Schopenhauer e Kierkegaard come apertura al sospetto

Schopenhauer rappresenta il filosofo che si contrappone con coraggio  al pensiero dominante di Hegel, il pensatore geniale che sembrava avere deciso le sorti della filosofia,  ma che invece  ai suoi occhi era  solo un  ciarlatano.

Prosegue,   nel solco di Kant,   l’idealismo critico messo a rovescio. Quello che per il teorico del TU DEVI  rappresentava il non conoscibile  ma necessario e come tale una tensione continua  verso la realizzazione morale della persona, in S.  diventa il TU HAI BISOGNO, tu sei CORPO e devi  soddisfare le necessità del tuo essere finito gettato nell’esistenza, senza aiuti divini che ti possano soccorrere, senza soccorsi  di sorta  che possano dare un senso al non senso.

TU SEI IMMANENZA, NASCITA CRESCITA E MORTE, ma sei anche TENSIONE VERSO LA VERITÀ, nascosta dietro il visibile, l’apparenza, il fenomeno ingannatore di socratica memoria.

L’autore di IL MONDO COME VOLONTÀ E RAPPRESENTAZIONE, è  lui stesso quell’io bisognoso naufragato nel mondo, e nel disperato bisogno di sopravvivere o dare un senso al proprio AGIRE, scopre tre sole  possibilità, che sono o il rifugiarsi NELL’ARTE, o il rifugiarsi NELLA PIETAS, o il rifugiarsi NEL NIRVANA.

Se cercasse di affrontare la vita come  se non ci fosse nessuna angoscia nel viverla, ingannerebbe se stesso, si renderebbe responsabile di una menzogna, di una illusione, di un inganno.

Lo studioso  P. RICEUR parlerà  di  FILOSOFI DEL SOSPETTO, di cui faranno  parte i tre grandi del 900, Marx, Nietzsche e Freud, ma per arrivare alla dichiarata crisi dell’io che si liquefa e si impantana  nell’abisso dell’alienazione, come nell’abisso dell’inconscio, come nell’abisso della volontà  di Potenza, occorre passare dal pensiero di questo autore che mette le basi delle ragioni di una perdita;  perdita della ragione infallibile, perdita della fede indiscussa, perdita di un sistema onnisciente o votato all’onniscienza.

L’individuo ha le sue personali ragioni, ha le sue personali idiosincrasie, ha i suoi impulsi, le sue piccolezze, le sue paure, i suoi dubbi, i suoi sogni, ed è chiamato a scegliere continuamente tra il bene e il male, tra il farsi corresponsabile del dolore del mondo che è ovunque SOPRAFFAZIONE E PREVARICAZIONE, o il decidere di alleviare questa sofferenza universale che è  in tutto, anche nello stesso mondo animale, come fosse anche nelle cose, nella stessa natura, se solo la natura avesse il dono della parola.

Oltre a costruire un ponte tra il sentire occidentale ed il sentire orientale, Il filosofo tedesco ha  particolarmente rivalutato il sentimento universale della compassione.

Evidente il richiamo a Leopardi, al suo PESSIMISMO COSMICO e senza possibile via di uscita, dove il grande poeta si è  fatto maestro di  Schopenhauer, maestro ed anche esempio non superato di eroismo e di spirito di sacrificio.

Non è un caso che S.   venga definito il filosofo degli artisti, avendo dato lui stesso una particolare importanza alla funzione dell’arte.

All’artista riconosce il merito di esprimersi senza prevaricare, di creare senza distruggere, di rendere più bello il mondo che NELL’ARTE dimentica le sue brutture, e magari NELL’ARTE riesce a trovare quel sollievo temporaneo che   contribuisce a rendere la vita più sopportabile.

In quanto ALL’ASCESI, alla scelta di SEPARARSI DALL’AZIONE, decidendo un radicale distacco, si rivela essere una pratica non percorribile nel mondo occidentale, moderno, laico e condiviso, rimanendo una possibilità relegata agli asceti che potremmo definire i nuovi religiosi  del mondo che ha perso la fede in un Dio salvifico e consolatore.

Questo tema delicato e  mai scomparso  del rapporto uomo Dio e della scelta della Fede sopra la vita ordinaria, toccherà invece  nel profondo Kierkegaard come l’altro grande filosofo che accompagna la crisi dell’idealismo e la riconsiderazione del  legame  tra  finito ed  infinito.

Sia l’uno che l’altro hanno messo al centro il singolo, il soggetto, l’io con tutte le sue precise e uniche  caratteristiche, ma mentre  in S.  la sua visione della religione si risolve in un bisogno fallimentare, nel filosofo danese la religione diventa il sale della vita,  ciò che sopra tutto può dare il senso dell’esistente non diversamente trovabile.

In Kierkegaard il pensiero e l’essere si fanno una cosa sola, e se la persona pensa l’infinito si fa lui stesso parte dell’infinito; se l’io pensa Dio è  perché Dio è  già parte di lui, ma non in  un senso logico razionale cartesiano, bensì in un senso essenziale, partecipativo, trascendente, abissale.

Si parla di esistenzialismo, di tragedia del Salto, di rapporto uno tutto, dove l’uno deve avere fiducia nel tutto che non conosce e non capisce, attraverso un atto di FEDE.

KIERKEGAARD è l’asceta che veniva ipotizzato da S.  e che  qui si Incarna, Personifica, VIVE IN PRIMA PERSONA CON LA CARNE E CON LO SPIRITO il dramma di essere finito, ma nello stesso tempo fatto per l’infinito.

Un filosofo è il frutto delle sue esperienze, del suo vissuto, della cultura del suo tempo, delle sue esigenze, ma è anche il frutto  delle sue lotte, del suo travaglio, del mistero individuale  legato all’esistenza, e del proprio mondo INDICIBILE;  qualcuno lo chiamerà più avanti INEFFABILE.

Di fronte alla tragedia della scelta l’essere uomo deve scegliere tra tre modelli: il DON GIOVANNI, il MARITO FEDELE e il Discepolo della verità incarnata.

Per realizzare il proprio essere religioso è necessario l’annullamento di sé stessi, del proprio io finito, e l’incontro tra il finito e l’infinito può  avvenire solo attraverso un atto di sottomissione libera, prova durissima ed estrema che solo la fede pura può permettere nella sua forma liberatoria e ascensionale.

Per farci capire cosa K.  intende occorre pensare alla figura di Abramo che accetta di sacrificare suo figlio per obbedire a Dio. Elemento non trascurabile è  poi osservare  come vanno a finire le cose, ossia Dio che ferma la mano di Abramo, che certo non  aveva  mai pensato  di  trasformare il suo  discepolo in un assassino di figli…

Da un lato c’è il teorico che invita alla NON SCELTA, dall’altro lato c’è il teorico che QUELLA SCELTA LA COMPIE  e la vive fino alle estreme conseguenze.

Entrambi sono corpi finiti e gettati nell’esistenza, solo che il primo vive in un mondo immanente rassegnato all’immanenza, il secondo non si accontenta del fare umano che decide di scegliere il male minore, e sceglie o tutto o niente, o dentro o fuori, o sopra o sotto, un AUT AUT inderogabile.

O sei cristiano vero, o non sei cristiano vero. Punto.

Con questi due pensatori del tragico  il 900 entra nella CONTEMPORANEITÀ dei suoi dilemmi ancora più che mai in atto, anche se il secolo  delle grandi guerre è ormai finito.  L’io cartesiano, l’io eroico, l’io razionalista e panlogista non esiste più,   lasciando il posto all’io lacerato, abbandonato, solo, perso, annientato e tendente, nonostante tutto, all’infinito che non conosce.

Ecco perché si parla di FILOSOFI attuali, che ancora  ci parlano di cose che ci riguardano, padri di scuole di pensiero che hanno assunto le loro eredità e che ancora per molto continueranno a farci compagnia.