciliante, diremmo collaborativo, ma una sensibilità fuori del comune, schiacciata  tra i voleri contrastanti della sua famiglia.

Prima di arrivare agli studi superiori, durante l’esperienza  liceale conosce e s’innamora   del suo professore di latino e greco, uno dei più preparati classicisti  dell’epoca.  Incurante della notevole differenza d’età ( di venticinque anni più vecchio)  in Antonio Maria Cervi  la giovane  Antonia non vede solo un condiviso  amore per le lettere e per lo studio del mondo classico; ci vede anche un uomo,  l’ispiratore delle sue passioni  erotiche, un assoluto di  vita con cui pensa  avrebbe potuto costruire una famiglia, dal quale avrebbe voluto avere un figlio, insomma, un sogno molto normale, potremmo dire,  di una sconvolgente banalità…

Ma per questa giovane, di alto lignaggio, membro di una famiglia importante,  perfettamente integrata nel sistema retorico  allora dirompente e così diverso dal suo mondo interiore (sono gli anni che vanno dal 28  al 38), non era ammesso sposare uno qualunque, un semplice borghese, che per vivere aveva bisogno di lavorare come un qualunque impiegato, e che in dote avrebbe potuto portargli nulla, nemmeno un titolo…

Per la giovane è un dolore immenso, che accetta  per senso di  costrizione   verso la famiglia  (  il padre  minacciava di sfidare a duello il malcapitato) , che è ovvio non si può   aspettare da una loro figlia, l’unica, un motivo di scandalo o di disonore. Antonia ne esce di fatto  lacerata, ed è facile immaginare l’inizio di un malessere  interiore  che la porterà, dopo altre delusioni cocenti,   alla decisione finale. Il suo è comunque un mondo al maschile, dove la donna, per quanto capace ed altolocata, rimane relegata a cliche  e a stereotipi…

La nostra eroina romantica  è di per sé  piena di talenti, qualunque cosa intraprende o avvicina la trasforma in un progetto, in un’idea formativa in sviluppo, ed è così che tra un viaggio e l’altro finisce per  avvicinare altri mondi, altri modi di raccontare e descrivere  la vita. Lo fa fin da piccola attraverso la poesia,  ma poi  anche attraverso le varie  amicizie che andrà   tessendo tra le più varie condizioni sociali, e infine   lo farà   attraverso la fotografia, della quale ci ha lasciato  scatti significativi e irripetibili.

Dopo ogni avventura o scoperta di aspetti nuovi dell’esistenza, alcune  che fanno  parte   delle sue radici  e altre    allargate al mondo fuori della sua speciale condizione,  questa ragazza solare e generosa di natura,    ritorna sempre alle sue montagne, alla sua casa d’infanzia, alla figura della nonna materna,  che per lei è come un grembo  sempre pronto a riaccoglierla e a consolarla  sulle   sue pene, dai suoi dubbi, dal suo incurabile senso di solitudine.

Ci saranno  un paio di  compagni di viaggio   fugaci   che riusciranno ancora in qualche modo a interessarla,; un poeta come lei  con cui  troverà una speciale amichevole   intesa,  Remo Cantoni,  e un uomo diverso da lei, di estrazione popolare, un intelletuale di gran fascino, Dino Formaggio, con cui passerà un indimenticabile pomeriggio estivo   tra i papaveri rossi  delle campagne milanesi; questi  l’avvicinerà al mondo dei   contadini, dei semplici, degli ultimi,  un mondo che la sorprende e la strazia,  verso il quale Antonia rivolge le sue domande spirituali    destinate a rimanere senza risposta.

Antonia è a suo modo credente, ma la sua fede non le permette di uscire da una specie di dolore infinito che giorno dopo giorno sembra volerla riportare sempre  al punto iniziale, il momento irreparabile   della perdita amorosa, di un progetto di vita negato, di un respiro di pace piena   che in lei sente essere stato soffocato per sempre e ingiustamente.

Lo stesso maestro di pensiero,  il Banfi,  le proibisce di continuare a scrivere poesie, scambiando le sue parole liriche come un agire adolescenziale  poco costruttivo e degno di attenzione. Per Banfi è solo la prosa degna di considerazione, ancora non capendo che dietro il lirismo di Antonia c’è il rigore del pensiero, c’è tutta la sua tensione estetica ed etica che la sua ex  allieva  ben conosce e ha ben sviluppato e fatto proprio.

Per fortuna Antonia non lo ascolta, non potendo mai privarsi dell’unica arma che possiede per vincere il  dolore di vivere.

Nonostante la  poesia, unica forma di gioia personale  che la tiene in vita,  la poetessa   arriva a suicidarsi a 26 anni, decidendo di abbandonarsi tra il gelo delle valli ai piedi dei suoi monti, dove verrà raccolta in fin di vita. Con sé aveva  la sua lettera di addio, lucida e  rassegnata,  dove consegnava le sue ultime  volontà.  Chiedeva ai suoi cari e a chi l’avesse amata, nonostante tutto,  di non piangere per lei,  perché non era la morte una cosa da cui fuggire, soprattutto se seppellita di fronte ai suoi monti, quei  sassi  granitici e possenti che lei aveva percorso in lungo e in largo  e tanto fatto suoi, come carne della sua carne, respiro del suo respiro.

Ventisei   anni che sono bastati a consegnarci   un’artista della parola  di primo spessore;   non semplici versi più o meno belli e più o meno profondi,  i suoi,   ma tutto un credo spirituale e vigoroso, tormentato e insondabile,  un    indomabile impulso verso il bello, il buono, il giusto… contro ogni vuota retorica, obbligo di facciata, desiderio di apparire senza essere, o desiderio  di realizzare senza donarsi.

La sua grandezza  e celebrità  comincia proprio con la sua scelta di morire, di addormentarsi tornando alla terra, nel grembo del mondo che ogni giorno è sempre pronto a risorgere dalla sua cupa notte.

Cosa può ancora oggi raccontare Antonia ai giovani e alle giovani  che vengono invitati a scoprire la sua armonia di vita? Tutto, ovviamente, e infatti  alcuni di loro si sono sentiti desiderosi di rispondere all’appello del farsi  “poeti per un giorno”.

Anche loro hanno voluto tentare le loro strofe acerbe o più e meno mature. I loro versi sono stati sottoposti ad una giuria, che ha cercato di soppesarne la sostanzialità e la sconosciuta possibile bellezza. Forse tra loro c’è già una nuona Antonia Pozzi, e questo basterebbe a dare un senso al non senso.

Ecco, se dovessi intitolare una scuola, una via, una piazza, mi piacerebbe intitolarla ad Antonia Pozzi, che dopo tanto tanto tanto  dolore, lei che poteva avere tutto e di tutto (cioè dell’unica cosa importante) è stata privata,  lei che poteva  facilmente accontentarsi, avendo già molto,  ma che ha preteso per sè solo   il Vero o piuttosto  il  Niente,  ha deciso di addormentarsi come sfinita, come non più capace di camminare, lasciandoci  il suo grido sommesso che sembra chiamarci dal fondo del mondo  e dai prati verdi dei suoi boschi;  ci invita  a raccoglierci  silenziosamente sotto il cielo azzurro e splendente delle montagne, sotto le sue albe e i suoi tramonti, sotto il rumore dell’acqua che rivola tra  le zolle, sotto le coltri di neve biancastra e lucente;  quello stesso cielo che Antonia decise di raccontare nei suoi celebri versi.

Ecco riportate   alcune parole, quando le parole sono la vita stessa.  “Un destino”

Lumi e capanne
ai bivi
chiamarono i compagni.
A te resta
questa che il vento ti disvela
pallida strada nella notte:
alla tua sete
la precipite acqua dei torrenti,
alla persona stanca
l’erba dei pascoli che si rinnova
nello spazio di un sonno.
In un suo fuoco assorto
ciascuno degli umani
ad un’unica vita si abbandona.
Ma sul lento
tuo andar di fiume che non trova foce,
l’argenteo lume di infinite
vite – delle libere stelle
ora trema:
e se nessuna porta
s’apre alla tua fatica,
se ridato
t’è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua
questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti
ora accetti
d’esser poeta.

Qui potete leggere le sue poesie più belle…

 

 

 

 

In Europa e non solo negli anni 20 /30

La crisi economica mondiale del ’29 ha le sue conseguenze e premesse nella situazione generale europea che segue la fine del primo conflitto e l’inizio della ripresa. L’Europa esce duramente provata dalla guerra, i trattati di pace di Versailles non riescono ad essere equanimi, e vanno ad infliggere pene economiche e territoriali ingentissime alla Germania. Questa realtà insostenibile per un paese vinto e distrutto viene denunciata dall’economista inglese Keynes che però non viene ascoltato ed anzi accusato di essere filo comunista.

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La grande crisi economica del ’29

Negli Usa nulla faceva presagire la crisi economica che sarebbe esplosa nel ’29.

Gli anni venti erano stati ruggenti, la società era di consumo di massa, c’era incremento di produzione e crescita del pil, però non mancavano segnali di al negativo:  vedasi il PROIBIZIONISMO, la paura diffusa del BOLSCECISMO, l’ascesa della CRIMINALITA’ organizzata che si infiltra sempre dove c’è possibilità di fare affari,  le sacche di povertà PROLETARIA che il sistema puntualmente ignora, la politica ISOLAZIONISTA  dei conservatori con leggi anti immigrazione e i   SENTIMENTI RAZZISTI  capeggiati da un gruppo nominato  KU KLUS KLAN.

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