Archivi tag: felicità

Domande sulla felicità

Dibattito sulla felicità tra Bentham, Mill, Marx e i nuovi filosofi

Un argomento che senza dubbio dovrebbe affascinare i giovani e non solo, è senza dubbio il potere riflettere su cosa possa essere la felicità per un uomo.

In passato molti filosofi hanno cercato di dare una risposta a questo dubbio, ed ognuno ha senz’altro dato la propria partendo da diverse considerazioni, tra le quali emergevano per influenza il contesto storico e le aspettative di sviluppo.

Continua a leggere

ARISTOTELE e la bellezza della ragione

aristotele-il-motore-primo

aristotele-il-motore-primo

aristotele-seconda-parte

 

 

 

 

 

 

 

aristotele-seconda-parte

La ricerca della felicità- saggio breve

“L’articolo 3 della Costituzione italiana recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” 

In genere quando pensiamo alla felicità, crediamo che  questa cosa importante  della nostra vita sia legata a una condizione passeggera  del nostro stato d’animo, e pensiamo che  spesso la nostra felicità sia legata a condizioni del tutto occasionali e passeggere.  Sappiamo benissimo come vanno queste cose, oggi sono felice, ma domani chissà, potrei diventare l’essere più infelice della terra…

E’ vero, la felicità dell’essere contenti  è un bene del tutto momentaneo,  se inteso in questo senso.  Ma se invece dovessimo intendere che  non ci può essere uomo felice al mondo  che non sia anche  libero, con un lavoro, magari con una famiglia, magari in salute, magari protetto da uno stato di  diritto, che vuol dire  che se finisse dentro le maglie  della giustizia, per esempio, avrà garantito l’avvocato d’ufficio, dove la legge è uguale per tutti, oppure anche,  che  se venisse  investito per strada magari  verrà soccorso e curato, …. allora sì,  ci viene utile l’art. 3  della Costituzione  che  proclamando  l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, in una Repubblica fondata sul lavoro, e fondata sul diritto d’avere una propria famiglia, e fondata sul diritto d’essere curato se ammalato, e fondata sul diritto di potere andare a esprimere il proprio voto…, garantisca  il diritto alla felicità.

La felicità è avere qualcuno  che ci aspetta a casa quando torniamo dal lavoro o da scuola;  è avere degli amici; è avere le condizioni necessarie per poterci mantenere o per potere crescere ed evolvere.  La felicità è potere imparare un mestiere che ci piace, ma è anche persino avere un lavoro  qualunque che ci permette dignità. E’ stare in un Paese libero, dove non c’è nessuna dittatura, e dove lo Stato funziona e ci rispetta, così come noi rispettiamo il nostro Stato.

La felicità  è  sapere di potere essere tutelati, in situazioni di pericolo o da situazioni  pericolose;  la felicità è potere pensare con la propria testa, senza doverci nascondere o dovere  rinnegare il proprio credo o i propri sentimenti.

La felicità è anche sentirci in pace con noi stessi, quando per esempio sappiamo d’avere fatto il nostro dovere, e di avere fatto una cosa buona che andava fatta, anche se ci è costata moltissima fatica nel farla.

La felicità si dice anche  sia scritta nel nostro stesso dna, si dice che ci sono i geni della felicità così come i geni della tristezza.

La felicità è anche fatta di piccolissime cose; può essere l’abitare in un luogo che noi consideriamo il più bello del mondo, può essere  il conoscere una persona che noi  riteniamo speciale, può essere il rivedere un amico carissimo che credevamo d’avere perso, o può essere il raggiungere uno scopo che per noi rappresenta molto.

Certo che se la felicità è un diritto, allora è anche un dovere. Non abbiamo nessun diritto di buttarla via, di ignorarla, di sciuparla, di rovinarla, di distruggerla. E  dobbiamo anche fare di tutto per proteggerla, per difenderla,  per  prolungarla nel tempo.

Lo studioso   Bauman osserva che la felicità individuale è strettamente connessa al rapporto con gli altri e alla stima che essi nutrono nei suoi confronti.

Non si basa certo sul reddito o sulla   sua capacità di acquisto, anche se ci verrebbe spontaneo dire il contrario, sostenere che se hai  i soldi hai già  molto di tutto quello che ti può servire per essere felice.

Lo sappiamo perfettamente che si può avere un  mare di denaro, ma che se però nel frattempo abbiamo la moglie che ci vuole lasciare, o i figli che ci danno un mare di problemi, o il lavoro che ci assilla   senza un attimo di tregua, o uno stato di salute incurabile,  o ancora non so quali altri problemi del tutto non evitabili perchè non dipendono  dal nostro denaro…la nostra capacità di acquisto della felicità stessa va a farsi benedire…

Così   come sappiamo perfettamente  che se non abbiamo un lavoro, o la salute per cercarlo, o dignità per noi stessi,  tutte le nostre fantastiche teorie sulla felicità  ce le possiamo dimenticare.

E’ dunque forse  anche una  questione di misura.  Si può essere felici se  si hanno gli strumenti necessari per costruircela, questa felicità. E se avendoli, si usano.  Sì, perchè se li ho,  ma poi non li uso commetto un errore imperdonabile.  E poi c’è l’elemento soggettivo.  Per un bambino la sua felicità potrebbe  essere  un giocattolo speciale  da cui non si separerebbe mai; per una coppia di  innamorati  la felicità sarebbe stare l’uno vicino all’altra;  per un migrante  potrebbe essere  trovare un luogo dove potere iniziare in pace una nuova vita; per  un giovane  che ha un progetto sarebbe riuscire a raggiungere  lo scopo che si prefigge con tanta passione…

La felicità ci chiama, ci interroga, ci obbliga a delle scelte, è come  un’opera  d’arte  che esige d’essere realizzata, e solo noi possiamo diventarne gli autori.

Noi stessi siamo gli artefici della nostra stessa  contentezza, gioia di vivere, gioia di stare nel  mondo.

Agli antipodi dell’uomo felice sta l’homo oeconomicus, cioè l’uomo che agisce solo per tornaconto economico, utilitaristico;   ci sono quelle cose che vanno fatte perchè ci portano un certo vantaggio monetario o materiale,  e ci sono  quelle cose che non sappiamo nemmeno noi perchè vogliamo farle, ma sentiamo dentro di noi che per noi stessi risultano preziose, categoriche, necessarie…

Sentiamo  che ci renderebbero felici. Sentiamo che ci renderebbero migliori.

E  decidiamo di farle a qualunque costo, anche a costo di un sacrificio, di una rinuncia,  di dolore e sofferenza.  Che strano, eravamo partiti col parlare della felicità, e siamo finiti con il parlare del dolore.  Forse perchè non c’è l’una senza l’altro.  Per amore saremmo pronti a fare tutto, perchè l’amore non ha  capacità di calcolo, è dono assoluto,  totale, gratuito.

Non è forse l’amore la felicità più grande?

 

Consiglio agli studenti che avessero letto questa traccia:

NON COPIARLA, LEGGILA E  FALLA TUA CON RIFLESSIONI TUE.

 

 

La libertà e il libero arbitrio

testo per una prima o seconda classe superiore presentato dentro un contesto confessionale condiviso

LA LIBERTA’

La libertà  è un valore che nasce nella civiltà greca, e che si sviluppa nella civiltà romana, divenendo sinonimo di libertà politica.

Ossia l’uomo libero è colui che in sostanza va a votare, può esprimere il suo parere dentro una società di cui fa parte, è un cittadino riconosciuto  della comunità a cui appartiene, ha un rapporto paritario con la legge che lo governa.

Nel tempo questa parola si è evoluta o complicata,  diventando sinonimo di liberazione da qualcosa o da qualcuno che ci opprime e ci tiene schiavi; possiamo fare diversi esempi, dalla schiavitù di un popolo, alla schiavitù  di una  necessità personale  come la povertà, la mancanza di lavoro, la mancanza di servizi.

Continua a leggere

educare alla felicità

ReligioneDiversadaFede

Alcuni anni passati intendevo la parola religione nella sua accezione più pura.

Per me la religione era da intendersi come una madre amorevole, distinta dalla filosofia che può tradursi  nella migliore delle ipotesi in un arido pensiero, dove la testa è dissociata dal cuore o può rimanere dissociata da esso.

Mi devo in un certo senso ricredere.

Purtroppo l’integralismo, prima quello cristiano e poi quello islamico,  hanno gettato tale parola dentro un cunicolo oscuro  dove addirittura la parola religio può venire associata alla parola intolleranza.

Ho scoperto che forse è meglio usare la parola fede e non più la parola  religione.

Per essere sincera nemmeno di questa parola mi sento molto sicura; io posso attribuire nella mia coscienza e comprensione etimologica  a tale parola ogni senso benevolo e amorevole,  ma  altri potrebbero intendere per essa una sorte di qualsivoglia credo.

Non sentiamo forse dire a piè di passo  che si può credere in qualunque cosa, vista la nostra libertà di scegliere? Quindi ci può essere chi crede nella scienza, chi crede nello yoga, chi crede in se stesso, chi crede in un qualunque guru  a cui decide di dare tutta la propria fiducia, ecc ecc ecc.

Ma forse, mi verrebbe voglia di ribattere,  la fede è qualcosa di più assoluto, di più specifico.

Decidiamo, giusto per capirci,  che meriterebbe  la parola fede, cioè merita la nostra fede, solo chi o cosa fosse in grado di salvarci, salvaguardarci, renderci o prometterci la felicità.

E  ancora qui qualcuno potrebbe voler fare la parte del diavolo  e sogghignare “Per qualcuno la felicità stà in una sballata, in un giro intorno al mondo, in una scopata, nel vincere al totocalcio….”

D’accordo, ma questa non è la felicità. Può considerarsi l’ebrezza di un attimo, la soddisfazione di un paio d’ore, l’illusione di potere togliersi tutti gli sfizi rimasti  disattesi, insomma, tutti palliativi della felicità, condizioni effimere e transitorie…

L’essere felici nel senso pieno e vero e profondo e indiscusso, siamo seri, è ben altro.

Noi lo sappiamo.

Come potremmo definirla, dunque?

La felicità è il pensare “Per quanto potessi vivere fino alla fine del mondo, non potrei credere e immaginare  di me stessa una condizione migliore di quella che sto vivendo o che ho conosciuto”

Facciamo esempi pratici, che poi sugli esempi concreti ci si capisce subito al volo.

E’ felice o si sente tale una madre che può accudire  il suo bambino tanto desiderato; è felice una donna che può vivere accanto al suo compagno in reciproco desiderio; è felice  una persona che sa di avere raggiunto un traguardo importante; è felice chi ritrova qualcuno di speciale  che credeva d’avere perso per sempre; è felice chi vive in totale pace con se stesso e il suo prossimo…

Come si può vedere si sono descritte tutte condizioni psicologiche/intime/interiori  che ben poco hanno a che fare con le sole condizioni materiali dell’essere (senza nulla togliere all’importanza dello stare bene anche da un punto di vista fisico)

Torniamo al tema della fede.

Cosa centra la fede con questi stati del tutto naturali e affatto astratti o trascendentali?

La fede sta nel legame che unisce il contingente con l’assoluto.

E’ un credo che ci proietta nell’immortalità.

E’ una visione che abbraccia la vita dopo la morte, l’eterno dopo l’attimo.

E’ quella categoria che ci distingue dalla condizione animale, puramente naturalistica.

Anche se poi penso che persino il mondo animale ha una sua nobiltà di spirito assolutamente  incantevole.

E’ la capacità tutta umana di superare il visibile per comprendere e fare proprio l’invisibile.

Aiutatemi a usare parole ancora più suggestive o autorevoli, se lo volete.

Chi ha fede crede in poche parole nell’impossibile. sì, perchè le cose possibili le potremmo fare tutti, più o meno, ma è quando si tratta di concludere cose difficili o improbabili, che allora si sgrana gli occhi.

E’ Davide che riesce a uccidere il gigante Golia con una banale e ridicola fionda; è un morto che viene resuscitato; è un uomo perso che ritorna a credere nella vita.

La fede è per chi ha conosciuto il dolore e dal dolore è stato  trasformato, trasfigurato, compromesso.

Fede dal dolore per la gioia.

Liberazione dal male verso il bene.

con e senza parole