Ficthe

Ficthe nasce nel 1762 e muore nel 1814. Maggiore di neanche un decennio di Hegel, il quale ripartirà dal suo idealismo  illuminato, trasformandolo.

Ficthe dal suo canto riparte da Kant. Non solo riparte dal maestro ma in qual modo arriva a superarlo, arrivando a conservarne l’impianto messo però a rovescio.  Spieghiamoci meglio.

Kant in effetti ci aveva parlato di mettere la legge morale nel cuore,  ma parlando di Dio dice anche che è inconoscibile e che può essere in definitiva solo lasciato nel suo mondo  che non è certo il nostro.  Per Ficthe l’idea di Dio  si trasforma in una spinta interiore  forte e precisa, non solo idealistica.  Famosa la sua  ripartizione dell’io  che distingue in Io puro, Non io ed Io empirico. Lo scopo della filosofia è quello di educare l’uomo, prepararlo al suo compito di insegnante, di formatore, di dotto.

Gli attribuisce quindi una precisa funzione pedagogica che si deve tradurre in scelte politiche ed organizzative. La nascita della dialettica è in effetti in Ficthe e non in Hegel.

Solo la filosofia tedesca dimostra questa propensione assoluta, perchè quella francese si è rivelata troppo violenta  e quella  inglese troppo utilitaristica. Sul ruolo privilegiato  del popolo tedesco  Ficthe è assolutamente d’accordo con Hegel, o meglio, sarà Hegel ad essere d’accordo con Ficthe.

Le virtù morali sono la fedeltà, il coraggio e il sacrificio. L’essere è chiamato a non tradire l’io infinito che  sta dentro  di sè.

Si percepisce tutta la forza rivelatrice e travolgente che ispirano queste parole e queste espressioni che stanno nella bocca del filosofo come assolutamente inedite e per questo  speciali. Si sta formando lo spirito tedesco,  la patria  germanica e          l’idealismo germanico con tutte le sue migliori intenzioni e promesse.

Tra le sue opere maggiori  troviamo Le caratteristiche fondamentali  dell’epoca presente e Discorso alla nazione tedesca. Ma anche La missione del dotto, Il sistema della dottrina morale e Rivendicazione della libertà di pensiero.

Per il filosofo la storia non è qualcosa che va osservato,  raccontato o semplicemente verificato;  è qualcosa che si sceglie, che si crea, che ci interroga, che ci sprona,  a cui occorre dare delle risposte. Ecco il ruolo soggettivo che era sfuggito ad Hegel o che Hegel aveva ridotto a secondario, incapsulandolo  dentro un Sistema opprimente ed a sua volta oppresso.

Del resto questi sono i due grandi modi con cui guardare il mondo;  c’è chi rimane attratto dalle contingenze e chi rimane attratto  dalle utopie.  Ognuno alla fine  sceglie  quella che ritiene vincente.  Tutto stà nel valutare  il vero  senso della vittoria. E poi è anche una questione di equilibrio,  un equilibrio sempre messo a dura prova sia che si sceglie  la via soggettiva e sia che si sceglie la via oggettiva. Il rischio del male e della follia si nasconde ovunque.

Mi rendo conto di correre, di essere sintetica, ma alla fine si arriverà a un albero complesso  dal quale penderanno  numerosi frutti. Tutti quelli che  sono sbocciati da un seme  che è diventato fiore e che è diventato cibo.

Cibo per il pensiero.