Archivio mensile:ottobre 2013

Il metodo sperimentale

La maestra deve insegnare il metodo sperimentale.

Prende il testo e fa ragionare i ragazzi (terza classe elementare)  sulle parole chiave della pagina.

Esse sono: metodo sperimentale, scienziato, fatto, ipotesi, verifica, legge scientifica, osserva, formula, verifica, legifera, oppure  riformula, verifica e legifera.

Queste parole vanno messe dentro uno schema, cosìddetto a flusso.

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Secondo incontro GISCEL

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Credo ci siano due facce  della Giscel; quella ricercatrice, che cerca di evolversi, di interessare, di coinvolgere, di stimolare…e quella chiusa nel suo sentito dire di sè, nell’autoreferenza, dove la media dei docenti che la rappresentano è di  sessant’anni, quasi tutti insegnanti ormai in pensione che restano nell’Associazione per sentirsi utili, per avere contatti sociali, per continuare a fare le cose spese dentro una vita intera.

Io ho conosciuto soprattutto la prima.

Non che la seconda non abbia ragione d’essere, tutt’altro;  è più che giusto rimanere attivi anche dopo la soglia dei sessanta (considerando poi che sarà il destino di tutti noi); è giusto continuare a fare quello che si è appreso a meraviglia, che ci ha portato molti benefici, e che si vuole in qualche modo passare   alle nuove generazioni…

L’importante è esserne consapevoli, come è importante  comprendere   che  se si vuole dare un senso alla ricerca,  occorre che la ricerca diventi occasione di confronto,  di  interrogativi,  di  sviluppo…

Nel mio caso,  quello che è successo con  il modulo  sulla Comprensione del testo,  si è ripetuto con il modulo sulla Multiculturalità.

I  giovani sono incontro naturale di culture diverse,  dove non esistono le differenze razziali o religiose sentite come ostacolo, ma esistono solo le somiglianze  dei bisogni.

Internet   e tutto il web è quel luogo  naturale dove si possono trovare testi multiculturali  d’eccellenza  da spendere facilmente e con grande beneficio all’interno della didattica.

Leggere di indiani che arrivano in un paese occidentale portando con sè la tradizione del matrimonio combinato (per la cronaca, si è poi scoperto che la percentuale dei matrimoni falliti tra quelli combinati e quelli spontanei è uguale), o leggere  di  giovani i cui nomi inusuali danno adito a motivo di disagio e/o di scherzo continuo, o leggere di genitori immigrati che si portano nei paesi di accoglienza  i loro sapori, i loro odori e le loro tradizioni, come a non volere integrarsi (ma non è così),… fa bene alla reciproca conoscenza e alla reciproca scoperta di sè.

Fa bene la scuola a parlare  di tutto; la scuola ha fame e sete di lettura, di scoperte, di  domande da parte degli studenti   su chi si è e si vorrebbe diventare.  Su come mi vedono gli altri.

Lo scontro generazionale è sempre esistito e sempre esisterà,  ma riparlarne sempre o   parlandone comunque,  si possono snocciolare antichi dissapori,  incomprensioni,  o apparenti  discordanze.

Se dentro le scuole il razzismo è percepito come realtà lontana o esterna (almeno nella scuola primaria),  fuori di esse come  dentro gli istituti  superiori  è facile incontrare episodi di intolleranza, di discriminazione, di omofobia  e/o   di  violenza verso i più deboli.

Attraverso la buona  letteratura  multiculturale   tutto questo può facilmente essere  avvicinato e reso visibile, in una maniera indolore e ovattata,  perchè   quando si ragiona degli altri  è  anche  più facile  ragionare di se stessi.

L’educatore, il maestro, l’insegnante, in questo contesto, emerge più che mai come il terzo incomodo che può dettare   la differenza.

Incontrare un insegnante che sa ascoltare, che sa vedere, che sa leggere tra le righe, che sa intervenire nel momento giusto, che sa interessare e coinvolgere  in tutti i sensi e in qualunque campo,  è la più grande fortuna per uno studente.

E dovrebbero saperlo anche i genitori.

E dovrebbero saperlo anche i politici.

Per ora,  accontentiamoci del fatto che lo sappiano almeno gli insegnanti.

L’educazione sentimentale

A  scuola stiamo seguendo un corso di psicologia; i temi trattati saranno vari, vanno dal bullismo, al rapporto con i genitori, al rapporto con i colleghi…

La psicologa è giovane, piena di entusiasmo. Ci parla mentre gli brillano gli occhi, vuoi perchè dimostra di amare il suo lavoro, vuoi perchè per il suo lavoro è ovvio che ci sta mettendo molto impegno.

Usa un tono di voce pacato, modulato, gentile, affabulatore; è come se noi insegnanti fossimo oggi per lei i suoi alunni a cui trasmettere  competenze, o sarebbe meglio dire, suggerimenti e tattiche di intervento spicciolo.

Non si può insegnare ed essere contemporaneamente gli psicologi dei nostri alunni; tutti noi avremmo bisogno tra l’altro  di un consulto psicologico periodico  (e non per nulla stiamo facendo questo corso),  ma si può quantomeno tamponare le situazioni in emergenza, essere equipaggiati a fare il primo intervento in classe, quello che non può essere evitato o demandato ad altri.

In sostanza è questo che ci è stato spiegato sull’essere bullo:

  • il bambino bullo è tale perchè ha subito lui stesso atti di bullismo da parte di altri, spesso da parte della stessa famiglia
  • il bambino bullo  agisce secondo tattiche  raffinate e complesse, si avvale degli aggregati, cioè dei compagni che coinvolge ed obbliga alle sue malefatte
  • non è un bambino seguito dai genitori, che sono per lo più o assenti o presenti nella maniera sbagliata
  • agisce in quel modo per soddisfare a un bisogno primario che è quello dell’essere visibile ( il bisogno primario è cambiato nella società dei consumi, non è più quello del mangiare bere dormire…)
  • è un bambino leader, con talenti e capacità, che utilizza nel modo sbagliato
  • viene distinto tra bullismo femminile ( spesso di gruppo e poco visibile) e bullismo maschile ( spesso individuale e palesemente violento)
  • colpisce bambini deboli e indifesi, che tendono a sopportare e a non parlare delle violenze subite, per vergogna, disagio o per inconsapevolezza, se non fino a quando crollano (e di norma  il loro primo adulto ad essere informato sono proprio i genitori). Non necessariamente sono bambini con una scarsa autostima.  A  volte sono bambini assolutamente normali che per varie ragioni vengono presi di mira. Il bambino  bullizzato a lungo,  è a rischio estremo di suicidio (problema che emerge nella  sfera adolescenziale)
  • il bullo fa leva sulla maggioranza silente, che sa ma non dice nulla

Detto questo, la psicologa ha lavorato molto sulle modalità di intervento da parte dell’insegnante/i  in classe; ecco le strategie  da mettere in atto:

  • l’intervento deve essere tempestivo, appena risulta visibile
  • non serve sgridare e basta l’alunno che sbaglia, perchè lui sa di sbagliare, e non serve punirlo con note e sospensioni, che servono solo a  rimandare a un tempo inesistente la risoluzione del problema
  • occorre capire le ragioni di quel comportamento (visto che siamo davanti a bambini dovrebbe essere abbastanza scontato)
  • le tattiche per capire sono quelle di agganciare l’alunno che si comporta in maniera violenta  dicendogli qualcosa del tipo: “Io lo so che tu stai male, che tu hai le tue ragioni per fare così, però non è giusto che tu faccia del male a un compagno. Vuoi che ne parliamo? Ne parliamo solo io e te, e ti prometto che non sarai punito”
  • in questa maniera dobbiamo conquistare la fiducia del colpevole, che a sua volta ha subito aggressioni che non sono state  corrette
  • l’intervento anti-bullismo deve riguardare tutto il gruppo classe, il quale rappresenta la maggioranza silente
  • si deve quindi proporre lezioni sul tema, dove si invitano i bambini a raccontare quel che accade in classe, o a scuola, o fuori della scuola, sempre senza assumere le vesti dei carabinieri che  vanno alla ricerca di qualcuno da punire; si tratta di lavorare sull’educazione sentimentale, sulla gestione delle emozioni
  • solo in un secondo momento possono essere coinvolti anche i genitori, ma sempre per trovare collaborazioni e non per trovare risposte negative, che potrebbero solo peggiorare la realtà dei fatti
  • una volta agganciato ( in generale, non solo quello bullo, ma quello che espone un problema qualsiasi  di comportamento), il bambino va normalizzato, cioè occorre calmarlo, fargli esternare il disagio, la rabbia, riconoscere noi adulti che c’è qualcosa che non va e fargli capire che lo comprendiamo (rispondere con frasi del tipo “Ma non è vero quello che dici, il problema  è solo nella tua testa, tu sei troppo piccolo per sapere quel che dici, hai frainteso, lui non voleva dire quello ecc…” NON SERVE, anzi,  fa imbestialire o chiudere a riccio il bambino che sta vivendo un disagio
  • il bambino non va mai giudicato
  • bisogna prendere e dare tempo
  • bisogna tornare sui problemi con calmasenza mai abbassare la guardia

Ecco un esempio di schema emergenziale  che potrebbe essere proposto in classe:

COME REAGIRE A OFFESA E PRESA IN GIRO

  • IGNORA CHI TI OFFENDE O/E TI PRENDE IN GIRO
  • SE CONTINUA, SPIEGA GENTILMENTE “MI STAI OFFENDENDO/PRENDENDO IN GIRO” E
  • INDICAGLI IL CARTELLONE ESPOSTO IN CLASSE  E DIGLI “SMETTILA, STAI FACENDO UNA COSA CHE NON SI DEVE FARE”
  • POI DILLO ALLA MAESTRA
  • OPPURE  SCRIVILO SU UN FOGLIO E METTILO NELLO SCRIGNO
  • OPPURE PARLANE CON UN AMICO

Nel vademecum dell’autodifesa, si parla di cartellone e di scrigno; sarebbero il cartellone delle regole su cui si deve avere precedentemente lavorato,  e sarebbe  l’idea di una scatola dove gli alunni vanno a mettere in segreto i loro pensieri, i loro disagi.

Sono tutte strategie  semplici che nel breve tempo dovrebbero dare dei riscontri.  E’ importante lavorare, come si è già detto,  sul gruppo classe  Spesso il bambino preso di mira non è in grado di difendersi, e coinvolgendo la classe, potrebbe venire aiutato da qualche compagno coraggioso ed autonomo che interviene poi in sua difesa. Inoltre  tutto accade all’interno di dinamiche spesso complesse e imprevedibili, quindi mai far sentire i singoli esageratamente  sotto pressione.

Occorre anche comprendere che gli alunni tendono a vedere gli adulti in genere, e dunque gli insegnanti, come quelli che aspettano solo di poterti punire.

I  bambini non si fidano degli adulti, per la semplice ragione che il mondo non è a misura di bambino ma a misura di adulto. Loro sanno di non avere di norma  voce in capitolo.

E  bisogna lavorare su questa enorme  discalculia  esistenziale.

So che nella realtà dei fatti, sovrasta la regola assoluta del punire.

Perversa la cultura del pensiero scorretto che enuncia: “Il bambino bullo va isolato, va punito, va represso, altro che essere capito, lui sa benissimo quello che fa...”

Sarà, ma è lui il bambino, e noi siamo quantomeno i suoi educatori.

Lo sanno benissimo gli insegnanti  che attentamente vigilano, ascoltano, si mettono  dalla parte del bambino, e cercano di ricordare quando loro stessi erano bambini.

Il punto centrale della questione è questo: se ho un problema di comportamento in classe, non devo ignorarlo, non devo punirlo, non devo giudicarlo; devo invece cercare di educarlo  educando  il bambino che lo determina.

Nessuno dice che è facile, nessuno dice che non ci voglia del tempo per riuscirci, nessuno dice che  riusciremo a risolverlo.  Non c’è garanzia di nulla.

C’è solo da concludere  che  insegnare è difficile, è faticoso, a volte è estenuante, ma  di sicuro ne vale la pena.

Ne vale sempre la pena.

siti sicuri, idee che volano

laboratorio di geografia

laboratorio di matematica

scuola 3d

per scoprire il podcast a scuola

per scoprire podomatic a scuola

power point con o senza la Lim

ambiente wiki per i bambini

il portale dei bambini

skype a scuola

il sito per gli insegnanti di sostegno

il web per la scuola primaria

il sito della matematica e scienze

il sito di storia dell’arte

il sito della webquest

costruiamo le mappe mentali       e anche   MIND42.COM   o anche  freewareapp

dal testo alla mappa mentale

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il corriere dei piccoli

osservo e imparo

per creare una libreria sempre aggiornata dei blog che si vuole seguire

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giochi e disegni da colorare

giochi per imparare

disegno e coloro

e ce ne sono moltissimi altri

(suggerimenti presi in parte  dal sito  La scuola che funziona)

GISCEL Lombardia

Nelle scuole è arrivata una circolare del Miur che invitava  i docenti a partecipare ad un seminario sull’Educazione linguistica inclusiva.

Premesso che fare formazione durante l’orario di servizio è decisamente un’impresa, sia per il disagio che si causa in classe, sia per l’incompetenza amministrativa che tende a proibire  questi  canali formativi per non avere complicazioni organizzative, rimane la sostanziale ovvietà che Formarsi è indispensabile e necessario.

Occorre trovare nello specifico modalità eque che rendano il procedere efficace  e costruttivo.

Io ci sono andata; c’è stato il primo incontro e poi ci sarà il secondo.

I laboratori proposti  sono otto ma se ne può partecipare ad uno soltanto; se è possibile anche due, uno per incontro.

Gli otto laboratori sono così articolati:

il primo   sulla Comprensione del testo nella sua Coesione e Intreccio attraverso l’analisi anaforica delle proposizioni e l’individuazione dei suoi incapsulatori;

il secondo sul come aiutare l’espressione, la comprensione e l’apprendimento  degli alunni stranieri ma non solo, usando il disegno e la musica, oltre che il lavoro di gruppo;

il terzo   su come semplificare un testo ad uso e consumo degli alunni  che vivono la lingua italiana come lingua seconda o lingua straniera;

il quarto  che insegna l’utilizzo della lingua italiana in un ambito interdisciplinare sempre nell’ottica inclusiva della didattica, dove si illustrano pratiche di memorizzazione delle parole utilizzando tabelle, schede e giochi;

il quinto  mostra agli insegnanti due filmati tratti da youtube che condividono uno stessa tema  di particolare interesse didattico, invitandoli poi a valutarli sotto un aspetto di accesso, affidabilità, contenuto, modalità comunicativa, riutilizzo e risorsa, ossia su come utilizzare al meglio sotto un profilo didattico i video della  rete;

il sesto  è legato ad un Progetto di carattere multiculturale  chiamato “Antologia multiculturale” che utilizza la rete come risorsa condivisibile, collaborativa, scambiabile, aperta, sempre in evoluzione e cammino, che parla un linguaggio giovane e dinamico con le competenze offerte dall’essere insegnanti, che invita gli stessi insegnanti ad apportare le loro idee, le loro proposte, i loro contributi, i loro racconti;

il settimo  è tutto rivolto alle classi prime del primo ciclo e si interroga su come insegnare al meglio l’uso della scrittura   ai più piccoli che arrivano nel mondo scolastico già con una loro forma di conoscenza delle parole che però viene assolutamente ignorata e addirittura negata;

l’ottavo  è infine rivolto agli alunni che soffrono di DSA  e dunque richiede l’approccio del testo sotto un’attenzione specialistica, facilitante, a misura del disagio reale.

Per ora ho fatto il modulo uno; l’ho scelto quasi alla ceca, non sapendo a cosa andavo concretamente incontro;  mentre ero presente al corso, ho potuto sbirciare il secondo, molto scenografico e coinvolgente;  tutti gli altri rimangono per me  per ora  un punto interrogativo, e visto il funzionamento di quello fatto,  li prevedo tutti molto utili e interessanti.

Gli esperti sono loro stessi insegnanti del mestiere che raccontano e propongono  le loro stesse esperienze; la partecipazione è attiva e interessata, una boccata di ossigeno creativo e riflessivo dentro una macchina burocratica e  difettosa,  che obbliga spesso a correre e improvvisare.

Noi stessi siamo invitati, come degli alunni dopo avere avuto la loro consegna, a lavorare in gruppi, per sviscerare insieme tutti/e i/le possibili dubbi e opinioni.

All’inizio non ho subito realizzato l’efficacia e la pertinenza della proposta scelta; mi ero fatta un’idea totalmente diversa, mi ero immaginata una didattica facile, semplificata, elementare o elementarizzata, ma il modulo da me scelto è decisamente quello più complesso sotto il profilo dell’uso  e dell’approccio. Nella comprensione del testo non c’è nulla di istintivo, di  meccanico, di emozionante e di emotivo  (come altri potrebbero permettere e includere).

Si tratta di fare la radiografia alle parole nella loro successione;  ci sono le anafore e le catafore, le ellissi e l’anafora  capocatena; le catene anaforiche secondarie; gli incapsulatori nella loro facoltà di sintetizzare tutto un periodo dentro una sola parola che compare all’improvviso; le stesse  anafore distinte tra ripetizioni e sostituzioni lessicali (i sinonimi semplici, i sinonimi testuali, i sovraordinati, i nomi generali, le perifrasi, i pronomi personali, relativi e dimostrativi)

E’ un approccio molto tecnico, per alcuni di noi si è trattato di un vero ripasso della grammatica appresa alle scuole medie; poi si arriva al nocciolo della questione; come proporre/utilizzare/contestualizzare questo sapere agli alunni di una classe quinta della primaria, o di una classe seconda della secondaria, o di una classe quarta del liceo?

L’incontro ora verte tutto sulla metodologia.

Dapprima emergono principi fondamentali: inizialmente bisogna far lavorare gli alunni in autonomia, poi farli lavorare per gruppi, prima  omogenei e poi disuguali; obbligarli ad una consegna comune; responsabilizzare ognuno con specifici ruoli (il lettore, il controllore, chi scrive, chi interroga, chi relaziona…); tranquillizzarli sui tempi richiesti.

In seguito spuntano tecniche di studio; usare i colori, i collegamenti grafici e visivi;  la divisione in parti dei paragrafi;  la riscrittura del testo con parole semplificate  e alternative.

I  ragazzi amano essere messi alla prova, essere sfidati; a loro piace scoprire parole complicate; a volte la grammatica fa più paura agli insegnanti  che agli alunni che la interpretano come un possibile gioco linguistico.

E poi  tutto questo scongiura il rischio di appiattimento, di banalizzazione della lingua, di eccesso di elementarismo.  Non abbassiamo i livelli e le aspettative dei nostri ragazzi  se non vogliamo causarci uno stupido e pericoloso  autogol.

Naturalmente il fine ultimo di questo laboratorio non è quello di avere una generazione che conosca meglio la grammatica, ma quello d’avere dei giovani   a cui è stata data la possibilità di scoprire e manipolare la lingua italiana o lingua madre (e a volte lingua seconda) nella sua solo iniziale  complessità tecnicistica, sotto la quale si nasconde in vero tutta la sua straordinaria  bellezza  e armonia.

 

La lezione con i regoli

Il bambino impara facendo, vedendo, manipolando, e la maestra lo sa.

Dunque ecco la lezione con i regoli, antichi come il mondo ma sempre attualissimi.

Siamo in una terza classe, l’anno è appena iniziato e occorre fare un bel ripasso di quello appreso l’anno prima.

I  bambini devono avere capito  il senso dell’aggiungere, del sottrarre, del moltiplicare e del dividere.

Se la maestra prende in mano cinque regoli di misura diversa  e poi chiede quanto faccia il totale, gli scolari comprendono che bisogna fare tanti più.

Se la maestra prende in mano  cinque regoli  ma che poi diventano meno  perchè tre sono stati rimessi nella scatola,  e la maestra chiede quanti regoli le sono rimasti in mano,  gli alunni capiscono che occorre operare con il meno.

Se la maestra prende in mano cinque regoli tutti uguali e chiede quale numero essi facciano,  si capisce che si tratta di una moltiplicazione perchè c’è uno stesso numero che si ripete.

Infine se la maestra prende cinque  regoli  che stanno tutti insieme ma poi li separa e chiede quale operazione occorre fare per la loro separazione, si capisce che occorre dividere.

Le operazioni possono anche essere messe in movimento, rese visibili con dei semplici passi.

Un alunno viene fatto uscire dal banco e gli si chiede di mostrare l’operazione del più; lui allora fa un passo lungo qualche centimetro, poi un altro un pò più lungo, poi un altro ancora più lungo, e poi magari un altro un pò più corto, e poi magari un ultimo dove rimane su se stesso, nello stesso punto, a raffigurare anche lo zero.

Se dovesse raffigurare l’operazione del per ovviamente dovrebbe fare tanti passi tutti identici.

Se dovesse raffigurare l’operazione del meno dovrebbe compiere dei passi all’indietro.

E  se dovesse raffigurare l’operazione del diviso?  Forse questa sarebbe meglio rappresentabile con la classica torta divisa in tante fettine.

Il bambino deve imparare a ragionare.

Dietro un banale numero sta un concetto importante come una montagna, perchè è la base del saper contare.

La maestra detta: 10 decine e 8 unità =?

Il bambino non deve limitarsi a mettere  il risultato ma a descrivere il ragionamento da farsi e quindi traduce: 10 decine  sono 10 x 10 =100 + 8 unità sono 1 x 8  = 8  quindi   totale  108

Sembra scontato, ma credetemi, non lo è quando queste operazioni si fanno in una classe, con venti e più bambini che stanno lavorando in autonomia ma in gruppo, con livelli di capacità diverse, a volte abissali, e che danno le risposte più inverosimili, più casuali, più estemporanee, dove non stà il benchè minimo ragionamento e la benchè minima comprensione…

Nel gruppo c’è quello che capisce al volo  e gioca il ruolo di suggeritore a tutti gli altri; c’è il bimbo con problemi seri di apprendimento e che lavora con accanto l’educatrice comunale (quando c’è); c’è il bimbo che per una non ben definita malattia rischia di addormentarsi e occorre vegliarlo e magari invitarlo ad andare a  farsi un giro in corridoio affinchè non si addormenti; c’è la bimba appena arrivata dalla Cina che ovviamente non capisce nulla di quello che stiamo facendo, e dunque occorre impegnarla in qualcosa di alternativo; c’è quello o quelli che lavorano con molta lentezza   e occorre continuamente spronarli, c’è quella che si distrae con estrema facilità, quello che si dimentica delle regole e continua a comportarsi in maniera infantile e inopportuna…,insomma, ci sono tutte le più disparate tipologie di bambini.

Ci vogliono quattro  ore filanti e ben sostenute per arrivare al termine del ripasso;  l’insegnante ha insistito fino all’estremo sulla funzione del far ragionare, non serve far fare il compitino magari copiato alla lavagna, senza la verifica della comprensione.

Se qualcosa non passa, è ovvio che occorrerà ripeterla fino a che non sarà compresa.

E la bellissima lezione coi regoli diventa un momento di conoscenza reciproca, di socializzazione con il gruppo classe, di confronto/esplorazione  con le tecniche didattiche, di sviluppo di competenze acquisite e lasciate dormire.

Durante la bella lezione dei regoli si invitano i bambini a inventare problemi che spieghino la differenza tra resto e rimanenza.

Il problema infatti non è una cosa astrusa e svincolata dalla realtà quotidiana; esistono perchè esiste l’uomo ed i suoi bisogni, dunque sono fatti per essere compresi e risolti. Da qui si può ben capire come si possa amare la matematica, così immediatamente utile ed efficace.

E per ora non posso dire altro, io che sono una filosofa ed amo spasmodicamente le parole…

Bel lavoro davvero, insegnare.

Un minuto di silenzio, bambini

“Bambini, alziamoci, un minuto di silenzio per celebrare la morte di trecento persone che ieri sono affogate nel mare di Lampedusa. Tra di loro c’erano bambini come voi, più piccoli di voi, che volevano per loro una vita normale, solo una vita normale. Ma sono morti.

Voi siete fortunati, noi siamo fortunati, non dobbiamo fare i conti con situazioni disperate, rendiamoci conto della nostra fortuna…”

Ma è sufficiente dire così? Si può insegnare che è solo questione di fortuna  stare al mondo?  O ci vuole anche dell’altro? O  non è piuttosto ANCHE  questione di scelte?

Come spiegare ai bambini che queste piccole vittime  con i loro genitori ed altri disperati come loro, sono morte  solo perché l’Europa non  sa provvedere a un piano adeguato di accoglienza dei profughi? Solo perché l’Italia e nello specifico le piccole isole della frontiera mediterranea  non sono adeguatamente attrezzate a questo scopo? Solo perché fuggono da paesi che a loro  volta sono afflitti da guerre e da lotte intestine? Solo perchè arrivano nel nostro mare Tirreno scortate da scafisti assassini che li gettano a mare come merce spazzatura? Solo perchè  molti di loro cercano semplicemente di ricongiungersi ai mariti e ai compagni  già presenti in Europa e che hanno provveduto con un duro lavoro  a pagare il loro viaggio della speranza? Solo perchè sono giovani che vorrebbero avere un futuro?

Mi sembra che di solo perché  ce ne siano troppi in elenco per essere  considerati  dei casi sporadici e motivabili   da sprovvedutezza e inesperienza.

No, questa agonia dura da sempre, da che esiste il mare e da che esiste l’Africa al confine con l’Europa.

Paesi del sud che bussano alla porta dei paesi del nord, ma come spesso è accaduto e ancora molto accadrà,  non ci sono le forze, non c’è l’interesse, non c’è la volontà, di dare delle soluzioni.

E allora?  Possiamo dunque rallegrarci del fatto che “Per fortuna noi stiamo dove questo problema non esiste?”

“Terra ferma”  di Emanuele Crialese  ci racconta in maniera sconcertante  di un gruppo familiare che mette a rischio la propria tranquillità, già precaria, per soccorrere una donna profuga  naufragata con il suo bimbo nel grembo ed un’altro al seguito.

Leggi bestiali impediscono ad oggi il soccorso sul mare. Leggi assurde impediscono il rispetto della sacrosanta assistenza  a chi si trova a rischio di annegamento.

Ma come può una legge improvvisata ritenersi giusta se va a scontrarsi con un’altra che trova le sue radici nel tempo,  nel calore della carne che ci rende tutti uguali?

Perché si deve obbligare uomini semplici e giusti, che vivono da sempre della loro fatica e della loro onestà, a dover scegliere tra il rimanere uomini o il tramutarsi in macchine?

L’uomo non è un motore che si può regolare secondo il giro dei tempi. Nè  un meccanismo  operativo che possiamo plagiare secondo gli interessi economici dominanti.

La cosa che più mi sconvolge  sapete qual’è?

Non è la morte visibile, apocalittica e  senza senso di trecento che potrebbero essere anche tremila o trenta o anche solo tre di  uomini che cercavano o che vanno in cerca solo di NORMALITA’,  ma la morte silenziosa di un esercito invisibile di cittadini come  noi,  che sarebbero  pronti a subire leggi ingiuste solo perché così è meglio che sia…

Mi ricorda terribilmente quel che è accaduto con le famigerate leggi razziali: i più terribili colpevoli dello sterminio ebreo si sono giustificati al processo di Norimberga   col rispondere “Era la legge, io ho solo obbedito”

Non sto dicendo che a Lampedusa è accaduto che la gente isolana si è limitata ad obbedire: tutt’altro. Sappiamo bene che si è operata oltre l’inverosimile.

Sto piuttosto dicendo che  la presenza di leggi ingiuste deve essere un ottimo motivo per ritenerci componenti di una società in perpetua vigilanza.

Le persone che muoiono nel mare, che sono morte nel mare, spariscono e sono sparite  rimanendo persone. Il mare le custodirà per sempre come lenzuoli bianchi così come loro hanno conservato la loro dignità di uomini.

Ma le persone che non vogliono fare  e che non faranno  la cosa giusta solo perché è più conveniente che così accada,  possiamo dire che rimangono e che rimarranno  esseri viventi rilucenti del loro naturale splendore? Possiamo dire che continuano o che continueranno a vivere come persone?

O  non sono forse loro stessi già pronti a trasformarsi  in  più morti degli stessi morti? Più cadaveri degli stessi cadaveri? Solo che non lo sanno. Solo che non lo credono. Solo che dobbiamo ben saperlo che così è.

Vogliamo appartenere ad una società di persone vive o ad una società di morti  che camminano non perchè  uomini che saranno  ammazzati,  ma perchè uomini   privi di valori, pronti  ad uccidere o a lasciare morire?