Dante canti 1,6,33 del Paradiso

CANTO 1 o canto iniziale

Nel canto 1 il viaggio di Dante appena uscito dal Purgatorio, o terra di mezzo,  prosegue verso la sua meta più alta, il Paradiso.

Con il suo solito LINGUAGGIO METAFORICO E SPESSO SUBLIME, soprattutto ora che si appresta a dovere descrivere  il punto più alto del cielo  che è la sede stessa  di DIO e della sua TRINITA’,  Dante si rivolge al SOLE  simbolo assoluto di luce, ed invoca la protezione di APOLLO,  accanto alla già presente protezione delle MUSE.  Per il momento c’è  BEATRICE  accanto a lui, ma poi nel 31° canto  arriverà il momento del distacco e a Beatrice si sostituirà un’altra grande figura, quella di SAN BERNARDO.

Dante si sente da subito inadeguato ad entrare in un luogo che non è fatto per gli esseri umani, di per sè intrisi di peccato, e infatti è solo per GRAZIA  che gli viene concesso questo entrare nel cielo dei beati, con quello che lui chiama il suo TRASUMANAR, come dire, il suo cambiamento momentaneo di stato da umano a sovraumano/angelico.

La critica  ha sottolineato come in corrispondenza dei tre CANTICI (INFERNO, PURGATORIO E PARADISO) lo stesso Dante si fosse trovato in diversi stati psicologici, infatti scrive l’Inferno subito dopo l’esilio cioè in un momento travagliato, scrive il purgatorio dopo l’arrivo in Italia di Arrigo VII in un momento di relativa speranza, e scrive il Paradiso dopo essersi ritirato a vita solitaria, tutto occupato nella sua riflessione e abbandonati i sogni velleitari di una  liberazione terrena.

Tuttavia, tutto il Poema ha una sua imprescindibile unità di fondo, che è quella di raccontare  l’itinerarium mentis in Deum,  cioè  il punto di vista di Dio che agisce attraverso l’uomo che offre il suo consenso a seguirlo fino alla sua beatitudine, attraverso il peccato e le prove della vita.

Il primo canto del Paradiso celebra  il trionfo della volontà divina sul limite connaturato alla natura umana, celebra il compiersi di una    aspirazione profonda che fa parte di Dante stesso e di una parte dell’umanità che come Dante non vuole rinunciare a Dio.

Dante incarna l’uomo nella sua essenza, che per grazia di Dio riesce a solcare il Regno della Gerusalemme celeste, e di questo è consapevole, felice e nello  stesso tempo attonito e grato, pieno di vera umiltà nel sapersi piccolo piccolo davanti al Tutto. Dante si sente  non degno di questo privilegio che riesce a compiere solo per amore, per l’amore verso il bello, il vero, il giusto,il perfetto, l’indicibile, l’inconoscibile, l’amoroso, cioè Dio stesso.

E’ solo Dio, alla fine, che può tirare le somme della Divina Commedia, dove gli uomini si trascinano in continuazione   stanchi e confusi in cerca della luce, della giustizia  e della verità suprema.

E Dante lo sa benissimo, quindi inizia l’ingresso in questa somma parte del cielo  con tutta l’ansia di non sentirsi adeguato,  e  si sorregge con l’aiuto che gli proviene per ora da  Beatrice, la donna da lui celebrata ed espressione della donna angelica tipica dello stil novo.

Il primo canto è dove  ha inizio la prima fase del processo dello spirito nella beatitudine; notevole più che mai la tecnica espressiva, ricca di chiaro scuri, di solennità, di sbalzi, di riflessioni teologiche (che andrà a celebrare   in crescendo  a mano a mano che il suo viaggio nel Paradiso giungerà  verso la fine).

 

CANTO 6   o canto politico

Il canto 6 è tutto concentrato sulla storia dell’imperatore Giustiniano che prende il posto di Beatrice nell’accompagnare Dante verso la sua salita.

Giustiniano si racconta   dal giorno della sua conversione fino ai vari episodi storici che hanno visto l’ascesa dell’impero romano, attraverso le stesse vicende di Enea che portò in Roma il segno dell’aquila reale, divenuto l’effige della grandezza imperiale.

Continuando nel suo racconto storico  arriva a celebrare  il trionfo di Cesare fino alla venuta del Messia, la vendetta della sua morte con la distruzione di Gerusalemme sempre per opera di Roma,  e infine  la nascita del Sacro romano impero con Carlo Magno.

Questo è il cielo di Mercurio  che accoglie i grandi che hanno combattuto  per la fama nel mondoe lo sforzo di Dante è quello di dare un significato contemplativo e religioso agli eventi storici di  per sè limitati, discutibili, che lui osserva con gli occhi del cuore e non con i soli   occhi della ragione storica. Insomma, Dante vuole mostrare il disegno provvidenziale di Dio celato dietro gli uomini, le loro gesta, i loro stessi errori, in  cui bisogna vedere lo strumento libero  divino.

Per questo occorre leggerlo non con lo sguardo dello storico ma con lo sguardo del credente,  più volto a contemplare che a descrivere fatti.  Dante è alla ricerca di un nuovo ordine morale che deve sorgere, cerca di perseguire il filone idealistico che lo sorregge in questa prova così audace.

In questo nuovo Impero ideale  che Dante  persegue attraverso la figura di Giustiniano,  entrato a far parte dei beati,  l’immanenza e la trascendenza si uniscono, trionfa l’armonia, trionfa il disegno divino,  lo stato temporale con tutti i suoi limiti trova il suo vero scopo, che è quello di annunciare l’impero universale dell’aquila che vince contro l’impero particolare della lupa,  chiuso nelle sue fazioni e meschinerie. Esplicita condanna quindi degli stessi guelfi e ghibellini che hanno tradito un progetto universale per uno  fazioso.

CANTO 33   o canto finale

E’ l’ultimo canto che chiude tutta  la Divina Commedia, e come tale doveva essere un epilogo degno della sua importanza e del suo compito.

Qui lo sforzo stilistico e contenutistico del poeta è al suo apice, i versi  hanno il compito di esprimere la visione  di Dio come in una folgorazione che tutto accende intorno e che travalica l’idea oggettiva  di spazio e di tempo.  Il canto celebra la gloria della Trinità divina e il mistero dell’Incarnazione, attraverso la ricerca di parole che non ne esisterebbero di adeguate, e tuttavia le parole escono come ispirate, come rapite, come conseguenza  di un’ispirazione e di una benevolenza che Dante riceve da Dio stesso, che gli permette questo compito con il soccorso di altri umani beati che si sono dimostrati degni della bontà celeste.

Il canto si divide in due grandi parti; nella prima San Bernardo rivolge una preghiera alla Vergine, madre di Dio, perchè vada in soccorso di Dante,  e nella seconda la Vergine stessa  concede al pellegrino (Dante) di seguire questo percorso verso lo svelamento del mistero divino.

 

 

PRIMA PARTE

 Le parole utilizzate da San Bernardo non potrebbero essere più ricolme di lode nei confronti della Donna nella quale lo stesso Dio non ha disdegnato di INCARNARSI.

Maria è la Donna Nuova che dopo il peccato originale causato da Eva ha potuto RIACCENDERE L’AMORE tra Dio e l’umanità, è la Vergine espressione di purezza  senza la quale gli uomini si sentirebbero persi nella loro disperazione. Maria è la Donna a cui non c’è nemmeno bisogno di chiedere, per ricevere aiuto. Maria è tutto il BENE  di cui l’umanità sia in grado di pensare e di fare.

Ora c’è Dante, continua Bernardo nella sua intercessione, che ti chiede di potere CONCLUDERE IL SUO VIAGGIO DI ELEVAZIONE  verso la vetta suprema di tutta questa meraviglia.  Dante simboleggia lui stesso l’umanità intera che non può rinunciare a vedersi salva, almeno nel giorno finale della giustizia divina.  Bernardo intercede ancora per Dante, e prega affinchè la sua sanità di mente possa resistere ad una prova così impegnativa e impossibile senza la benedizione della Madonna.

A questo punto Bernardo invita Dante ad alzare lo sguardo verso la luce ma già Dante lo aveva istintivamente fatto, perchè in un certo senso Dante non era più Dante in questo luogo, già la sua presenza tra tanta armonia si era come trasformata in un qualcosa che fosse in grado di vedere ed assistere ad  una tanta bellezza  che non poteva   prevedere spettatori diversi (cioè indegni).

SECONDA   PARTE

Da questo momento in poi è Dante che parla in prima persona di quello che gli sta accadendo; il fatto è che il poeta si rende conto di non potere avere le parole adeguate, perchè è come quando uno sogna, e quando si risveglia NON RICORDA BENE  il sogno, rimane dal sogno pervaso nella sua dolcezza, ma si trova  incapace di ricordare i particolari, i fatti precisi, come la neve che si scioglie, come i responsi delle Sibille che si dileguano nelle foglie sospinte dal vento.

Dante intercede lui stesso la Luce che sta davanti a lui,  affinchè lo renda capace almeno  per rendere in parole anche solo un briciolo     di quello a cui lui sta assistendo. Si rende conto che è la Luce stessa, questo raggio di bene assoluto, che lo sorregge in una impresa per la quale avrebbe diversamente perso la vista.

E’ la presenza di Dio stesso che permette a Dante di incontrare l’ESSENZA DI DIO.

Insomma, Dante ci sta dicendo che sta per vedere  il volto di Dio, ciò che a nessun umano è concesso di potere vedere.

Ma Dante spiega meglio questo passaggio, e aggiunge che non è il Dante umano che sta vedendo questo, ma il Dante come TRASMUTATO, il Dante come  spirito e non più corpo, il Dante che sta in un luogo dove la sostanza e l’accidente stanno uniti e indissolubili, dove c’è UNITA’, e dove Dante può vedere LA FORMA UNIVERSALE DEL CREATO, e dove anche le cose imperfette come lui diventano perfette.

Dante volge in chiusura specificando che le sue parole non sono che i versi di un lattante al seno della madre, ossia nullità al confronto di quello che ci sarebbe     da dire.

Arriva a descriverci la TRINITA’  come se fosse TRE CERCHI DI UGUALE GRANDEZZA  ma di  diverso colore; dei tre cerchi si distingue il PADRE, IL FIGLIO E LO SPIRITO SANTO.

Il Padre e il Figlio sono come due arcobaleni che si riflettono l’uno nell’altro, lo Spirito è come una fiamma che deriva da questi due arcobaleni.

La vista di Dante è catturata tutta dal cerchio che rappresenta il Figlio, nel quale cerchio intravede una forma d’uomo.

Come il geometra cerca di fare la quadra del cerchio, Dante cerca di capire questa visione, ma non può farlo  senza l’intervento della volontà divina. E le ultime parole sono il celebre verso che recita

 ” (è) l’Amor  che muove il sole e le altre stelle”.

La grandezza di Dante è tale che ancora oggi continua a commuoverci e a farci desiderare un mondo migliore.