Sartre

Jean Paul Sartre nasce  nel 1905 e muore nel 1980. Francese, marxista, ateo, materialista, filosofo, scrittore, drammaturgo, critico letterario  e attivista politico.  Entra nella storia come il teorico  del Nulla ( diverso  dal nichismo già presentato),  interprete a 360° del    nikilismo nicciano, ma anche come il teorico della  politica impegnata, che si fa carico del suo ruolo e della sua funzione antropologica/esistenzialistica. L’agire  concreto nel sociale diviene una fede, una missione, un imperativo categorico prassista, se mi si può fare passare l’espressione.

Si parte dal presupposto che nascere è  un caso, un incidente di percorso. La vita è in sè priva di senso, quasi una condanna, una disgrazia, che ci cade addosso  e che ci obbliga a darci delle risposte non risposte.  A questo assoluto stato di angoscia che per il suo radicalismo risulta incomprensibile alla stessa sinistra che il filosofo rappresenta e identifica, essendo uno dei membri più autorevoli del Partito comunista francese,   Sartre reagisce con l’etica, ossia se vivere non ha nessun senso per se stessi, l’unico senso che possiamo attribuirgli è quello di vivere per gli altri, per  il miglioramento  stesso della vita di tutti.  Che detto così sa tanto di cristianesimo, mentre Sartre gli attribuisce  un  valore totalmente laico e politico, visto la sua non fede  dichiarata,  dove il fare politica diventa la sola vera possibile missione degna  di un uomo  che si trova gettato nell’esistenza senza un perchè.

Il venire gettato nell’esistenza sarà un’espressione specifica  di Heidegger, che vedremo subito dopo Sartre,  anche se Heidegger  legherà il dramma  del vivere tragicamente   ai concetti di Essere e Tempo intesi in chiave  ontologica/idealistica.

Il suo romanzo iniziale,  La nausea,   fatica a trovare un editore,  in esso  emerge   un totale pessimismo e una totale estraneità    nei confronti  di una ordinaria e tradizionale concezione della vita e della realtà;  la chiave di salvezza viene data dall’essere sociale  del singolo.  Il singolo è sì solo, ma non  condannato alla solitudine;  può decidere di dedicarsi  al futuro  di chi lo circonda, di chi ama, verso cui si può identificare attraverso lo sguardo, il guardarsi  negli occhi.  Guardare l’altro è incrociare noi stessi, è ritrovarsi.

L’altro ci obbliga a non fuggire, che se fosse solo per noi stessi  sarebbe legittimo il suicidio e la volontà di sottrarsi  ad un meccanismo  che non comprendiamo.

In quanto al  tempo  tutto quello che accade nel presente è già passato e l’unico tempo che ci permette di andare avanti è il futuro, è l’ancora da venire, da costruire, da progettare.  L’uomo è salvato dal nulla e dalla morte esistenziale  grazie alle sue relazioni intersoggettive. E’ l’amore per l’altro che lo guida, che lo ispira, che lo riempie, che lo tiene in vita, che lo libera dalla noia, dall’indifferenza, dalla nausea   intesa come il  malessere di vivere. Questo sentimento del male di vivere lo ritroveremo spesso in vari autori , tutti tormentati dalla fatica di fare questo pesante mestiere, uno sopra tutti Cesare Pavese  che ci regalerà dentro la sua disperazioni scritti  carichi  di passione  per  il mondo  che ognuno sceglie come proprio,   e per l’umanità  solitaria eppure così coralmente   tenace  ed ancorata  al  proprio sentire/sognare. Nel 1964 Sartre viene insignito al premio Nobel per la letteratura. Non male per uno scrittore che non trovava editori.

L’uomo è tutto quello che non è; l’uomo non è tutto quello che vorrebbe essere. ma non è l’uomo in sè a contare bensì  l’umanità stessa che si guarda (guardare non è solo vedere),  e come si ripete,   incrocia lo sguardo dell’altro, quello sguardo che lo inchioda, da cui non è più possibile sottrarsi.  L’ esistenzialismo è uno stato  del  pensiero e del corpo  che  avremo modo di riprendere  spesso come  parola, da qui in avanti.  In quanto  attivista  ebbe modo di partecipare ai primi movimenti del ’68,  dove scese in piazza insieme ai giovani, che però gli diedero del vecchio, come dire, del matusa, pur rispettandolo.  Evidentemente c’era qualcosa in lui di profondamente distante  dallo spirito giovanile di questa nuova rivoluzione  pronta ad alzare le barricate, ad occupare gli atenei, a proclamare scioperi e ad organizzare  riunioni oceaniche  che cambieranno di fatto senza tante parole e sillogismi  il mondo. Giovani che non si chiedevano perchè esisto, ma come devo esistere per essere mio, per sentirmi vivo, per essere felice.  Non è poi questa la sede per andare a valutare gli errori stessi della rivoluzione sesantottina. Sartre è un bravo  studente  e  impara la lezione;  lascia progressivamente sia il marxismo – leninismo che il Partito comunista, diventando  un anarco comunista. Il suo vuole essere un prendere le distanze dalla violenza di sistema  a cui l’apparato  gerarchico del potere  ha fatto ricorso, con l’utilizzo dei gulag, dei campi di confino, della censura e di altri mezzi terroristici.

Sul piano autobiografico  celebre fu la sua relazione affettiva (ma non assoluta) ed anche politica e filosofica  con la donna che sceglie come sua compagna storica,  Simone de Beauvoir; sul piano internazionale si è già citato la sua collaborazione con Russell   che partecipò/organizzò nel 1966  un  processo contro gli Stati Uniti d’America e le loro malefatte in Vietnam,  ma che poi divenne un Tribunale internazionale contro i crimini di guerra;  Sartre  fu partecipe a tutto il lungo cammino della guerra fredda tra Usa e Urss,  attento  lettore della storia oscura  e feroce  di quegli anni.

Personaggio insomma  dei tempi nostri semirecenti, del quale possiamo andare a scoprire molto sulla rete e nei vari video storici  che possiamo trovare.

 

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Popper

Popper nasce nel  1902 e muore nel  1994. Attraversa   tutto il novecento   assistendo e partecipando ai suoi conflitti  e alle sue complesse problematiche. Passa alla storia  come il maggiore teorico del razionalismo critico  e come colui che teorizzò una necessaria patente che abilitasse all’uso dei media.

Dopo  essere uscito illeso da due guerre  mondiali   ed essere entrato a far parte di una società   democratica e capace di conservare  un relativo stato di pace,  Popper si mette ad osservare  l’utilizzo della grande comunicazione di massa, trovandola spaventosamente violenta,  lei stessa produttrice  e suggeritrice di comportamenti  non equilibrati, eticamente poco edificanti, distruttivi e diseducativi nei confronti sopratutto  delle generazioni più giovani ed ancora in crescita.

Popper vuole portare l’attenzione sulla responsabilità che riveste il giornalista ed il conduttore di programmi televisivi; ogni parola, ogni immagine, ogni  sequenza, ogni contenuto scelto contro quello cestinato,  hanno alla base un piano orientativo  che  porta con sè enormi  reponsabilità che  invece non vengono assunte o delle quali non si è abbastanza consapevoli.

L’obiettivo dominante emergente è  comprendere i fatti del mondo e adattarsi all’ambiente. Il cuore stesso di una civiltà dovrebbe invece essere conservare la pace ed alimentarla in ogni modo, contro il mettere in commercio messaggi di morte, di offesa, di distruzione, di provocazione, di esaltazione della  violenza.

Logiche di mercato e di odiens hanno la meglio sulle logiche educative e formative che dovrebbero sempre rimanere centrali nei professionisti che si occupano di comunicazione di massa. Si parla di Movimento dei pugni al quale andrebbe contrapposto  il Movimento  dei saggi, di chi si ferma a riflettere e valutare.

Se ci sono due tipi di società, quella governata dalla forza e quella governata dal diritto, è ovvio che una società  giusta deve perseguire il diritto e non la forza. Il liberalismo insegna che si è liberi di fare solo quello che non danneggia il nostro prossimo. Dentro il rispetto della legge ed il suo miglioramento  può solo  agire  l’essere democratico.

Il potere della  televisione  (tema centrale in Popper) va   controllato se si vuole evitarne la sua deriva; chi dice il contrario o è un truffatore o è un idiota.  Queste continue spinte popperiane  verso la necessità di controllare  la selezione dei programmi è detatta da una diretta osservazione che il filosofo ha modo di  compiere sugli stessi bambini, essendo lui stato insegnante di scuola primaria come di scuola secondaria.

Un bambino che assiste ad una scena violenta tende a chiudere gli occhi davanti alle scene più forti ed aggressive,  istintivamente, come forma di difesa davanti ad una immagine che non comprende, che rifiuta, che vorrebbe non vedere.  Questo ci deve dire ed insegnare qualcosa che invece si continua ad ignorare. Da qui la proposta di istituire  l’Istituto per la televisione e una   licenza per potere andare in TV. Questa licenza, se violata, può essere revocata, come accade ai medici che vengono inseriti in un Albo al cui Ordine un medico non corretto può venire cancellato e degradato dal suo ruolo. Ma anche come accade ai cattivi insegnanti che se colti a trasmettere insegnamenti negativi possono venire licenziati/sospesi, o come accade a tutte quelle categorie di lavoratori che vengono asservite a un Codice disciplinare e a un Giuramento  deontologico  ed etico.

Del  resto Popper è di fatto un’autorità indiscussa in materia; assiste alla nascita della grande comunicazione e la studia fin dall’inizio nel suo evolversi. Raffrontando la televisione dei primi decenni e quella che è diventata negli anni a divenire,  il filosofo  non può fare a meno di ravvisare un decadimento contenutivo, una minore cura nella scelta qualitativa dei programmi, ed un aumento paurosamente esponenziale dell’indice  di violenza ed aggressività. Sarà lo stesso indice di violenza presente nel mrxismo che  allontanerà Popper dal marxismo (come era accaduto nei confronti della psicanalisi), per avvicinarlo al già citato liberalismo e poi al neopositivismo. La sua opera più significativa sarà La società aperta e i suoi nemici.

Da vero insegnante non disconosce l’importanza dell’imparare dagli errori, però distingue  gli   errori rimediabili dagli errori irrimediabili. Per evitare  i secondi è necessario un sistema di controllo ma anche di autocontrollo, una specie di forma  autocensoria capace di dare l’esempio e di incoraggiare a fare sempre meglio. La democrazia funziona   quando si dà  delle regole e si impegna al rispetto di esse; che siano poche ma chiare  e incontrovertibili.  Si parla di fare due processi paralleli: uno per una società libera ed uno per una società controllabile. Ma come applicare il modello Popper?

Ecco in sintesi i passaggi salienti di questo modello:

  •  occorre contestare il  principio di   verificazione  (circolo di Vienna)
  • ad esso opporre il principio di falsificabilità distinto tra le teorie sceintifiche e le teorie non scientifiche
  • la scienza non è teleologica, cioè non ha un fine  prefissato
  • ma è una struttura che si erge sopra una vasta palude vischiosa
  • si procede dentro una ricerca continua per verosimiglianza
  • dove la scienza non è sinonimo di certezza ma di tentativo continuo verso il  veritiero
  • poichè la verità è sempre in cambiamento anche attraverso l’errore

In ambito culturale Popper contesta lo storicismo e l’olismo; il primo perchè nei fatti storici non vige il determinismo scientifico, il secondo perchè presuppone una società totalitaria  che si basa sul vantaggio della  società chiusa sopra lo  schiacciamento  del singolo.  Alle società chiuse   che si impongono con sistemi totalizzanti, gerachici e violenti  Popper preferisce le società aperte, non certo infallibili, ma meno violente,  non gerarchiche,  riformatrici, disposte al dialogo e  alla mediazione.

Insomma,  ne emerge un quadro  in parte contorto anche se si può respirarne  l’onestà intellettuale di fondo;  è l’idea di questa  presunta licenza abilitante per potere essere ammessi a fare  televisione, che ha lasciato un pò spiazzati i critici e gli addetti al settore.  Chi deciderebbe  chi  fare entrare  in questo ambitissimo circuito mediatico?  E  come impedire la libera espressione  che non può essere e non vuole         essere   sempre educativa ma piuttosto reale, e quindi piuttosto  critica nei contronti del reale?  Se le risposte utili possono venire solo o in primis dalla poliitca,  perchè la politica si sarebbe ridotta ad un circo  che sa dare di sè solo immagini  degradanti  e  imbarazzanti, dove la televisione continua a rimanere quel luogo dove impazza il terrore, l’osceno e l’esaltazione del crimine?

Sono le tante  domande rimaste aperte alle quale Popper cercava di dare un ordine.

Nietzsche

Nietzsche  nasce nel 1844 e muore nel 1900. Muore ma continua a vivere tra noi al pari di Socrate e Gesù. Filosofo controverso, prima disprezzato ed isolato, poi rincorso e celebrato; prima accusato d’essere stato l’ispiratore del nazismo, poi  recuperato come espressione stessa del ‘900, il secolo della tragedia assoluta, dell’uomo contro l’uomo e della morte di Dio.

Compie degli studi classici e filologici,  ama il mondo greco antico dove vi scopre bellezza, armonia, voglia di vivere, ed assume le due figure mitologiche   di Apollo e Dioniso  come i segni tangibili della complessità umana, in parte tendente al razionale, al controllato, al perfettibile,  e in parte tendente all’impulsività, alla creatività e alla ribellione; queste due forze si uniscono e da qui nasce la tragedia della vita, il vivere tragicamente ma proprio per questo  splendidamente.

La vita è fatta di scontri, lotte, disarmonie, desideri o idee insopprimibili per i quali  si deve essere pronti a tutto; l’uomo eletto   non può lasciarsi spegnere dentro convenzioni, modi di fare e  di dire, modi di pensare; deve essere se stesso, deve rivendicare con determinazione il suo posto ed il suo ruolo di Uomo nuovo, di Uomo Profeta.

Il tono di Nietzsche è provocatorio, critico nei confronti della filosofia dominante, del suo essere così bellamente accademica, bellamente composta, bellamente rigorista e  pretestuosa della propria infallibilità.  Il nemico primo della filosofia vera è   stato Socrate, responsabile  di avere voluto uccidere la tragedia, l’essere tragico/dannato/maledetto della vita che non è razionalità, che non è fare la cosa giusta, che non è rincorrere   una  verità  che non può essere colta. Almeno questa è la lettura a mio avviso distorta che fa il filosofo di Socrate.  L’unico personaggio della storia che Nietzsche riconosce eroico e degno di nota  è Gesù stesso,  che però non è stato compreso, che però ha dovuto consegnarsi alla morte, che però  è stato ipocritamente  immortalato dal cristianesimo che  per primo lo ha tradito andando a costruire una Chiesa che è tutto tranne che l’immagine stessa del Cristo in croce.

Forse Nietzsche ce l’ha tanto con Socrate proprio perchè di tutti i pensatori  a lui precedenti è stato l’unico che avrebbe saputo   tenergli testa, l’unico che  davanti alle sue provocazioni non si sarebbe scomposto  minimamente ma  avrebbe  iintrapreso  con  competenza   un dialogo  con il suo interlocutore, e chissà quale meraviglia  sarebbe potuta scaturire dal loro parlarsi,  al di là delle  disarmonie  e  indubbie   incompatibilità.

Nietzsche è come un bambino che davanti al re nudo grida al mondo  incartapecorito che il re non ha le mutande, che il re è senza vestiti, e non c’è verso di farlo tacere questo bambino che rappresenta la voce della verità e dell’innocenza, e quella degli altri la voce della menzogna e della malvagità.

Il filosofo si fa l’annunciatore rimasto inascoltato ( o  frainteso)  di un messaggio  scomodo, terribile, inquietante, che nessuno coglie nella sua lucidità, perchè è anticipatore di situazioni ancora a divenire, ancora in metamorfosi, ancora in preparazione e che nessuna mente sana avrebbe saputo/potuto  prevedere.  Nietzsche è se stesso fino in fondo oltre la sua stessa volontà e consapevolezza; come dire,  prigioniero del suo destino ma  artefice libero  del suo pensiero, di cui si assume fino in fondo la propria responsabilità.

Personaggio fuori dagli schemi, in ogni senso; solitario, battagliero, estremo, folle, inquieto, e nello stesso tempo ferreamente  irremovibile.  Verso la fine della sua vita folle lo divenne per davvero, della sua malattia nervosa si è potuto sapere poco  o quasi niente (forse una malattia genetica  ereditata),  si sa solo che sopraggiunge la figura della sorella  che lo assiste e che  si impadronirà/occuperà  dei suoi  ultimi scritti, di cui curerà la  pubblicazione post mortem. Ecco che  occorre discernere di queste ultime pubblicazioni  quanto fosse farina del sacco di Nietzsche e non piuttosto farina del sacco della sorella, che ne  diresse indubbiamente   gli orientamenti.

Il mondo politico e storico  ha voluto vedere in Nietzsche ora  un teorico  del superuomo di destra, ora  un teorico dell’oltre uomo di sinistra.  Il suo pensiero annunciatore di tragedia  si è consegnato come un libro aperto che andava continuato nella sua  scrittura,  e così il suo messaggio è continuato dopo di lui, oltre le sue stesse intenzioni, attraverso il suo concetto di Volontà di potenza e di Eterno ritorno.

Il maggiore studioso vivente  di Nietzsche,  Sossio Giametta,  sostiene che l’unico abbaglio del filosofo è stata la teoria dell’eterno ritorno.  Nietzsche non sa a quale santo votarsi, dopo avere  tolto di scena Socrate che detestava con tutto se stesso, e lo stesso Gesù, che a suo vedere si era autoeliminato,  rivelando   una ben palese verità: se vuoi avere la meglio in questo mondo, che è l’unico che ci viene dato, non ci si può fare degli agnelli, che saranno sbranati dai lupi, ma ci si deve fare dei giganti arditi e  desiderosi  di vincere.  Al   grido “Uomo sii te stesso”  e ancora “Ecce homo”,  ecco l’uomo nella sua nudità, nella sua essenza e potenzialità.

Chi   vive nella paura morirà nella paura; chi vive nel coraggio morirà con coraggio. Ma perchè allora l’eterno ritorno? Eterno ritorno significa appunto avere vissuto invano, avere vissuto per tornare  al punto di partenza, non avere davanti a se una prospettiva e una via di fuga,  ma appunto l’incubo/condanna    di  retrocedere o rimanere sempre nella  stessa  condizione  anzichè potere spiccare il volo….

Fondamentali   le sue varie opere (oltre Ecce Homo già citata), dalla Gaia scienza a  Così parlò Zarathustra,  dalla Nascita della tragedia  a Considerazioni inattuali, nei cui saggi il filosofo si occupa soprattutto  della realtà del suo Paese e di quello che stava accadendo in Europa e sarebbe  minacciosamente   accaduto di lì a poco.

La nazificazione del pensiero niciano  è stato un passaggio  storico ad opera della estrema destra; siamo davanti a un pensatore antidemocratico, aristocratico, elitario, che incoraggia la forza e  l’ardimento, i sentimenti di lotta e conquista di una minoranza sopra la massa che è tale perchè lei stessa chiede d’essere guidata. Ma inneggiare ad Hitler  non era certo l’intenzione di Nietzsche. E poi il filosofo è dichiaratamente  filosemita e non antisemita.  Apprezza e riconosce al popolo ebraico  il   suo essere un popolo speciale e illuminato/predestinato.   Il filosofo in verità   pensava ad un Uomo Superiore Moralmente,  che sapesse ricorrere alla forza per imporsi in un mondo che i Gesù li manda in croce per  impotenza  e i Socrate li manda a morte  per difetto di calcolo.

Insomma, mai Nietzsche avrebbe   voluto  preannunciare il nazismo, è stato il nazismo  a  trovare nel filosofo  un  qualcosa   che ha voluto  indossare  a proprio  uso e consumo,  finendo per  creare   non l’Uomo Nuovo che il filosofo si attendeva,  ma  l’uomo macchina, l’uomo svuotato totalmente di umanità, l’uomo Gerarca, l’uomo carnefice e programmato   che guarda al mondo come a un recinto  abitato da due generi di esseri viventi:  quelli con l’anima degni di vivere, e quelli senza anima degni di morire, perchè riducibili a cose. Il nazismo si è inventato  il delitto non delitto,  l’annullamento delle coscienze,  lo svuotamento  del sentimento  umano  universale, la banalità del male (Hannah Arendt),  la  derisione  del dolore  che viene dichiarato  irrilevante.   Semplicemente. L’orrore  della destra nazista è stato questo. In quanto all’orrore della sinistra stalinista e non solo,  è qualcosa di simile/dissimile    che però  il mondo occidentale non ha avuto modo di vivere direttamente, quindi non ne ha inglobato  i germi e gli stessi anticorpi. Ecco perchè in Europa si è convintamente od obbligatoriamente  tutti antinazisti (e di pari passo antifascisti) ma affatto convintamente ed obbligatoriamente    antistalinisti o antimilosevigisti. Si crede che il comunismo si è fatto fuori da sè ma invece ha solo spostato le sue mire da un campo statalista/esteriore/ideologico    verso un campo psicologico/interiore/burocratico.

Ne deriva    la rabbia dell’estrema destra che si trova discriminata  in ogni suo fugace  tentativo di riaffermarsi e di dire al mondo  “Io esisto e continuo ad esistere” , ma lo stesso non accade con l’estrema sinistra  che  rimane libera di manifestarsi  senza che nessuno se ne abbia ad accorgere o a potersi legittimamente   lamentare.  L’uomo che stiamo imponendo nell’educazione  generalizzata  è quello  materialista, scientista, razionalista, tecnologico  e agglomerato. L’uomo messo nel gruppo e  omologato, uniformato, controllabile, strutturato,  decostruibile.

Per l’occidente la sinistra estrema e totalitaria deve ancora gettare  la sua maschera. E forse non la getterà mai,  perchè si è defilata  da se stessa  diventando lei stessa  capitalistica, indossando lei stessa una bella apparenza di facciata  e  mettendo una maschera  nuova  sopra un’altra ancora più sibillamente. Quello che non è stato possibile ad opera del nazismo  messo  drasticamente alla berlina  per merito  dello stesso  suo agire  storico,  è stato reso possibile  alla sinistra  che in Europa  non  ha mai  mostrato la sua faccia cattiva,  vera,  pericolosa.  Da questa situazione ingarbugliata e  confusa  ma  sotto gli occhi di tutti,   sono nate    filosofie  sempre più  astruse e  criptate,  dominanti e   distaccate dalla realtà e dal sentimento del buon senso o senso comune.   Dentro esse e tra di esse   rimane vivo ed imperioso   il bisogno di  un pensiero capace di fare Rinascere l’Uomo Nuovo non  cammuffato.   O  forse a questo punto occorre dire  Nascere. Da qui l’attualità di Nietzsche che continua a vivere tra noi come  una  miccia   pronta   a tornare  accesa.  O a ricordarci  da dove  veniamo. Oltre il suo nikilismo  che non è di Nietzsche  ma dell’uomo rimasto vecchio, corrotto, vuoto.

Sono tematiche complesse  che richiederanno riprese, rivalutazioni, riconsiderazioni e ampliamenti.  Mi si voglia quindi intendere  in un senso  dialettico  e  affatto  definitivo.

Purtroppo o per fortuna   le pagine di filosofia sono solo un aggancio da cui potere partire per personali e successivi  approfondimenti.

 

Toqueville

Prima di lanciarmi  a 360°  nel complesso mosaico filosofico del ‘900, volevo dare uno sguardo a Toqueville, filosofo francese di origini aristocratiche ma di indole liberale   che si è occupato dello studio   della democrazia americana.

Siamo  tra il 1830 e il 1848, ossia siamo in piena Restaurazione europea, e Toqueville è un giovane  membro attivo della  Prima  e  poi  Seconda Repubblica francese. Nel 1831  attraversa un momento di crisi personale e accetta l’invito di andare per un anno in America  a studiare il sistema penitenziario, sull’onda della necessità di trovare risposte adeguate ad una realtà diventata  inaccettabile.  Almeno per le sue idee liberali.

Con sorpresa scopre una realtà di vita profondamente diversa  le cui riflessioni lo porteranno alla stesura della sua opera più celebre, La democrazia in America, dove ne descrive i vantaggi (non essendo stato lui stesso assistente  ai suoi  indiscutibili e magari  secondari  limiti).  Negli Stati Uniti americani le persone vengono livellate e si offre a tutti indistintamente la possibilità di emergere, senza  privilegi di classe.  Questa realtà non esiste in Europa che si è formata su un regime classista e profondamente differenziato.  Divenuto deputato nel 1839  si attiva per l’abolizione della schiavitù nelle colonie e per la riforma carceraria.  Rimane in politica fino a che la deriva radicale, violenta e autoritaria della Rivoluzione  risulta incompatibile con le sue idee liberali.  Si ritira a vita privata ma poi  morirà relativamente giovane  affetto da tubercolosi.

Della Rivoluzione francese Toqueville sottolinea il suo essere degenerata nel Terrore e nel dispostismo, terrore e dispostismo  che non sono dovuti accadere nella Rivoluzione americana.  E’ pur vero che non è tutto oro quello che luccica.  L’affermarsi della democrazia ossia della uguaglianza e della libertà  può  generare la caduta nell’individualismo. Il singolo delega il suo potere politico all’organo  istituzionale che andrà a rappresentarlo con totale libero arbitrio e senza nessun controllo e partecipazione diretta.  Si rischia di cadere in un dispotismo democratico, cioè in un paradosso, in una falsa democrazia, più apparente che reale.  La soluzione a questa deriva può essere data dal restauro dei corpi istituzionali intermedi, ossia le Associazioni civili, le corporazioni, le iniziative organizzative che partono dalla base sociale. E poi naturalmente  la democrazia vince se si avvale della partecipazione di tutti, attraverso il suffragio universale maschile (per il momento non si parla ancora di quello femminile). Tutto questo già accade in America, dove l’associazionismo è incoraggiato, dove si lascia libertà di espressione e di culto, e dove si pratica il suffragio universale maschile.

Il nemico assoluto della democrazia è  l’appiattimento, la massificazione.  Se per diventare tutti uguali dobbiamo diventare tutti massificati e quindi impoveriti delle nostre diversità, la democrazia tradisce se stessa.  Partecipazione significa  quindi   associazionismo, decentramento, diritto al voto  e libertà di religione. Libera Chiesa in libero Stato, arriverà a concludere Cavour;    Cuius regio, eius religio, si era arrivati a concludere durante le terribili  guerre di religione. Pur essendo laico ed ateo, Toqueville riconosce ed attribuisce alla religione la funzione di   garantire la sfera privata ed interiore accanto a quella pubblica e civile. No quindi all’anticlericalismo che aveva fatto orrore in Francia, no alla religione di Stato che aveva fatto orrore in Francia, no al cadere in forme nuove e totalitarie di cui tutta la rivoluzione francese a confronto con quella americana  è piena.

Eppure l’Europa per diventare quello che è diventata (la culla di tutte le massime culture nel mondo)  ha avuto (così sembrerebbe) bisogno di passare dalla violenza. Violenza che senza neanche stupore  oggi Toqueville sarebbe portato a riscontrare più che mai nella civilissima odierna   comunità statunitense.

Toqueville stesso  aveva dovuto osservare le disparità razziste dello Stato americano  nei confronti dei nativi americani, gli indiani, e nei confronti degli afro americani e degli asio americani.  Immaginò  auspicabile ma affatto semplice la loro integrazione.  Di fronte al razzismo scientifico di Gobineau (suo amico)  dichiara di non condividerlo,  ma   il pensatore marxista Domenico  Losurdo  lo accuserà di avere fatto/pensato  una democrazia etnica   ed incapace di vera integrazione. Alla storia l’ardua sentenza.

 

 

Russell

Russell  nasce nel   1872 e muore nel  1970. E’ gallese, aristocratico e subisce un’educazione puritana. Per un periodo della sua maturità visse   negli USA  ma poi tornò a vivere nel Galles. Ha avuto modo di conoscere molto bene la cultura americana, con la quale si scontra per le sue idee pacifiste e anticonvenzionali.  Favorevole al matrimonio come al divorzio, ma anche ai diritti gay, ma anche per una educazione innovativa e decisamente libertaria.   Si sposa per ben quattro volte; con la sua seconda moglie, la femminista  Dora Black, si impegna nella  gestione   di una scuola   sperimentale e libera, soprattutto sotto il profilo sessuale,  che però fallisce per ovvie  complicanze di vario genere.

Per le sue idee pacifiste   arrivò a subire   il carcere, di fronte al quale  rifiuta ogni genere di privilegio che gli  viene offerto per la sua condizione  fisica (ormai anziano)  e  di nascita ( membro della Camera dei Lords).  Partecia  alla Corte Russell (che prese il suo nome ) chiamata  in giudizio contro i crimini perpetrati nella guerra del Vietnam, dove collaborò  con il comunista Jean Paul Sartre, un altro importante interprete  del tempo e del razionalismo critico. Collaborò con Einstein  contro il militarismo nucleare e per il disarmo, pubblicando il Manifesto antinuclearista  che prese  il nome di entrambi, con   la differenza che  Einstein aveva collaborato alla creazione della bomba, per poi pentirsene. L’unica forma di guerra che può essere giustificata è quella che serve per ripristinare la pace (pacifismo relativo).  L’unica forma di armamento nucleare  sensato dovrebbe essere  con un intento  deterrente.  Fu  ostinatamente antimarxista (per  il suo dogmatismo al pari del capitalismo assoluto), antistalinista ( da cui temeva il diffondersi del comunismo  visto come un regime totalitario) e  poi anche  antinazista (quando comprese che il dialogo con Hitler non era possibile).

Condannò il comportamento americano per la gestione del delitto Kennedy; accusò i dirigenti politici di avere preferito  un facile   colpevole alla ricerca delle varie e complesse responsabilità.

Scrisse moltissimo di etica, morale  e matrimonio (per cui ebbe una decisa esperienza). Nel 1950 gli viene dato il nobel per la letteratura. Tra le sue opere  si cita    Storia della filosofia occidentale, I problemi della filosofia, Perchè sono cristiano e La  conquista  della felcità.

E   in filosofia, cosa fece Russell in filosofia?  Fu maestro di Wittgenstein e di Popper,  arguto matematico e sostenitore del metodo deduttivo  di controllo contro quello induttivo. Così spiegò la sua posizione: c’è un tacchino che tutte le mattine alle ore 9 riceve il suo pasto. E’ ragionevole concludere, ad opera del tacchino, che il tacchino pensasse di sè “Ogni giorno alle 9 io mangio”. Poi un giorno alle 9 fu invece sgozzato. La sua teoria si rivelò falsa.  Quel tacchino siamo ovviamente noi che veniamo tratti in inganno solo da  una realtà che è sempre temporanea, in evoluzione, e mai definitiva.

Russel fu il padre del neopositivismo, neoempirismo e  razionalismo critico.In epistemologia   sostiene che   l’uomo conosce dai dati sensoriali e non può avere un contatto diretto  coi dati fisici che rendono possibili i dati sensoriali. Ossia,   la conoscenza avviene  per dati  empirici, momentanei e soggettivi  che rimandano al dato esterno e reale, e non interno e ideale.   Persino la matematica non può essere ridotta a logica,  perchè nello scibile umano  non c’è niente  di assoluto. Si parla per questo del Paradosso di Russell.

Si occupò di filosofia del linguaggio e di filosofia analitica; nella prima teorizzò la teoria delle descrizioni, ossia per capire se una frase è vera occorre osservarla nella sua totalità e non nelle sue singole parti, per esempio la frase “L’attuale re di Francia è calvo”  risulta essere vera se esiste un re di Francia e se detto re è calvo, altrimenti è falsa, ma non  priva di senso, perchè la sua struttura logica  rimane sensata. Con Wittgenstein condivise la teoria dell’atomismo logico, ossia esistono proposizioni minime che non possono essere ulteriormente ridotte e che costituiscono i fatti atomici. Poi i due filosofi seguirono strade diverse. Per Wittgenstein Russell peccava di superficialità.

Sul fronte sociale ebbe una notevole influenza, sia per la sua presenza attiva, sia per  le sue lotte pacifiste continue, sia per il suo socialismo democratico, sia per la sua personalità eccentrica, coerente   e fuori del comune.

 

 

 

Il pragmatismo americano

In filosofia non siamo tutti interioristi, idealisti e spiritualisti, anzi, la filosofia si è sempre divisa in due grandi fiumi  che hanno  acque ben differenti dentro di sè, o meglio, le cui acque vengono utilizzate in maniera profondamente differente.

Il pragmatismo americano di fine 800 e di primo  novecento  è tra quelle filosofie cosiddette dell’azione; ciò che conta è potere ottimizzare subito qualcosa per vederne in tempi  brevi i suoi frutti o interessi. Per la precisione è una filosofia della prassi, cioè conta quello che andiamo facendo e non solo teorizzando.  Il pensare una cosa significa andare a fare quella   cosa. Orbene,  se si ha l’intenzione di costruire una casa  nel giro di  poco tempo si potrà vedere costruita  quella casa. Se si ha l’intenzione di costruire un  modo di vivere e di essere,  occorrerà tutta una vita intera per andare a vedere il risultato realizzato. Il pragmatismo non avrebbe  tutto questo tempo, è u n giovane che corre di fretta, oggi qui domani là, chissà dove.

Certo non manca di metodo: che è sempre lo stesso, deduzione, induzione e abduzione. C’è una curiosità, un dubbio (non nel senso amletico ma scientifico) e allora scatta la ricerca;  in ogni modo l’uomo è sempre chiamato a decidere,  ad applicare il metodo scientifico in modo da potere verificare il suo pensiero, le sue probabilità di successo. Nella vita non ci sono certezze che tali rimangono, ma solo  credenze che si trasformano in altre credenze dentro un circolo continuo.

I primi   interpreti del pragmatismo saranno Charles  Pierce e William James.  Questo secondo  sottolineerà l’importanza   del comportamento consapevole contro quello meccanico.  Senza mai perdere l’aggancio utilitaristico di fondo del pragmatico.

Per intenderci, avere il pensiero   che Dio esiste potrebbe solo significare  una ricerca scientifica più serena, e nulla più.  Come dire, l’animo umano rimane umano, rimane se stesso, attaccato alla vita pratica e molto poco alla vita ascetica, sempre che si possa ritenere  razionale.  Si sottolinea  piuttosto la spinta emotiva e motivazionale che potrebbe arrecare  successo   all’azione   l’esercizio  del sentimento del credere.

Però i pragmatici non sono solo dei freddi calcolatori; se vanno ad applicare il loro credo  pragmatico   in un settore sociale come quello dell’istruzione e dell’insegnamento,   ecco che  tutto il credo  in  sè possibilistico   si trasforma in un ardente progetto che coinvolge la collettività,  che coinvolge le istituzioni, che  a loro volta coinvolgono  le famiglie e così di seguito, dentro una  logica del partecipare, del lasciarsi coinvolgere, del far fare e dell’imparare facendo. John  Dewey  sarà il massimo esponente del pragmatismo pedagogico e sociale   in America.

Dal suo canto  individua nel bambino il bisogno di avere delle abitudini che consolidano il suo apprendere, mentre nell’adulto  sono necessari continui impulsi intellettivi   che lo spingano a sapere  rinnovarsi, per non cadere nella vuota  ripetizione.  Per Dewey la società è una continua scommessa; non ci sono fini che non possano diventare mezzi e viceversa.  Per esempio, un oggetto artistico è contemporaneamente bello ma anche utile, per la sua ricaduta collettiva.  L’arte si distingue dalla non arte perchè la prima è espressiva mentre la secona è produttiva.  Ma  nella vita ci vogliono entrambi, l’espressione quanto la produzione.

E’ tutta una questione di organizzazione sociale;  occorre fare delle scelte che valorizzino e  stimolino  la cosa giusta al momento giusto.   La filosofia ha il compito di influenzare  gli indirizzi  generali messi in pratica,  così come la religione  deve uscire dai suoi recinti (che sarebbero le chiese)  per diventare moralità toccata dall’emozione.

Insomma, non male per un pragmatico.

 

 

 

 

Croce

Croce nasce nel 1866 e muore nel 1952. Rappresenta uno dei più noti e significativi filosofi italiani  di tutti i tempi.  Identifica l’idealismo  in Italia  e  fonda l’Istituto italiano di studi storici, segnando un punto di svolta.  Il tema centrale è la storia intesa come  azione e pensiero.  Dopo  Croce ogni filosofo italiano e non solo  non potrà che  ripartire, in materia di idealismo,  dalle sue considerazioni.

In primis assegna all’arte un ruolo fondamentale; l’arte è autonoma  e non può essere in nessuna maniera strumentalizzata. Tra tutte le arti  un posto speciale spetta alla poesia che lui distingue in poesia, anti poesia  e non poesia. Naturalmente l’amore per la poesia si allarga a tutta la letteratura, che lui conosce  approfonditamente e a cui dedica tutta la sua vita.   Dell’estetica dice che è una linguistica in generale.  Croce è sagace, critico, imprevedibile e controcorrente; parla all’interno delle cose, si identifica con il narratore,  è scavatore dell’anima, scandagliatore  dei particolari  in apparenza  insignificanti.

Inizialmente legato ad una fede tradizionale, verso la giovinezza è portato ad abbandonarla. Un atto   luttuoso terribile arriva a sconvolgere la sua esistenza; perde tutta la sua famiglia  nell’evento sismico di Casamicciola del  1883, e quindi si trasferisce nella casa dei  parenti  Spaventa,  quella famiglia  che abbiamo già visto nominata come  interprete importante della  costruzione dell’unità  d’Italia.

Croce non  possiede una particolare vocazione politica, non è uomo d’azione ma di pensiero, anche se l’azione lui la vive proprio attraverso l’agire   del suo pensare.  Più la vita intorno a lui è movimentata e frenetica, più lui sente il bisogno di ritirarsinelle stenze della sua importante biblioteca di famiglia, fino a che ha modo di incontrare Labriola come docente universitario.

La conoscenza con Labroiola (anche lui importante protagonista  della politica del momento)  lo riconcilia con la fede. Sono gli anni in cui nasce in Italia il Partito socialista al  quale però non aderisce direttamente.  I suoi studi si allargano, legge Marx e approfondisce il materialismo storico al quale replica con la sua Critica al materialismo  storico. Inizia a collaborare con De Sanctis  e poi con Gentile che gli succederà  non con lo stesso  vigore  filosofico.  In questi anni scrive la Critica all’estetica. Non c’è momento che lo possa trovare in ozio; la sua giornata è fatta di lettura continua, riflessione e poi scrittura. Il suo stile viene definito meraviglioso, avvincente, unico,  e non per nulla conquista tutti.

Più Croce scrive, e più nascono in lui progetti pratici e concreti; fonda la Rivista letteraria,  inizia la sua Opera politica  e civile, scrive saggi su Hegel e Vico, fino a scontrarsi con i futuristi che  scrivevano sulla Voce. Dei futuristi, più che del futurismo, contesta l’agire irrazionale e impulsivo. E sulla guerra fu neutrale e non interventista.

Coerentemente  si schierò contro il fascismo (dopo i tragici fatti del delitto Matteotti)  dal quale prese le distanze,  anche dallo stesso Gentile ormai divenuto Ministro della Pubblica Istruzione;  si ritira  progressivamente a vita privata, senza comunque uscire di scena. La sua casa diventa  un luogo di incontro continuo, passaggio di intellettuali  (Giustino Fortunato fu uno dei tanti)  e giovani studenti desiderosi di misurarsi con il loro maestro.

Quando il fascismo ricorre apertamente a metodi spionistici e terroristici, progressivamente la sua casa si svuota, e si riduce a pochi fedelissimi e quasi intoccabili, come lo era lo stesso Croce per l’opinione pubblica del tempo.

Nel periodo del suo ritiro forzato, ma tanto congeniale al filosofo, proliferano le sue opere, dalla Storia di Napoli, alla Storia d’Italia, alla Storia d’Europa. E’ proprio Croce a fondare il Manifesto antifascista e nel periodo bellico che va dal 1940 fino alla fine  la sua casa di Sorrento, villa Tritone, diventa un punto di riferimento per  gli  intellettuali  liberali e  favorevoli  alla fine della dittatura. Il 14 luglio 1944    si ritira dalla vita pubblica, dopo avere partecipato  al Congresso antifascista che si tiene a Bari sempre nel 44.

Nel 1946   partecipa all’Assemblea costituente   e si schiera contro i Patti lateranensi, difendendo la scuola pubblica.  Critica il Partito comunista, che non appartiene al suo pensiero moderato e  idealistico/cattolico.  Quando gli propongono  la presidenza della Repubblica o la senatura a vita, rifiuta.

Nel 1947 inaugura l’Istituo nazionale di Ricerca e mette la sua importante biblioteca al servizio del pubblico, privato e istituzionale. A lui arrivarono 400 allievi/studiosi da tutto il mondo, attratti dal suo nome e dalla sua   forza di pensiero.

Nel 1949 compie il suo ultimo viaggio a Roma.

Nel 1952 muore serenamente nella sua casa, si dice con un senso di liberazione, andando a consegnare agli altri la sua memoria  e quello che lui senza dubbio ritenne il peso della vita, quella vita che esige rigore, diremmo noi in un senso moderno  “onestà intellettuale”.  Quello che  tanto necessiterebbe alla nostra attuale classe politica.

Il suo motto che lo identifica sarà “Ogni vera storia è storia contemporanea”, come a dire   che  quello che è stato di bello non muore mai, continua ad essere vivo e vero, ad insegnare e costruire nel tempo. Viceversa, quello che è stato di  falso,  non può durare nel tempo, prima o poi si scontra con la verità che esige la sua parte per venire alla luce.

Quando Croce ha dovuto scegliere da che parte stare, ha fatto la sua scelta  seria e silenziosa.  Poi il silenzio ha lavorato a gran voce.  Ha avuto la chiarezza di giudizio che è mancata a molti altri eccellenti filosofi, magari per certi  aspetti   più  interessanti di lui, ma  questo Croce è tutto nostro, tutto italiano.