Levinas

Levinas nasce nel   1906  e muore nel   1995. Passa alla storia come il filosofo  della Responsabilità  e come il teorizzatore del concetto  alteristico  che lui chiama   “Il volto dell’altro”.  Ecco alcune sue frasi celebri: “Se non rispondo  di me,  chi risponderà per me?” e anche

« La morte dell’altro uomo mi chiama in causa e mi mette in questione, come se io diventassi, per la mia eventuale indifferenza, il complice di questa morte, invisibile all’altro che vi si espone; e come se, ancora prima di esserle io stesso destinato, avessi da rispondere di questa morte dell’altro: come se dovessi non lasciarlo solo nella sua solitudine mortale. »

Durante la dittatura nazista viene fatto prigioneiro  in quanto ebreo, e passa cinque anni in deportazione.  Successivamente usciranno  post mortem   “Quaderni di prigionia” che diventano un  passaggio obbligato per potere comprendere  la  drammaticità di quegli anni  dal punto di vista di chi li ha vissuti nella condizione peggiore.  La riflessione di Levinas è fondamentalmente questa: la vita è così breve, destinata alla fine, e dunque non può esserne buttata via nessun  istante, ogni attimo   può diventare prezioso  per   fare la nostra parte , per  essere dalla parte giusta  piuttosto  che  da quella sbagliata.

“Io sono di carne e di sangue”, io sono dipendente da mille cose eppure straordinariamente libero di decidere, di essere libero; c’è il bisogno dell’altro che supera il solipsismo; quando si assiste alla morte di un compagno, di un altro uomo che non siamo noi, non si può rimanere indifferenti, come se quella morte ci chiamasse perentoriamente in causa.  Per comprendere questi slanci  è ovvio che bisogna  pensarci dentro un campo di deportazione, dove quotidianamente la morte faceva da padrone, e dove quotidianamente si doveva assistere alla morte di qualcuno, che in ogni momento potevamo diventare noi stessi.

Insomma, non si può rimanere freddi e distaccati  (e qui  ritorna  il tema di Heidegger  che di fronte alla morte  di centinaia di uomini minacciati  di morte  non seppe prendere una posizione  immediata e  significativa al mondo che  lo stava a guardare);    occorre prendere una decisione, invece,  incontrarsi,  farsi protagonisti, e non rimanere distaccatamente spettatori. Il mondo è un non mondo fatto di freddo, fame e indifferenza, dentro i campi di deportazione. E lì  l’uomo è solo con Dio, abbandonato da tutti ma non da Dio. Siamo in un contesto fideistico, celebrativo  della trascendenza,  teologico, e contemporaneamente  fenomenologico dell’essere, dell’esserci buttato nell’esistenza, nel mondo.

Per un uomo che sta per morire ricevere una carezza  da parte di un altro uomo può essere quell’evento  storico e assoluto che può fare la differenza. E facendo questo per chi  sta per entrare nella morte, è come   andare a far parte di quello stesso processo  avendo la possibilità di andare oltre.  E’ un’esperienza di vita terribile e profonda.  Il tempo è prezioso e non può essere buttato via. Oggi sei vivo, ma domani?  Cosa potrà essere domani?  Quando si vive nel nulla, pensare diventa un dono, un privilegio, a cui potere aggrapparci, e dentro questo dono si scopre l’altro e persino il nostro stesso persecutore, accecato dall’odio  e dall’errore. L’avere il tempo  ci permette di prepararci,  prepararci alla morte, se  dovrà arrivare; emerge un vivere sospeso, con continui richiami biblici al tema della sofferenza, dell’angoscia, del mistero,  del legame tra l’uomo e Dio e tra Dio e l’uomo. Allora  l’uomo si deve fare ostaggio per la pace.  Si deve fare ostaggio per l’altro.  Si deve fare Messia per l’altro.

Il filosofo ci   parla  del tema della giustizia, il suo capolavoro sarà Totalità e infinito.  Saggio sull’esteriorità; politicamente parlando  si rifiutò di aderire al Partito comunista per volere conservare la propria autonomia  di pensiero e di azione (pur riconoscendo al  comunismo al di là di tutte le sue cadute,  il suo intento liberatorio nei confronti dei deboli); in letteratura si oppone al pessimismo disorientante e disorientato di Levy-Strauss che  uscì con il suo saggio  Tristi tropici;   fu un grande studioso  della letterartura russa e del tema del male, leggendo Dostoevskij, Tolstoj,  Gogol e Puskin…

Nel 1989  riceve il Premio Balzan  per la Filosofia; chi  ebbe modo di conoscerlo  lo descriverà come un uomo mite ed amabile, che però si trasformava in una montagna granitica nel momento in cui si metteva a parlare del tema del male e del dolore.  Viene riconosciuto dalla critica come una valida alternativa alle filosofie che fanno capo allo storicismo idealistico e al cosiddetto  post-modernismo ( strutturalismo, decostruzionismo). Dello stesso pensiero possimo citare Martin Buber per il Princio dialogico  e Vladimir Jankelecitch per  l’neffabilità del Non so che, quasi nulla…