Rousseau

Rousseau  rappresenta il secondo volto dell’illuminismo  che sposa anche la sua anima romantica  e potremmo dire intimista (il primo volto è rappresentato da Montesquieu e Voltaire).  Si profila come un gigante del pensiero moderno, per originalità,  autenticità e  complessità  psicologica/sociologica/antropologica.  La fortuna del pensatore ( 1712- 1788) inizia con un saggio che lo porta alla popolarità. Occorreva argomentare  se l’arte e le scienze avessero contribuito allo sviluppo sociale. Sostanzialmente Rousseau risponde in maniera critica e vince il premio dell’Accademia di Digione  iniziando  la sua fortuna.

Il filosofo  argomenta  che solo in apparenza tali energie hanno migliorato la società, ma di fatto il cancro della corruzione e dell’ipocrisia  impediscono alle arti e  alle scienze di realizzare  i frutti che si potrebbero  diversamente   raggiungere.  Di fatto le arti e le scienze vengono utilizzate o per indebolire l’autentico spirito creativo, o per  assoggettare  l’autentico spirito di ricerca e innovazione chenon viene messo al servizio di tutti. E’ tutto falso, apparente, mascherato, condannato al fallimento e all’impedire la felicità  di molti. Anzichè risolvere il problema della disuguaglianza, detta realtà è stata accentuata ed esasperata con lo strumento dell’adulazione, della mercificazione e della manipolazione.

Le cose però per Rousseau  ben presto si complicano;  dalla  fortuna  passa alla sfortuna  che  inizia con un secondo  saggio la cui   domanda posta in essere era la seguente: occorreva argomentare da dove derivasse la disuguaglianza sociale.

Rousseau  risponde che la disuguaglianza sociale nasce dall’uomo selvaggio e primitivo che decide di abbandonare il suo stato naturale, dove   esisteva  l’idea di famiglia promiscua, e dove l’uomo nutriva verso se stesso e gli altri sentimenti di pietà, conservazione e semplicità.

Per spirito perfettibile  e per spirito libero  questo stesso uomo selvaggio decide di abbandonare il suo stato di uomo semplice e attraverso un processo di apparente civilizzazione  si evolve verso un’organizzazione dove inizia l’idea centrale di famiglia chiusa. Inizia la lotta delle famiglie tra loro, messe in competizione. Da nomadi si diventa stanziali e da possessori    cooperativi si diventa possessori   privatii; il concetto di proprietà privata sconvolge quello che prima funzionava.

La lotta  si trasforma  in una guerra di tutti contro tutto, una guerra orizzontale che vede i ricchi contro i ricchi, i poveri contro i poveri, e i poveri contro i ricchi…Dentro questo caos generale l’unica via di uscita è stata arrivare ad un patto iniquo tra il padrone ed il servo. Quel patto  che Hobbes  aveva definito necessario e liberatorio, ma che invece era solo una autocondanna   che l’umanità si è fatta a se stessa.

Come uscirne?  Con un nuovo Contratto sociale che  si riorienti verso i valori  dell’uomo selvaggio, attraverso una democrazia diretta e attraverso  la nascita di uno stato democratico, quello  vero che sa ascoltare le ragioni di tutti e non solo di quelli che il potere già lo gestiscono. Da qui il suo scritto tutto politico dedicato appunto aa un Contratto equo  dove Rousseau  ipotizza un popolo sovrano e unico detentore del potere legislativo. Lo stesso potere esecutivo e di governo deve stare nelle mani del popolo, se si vuole un’autentica democrazia. In materia di diritto alla proprietà privata Rousseau sostiene che tutti devono disporre di quanto serve per la propria sopravvivenza  e che occorre garantire il lavoro. In materia di religione  sostiene un assoluto principio di tolleranza verso qualunque forma di credo.

Nessuno prima del  ginevrino  era arrivato a parlare in modo  così schietto e potremmo dire  poco  diplomatico; il pensiero filosofico diventa politico, sociologico, antropologico  e  psicologico, in una maniera assolutamente moderna e del tutto  anticipatrice di tempi che ancora non erano maturi  ad accogliere  questa  vivacità  intellettuale.

Rousseau insomma descrive contro il suo stesso interesse e addirittura  la sua stessa intenzione una realtà pessimistica e colpevole, che gli causerà una serie infinita di complicazioni e condanne morali, nonchè peggioramenti del suo stato di salute, che finì perseguitato da veri e propri attacchi  paranoici.

E’ comprensibile  come il filosofo finisca in disgrazia, prima elogiato per l’originalità, e poi abbandonato perchè scomodo e sconveniente, oltre che molto  chiacchierato, visto il suo stesso stile di vita al limite della normalità.

E’ altrettanto  straordinario come la filosofia rousseauiana   finisca per divenire centrale esattamente nei secoli successivi, in primis alla fine del 1700  quando fu presa a modello dalla rivoluzione francese, e  risultando per alcuni versi  ancora oggi attualissima.

Per riuscire a sbarcare il lunario dovette improvvisarsi  ora precettore, ora improvvisatore nell’arte del  riciclarsi, e solo ricorrendo alla protezione del nobile o della nobildonna di turno  riesce a  mantenere almeno se stesso ( dovrà affidare all’assistenza di orfanatrofi   la cura dei suoi stessi cinque  figli) e la propria ambizione letteraria. Compone diverse altre opere importanti come l’Eloisa, l’Emilio e le  Confessioni. Con l’Eloisa  introduce il concetto di amore  romantico e spontaneo contro l’amore ingessato e d’apparenza.  Con l’Emilio si prefigge di argomentare i principi di una nuva pedagogia che potesse permettere  la nascita dell’uomo nuovo. Con le Confessioni anticipa un genere quasi  sconosciuto e  per nulla  diffuso,  ponendo le basi  di una letteratura  intimista  e  psicologica fondata sulla riflessione e sull’analisi delle proprie vicende autobiografiche. I  critici parleranno addirittura  di una sorta di psicanalisi.

Verso la fine del suo percorso esistenziale si avvicina al concetto di estasi, unica via risolutoria al fallimento del suo tentativo di riforma sociale che Rousseau  giudica evidente ed inevitabile; è evidente che la società non vuole cambiare, è inevitabile  che la proprietà privata continuerà a dominare su quella pubblica, è evidente perchè è insita nella contraddittorietà umana che appunto ha deciso di smettere d’essere  selvaggia volendo trasformarsi in  civile. E’ inevitabile.  Oppone a questo sfascio  la teoria del tempo che muta e  la teoria della sospensione del tempo dove in quel preciso istante   l’uomo si può fare simile a Dio. Sì certo, facciamo che la storia  venga sospesa, immaginiamoci nell’assolutezza dell’attimo interiore  dove esisto io e Dio, Dio e me.   La contraddittorietà del filosofo è stata la stessa contraddittorietà del suo  stesso  tempo. Le sue Confessioni hanno superato di gran lunga il già bel vigore di quelle di Montaigne. Montaigne  “parlava” di essere sincero e senza maschera;  Rousseau “si faceva” totalmente sincero e senza maschera.  Il suo illuminismo psicologico si pone come l’alternativa all’illuminismo scientista di Cartesio. La sua filosofia del soggetto che vuole stare se stesso  in mezzo agli altri  si pone come l’alternativa alla filosofia dello Stato oggetto e del suo  tutto dominatore   sul particolare.

Proprio  quando  Rousseau si mostra totalmente indifeso  nelle sue Confessioni, sfidando la vergogna e arrivando a dire l’indicibile,  il filosofo arriva a  mostrare tutta la sua vera forza impareggiabile e insuperabile. Comprende di non avere più nulla da perdere, avendo già perso tutto, come i figli amati, la  rispettabilità, l’orgoglio.

Muore nella convinzione d’avere fallito in tutto, solo e povero, ma proprio questo suo uscire di scena così drammatico lo pone come il simbolo assoluto della rivoluzione che accadrà di lì a poco dopo. Gli altri illuministi al pari di lui avevano   parlato del bisogno di diventare uguali, del bisogno d’essere uguali davanti alla legge; lui ci aveva messo la faccia, lo spirito, la passione, la disperazione stessa…Un pensatore del tutto non omologabile e di certo   consapevole della propria diversità.

Kant lo riprenderà per il suo rigorismo sul controllo delle emozioni,  tema molto caro a Rousseau  che sentiva di  dovere molto lavorare sull’importanza del sentimento  non abbandonato a se stesso. Hegel e Marx lo riprenderanno per le sue idee politiche e diremmo rivoluzionarie contro il sistema dominante; Tolstoy lo paragonò al Vangelo per la forza linguistica e la capacità di coinvolgere il lettore; Freinet, Pestalozzi e Dewey lo riprenderanno  in campo pedagogico per la sua genialità educativa, visto che nell’Emilio il filosofo aveva messo il bambino al centro del processo di crescita. Su Rousseau la bibliografia è infinita, almeno quanto lo è stata su Dante, Schkespeare e i grandi autori classici. Non manca anche la critica negativa che intravide nell’estremismo   rousseauiano la premessa per derive totalitarie  che porteranno a stati di regime ed oppressione. Ovviamente, critiche tutte da sostenere con la forza dei fatti più che con la forza delle suggestioni.