Archivio mensile:settembre 2013

I miei bambini

 

Di bambini ne ho tanti, soprattutto in questi giorni che ci fanno fare di tutto con chiunque.

L’impegno che ci hanno conferito è per lo più solo sulla carta, per ora (prima che deciderò che sarà il momento  di prendere in mano la mia materia) ma poco cambia, gli alunni sono sempre alunni, e le lezioni sempre lezioni, che tu le debba  fare perchè  qualcuno le ha già preparate per te, o che tu le debba fare perchè tu te le sei fatte da te.

Ci sono argomenti che amiamo di più, è vero, che faremmo sempre, che faremmo più di altri; ci sono bambini con cui scatta un feeling particolare, è vero; ci sono  colleghi, è vero,  con cui faremmo notte a discutere di didattica o cose più personali, confidenza permettendo.

Ma nella grande massa delle relazioni, degli scambi, degli incontri, degli incroci e dei  confronti (oltre qualche scontro ogni tanto…) io mi ricordo nello specifico, alla fine della giornata, solo degli occhi dei bambini, delle loro faccette, dei piccoli episodi fugaci e quasi accaduti nel silenzio assoluto o nell’intervallo di un fatto senza nome.

Mi ricordo di Paolo che viene da me e mi espone il suo problema come un adulto, parlando come un dottore, ma con gli occhi lucidi, perchè a fatica trattiene il pianto, però ce la fa, e quando io gli  spiego che la sua analisi è un pochino difettosa, lui si rende conto d’avere torto e allora deve digerire il rospo d’avere perso la sua figurina preferita per uno stupido calcolo, ed insieme alla sua figurina anche la fiducia di un compagno, forse…

Allora fugge e corre a nascondersi sotto il banco e quando cerco di parlargli lui si nasconde ancora di più e cosa darebbe per avere una bacchetta magica che veramente lo rendesse invisibile;  ma io lo rincorro là sotto i banchi e gli  dico con tutta la gentilezza del mondo ma anche la fermezza che devo, che non deve essere triste per questo, perchè sicuramente la sorte gli darà  occasioni di rifarsi con più fortuna.

Mi ricordo di  Luisa che alza la mano per dirmi che lei ha un nome speciale; mi ricordo di Lucia che mi chiede: “Posso farti un gioco di magia?” e mentre si esibisce tutta contenta di mostrare il suo piccolo spettacolo, la guardo stupida ed esclamo “Ma come hai fatto? dov’è il trucco?” e lei me lo descrive con un filo di voce, perchè non deve saperlo nessuno, altrimenti la magia sparisce…

Mi ricordo di  Nachi   che  ha un grosso deficit d’apprendimento; devo dettargli le parole lentamente, e lui le scrive, lettera per lettera, pronunciandole per meglio comprenderle. La sua testolina è piccola, tutto di lui è esile, ma ha di enorme gli occhi sbarrati sui miei, la sua bocca spalancata sulla carta a ridosso dei segni che  lui cerca di raccontare, di leggere, di fare propri, come se stesse per combattere contro un drago che tutte quelle letterine se le vorrebbe divorare e fare sparire.

Mi ricordo dei bambini attenti e divertiti durante il gioco dell’aggettivo qualificativo; un bambino a turno   esce ed i compagni devono attribuirgli tutti gli aggettivi che a loro sembrano veri, appropriati e comunicabili.

Il compagno prescelto si sente così descrivere, come se fosse una rockstar, e scopre forse con meraviglia quanto la classe gli sia vicino, quanto la classe diventi in un certo senso come una seconda famiglia dove stanno molti amici, sopra a tutto le maestre.

Mi ricordo  di Priscilla  che vive nel suo mondo, è una bambina molto più grande della sua età, fisicamente parlando, ed ha uno sguardo impassibile, che sembra assente, ma invece è presentissimo, capisce subito all’istante, tu credi che sia rimasta indietro e invece l’ha già fatto, il compito;  poi ti chiede di potere andare in bagno, e tu le dai il permesso, ma passa il tempo e vedi che lei non torna, allora mandi  la compagna a cercarla, e scopri che in bagno ha avuto una piccola difficoltà,  ed ha bisogno della bidella, e dopo torna in classe impassibile, silenziosa, taciturna, come se nulla fosse successo, come una vera donnina.

Mi ricordo di Sergio che si mette a piangere perchè non riesce a seguire la classe, ma io lo tranquillizzo, gli dico di limitarsi a copiare quello che c’è già scritto alla lavagna; allora gli torna il sorriso, e torna a scrivere felice d’avere anche lui il suo preciso incarico da portare a termine.

E  siamo solo al quarto giorno di lavoro…

Che bello avere dei pensieri positivi!!!

 

Io funziono, tu funzioni, noi funzioniamo.

Se per insegnare occorre volere insegnare, per apprendere bisogna volere apprendere.

Un alunno decide di volere apprendere quando scopre che apprendere è bello, è divertente, è utile, è importante, è necessario, è naturale come respirare.

Se è l’alunno che capisce tutto questo da sè, non sarà più la scuola a doversi preoccupare di obiettivi impostidi risultati non raggiunti, di denaro sperperato   e di giovani che andranno ad occupare spazi sociali in fallimento.

Come portare i bambini a questa soglia,  non dovrebbe essere difficilissimo.

Basta essere vicino al bambino, accanto ai suoi bisogni, attenti alle sue richieste, non solo quando sono ben decifrabili e positive, ma soprattutto   quando sono  contorte, nascoste, mascherate e non consapevoli.

Davanti a un comportamento da bullo, ci possono essere due vie da seguire: il rimprovero senza possibilità d’appello con relativa punizione, e  il rimprovero studiato accompagnato da un invito al dialogo.

Se si punisce e basta  otterremo di non fare capire  la volontà di volere includere e non escludere.

Le famiglie sono nuclei che quando funzionano vorrebbero solo poter vedere i loro figli  andare a scuola contenti.

Gli insegnanti sono specialisti che quando funzionano vengono visti dai loro alunni  come persone su cui si può fare conto.

La scuola del futuro sarà quella che darà i voti agli insegnanti;  non più alunni condannati  a subire senza mai avere voce in capitolo, ma alunni chiamati a costruire il proprio piano studi.

Alunni  che abbandoneranno la facile lamentela, la paura di sbagliare, il disimpegno assoluto nel caos  delle contese.

Genitori  che  avranno come primo desiderio  quello del futuro e del presente dei loro figli, nel riconoscimento dei ruoli, delle competenze, delle responsabilità.

Insegnanti  equamente pagati si daranno da fare per una scuola d’equipe, dove il lavoro educativo-formativo verrà   inteso in primis come un lavoro di squadra.

Ma oggi come stanno funzionando le cose?  il presente è problematico, ma non senza possibilità di miglioramento.

Sinceramente, vedo molte opportunità di  far emergere  e far evolvere  le strumentazioni innumerevoli  e  varie  del   mestiere.

Tra queste strumentazioni, non ci sono solo quelle tecnologiche  o cartacee, ma sopratutto quelle umane, quelle personali, quelle emotive, quelle interattive, quelle che per lo più non si imparano tra le pareti universitarie o sui libri.

Ogni insegnante dentro una  medesima situazione, gestirebbe la cosa a proprio modo, in modo diverso; questo “modo proprio”  dipende da chi si è, da come si è, da cosa si sta attraversando.

Ci sono però elementi in comune che accomunano  ogni pedagogia funzionale, ogni forma di approccio educativo e formativo: questi elementi sono l‘osservazione, la riflessione e la sperimentazione.

Il tempo speso nell’osservazione è tempo guadagnato nella didattica; il tempo speso nella riflessione è tempo impiegato  nella progettazione; il tempo speso nella sperimentazione,  è tempo investito  nello sviluppo della pedagogia intesa come qualcosa che si evolve esattamente come l’essere umano.

Osservando  si possono prevenire problemi e richieste, riflettendo si possono trovare risposte e strategie, sperimentando ci si mette sempre in discussione e si allarga il margine di confine della conoscenza.

Concludendo:  l’insegnante è un gestore di persone che gli  vengono affidate per la loro crescita e  che comprende sia l’aspetto relazionale che l’aspetto intellettivo-cognitivo.

Non ci può essere l’uno senza l’altro.

E quando io (insegnante)  funziono,   allora tu (alunno) funzioni  e noi (società) funzioniamo.

Messa  così,  quale folle paese non investirebbe il meglio delle sue risorse nella scuola???

 

 

 

 

Il mio Primo giorno di scuola

La chiamata è arrivata, si parte.

L’incarico è su Alternativa alla religione cattolica e sul supporto didattico agli alunni stranieri, per ora. Ne manca ancora un pezzettino che potrà vertere sul sostegno ai dsa.

Ho ancora un orario per ora di massima.

Fino a prima la presa di servizio , avrei dovuto tamponare una emergenza, andando in una seconda classe tutte le quattro ore della mattinata,  ma invece mi è stato modificato di nuovo all’ultimo il programma.

Mancano le insegnanti di sostegno e dunque ho fatto due ore su una alunna in terza A e due ore su un alunno in prima E.

So che potrei rifiutarmi, so che dovrei dare la mia disponibilità, ma cosa faccio? Mi metto a fare questioni il primo giorno? Sono troppo felice del mio nuovo incarico che me ne andrei anche nella fossa dei leoni, se in compagnia.

La mia alunna si chiama Chiara. Per Chiara  rimango in classe per certe parti della lezione e per altre esco su richiesta dell’insegnante stessa; so che alcune insegnanti non vogliono separare il momento di apprendimento della classe, nemmeno per i suoi alunni con il sostegno; evidentemente questa maestra la pensa diversamente.

Si tratta di leggere un brano che è disposto in quattro paragrafi che non sono in ordine corretto, ossia si tratta di capire il senso della storia e di riconoscere la giusta successione temporale.

L’alunna mi è stata presentata come un caso grave, e capisco subito il perchè.

Dopo una sola ora di lezione per lo più retta con apparente leggerezza, in quanto sempre con l’insegnante individuale accanto,  Chiara comincia a non reggere l’attenzione,  legge ma senza concentrazione, risponde alle sollecitazioni della maestra, ma con un atteggiamento quasi assente. Continua a sostenere che le fa male una gamba, ma è una evidente scusa senza fondo di verità;  accenna anche qualche lacrima, un piccolo piagnisteo, per riuscire a catturare (nel senso da lei voluto) l’attenzione dell’insegnante, che cerca di assecondarla giusto il necessario per non perdere l’aggancio emotivo e attenzionale.

La  vedo in chiara difficoltà; per non perderla del tutto le faccio delle domande, volte a instaurare un approccio emotivo, e quindi la invito a  parlare della sua famiglia.

Le risposte di Chiara sembrano veritiere, in parte; a volte si intercalano con parole di pura fantasia, che solo superficialmente possono apparire senza senso, ma un significato di sicuro ce l’hanno.

L’episodio del piagnisteo è accaduto fuori della classe; forse c’è un collegamento tra quello che Chiara farebbe in classe e quello che fa fuori?

In classe Chiara mi aveva abbracciato e detto “Ti voglio bene” (appena vista venti minuti prima); fuori della classe questo approccio emotivo non si è ripetuto. Sto cercando di riflettere. Di farmi un piccolo quadro iniziale.

Non tratto Chiara come un alunna con difficoltà; le faccio le stesse domande che farei ad un alunno senza bisogni particolari, con la sola differenza che sono io a guidarla in tutto, anche nell’individuare le sue risposte corrette  che vengono spontanee  ma senza consapevolezza.

Mi spiego meglio: avevo chiesto a Chiara come si poteva far finire  il racconto appena letto, che raccontava di un albero magico che fabbricava pantofole anzichè mele.

Chiara mi risponde che le darebbe alla mamma ed io le faccio solo notare che le pantofole sono centinaia, non avrebbe senso regalargliele tutte. Allora lei precisa: solo due.

Insisto e faccio di tutto perchè anche Chiara possa consegnare il suo compito finito alla fine delle due ore; lo dico anche a Chiara che così farebbe contenta la maestra in classe.

Ma le ultime parole vengono scritte proprio come se venissero strappate.

Rifletto: è così importante fare tutto o è più importante fare anche meno ma  meglio? Che cosa si deve intendere per meglio? Certo, è sempre meglio la qualità della quantità, e non devo farmi condizionare dal fatto che Chiara debba fare quanto fanno gli altri.

Se non può fare quello che fanno gli altri, perchè dovrebbe fare quanto fanno i suoi compagni?

Devo liberarmi di certe ossessioni e pregiudizi; ricordati, cara maestra, della pedagogia dell’ascolto, della pedagogia a misura di bambino, e che i bambini sono tutti diversi pur essendo tutti uguali…

Quando entro in prima E c’è  Lorenzo ad attendermi.  E’ un bambino autistico.

A  luglio ho cercato di iscrivermi a un master sull’handicap, tra cui c’era anche uno specifico sull’autismo. Non l’avevo scelto, avevo scelto quell’altro, e poi non sono risultata comunque inseribile, perchè è stata data la precedenza agli insegnanti in servizio e non a quelli in attesa di nomina.

Problema rimediabile perchè mi sto iscrivendo ad uno per mio conto, che ovviamente pagherò quattro volte tanto. Pazienza.

Lorenzo è un bambino esile, dolce, silenzioso; non mi sembra aggressivo, ma non posso dire molto dopo solo due ore di lezione.

Sì, effettivamente vive nel suo mondo; io gli parlo, lo guido, gli suggerisco alcune cose;  lui sembra ascoltare e capire, ma quando finisce il lavoro  (colorare una bellissima immagine che raffigura la scuola) va subito e solo dalla sua maestra, quella che già conosce da dieci giorni, per mostrare il lavoro fatto.

Ho come la sensazione che io per lui è come se non ci fossi, o quasi.

Mi dà la possibilità di  osservare anche gli altri, visto la sua relativa  autonomia.

Su ogni banco c’è il nome del suo occupante. Penso che serva soprattutto alle maestre per  imparare bene  i nomi di ciascuno.

La classe è di venti alunni circa, ma la media è intorno ai ventitre.   Con i maestri  assenti quando le classi vengono divise il numero  arriva a venticinque, ventisei per classe.

Alcuni alunni in fondo l’aula fanno i fatti loro, anzichè ascoltare la maestra che legge una favola; li invito a stare attenti, ma si azzittiscono sorridendo solo per pochi minuti poi riprendono.  L’insegnante lascia correre, sembra non accorgersene nemmeno, l’importante è che la lezione rimanga  gestibile per gli altri diciotto che  partecipano.

Certo, le maestre di una volta ne gestivano anche quaranta, di alunni,  ma erano altri tempi, un’altra società, altre generazioni di uomini e di classi.

Entrambe le colleghe incontrate oggi mi hanno confidato il pensiero di essere già stanche, dopo solo due settimane  dall’inizio dell’anno scolastico.

E’ solo perchè non ci sono più le maestre  di una volta?

So bene che non è così;  non è colpa delle maestre se l’assenza di educazione a casa produce effetti disastrosi a scuola; se l’assenza di esempi collettivi e sociali, si ripercuote nel panorama scolastico; se l’assenza di risorse adeguate determina situazioni di   emergenza che non può essere più chiamata tale perchè non si può stare in emergenza tutto un anno (perché così sarà…).

E poi arriva il momento della foto di inizio scuola; tutti insieme davanti al Preside compiaciuto che ci guarda ed al fotografo che comunica la pubblicazione  sulla  gazzetta  del Comune.

A  fine orario  arriva anche la vicepreside che si scusa  per avermi  utilizzato su ore non di mia competenza.  Si parla delle ore da dare fuori classe  (programmazione,consigli, riunioni ecc) e di un corso di formazione  psicologica  che deve partite a giorni.

Bella la mia scuola, penso.

Ci sono alunni meravigliosi, allegri, motivati, e maestre attente, preparate, consapevoli.

I problemi sono fatti per essere affrontati e risolti. Li affronteremo. Li risolveremo.

E dunque non manca proprio nulla.

Rendicontazione sull'”arte di insegnare”

L' arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi

Ho letto il libro. Bello, interessante, facile da leggere, immediato, si divora in poche ore.

Consiglio la lettura soprattutto ai docenti giovani alle prime armi.

Dà un quadro generale e competente delle varie problematiche, e soprattutto si focalizzano i punti deboli e dunque urgenti del mestiere, ossia come gestire una classe e come considerare l’alunno aldilà dell’essere valutato oltre il numero.

Il primo aspetto è molto pratico.

 

Il secondo aspetto è molto teorico.

Sul primo potremmo  raccontare papiri di casistiche  che denunciano il degrado della nostra società; sul secondo potremmo riflettere  papiri di concetti che denunciano la complessità della questione, e dunque la  sua non esauribilità, come il suo essere in continua evoluzione.

La  scuola è qualcosa che si muove, che cresce, che cambia, purtroppo anche in peggio.  Questo accade quando la politica, ossia chi ci governa,  toglie risorse indispensabili a un mestiere fondamentale sul quale si fonda il futuro di un paese.

Triste trovarsi tra i fanalini di coda di quei  governi che investono quasi nulla nell’educazione, nella formazione, nella didattica.

Ma fare polemiche non serve, non mi è mai piaciuto e interessato.

Posso solo riconoscere le mie, di personali responsabilità, e vi assicuro che le ho pagate tutte io, in primis.

Chiedo solo che anche gli altri si assumano le proprie. Se non lo dovessero fare, è nostro preciso dovere indurli a farlo.

Tornerò a insegnare pretendendo che ognuno faccia la sua parte. Chiederò al mio dirigente di essere equo e giusto, presente e competente. Chiederò ai miei colleghi di avere rispetto di tutti, soprattutto di chi è alle prime armi e dunque è chiamato a fare più fatica e a dovere affrontare tutte insieme diverse difficoltà. Chiederò al personale ATA  di essere paziente  con le esigenze della burocrazia e della amministrazione sempre più esigente e sempre meno comprensiva. Chiederò ai genitori d’essere  presenti  non tanto nelle aule dove già gli insegnanti sono chiamati al lavoro, quanto tra le pareti domestiche, dove sono chiamati al loro dovere di educatori e non di fratelli più grandi dei loro figli. Chiederò, infine, ai miei alunni, d’essere innamorati della scuola. Se non lo saranno (e non lo sono), cercherò di farli innamorare.

Gli alunni sono persone, prima che essere alunni, esattamente come gli insegnanti. La sola differenza è che l’alunno è nella scuola per avere e l’insegnante è nella scuola per dare. Sono le due facce della stessa moneta. Per assurdo spesso queste due facce si avvertono come nemiche, e non funzionano. Nel momento in cui funzionano, funziona tutto. Come farle funzionare al meglio è tutto il contendere della scuola.

Il mestiere di insegnante non è una missione. Non si può chiedere a nessun mestiere d’essere una missione. Una missione si esercita senza stipendio, per vocazione, spesso con mezzi di fortuna; il lavoro di insegnare si impara, si esercita, dà da mangiare a chi lo svolge, si può migliorare come può essere lasciato, necessita di un adeguato compenso che dia la giusta dignità alle complesse mansioni chiamate a essere svolte, necessita di risorse, investimento, progetti, studi, ricerca, impegno da parte di tutte le parti chiamate in causa.

E’ il prodotto di una collegialità che spesso nemmeno si rivolge la parola e ci si preoccupa di interpellare.

Infine insegnare è un mestiere che deve essere scelto.

Non si può fare questo lavoro  senza volerlo. Non è un mestiere di ripiego, di “lo faccio perchè non c’è di meglio o perchè lavoro poco…”

Conclusione: leggete il libro della Milani.

Non si finisce mai di imparare.

 

 

il flipped classroom o flipped learning

ribloggato  da  lezione video e compiti in classe  ossia il flipped classroom

 

e guarda anche la didattica capovolta

Varie problematiche

Nel mio piccolo cerco di esprimere delle impressioni, delle problematiche, dei dubbi.

Quando si arriva in un contesto scolastico nuovo, non solo è importante dare subito la giusta immagine di sè ai bambini o ragazzi che saranno, ma anche agli adulti con cui dovremo collaborare.

In primis c’è il dirigente, che non ci conosce e che noi non conosciamo o potremmo conoscere solo per sentito dire.

Il dirigente può essere due cose: o chi si prenderà e cercherà di assumersi le sue responsabilità davanti a situazioni problematiche, o chi sarà spesso assente demandando e ignorando le diverse necessità che provengono dalla base.

Il grosso problema di una scuola non è tuttavia, credo, la sua dirigenza, per quanto sembri che tutto ruoti intorno al DS e per quanto effettivamente da un punto di vista legale e giuridico il dirigente sovrasta a tutto (e molto può  deviare verso soluzioni buone o pessime).

Nel pratico e per esperienza diretta  credo siano sempre i colleghi con cui ci troviamo a interagire.

Anche da loro bisogna esigere il rispetto. Il giusto rispetto, nella consapevolezza delle varie parti e dei vari ruoli.  Darlo per averlo. Averlo per darlo. Che si traduce in presenze e competenze personali. Che si traduce in visibilità. Che si traduce in capacità di contrattazione.

Quando due colleghi si incontrano dando il meglio di sè l’uno con l’altro, metà dei problemi è già da considerarsi superata ed è la più grande fortuna che potremmo augurarci, dopo quella del saper tenere la disciplina.

Poi vengono  i genitori, un universo di casi tra i più disparati ed eterogenei.

Può essere d’aiuto ricordare che anche noi lo siamo stati, che anche noi abbiamo avuto bambini piccoli che  tornavano da scuola  con i compiti da fare e con le lezioni da studiare,  magari senza avere capito bene qualcosa, o con qualche nota di troppo, o con qualche segno sulla faccia per avere inciampato nel banco fuori posto;  e che anche noi abbiamo avuto le nostre difficoltà a farci capire da alcune maestre.

Qualunque siano le questioni dibattute  tra le parti, l’unico punto di osservazione deve rimanere quello che va a beneficio dei ragazzi.

L’insegnante deve essere  non solo un buon attore, non solo un buon direttore della sua classe, ma anche un buon mediatore. Si mediano equivoci, incomprensioni, imprevisti, cose che non vanno come ci si aspettava che andassero. Si mediano rivalità, mancanza di strumenti adeguati, assenze di risposte tempestive, pretese assurde a cui non ci sentiamo di sottostare.

E tra tutte questo mediare, l’anno appena iniziato procederà e accumulerà  materiale, episodi, dati, riflessioni. E’ importante registrare tutto, annotare nella memoria che meglio ci funziona (sì, perchè le memorie sono tante e diverse). Tutto nel momento della valutazione finale potrà tornare utile e rilevante, sempre che non si voglia concepire questo ruolo come quello che riduce tutto a un numero, a un voto, a un quid asettico e astratto.

Mi sembra di potere già definire una ennesima  qualità indispensabile all’insegnamento: la vigilanza intesa come prevenzione e come osservazione.

E siccome non si è che anelli incastonati dentro una catena, occorre che ogni anello di questa catena sappia/intenda  fare la sua parte.

La cosa che più mi risolleva di tutto questo meccanismo complesso e fragile, sono sempre le parole e gli sguardi dei bambini, quelli presi uno per uno, quelli incrociati all’improvviso, quelli che non ti attenderesti e arrivano come una nuvola rosa sopra un temporale, quelli che scopri nel tempo,  dopo avere costruito equilibri e intese che non bisogna mai dare per scontate, quelli che ti riconvincono che il tuo mestiere non lo cambieresti con quello di nessun altro.

Spero per il momento  di avere suggerito  qualcosa di utile a qualcuno.

Per concludere, aggiungo un video che ci illustra la scuola svedese, esempio al quale potremmo   mirare ma dal quale siamo lontani anni luce…

MINDLABITALIA

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