Archivio mensile:dicembre 2014

logica che passione

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l’insegnante di sostegno

E’ un insegnante come tutti gli altri, solo che viene assegnato per uno o più alunni con disabilità certificate.
Valuta anche tutti gli altri compagni della stessa classe.
Sostituisce in toto l’insegnante di classe che dovesse rimanere assente.
Ha pari dignità e responsabilità dei colleghi assegnati alla classe.
Ha competenze specifiche sulle disabilità (se già acquisite).
E’ la figura principe dell’alunno disabile che ha in questa figura un preziosissimo punto di riferimento.
E’ una figura di accompagnamento e di collegamento tra la disabilità di uno o di pochi ed il resto del gruppo classe.
Collabora alla stesura del PEI, con la collaborazione degli stessi genitori, e degli stessi studenti, se nella scuola superiore.  E’ maggiormente esposto al rischio di burn-out, ossia al pericolo di trovarsi sotto stress, a causa della particolare delicatezza del suo lavoro.

Sceglie in autonomia le metodologie da mettere in campo, adattandosi alla situazione in corso ed interagendo con la debita elasticità e flessibilità del caso.
Lavora nello specifico sull’alunno e con l’alunno, senza però isolare ed ignorare questo intervento dal gruppo classe, da quelle che sono le dinamiche di gruppo, da quello che deve diventare il clima quotidiano del vivere e del crescere con gli altri.
Un disabile ha la pari dignità di un normale, deve avere le stesse opportunità formative, con le dovute strategie di intervento.

Il disabile ma non solo, può essere corretto anche con interventi punitivi, purchè non siano mai nè punizioni corporali, nè punizioni mortificanti ed inadeguate.
Le parole chiave sono integrazione ed inclusione.
Per risolvere un comportamento problematico occorre individuare ed osservare la causa che lo fa scatenare.

Un buon lavoro didattico tiene sempre conto dei punti di partenza per potere programmare dei punti di arrivo che siano in coerenza con lo status operante.
Una buona analisi della disabilità tiene conto dei punti di forza, esaltandoli, e circoscrive i punti di debolezza al massimo consentito.
Una buona tecnica educativa d’emergenza è quella del time out, cioè del privare l’alunno in questione del suo momento ricreativo, piuttosto che dell’affliggergli una vera e propria punizione.
La pedagogia dell’assistere non tende a negare le evidenze, nè a minimizzarle.

Non c’è disabilità che non possa essere migliorata o affrontata. Lo dice chiaramente il tabellario ICF riconosciuto dall’Europa che per parlare di handicap parla di diversamente abili (DVA) non per eufemismo, ma per vocazione a così correttamente interpretare.

Bisogna vincere il pregiudizio del non essere capace, del non essere aprioristicamente all’altezza.  L’effetto Rosenthal consiste in un pregiudizio degli insegnanti
nei confronti degli alunni destinato ad autorealizzarsi, ossia inconsapevolmente il docente trasmette all’alunno quello che l’insegnante prevede che accadrà, e questo risultato di previsione  si conferma tale.
Di fronte a una situazione problematica,  anche se manca la diagnosi clinica, l’importante è che ci sia la diagnosi funzionale elaborata dalla equipe medica preposta. Anche se mancano i valori della diagnosi funzionale, l’importante è conoscere la natura e il genere della disabilità, ossia avere dei dati che ci raccontano realisticamente i comportamenti da soccorrere.

Esiste un Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali (DSM), che viene periodicamente aggiornato.

Per finire, l’obiettivo primo del docente di sostegno è quello di ridurre il più possibile il grado di dipendenza del disabile che lo separa dalla normalità, migliorando il più che si può la sua qualità di vita che è fondamentalmente una vita di relazione.

Dentro un rapporto educativo vige un legame asimmetrico, ossia l’insegnante è sopra e l’allievo è sotto; quando si inciampa  in meccanismi iperprotettivi o avversativi, viene squilibrato questo legame e si compromette il legame interno di fiducia.

Sarebbe anche interessante affrontare in futuro un discorso sulle disabilità dei cosiddetti normali, e sulle forme accese di compensazione con cui le situazioni di handicap esistenti obbligano l’alunno sofferente ad intervenire.

la scuola attiva

la pedagogia popolare

la pedagogia degli oppressi

da rai scuola

la competenza linguistica

Siamo prossimi al nuovo ciclo sul tfa relativo al sostegno.
Non c’è docente precario che non stia cimentandosi sulle competenze d’insegnamento e sui bisogni educativi speciali.
Tra le moltissime che ci vengono richieste starebbe la competenza linguistica, che detta in poche parole è la capacità di parlare, scrivere, leggere e comunicare.
Certo, che scrittori saremmo se non fossimo capaci di comunicare qualcosa mentre che stiamo impegnati nell’uso delle parole?
E si spera qualcosa di positivo, che per comunicare cose negative siamo abili tutti, senza neanche bisogno di dover fare troppa fatica.
Non è per nulla cosa facile, è garantito.

La competenza linguistica è forse tra le più complesse e insidiose, perchè si acquisisce con il grande amore per la parola, che spesso viene svenduta come una cosa elementare e scontata, mentre invece è una vera e propria arte così come lo è saper dipingere piuttosto che scolpire o creare opere d’ingegno.

Per esempio, si legga una serie qualunque di domande con risposta pilotata, di quelle che i corsi di formazione ci forniscono in batterie cospicue.
Non basta ritrovarci in linea su quello che è la giusta comprensione, occorre ricostruire le parole che stanno nella giusta risposta, che non sono per nulla occasionali o facilmente sostituibili.

Tra le varie competenze del campo, quella che più mi affascina è quella relativa alla capacità di interpretare.
Le stesse parole dette con una intonazione piuttosto che con un’altra, o le stesse parole sentite in un momento piuttosto che in un altro, o le stesse parole dette da tizio piuttosto che da caio, e ancora, le stesse parole dette in una lingua piuttosto che in un’altra, pur essendo identiche, possono fare immaginare mondi totalmente differenti.

Scrivere, usare la parola, consegnare significati, è come scavare delle grandi buche, o mettere sassolini una sopra gli altri, secondo un ordine in apparenza disordinato, ma che invece è consequenziale e concatenante, ovviamente se ben fatto.

Per chi intende usare il segno della lingua, raccomando sopra ogni altra cosa la capacità e l’intenzione di avere qualcosa di vero da raccontare o da trasmettere.
(Si chiama fàtica, con l’accento sulla prima a, che sta ha sottolineare la fatica intellettuale più che la fatica fisica.)

Se non di vero, almeno di non dannoso.

Se poi il vero diventa anche bello, allora potremmo dire che abbiamo fatto centro e che la nostra competenza linguistica si è trasformata in espressione creativa.

E che la nostra lingua è diventata poesia cioè qualcosa di vivente per se stessa, capace di produrre nuovi pensieri e nuove emozioni.

Analisi del 2014 (dedicato ai miei alunni)

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 4.700 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

carta dei diritti dei minori in rete

carta dei diritti