Pascal

Pascal è fuor di dubbio uno dei miei autori preferiti, un filosofo che quando lo leggi non solo si fa capire,  ma soprattutto  cattura l’attenzione del lettore, di un lettore minimamente amante del pensiero, e minimamente amante della natura umana.

Dopo avere fatto esperienza sulla fugacità dell’essere e dell’esserci,  Pascal comincia a scrivere i suoi pensieri, vere e proprie riflessioni fatte a voce alta e nel suo caso specifico riportate con carta e penna, perchè era evidente che in lui fosse presente la volontà di lasciare questo suo riflettere   anche ai posteri, agli amici, ai possibili lettori che avrebbero potuto un giorno, come esseri presenti con lui in una stanza,  argomentare   sul senso della vita piuttosto che sul destino della morte.

Attraverso  le sue inquietudini interiori, Pascal osserva che gli uomini vanno a cercarsi un mare di problemi di ogni genere, per il semplice motivo che non sanno stare fermi e chiusi in una camera, dove è fuor di dubbio che  il rischio di cadere in situazioni complicate e poco utili sarebbe  assai ridotto. L’unico rischio che si potrebbe correre sarebbe quello della noia, di gran lunga da preferirsi al caos.

Pascal non sta invitando alla pigrizia, al dolce far niente, sta semplicemente dicendoci che il vuoto dentro il quale la nostra anima girovaga porta l’uomo a riempirla di qualunque cosa, pur che sia, passando con assoluta leggerezza da un’attività ad un’altra senza sosta alcuna.

Non farebbe, invece, la sola cosa sensata che si dovrebbe fare, ossia chiedersi con che cosa potrebbe realmente riempire questo spazio insaziabile, incolmabile, senza fondo.

Insomma, le persone si affaccendano a trovare sempre qualcosa da fare perchè non sanno stare ferme e sole con se stesse.

E’ la paura della solitudine, che le invoglia  alla confusione continua, ma nella confusione continua la persona  si rende infelice, e la sua infelicità è tale che farebbe qualunque cosa per nasconderla o negarla, e da qui il sopraggiungere di nuove cose, attività o pensieri del tutto superficiali.

Sembra che, dice Pascal, l’uomo abbia deciso di evitare di pensare alle cose che sa di non potere risolvere, e quindi non pensa alla morte, alla miseria e all’ignoranza che lo circonda, cercando consolazione temporanea nel divertimento che è il tenersi occupato in qualcosa.

Dentro questo meccanismo diabolico e perverso, l’uomo finisce per il non vivere mai il suo presente, che è l’oggi, che è l’adesso, che è l’ora in questo momento che accade. Vive piuttosto o sempre preoccupato del futuro, di quello che lo attende di lì a poco, o sempre preoccupato del passato, di come può dimenticarlo o superarlo o migliorarlo.

Se si vuole dare una svolta a questo trastullarsi e buttar via il tempo, occorre cambiare di rotta, di direzione. Non lasciarsi più travolgere e divertire nel senso di confondere, ma decidere di raccogliersi per convergere in un punto preciso che potrebbe essere il punto di ripresa, di rinascita, di scoperta, di illuminazione insperata, di meraviglia, e perchè no, di consolazione.

Infine, che cos’è l’uomo nella natura? Un nulla a confronto con l’infinito, un tutto in confronto del nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto. Infinitamente lontano dal comprendere gli estremi, il termine delle cose e il loro principio sono per lui invincibilmente nascosti in un segreto impenetrabile. Egualmente incapace di vedere il nulla da cui è tratto, e l’infinito in cui è inghiottito.
Che farà dunque, se non percepire qualche apparenza nel mezzo delle cose, in una disperazione eterna di non conoscere né il loro principio né il loro termine? Tutte le cose sono uscite dal nulla e condotte (portées) sino all’infinito. Chi seguirà questi meravigliosi processi? L’autore di queste meraviglie li comprende. Nessun altro lo può fare.

Ecco che le valutazioni del Maestro si tingono di fede, quella fede che Pascal decide di abbracciare e di fare sua, nello stile più rigoroso ed estremo tipico di chi crede di avere trovato la giusta strada dopo un lungo travaglio.

Lo scienziato, l’uomo di mondo, il bambino prodigio, il filosofo la cui fama era sulla bocca di molti, un giorno decide che il mondo non poteva riservargli più nessuna sorpresa, nessuna meraviglia, nessun divertimento per quanto alto e degno di interesse.

E sceglie la contemplazione, il ritiro, il silenzio, la preghiera, l’assoluto tra gli assoluti, il sapere dei saperi, quelle che lui definirà le ragioni del cuore…

Continua…