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Da Democrito ad Aristotele

Il pensiero si è evoluto nel tempo in maniera non certo accidentale.

Se si  prende origine dal pensiero antico, possiamo trovare i primi passi di quelle che furono le prime considerazioni metafisiche di sempre;  l’uomo è solo corpo o anche anima? come si lega il corpo all’anima? come nascono le idee?  di cosa è composta la materia?  le cose sono sempre uguali o divengono mescolandosi in continuazione? che cosa si intende per essere? e se l’essere e ciò che è e non può non essere, allora il non essere è ciò che non è e non può essere…

Questi sono i pensieri che affollano il mondo filosofico fin nel suo albore. I suoi maggiori protagonisti sono Democrito, Eraclito, Parmenide e infine Pitagora.

Pitagora si distingue dagli altri per la sua fissazione sul numero; tutto il mondo sarebbe una geometria numerica che si svela solo agli eletti, il sapere è una questione per pochi e non per tutti, da qui la prima idea di   scuola chiusa, gerarchica, piramidale,  che svolge una funzione purificatrice  e mistica. Potremmo intravedere in questa prefigurazione   la prima forma di massoneria antica.

E’ Democrito il padre dell’atomismo da cui deriverà la concezione materialistica del mondo, a cui si ispireranno  i negatori dello spirito e dell’idealismo.

E’ Eraclito il padre della dialettica dove tutto si trasforma in qualcosa di diverso senza che nulla vada perso della realtà, a cui si ispirerà  Hegel.

E’ Parmenide  il padre dell’ontologia  e del suo stretto legame con l’essere e di conseguenza con il suo contrario. Ontologia, logica e  linguaggio, ossia fa  l’ingresso sulla scena la parola,  il logos,  che è il simbolo universale che  identifica la cosa, e la cosa non potrebbe essere compresa senza il logos, cioè il dire, cioè il narrare, cioè il pensare…

Piccoli sassi che vengono messi alla base delle grandi costruzioni  che raggiungeranno le vette del pensiero moderno e poi post moderno.

Quando arrivano i sofisti  le più grandi scoperte di fondo sono già state fatte; loro si mettono a fare dei ragionamenti  parolieri, ossia si mettono a giocare con le parole stesse, facendo della parola santa vera e benedetta una misera parola fatta a proprio uso e consumo.

Questi stessi sofisti sono i padri della filosofia debole e malata, contorta e mascherata, smarrita e  sofferente, quella filosofia che tradisce il suo mandato di  trasmettitrice della verità.

Tuttavia è solo quando si arriva a Socrate che si può dire di incontrare il primo gigante del pensiero. Dopo Socrate la filosofia diventa socratica per se stessa, e tutto quello che era stato  prima di lui  diventa presocratismo.

Ogni filosofo consapevole del suo passato  deve fare i conti con i tre  chiodi fissi di questo antisofista accanito. I chiodi fissi sono l’arte del conosci te stesso,  l’ arte del dialogo, l’arte del ricercare il  giusto.

Filosofare diventa una questione non solo privata e del singolo, ma pubblica e collettiva. Lo scopo del filosofo è permettere/aiutare una società migliore, dove i suoi protagonisti  imparano a pensare con la propria testa ed imparano  a valutare il reale  secondo ragione e non secondo impressione/opinione passeggera.

Il grande merito di questo pensatore del tutto  fuori dagli schemi,  che al contrario dei sofisti insegnava senza ricavarci nessun guadagno (nonostante ne avesse avuto di bisogno visto che era padre di una numerosa famiglia) è stato quello di mettere la filosofia al servizio di tutti, e soprattutto al servizio degli onesti e contro il pericolo sempre incombente della menzogna e della corruzione.

Non si ha ovviamente la consapevolezza dell’inganno nei termini che verranno assunti solo nel tempo post moderno,  quando raggiungerà il suo apice drammatico,  ma già Socrate aveva compreso che con le parole si possono fare giochi sporchi,  e che con le parole si possono decidere i destini di intere civiltà.

Socrate crede talmente fino in fondo al principio di dovere servire il suo prossimo, che si lascia condannare a morte senza reagire aduna condanna del tutto falsa  e mettersi in salvo, come avrebbe potuto fare. Il suo ragionamento è ineccepibile: se la legge era arrivata a condannarlo, era ovvio che lui dovesse venire condannato, per rispetto verso la legge stessa che lo aveva  sentenziato ( ma è chiaro l’intento ironico della sua scelta: mandando a morte lui stesso la stessa legge aveva condannata se  stessa al proprio fallimento)

E’ noto il principio del razionalismo socratico, che  viene reso critico   proprio  dalla sua stessa esecuzione.

Sarcasticamente    la prima vittima del suo pensiero  sarà proprio lui stesso.

E’ come se Socrate ci avesse detto:” io sono  vittima di una legge che non ha saputo decidere saggiamente,  che vuol dire che non è vero che la legge non può sbagliare,  ma siccome non avrebbe dovuto farlo,  è per me impossibile sottrarmi  a questo giudizio, che io certo non riconosco, in quanto io so d’essere innocente.”

Insomma, è il Gesù del tempo ateo  che ragiona come un  olocausto sacrificale.

Socrate è il primo filosofo che dimostra  l’enorme peso  del pensiero dentro il vivere comunitario e privato dello stesso cittadino.

E’ talmente grande il suo esempio ed insegnamento che Platone, il secondo gigante del pensiero allora greco ma qui inteso nel suo valore universale,  lo assume come suo Maestro e a lui dedicherà e da lui sarà ispirato  per  tutti i suoi  scritti, i suoi dialoghi, le sue riflessioni.

Fino al suo testo più celebre, La Repubblica,  dove assegna alla filosofia il compito magistrale di governare il mondo. Ecco il primo forte legame diretto tra pensiero e azione, e tra pensiero e politica.

Non  c’è regime o stato al mondo che non aspiri ad avere dei filosofi  che  possano prendere a giustificazione dei loro mandati elettorali e governativi.  Quando detti ispiratori non esistono di fatto, allora se li inventano, o raggirano quelli esistenti a proprio uso e consumo; oppure molto più semplicemente se ne creano di propri, a propria immagine e somiglianza. Si pensi al legame di Heidegger con il nazismo, di Nietzsche con l’irrazionalismo, della rivoluzione culturale cinese con il maoismo, dello stesso Evola o del futurismo con il fascismo…

Tanto Socrate non aveva scritto nulla, tanto Platone mette in parola scritta  tutto il suo ampio sistema di pensiero, dalla teoria delle idee che esisterebbero autonome ed eterne nel mondo iperuranico, alla funzione dell’anima  che essendo immortale e distinta dal corpo  avrebbe di per sè la funzione di ricordare le stesse idee e di farle rivivere al soggetto  pensante  una volta costretto dentro il suo corpo finito e impossibilitato perchè destinato alla corruzione.

Il nemico numero uno della buona repubblica  è il relativismo dei sofisti, il loro scetticismo congenito  che  anzichè fare alzare l’asta della ricerca e della volontà  di  espressione  inducono i sistemi  a piegarsi su loro stessi,  facendoli rassegnare/corrompere   alla semplice opinione di  giudizio.

La bellezza di Platone  è questo suo avere voluto pensare in grande,  non per un’esigenza del tutto personale ed esibizionistica, ma per una esigenza  storica e politica, volendo  destinare il fine stesso dell’essere filosofi  al suo compito d’essere formatrice di buoni governanti, di buoni cittadini, di buoni servi.

L’origine  aristocratica di Platone   non permette al filosofo aperture particolarmente democratiche; la sua tensione è sempre verticale e mai orizzontale. Per Platone gli uomini non sono tutti uguali nel senso che considera naturale e necessaria l’esistenza di una classe dirigente ed eletta contro una classe di schiavi  che sono messi al servizio stesso di detta classe elettiva.

In questo senso sarà più Aristotele,  il suo maggiore   allievo,  a  fondare una prima idea di scuola  democratica ed aperta,  persino aperta al genere femminile che fino ad allora era rimasto relegato  al mondo domestico. Ancora oggi i licei portano il suo nome,  intesi come   il luogo per eccellenza   preposto all’apprendimento.

Platone ed Aristotele sono i due grandi personaggi  storico/filosofici    che  sono sopravvissuti fino ai giorni nostri; ancora oggi studiando la filosofia contemporanea si usano termini obbligati come  platonismo ed aristotelismo, il primo usato in riferimento   ai movimenti idealisti e spirituali, il secondo usato in riferimento ai movimenti scientifici e razionalisti. I primi vengono  superficialmente  associati al conservatorismo  immobilista, i  secondi vengono superficialmente   associati al progressismo tout court.

Tanto Platone si occupa dell’Idea pura, dello Spirito innato noumenico  e dell’anima immortale, quanto  Aristotele si occupa di scienza, di  ragione intesa come processo scientifico volto all’indagine della realtà, del fenomeno nel suo manifestarsi  ed  evolversi.

Come non intravedere in queste stesse parole le  fondamenta di tutto il nostro mondo scientifico sperimentale che ci porterà con Galileo Galilei  alla  nascita alquanto sofferta del metodo scientifico moderno?

Come  non intravedere nello slancio tutto platonico ed elevato le fondamenta  del bisogno tutto umano nella sua mescolanza di finito e infinito,  di immaginare un mondo perfetto ed assoluto dove  tutto  è stato  programmato e risolto,  ma che rimane di per sè inaccessibile  alle limitate forze corporee,  per cui  diviene possibile un incontro ed un disvelamento della  perfezione  per vie che fuggono la semplice ragione  e la semplice logica  scientifica?

Dentro le nostre vene pulsano queste   due principi coesistenti. In qualcuno di noi prevale l’agire platonico; in qualcuno di noi prevale l’agire aristotelico.

Aristotele riparte  dunque da  Platone e  si distingue da questo per la semplice ragione  che ad Aristotele interessa molto più il mondo reale e visibile del mondo  irreale e non visibile.  Lo fa con estrema saggezza,  senza commettere l’errore che verrà compiuto dai suoi eredi della modernità, cioè dimenticandosi dell’esistenza dello spirito e arrivando a negarlo.  Lo stagirita  che diventerà il precettore di Alessandro Magno  non disdegna  dunque quanto era stato già  concretizzato dal suo maestro, semplicemente  completa la sua stessa  opera di ingegno rimasta  non  esaustiva per molti aspetti pratici.

Anche Aristotele  si occupa molto di etica, al cui studio dedicherà l’etica nicomachea,  e teorizza la politica della giusta via di mezzo;  tra due eccessi c’ sempre una giusta via di mezzo, di per sè espressione di equilibrio;  e poi c’è il perseguimento del proprio fine, che è di per sè espressione di felicità.

Il fine di un buon soldato è sapere combattere; il fine di un buon artigiano è sapere  creare oggetti ben fatti allo scopo; il fine di una madre è sapere  allevare i propri figli,  il fine di un buon filosofo è l’essere saggio… ecc. La virtù sta nella realizzazione di questo fine. Le virtù si distinguono tra etiche  ( pratiche) e dianoetiche (intellettuali).

Il filosofo dedica anche molte pagine all’elogio dell’amicizia;  ci dice chiaramente che l’uomo non può vivere senza amici, e che ci sono tre tipi di amicizie: quella legata all’utile, quella legata al piacere e quella legata al bene stesso dell’amico.

Non si dimentica del mondo soprasensibile dopo avere lungamente parlato del mondo naturale e del mondo sensibile. Nel mondo soprasensibile e non indagabile risiede il motore immobile, il motore primo,  causa di tutto il movimento cosmico.

Alla teoria dell’Idea di Platone, Aristotele sostituisce    la teoria della Sostanza, intendendo per sostanza l’unione di    materia e forma; per esempio, un uomo nasce piccolo, cresce e poi invecchia. Quest’uomo, pur mutando nella forma esterna, non muta nella sua precisa sostanza che potremmo anche definire essenza.

Ecco,  è detta sostanza che compie la funzione di tenere unito il cambiamento e la molteplicità di uno stesso essere  che evidentemente diviene  mutando.  Lo stesso principio unitario e mutevole   vale anche per il mondo delle cose. Si pensi a un tavolo; possono esistere diversi modelli di tavolo, tutti disuguali tra loro, ma tutti rimangono catalogabili nella stessa parola tavolo perchè tutti adempiono all’ unica funzione che viene  attribuita  al   tavolo.

Dentro questo connubio di materia e forma Aristotele distingue ciò che chiama la potenza e l’atto. Un uomo è  la potenza di se stesso, ma solo nel momento in cui agisce trasforma la sua potenza in atto.

Un tavolo è la potenza di se stesso ma solo nel momento in cui viene usato  diviene utile.

La sostanza non è di per sè eterna,  ma destinata alla fine.  Rimane eterno il motore immobile che tutto presuppone. La scienza che si può occupare del motore immobile può essere detta metafisica e non può essere indagata.

Insomma, mentre per Platone può esserci un amore a prima vista, Aristotele è come un buon vino che si scopre nel berlo con calma.

E di certo non possiamo immaginare il nostro mondo senza le  due   facce della stessa medaglia.

Socrate: l’inizio di tutto

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Fare filosofia ai bambini

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Meravigliosa possibilità!!!!!

Oggi parliamo del coraggio

imparare a pensare

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