L’evoluzione dell’utilitarismo intorno la felicità

Un argomento che senza dubbio dovrebbe affascinare i giovani e non solo, è senza dubbio il potere riflettere su cosa possa essere la felicità per un uomo.

In passato molti filosofi hanno cercato di dare una risposta a questo dubbio, ed ognuno ha senz’altro dato la propria partendo da diverse considerazioni, tra le quali emergevano per influenza il contesto storico e le aspettative di sviluppo.

Di tutte le varie teorie sostenute si potrebbe partire almeno dalle tre più note e non eccessivamente antiche, ossia dalla teoria utilitaristica di Bentham, dalla teoria  razionalista e  spiritualista di Mill e dalla teoria religiosa e storica di Marx.

Detto in parole semplici, Bentham sosteneva che la felicità fosse qualcosa che si potesse misurare, visto che gli effetti dell’essere soddisfatti sono di per sè visibili ed osservabili. Una società positiva e positivistica che ha fiducia nel progresso della scienza e del sapere deve perseguire lo sviluppo quantitativo di detta felicità.

Appare subito chiaro il limite congenito di detta posizione,  che riduce l’essere felice ad un essere soddisfatto senza però entrare nel merito qualitativo e profondo di questo definirsi felice.

Anche un maiale è felice dopo essersi riempito lo  stomaco, probabilmente, ma appare necessario distinguere i  diversi gradi della felicità, che non è appunto una merce quantitativa ma piuttosto una ricerca interiore spesso travagliata e per nulla misurabile.

Sarà appunto Mill a superare l’approccio materialistico e superficiale  di Bentham,  andando oltre il pensiero che si può essere felici da soli e senza gli altri, o da soli e senza preoccuparsi della felicità altrui.

Tra chi si occupa del benessere generale del mondo o di una comunità o di una persona che non sia la propria e chi si occupa semplicemente di soddisfare i propri bisogni fisici  materiali o primari, corre una notevole differenza;  la felicità in quanto tale è il risultato di un cammino, di un tendere, di un evolvere, che si  costruisce volta per volta, attimo per attimo, e certo non è misurabile come si può calcolare una merce su una bilancia.

La cosa curiosa che subito emerge  da questo discorso è che la felicità non è fatta solo di uno stare bene, di passaggi in se stessi positivi, ma è fatta di scelte, di introspezione, di inciampi, di momenti statici, si potrebbe dire di alti e bassi, dove è il fine che detta il valore, dove è l’arrivo che detta il risultato.

Ma per fare tutto questo occorre essere liberi, ed è dunque la libertà il presupposto assoluto che permette di arrivare alla felicità. Dove c’è costrizione non c’è la possibilità di essere felici.

Come dire, ogni singola persona DECIDE DI ESSERE FELICE, e dopo che lo ha deciso si impegna in questo scopo.

Con Marx il salto che si compie verso la costruzione della felicità collettiva e non solo della felicità individualistica  è un punto di non ritorno.

Marx per primo si chiede “Ma io posso essere felice per me stesso senza preoccuparmi che tutti intorno a me possano effettivamente esserlo o diventarlo?”

Come dire, mette la questione della felicità in un contesto storico e comunitario,  dove le persone possano venire immaginate dentro un sistema che effettivamente permetta la felicità a tutti, e non soltanto ai privilegiati, e non soltanto ai borghesi, e non soltanto a chi si trova a possedere di fatto delle risorse che di fatto gli permettono di agire liberamente, scegliendo, pianificando, costruendo ed evolvendo.

La società socialista e impostata sull’abolizione delle differenze di classe che non sono affatto differenze naturali ed inamovibili, ma catene che tengono le masse afflitte nella loro infelicità costante.

Per Marx il suo socialismo scientifico e storico non è una rivoluzione che poi di fatto porterà alla dittatura comunista,   cioè ad una pagina della Storia tra le più sanguinarie ed ingiuste, dove di certo la cosiddetta felicità di tutti verrà costruita attraverso la sofferenza di molti,  ma è idealmente, antropologicamente e religiosamente un progetto a dir poco spirituale,  profondamente giusto nel suo intento,  che mirava a togliere le mistificazioni del capitalismo  per arrivare a sostituirle con le verità del socialismo  rivoluzionario, unico a essere preposto a questa missione.

Marx muore nel  1883, e solo dal 1917  prenderà forma la rivoluzione russa, di cui il  teorico filosofico non saprà mai nulla.  E  poi la storia che è seguita ha dimostrato nei fatti e non nella teoria sognante  che il progetto di costruire una società egualitaria e orizzontale ha fallito miseramente.

Sorge spontanea la domanda: se Bentham pensava alla felicità come a una merce misurabile, se Mill pensava alla felicità come a una conquista personale che presuppone l’essere liberi, se Marx pensava alla felicità come ad un vivere in una comunità che concretamente dà a tutti le stesse opportunità  secondo le proprie differenze,   quale potrebbe essere oggi l’idea filosoficamente e storicamente perseguibile di felicità?

Personalmente credo che  la conquista della felicità di un singolo in compagnia  della possibile felicità di tutti o di molti,  richieda sommariamente alcuni punti  imprescindibili; essi potrebbero essere:

  • la felicità è una scelta
  • la felicità è un cammino fatto di momenti oscuri e travagliati
  • la felicità è un donare all’altro e non si è mai felici da soli
  • la felicità è anche un ricevere, nel momento in cui l’altro ci dona qualcosa, ma è più giusto chiamarla gratitudine
  • la felicità non può mai presupporre un’azione volontariamente violenta o  prevaricatrice su un’altro essere, perchè diventerebbe ideologia
  • la felicità può presupporre la propria morte, perchè è un pensare spirituale che va oltre il contingente e la materia.

Fatte queste premesse,  chiunque può perseguirla, a qualunque religione, lingua, cultura o famiglia  costui appartenga.  Perchè l’essere felici, in definitiva, è una questione di coraggio.