Archivio mensile:agosto 2019

Lorenzo di Barbiana

Lorenzo Milani

Possedevo ancora di Lorenzo  Milani un’idea superficiale. Sapevo di lui che era  stato un prete singolare, un insegnante singolare, un parroco di confino esiliato   per punizione dentro un paesino montano  che senza il suo contributo non sarebbe mai arrivato alla notorietà del mondo.

Ma di quale colpa si era macchiato il giovane  priore, rampollo di una ricca famiglia laica, colta e borghese,   che tutto aveva previsto per il suo futuro tranne che di vederlo ridotto  sacerdote dentro un insignificante comunità di uomini rozzi,  tutti analfabeti e tutti destinati ad una vita piena di stenti e di fatica?

La sola colpa di Lorenzo era l’essersi innamorato,  inaspettatamente e tutto da solo, del Vangelo e delle sue parole più pure, un innamoramento totalizzante che non lasciava spazio  alle mezze misure, ai dubbi, alla diplomazia, al farsi ipocrita e silenzioso   per amore del quieto vivere.

Di questo amore assoluto il giovane prete con la sua semplice tonaca nera  priva di ogni ornamento, da dove spiccava un volto curioso del mondo degli ultimi visti con gli occhi di Dio, due occhi vivaci e severi al contempo, interroganti sul bisogno dei poveri , Lorenzo ne era assolutamente consapevole. La parola ricevuta da Gesù, direttamente dal suo incontro misterioso con il Signore, un incontro  che rimane parte di un destino incomprensibile persino a lui stesso, che veniva da una famiglia per nulla religiosa e persino ebrea per parte di madre,  detta parola, come si diceva, rappresenta   il motore vivente che trasforma Milani da uomo di città e di mondo a uomo di anime gettate nella solitudine e nel nulla del tempo e dello spazio.

Lorenzo diventerà con rigore e fermezza l’insegnante di un gruppo di poveri, senza arte nè parte, trasformandoli da esseri di un dio minore  in artefici prediletti e  costruttori del loro futuro; tra loro  fioriranno futuri sindacalisti, ingegneri, scienziati, giornalisti e politici, ma anche uomini di famiglia e persone capaci di prendersi le proprie responsabilità.

La prima figura  che mi sento di accostare a questa storia tutta moderna   è il cammino di conversione del poverello di Assisi, ma mentre Francesco di Pietro di Bernardone  sceglie radicalmente il farsi povero tra i poveri, vedendo nel cammino di spoliazione l’unico modo di recuperare le radici spirituali del cristianesimo, Lorenzo di Barbiana  sceglie di farsi padre, maestro e sacerdote di un gruppo di giovani, giovanissimi e meno giovani   di cui il mondo ignorava assolutamente l’esistenza e che tali sarebbero rimasti senza la sua venuta e la sua opera tra loro.

Milani non è un mistico, uno che sceglie la clausura e il ritiro dal mondo, nè un prete che si ritrova a fare quel mestiere  nella maniera delle regole convenzionali. La sua scelta di farsi parroco è la volontà precisa di stare dalla parte degli ultimi cercando di  rendersi utile al meglio delle sue possibilità, e in questo bisogno di rendersi utile là dove ce ne fosse la viva necessità, è il senso missionario della sua profonda vocazione.

Se Milani si trova circondato in un tempo difficile di operai che per lo più hanno tutti la tessera del partito comunista,  Milani non si mette a giudicarli e a condannarli come eretici ed indegni dell’opera pastorale della Chiesa. L’operaio ha solo un mezzo per difendersi, che è il diritto di voto ed il diritto di sciopero. Poi si sa che esiste anche il diritto di pensiero, e c’è la Costituzione che lo sancisce. Chi è la stessa Chiesa per proibire questo?

Se poi questi poveri uomini tribolati nel mentre che cercano di salvare il lavoro per loro così prezioso e fonte di sopravvivenza,   si perdono per vicoli incerti, questo fa parte del gioco,  che lo scopo della Chiesa è di guidare, accompagnare, comprendere, esattamente come farà il Concilio Vaticano II  che Giovanni XXIII  inizierà dal 1962.

Milani muore a soli quarantaquattro  anni nel 1967, di una brutta malattia polmonare, dopo sette anni di resistenza agonizzante, ma nulla ferma il suo entusiasmo, il suo proposito, accompagnato dalla serenità del suo cuore di sapere d’avere scelto dove stare e con chi stare.  Appena arrivato, ancora in perfetta salute,   nella sua piccola porziuncola toscana, corre a comprarsi un posto al cimitero, come avendo già totalmente sposato il suo cammino in quel luogo, persuaso  che lì sarebbe vissuto fino alla fine. Se i suoi superiori avevano creduto di umiliarlo confinandolo tra i boschi ed una manciata di casolari dismessi, là dove si vede solo il cielo e qualche lembo di terra senza la luce, senza l’acqua, senza le strade, avevano capito nulla di quello che Dio aveva già deciso di fare con il suo menestrello  prediletto.

Per tutta la vita  il nostro parroco di montagna pensa solo a fare capire a chi non vede, a chi si crede dalla  parte del giusto,  predicando   che sempre  è importante esercitare l’arte del dubbio, l’arte del farsi delle domande, l’arte del saper leggere la storia e gli eventi del tempo che certo non si fermano, che certo si trasformano in sempre nuovi scenari , ma che hanno lo scopo di soddisfare sempre e comunque i soliti bisogni.

Il primo assoluto bisogno dell’uomo è di provvedere alla sua salvezza, pensa e sostiene Milani,  e per salvezza  intende  non certo guadagnarsi uno sterile posto in Paradiso, ma piuttosto il riservarsi un posto non disonorevole tra gli uomini. E’ quello che decidiamo di fare di qua, in questa vita, che determina quello che si riuscirà  a combinare di là, nel mondo del tempo sospeso.

Milani poi è uomo di carne, di pensiero, di impulso, non teme di dire ogni tanto parolacce se possono servire a farsi capire, non teme di chiamare le cose con il loro nome, direttamente e senza falso pudore; non teme i rimproveri dei suoi vescovi a cui deve obbedienza, perchè si sa, non si deve obbedire ad un ordine ingiusto, che questo è proprio la dottrina ad insegnarlo, ed anche i vescovi son uomini che possono sbagliare, qualche volta.

Milani le cose non le manda a dire; se c’è qualcosa di cui discutere, ecco la penna ed un foglio di carta utile allo scopo. Bisogna ragionare sull’obiezione di coscienza? su cosa sia la Patria? su quando e come sia necessario prendere da se le proprie decisioni? su come ci si deve prendere cura di se stessi sopra ogni cosa e sopra ogni pericolo di buttare via il proprio tempo? Bene, ecco le ragioni esposte punto su punto, articolo dopo articolo, osservazione dopo osservazione, e come lo sa fare il nostro maestro di comunicazione non lo sa fare davvero nessuno.

Si vada a leggere le sue  difensive, sopra tutti la sua Lettera ai giudici che lo dovevano giudicare verso le accuse ricevute dai cappellani toscani per avere difeso gli obiettori di coscienza;  oppure le sue Esperienze pastorali, un testo titanico  che viene fatto subito   ritirare dalla circolazione  dalla Curia per la sua inappropriatezza.

Milani parla sei lingue, come suo padre; il suo bisnonno, Domenico Comparetti,  ne parlava diciannove;  sua madre  non è da meno, per tutta la vita rimarrà un suo solido punto di riferimento e confronto consolatorio, anche se Lorenzo è più preoccupato di consolare che di essere consolato.

La sinistra lo elogia senza comprenderlo, vedendo in lui la forma perfetta del vero prete, ma ignorando di lui la sua costituzione religiosa; la destra lo condanna e lo umilia  senza però  perderlo,   per il suo essere scomodo  di carattere  e troppo ingombrante come personalità; ma lui critica entrambi, sapendo che quelle sono solo cose da uomini, mentre lui si sa, si sta occupando delle cose di Dio.

In quanto alla Chiesa che lo isola e allo Stato che lo condannerà senza vergogna   per apologia di reato, Milani fa e avrebbe fatto spallucce, tira dritto per la sua strada, fino alla fine, consegnandosi in eredità ai suoi ultimi, quella manciata di miseri grandi  ai quali lui si era consacrato fino allo sfinimento. Dopo  di loro  verrà  accolto a braccia aperte dal Movimento studentesco (di cui non avrebbe taciuto le contraddizioni e gli errori di campo).

Milani, amici carissimi, più lo si conosce più sconcerta.

Dovendo pareggiare i conti con una scuola per ricchi che favoriva soltanto i già capaci, lasciando alla deriva i deboli,  escogita senza strumenti e senza risorse una scuola di frontiera, senza aule e senza banchi,  senza lavagne e senza quaderni, dove  non mancano solo i libri, spesso di fortuna, e dove si fa laboratorio nel paesaggio, il luogo elettivo della ricerca; una scuola dove non c’era  né  sabato né domenica e nessuna ricreazione. Il figlio di un montanaro che arriva a studiare dopo essersi alzato all’alba e che non dispone di nulla se non della propria volontà di imparare e della propria forza di resistere, non può fermarsi in attività che servirebbero solo a mantenere il suo dislivello ed il suo svantaggio nei confronti dei privilegiati.

Si profila per necessità un insegnante austero, esigente, severo, ma anche totalmente dedito ai suoi scolari. Di loro conosce tutto, la famiglia, le origini, la casa, gli alberi nell’orto, i desideri, le paure, le mancanze…, e per loro farebbe tutto, anche privarsi del sonno, del cibo, di non so quale sostanza avesse potuto  rendersi utile alla buona riuscita finale di questa miracolosa  famiglia  educante che si viene a creare e a farsi conoscere oltre confine.

E poi Milani è lui stesso scolaro tra i suoi scolari, come loro stessi  maestri tra maestri.

Capite dunque che il metodo don Milani in verità non è mai esistito, perchè non si tratta di scoprirne i principi pedagogici, ma piuttosto gli assoluti ontologici ed esistenziali.

Don Milani era semplicemente se stesso, un esempio unico ed irripetibile, che va osservato, studiato, meditato  e conservato nel cuore e nella mente   per la sua originalità e bellezza, per essere stata una grandissima pagina di storia civile e religiosa, tutta italiana ma anche tutta antropologica a tutto tondo.