Archivio mensile:giugno 2014

prezi o power point?

Sto lavorando in questi  giorni sul programma prezi.

Più di una volta mi sono chiesta  se ne valesse la pena, o se potrebbe bastare per le nostre varie presentazioni  il classico power point, magari rivisitato in una forma più dinamica…

Per il momento sono arrivata a sperimentarne  di entrambi alcuni pregi e difetti; per esempio:

su prezi

è vincente avere la schermata generale che ci permette di potere riprendere ogni punto già visitato con relativa immediatezza

non è vincente dovere lavorare su poche slide ( suggerirei una ventina, massimo in assoluto  trenta) perchè il programma in rete   non regge il carico di un lavoro troppo corposo…si rischia di lavorare per nulla perdendo salvataggi importanti

per potere visionare le pagine ci vuole la connessione

su power point

è vincente potere lavorare conservando ogni prodotto in forma privata prima di decidere di condividerlo eventualmente  sulla rete

è molto facile integrare togliere aggiustare modificare in corso d’opera, perchè non c’è bisogno di nessuna connessione

non c’è nessun limite alla possibilità di carico delle slide…

non è vincente  non potere mettere in relazione con immediatezza  le singole schermate, soprattutto quando quelle di interesse potrebbero nello specifico  essere molto distanti tra loro

Di sicuro  continuerò ad usarli entrambi.

Per le ragioni appena dette.

Certo;  come funzionalità espositiva,  al primo posto credo  rimanga il video,  che però io mastico ancora poco perchè non è  nella mia natura.

Non nascondo la voglia  di   approfondire questo  terreno  poco sperimentato…

Qualcuno ha dei suggerimenti in proposito,  amici cari???

 

 

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una buona presentazione

una scuola inclusiva

La scuola sta lavorando da un po’ di tempo intorno  al  progetto di una scuola inclusiva.

Ci è  arrivata non per nobili cause, ma per ragioni di ovvia necessità; il settore all’istruzione è una grave spesa di bilancio, lo è sempre stata  ( come credo che tale dovrebbe rimanere),  ma  le ultime cosiddette riforme sono andate intorno  alle questioni con il solo preciso obiettivo di ridurre i salassi.

Dapprima si è scoperto che la scuola non funzionava (non che ci volesse un mago per capirlo), perché bocciava troppo o formava troppo poco.

Si è corsi ai ripari  in parte allungando il diritto allo studio (così i ragazzi non hanno bisogno per un po’ di anni di cercare un lavoro che non c’è).

Poi si è corsi ai ripari istituendo i tirocini formativi attivi che hanno improvvisamente tolto ai laureati in quanto tali, la possibilità di andare direttamente ad insegnare (così ci guadagna il mondo dell’università che è sempre stato  di gran lungo  il più favorito  e protetto  nello scenario  degli addetti all’istruzione).

Eppure come si insegnava ieri senza la cosiddetta abilitazione, si potrebbe ancora insegnare oggi, in quanto non saranno come non sono  i  due anni specifici aggiuntivi che conferiscono  o conferiranno  al docente la qualifica di essere uno che “sa fare”  quello che in cinque anni (ma ne bastavano  i quattro del vecchio ordinamento) ha imparato “a conoscere”.

Lo stesso enigma è riguardato le maestre diplomate  ante 2001,  che hanno dovuto aspettare una   sentenza europea  perché si continuasse a ritenerle tali,  nonostante quella nuova generazione di insegnanti  di scuola primaria che oggi hanno l’obbligo della laurea quadriennale (forse l’unica sopravvissuta)   se hanno l’intenzione di fare questo mestiere.

Fatica per altro ben ricompensata, sotto il profilo del punteggio, perché tramuta gli anni di laurea in anni di servizio effettivo ( e in più un valore aggiunto).

Non ho nulla contro chi cerca di darsi una formazione; io ne sono un esempio perché praticamente starei sempre a fare corsi…(che reputo il cibo del cervello); ce l’ho contro un sistema che prima concedeva DI TUTTO  E DI PIU’,  ed oggi non concede nemmeno il legittimo e doveroso minimo sindacale.

L’ultima  ma non unica  novità  anch’essa  molto chiacchierata  proposta dal Ministero  è stata quella delle prove Invalsi che continuano  a mietere vittime tra gli alunni e tra gli insegnanti, che di fronte a uno scarso rendimento verrebbero   configurati  come non capaci o non adeguati.

Ma chi avrebbe   voluto l’introduzione di questo cosiddetto  osservatorio nazionale? Sembra Confindustria, con il preciso scopo di monitorare il livello di competenze ed abilità realmente raggiunte  dalla giovane popolazione destinata all’immediato ingresso nel   mondo  del lavoro.

Nulla a che fare con la formazione, dunque, e con il diritto allo studio, o con il diritto  all’evoluzione della persona intesa nella sua  realizzazione di vita formale, informale e non formale…(la long life learning)

Torniamo alla scuola che spinge verso   la pianificazione  di un sistema inclusivo, attento alle diversità intese come punti di forza e non più   temute   come punti di  debolezza.

Nelle Parole siamo tutti bravissimi; il gruppo di lavoro per l’inclusione  (GLI)  dovrebbe mettere a schema i bisogni reali della propria realtà scolastica;  il caro vecchio  POF    dell’autonomia si sposerebbe a perfezione con   questo corollario di  premesse, preamboli ed obiettivi da raggiungere.

Ma poi c’è la realtà.

La realtà è che le risorse mancano e sembra non se ne veda una via di uscita in tempi significativi.

La realtà è che i maestri invecchiano, sono stanchi  e demotivati, ma non possono andare in pensione non permettendo l’ingresso di nuove e più fresche risorse.

La realtà è che anche nella scuola come in un qualunque ambiente lavorativo vige la prassi del fare sempre due pesi e due misure, per non dire del terzo, del quarto o del quinto modo di misurare.

Potrà una  Dirigenza siffatta, un’Amministrazione siffatta, una prassi di lavoro di base  condivisa e   siffatta, così   dispari, così poco onesta,  così obiettivamente  divisa e  mal combinata,  portare la tanto amata scuola sulla spiaggia dell’uguaglianza e dell’inclusività?

Forse come sempre ci stiamo un poco prendendo in giro.

Mi sta bene sognare, io sono un’ inguaribile sognatrice, e lo dimostro tutti i giorni nelle mie scelte (cerco di farlo,  ma poi sbaglio anch’io ogni tanto, perché non sono perfetta, ovviamente…);  allora bisogna pensare  che  i sogni richiedono il prezzo della coerenza   e della  dura perseveranza.

Forse anche la nostra classe politica poi saprebbe in merito al suo campo  dimostrarsi meno corrotta di quanto non sia, se avesse dei sogni da costruire.

Se la scuola deve diventare inclusiva, allora la società non può perseguire un modello dove domina l’esclusione, la competizione, l’inganno e il senso reciproco di sfiducia.

Personalmente mi appello alle famiglie e alle loro insostituibili risorse; anche voi, carissimi genitori, ormai fate direttamente parte di questo cambiamento, o meglio dire, bisogno di mutazione.

Senza la vostra collaborazione  e compartecipazione, la scuola fallirà nel suo intento.  Inutile nasconderselo e far finta che il problema non c’è, oppure continuare a pensare che i genitori è meglio non averli tra i piedi perché intanto hanno solo pretese.

In quanto insegnante penso che un bambino è a scuola quello che è a casa, ma può diventare a casa quello che forse può diventare a suola. E  in quanto genitore  penso  lo  stesso.

Mi piacerebbe passare la parola agli stessi alunni, ai giovani e giovanissimi, che per me  non sono solo possibili forze fuori controllo da tenere sottodominio, come tristemente  ci si trova a constatare  quando  il disagio del non essere stati inclusi  o inclusivi    prende il sopravvento.

Cari  bambini e adulti di domani,  come possiamo farcela?

Io combatterò e combatto per una scuola inclusiva, ma voi datemi il vostro entusiasmo e la vostra attenzione. Io combatto   e combatterò  per una scuola che funziona e che cambia, ma voi genitori datemi e dateci la vostra collaborazione e disponibilità. Io combatto e combatterò per una scuola  sociale cioè al servizio di tutti, ma voi colleghi datemi e diamoci  la nostra  competenza e professionalità di persone  mature e responsabili.   Sono così felice di stare dentro questa scuola che lavora e non che fa finta di riempire carte…!!!  🙂

e se lo dice mario lodi…

http://francescocallegari.blogspot.it/2014/06/educare-uomini-liberi-mario-lodi-1922.html

analisi di uno specchio

La scuola non è altro che lo specchio della società; la differenza tra le due cose è che  dovrebbe essere la scuola a dare l’esempio al sociale  e non viceversa. Qualche volta accade il contrario. Ma forse anche più di qualche volta.

Cari amici, cari lettori che forse da un poco  mi seguite e forse avete capito qualcosa di me e del mio modo di pensare, io sono contenta di stare dentro questa società che di sicuro è molto molto bislacca, e dovrete anche voi convenirne.

Sono contenta per una ragione molto molto semplice; che oggi, per quel che riguarda la tecnologia, è meglio di ieri e domani sarà meglio di oggi..

Ovviamente sto parlando in un senso di sviluppo sociale e non di contesti personali o puramente privati.

Tutto questo mio ottimismo deriva da una constatazione molto pratica e oggettiva, cioè da quella cosa che la società tutta ha con grandi sacrifici di molti, acquisito e fatto propria, ossia la  sopracitata  arte della tecnica.

Non la tecnologia difficile, quella che possono conoscere e comprendere solo gli addetti al mestiere, ma la tecnologia facile, cioè quella che chiunque di noi, senza molta arte ma con qualche buona parte e molta   volontà,    riesce autonomamente a gestire.

La tecnologia ci ha cambiato la vita in meglio, ed anche quelli che non lo capiscono e che non lo ammettono, non sanno quanto invece ne sono debitrici e dovrebbero esserne riconoscenti.

Questa tecnologia spicciola, che sembra anche gratuita o a un costo molto contenuto, poi magari ci viene garantita al prezzo di vergognose disparità e sproporzioni, ma questo sarebbe un altro capitolo di un altro discorso.

Il fatto, ed è questa è la notizia che volevo precisamente trasmettere, è che ho scoperto che c’è una tecnica più umana di quanto non lo sappia essere il genere che porta questo nome, e c’è un’umanità che di tale non dimostra  nulla o ben poco, salvo si voglia far rientrare in questa famiglia le persone che non pensano con la propria testa ma solo con quella dell’opportunismo.

La caratteristica che più mi intimorisce e mi spaventa del genere umano è la stupidità.

Non la stupidità di chi si può distrarre un attimo, e questo è molto umano.

Non la stupidità  di chi sa d’esserlo e dunque si comporta di conseguenza, con buonsenso.

Non la stupidità di chi sbaglia in buona fede e come se ne rende conto corre subito ai ripari.

Ma la stupidità di chi sbaglia enormemente e gratuitamente,  pur sapendo  di farlo, senza  minimamente preoccuparsi delle conseguenze che semina.

Tutti i giorni siamo soggetti a questo pericolo. Il pericolo del pensare con stupidità  -Io sono dalla parte della ragione perchè il senso comune me lo conferma-  e quindi così facendo  viene   scambiato il sano buon senso per quell’altro suo fratello insidioso, il senso comune, appunto.

Questo errore assai diffuso  e molto partecipato, a livello sociale e collettivo, è qualcosa che una macchina nella sua essenza neutrale  e non influenzabile, non potrebbe mai commettere.

Una macchina è una macchina, punto. Non può farti alcun male, a meno che il suo guidatore non la usi per questo scopo. Se lasciamo che la macchina svolga semplicemente la sua elementare o meno banale operazione, la macchina la saprà portare a termine in maniera perfetta, indolore ed efficace.

Ecco perchè mi fido molto di più di una macchina che di una persona.

E’ ovvio, con una macchina  non si può fare tutte quelle operazioni che possiamo fare con gli esseri viventi nostri simili, ma anche questo è un altro discorso che esula dallo specifico.

Cerco di concludere; se devo scegliere  per una operazione  meccanica tra l’avere davanti una persona o l’avere davanti una macchina, la mia risposta non ha dubbi: mille volte una macchina. Le macchine non mentono, non sono ipocrite, non barano, non bleffano, non si alterano, non ti fanno perdere tempo e  non manovrano per fottere il prossimo; semplicemente fanno quello  per cui sono state  programmate.

Che poi l’essere umano si faccia superare in umanità da un pezzo di ferro o di ingranaggio (se pur evoluto e sofisticato, sempre tale rimane…),  è proprio questa e solo questa la vera tragedia meritevole di attenzione…

Dubitiamo, amici cari, delle nostre certezze e dei luoghi comuni; ad una evidente normalità che si ripete all’infinito e senza vitalismo,  preferisco   una topaia, estremamente più dignitosa.

 

 

 

il programma giusto aiuta

classi equilibrate

ribloggato da maestro  Roberto

tamburi battenti

i bambini fanno radio

loro di sicuro non si annoiano e nemmeno gli insegnanti che li seguono…

è una scuola che non conosce orario e che non conosce  monotonia…

o meglio,  li ha conosciuti e li ha saputi superare e gestire alla meglio…