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Il volo della farfalla

il volo della farfalla

Sono  i genitori che raccontano favole per i loro bambini, madri e padri che ritagliano un poco del loro tempo all’educazione dei loro figli, all’amore che hanno di dentro per il racconto, per il costruire storie che abbiano qualcosa da insegnare.

E’ un piacere ribloggare queste pagine  di vita quotidiana e di sogni che come questa farfalla spiccano il volo verso terre lontane…

Grazie a tutti i genitori

 

l’importanza dell’educare

saggio breve di Dall’Omo Antonella

L’importanza dell’educare

  ( Prima educare  autori vari   Edizioni la Meridiana  collana persuasioni)

Il terzo modulo affronta una vera miriade di questioni legate all’apprendimento, ai metodi di insegnamento, a come il fare scuola si è evoluto ecc…che probabilmente non basterebbero mille libri per approfondirli, ma cercherò di farne una sintesi focalizzando la mia attenzione sull’importanza del processo educativo sopra quello formativo ed istruttivo.

Mi ha colpito l’espressione  “Non ci sono cose che potremmo chiamare educazione, ma esistono solo gli educatori“, come dire che detto processo è qualcosa che accade tra almeno due persone che si relazionano cercando di consegnarsi l’uno all’altro nel loro modo di pensare essere e vivere.

Presupposto alquanto ingombrante se si pensa alla quotidianità delle aule scolastiche, sovraffollate di bisogni e scarse di mezzi,  sovraccaricate di richieste burocratiche e svuotate di motivazioni interne  che solo possono fare la differenza tra il successo scolastico ed il suo fallimento.

Forse per mettersi dentro la strada dell’educatore  occorre fare delle scelte ed imporre a  se stessi delle cose prioritarie a discapito di quelle secondarie.

Nella mia giovinezza ho avuto modo di fare un’esperienza pedagogica con il centro CEMEA che si occupa di fare formazione ai monitori di colonia. Ci imposero una decina di giorni di ritiro, in un luogo ameno del lago di Garda, dove noi tutti aspiranti  educatori di adolescenti ci mettemmo alla prova prima come persone e poi come insegnanti.

Dieci giorni lontano dalle proprie famiglie, dalle proprie abitudini, dalle proprie certezze, tra sconosciuti e richieste anche abbastanza impegnative che ci chiedevano di tirarci fuori, di metterci alla prova, di accettare delle sfide con noi stessi.

Ricordo che non fu semplicissimo, ma di sicuro utile e prezioso per il mio futuro lavoro.

Lo stesso si dovrebbe proporre ai docenti ogni anno, ossia qualche giorno di ritiro in full immersion dentro i quali  tirare fuori tutte le proprie frustrazioni od ossessioni, tutte le nostre esigenze e perplessità sul mondo della scuola a tutti i suoi vari livelli.

C’è da dire  che l’utilizzo del web ha contribuito a riempire con infinite proposte  quel vuoto  che di fatto il tessuto sociale si è dimenticato di coltivare, ossia del preciso problema formativo che interessa tutti gli educatori  che necessitano più di tutti gli altri di stare in continua formazione; tuttavia io ho una grande nostalgia: la nostalgia di quello che non ho potuto vivere, ossia di quel grande fermento pedagogico che ha attraversato l’Italia tra gli anni ’43 e gli anni ’63, quando grandi maestri si sono occupati della scuola e dell’infanzia, e quando pulsava un movimento di idee, di scoperte, di ricerche intorno ai bisogni dell’essere bambino.

Oggi domina di contro un grande generale appiattimento, un senso diffuso e condiviso di rassegnazione e di sconcerto, di rinuncia e di disillusione, salvo che ci si pone tra quelle fila di maestri  che invece non intendono affatto buttare la spugna  e consegnarsi ad un sistema  che per quanto zoppicante  è comunque l’unico esistente e l’unico su cui investire le proprie idee e progettualità.

Se insegnare da parte di un insegnante è obbligatorio, sembrerebbe ancora facoltativo sapere insegnare, e non per colpa degli stessi docenti  che per lo più si sono limitati a quello che a loro viene richiesto, ma per colpa di un organismo sottinteso assai complesso  che se da un lato ha salvaguardato il lavoro come luogo di diritti sacrosanti, non ha saputo salvaguardare il lavoro come luogo di doveri  prioritari.

Ma era compito del Sindacato fare questo?  O  non è piuttosto compito della politica, cioè della società tutta, il doversi prendere cura dell’essere custodi e trasmettitori di valori prima ancora che di saperi? Ma se avessimo avuto una siffatta capacità di governo, non saremmo arrivati al grado di corruzione e di decadimento che invece vediamo piuttosto dilagare!

Tutte le riforme scolastiche che si sono succedute, Moratti, Fioroni, Gelmini fino all’attuale  quanto discussa e non piaciuta riforma sulla Buona Scuola, mi riservo  di considerarle come inutili se non addirittura dannosi processi che hanno saputo per lo più danneggiare la figura già precaria  del docente e per nulla  migliorare la crescita dell’alunno.  Nella scuola di oggi  non si comprende  cosa dovrebbe saper fare un insegnante: deve essere gradito al suo preside? sapersi spendere tra i colleghi che contano? sapere regalare voti in modo da conquistare il parere favorevole dei genitori che sarebbero chiamati a giudicarlo?

E la centralità dell’autonomia/sovranità dell’insegnante? Dove sembrerebbe essere stata messa questa peculiarità assoluta e irrinunciabile?

Mi si scusi; come si può vedere non ci sono certezze sul presente e non ci sono certezze sul futuro se non quella che questo lavoro va scelto per se stesso, tout court, aldilà di quello che vi si complotta d’intorno e di dentro.

Se poi si arriva a questo traguardo già avendo attraversato molta strada per vie secondarie e poco di esempio,  è chiaro  che il tempo di attesa diminuisce ed incombe piuttosto il tempo delle risoluzioni e delle risposte.

Cosa farai da grande? ”  è la classica domanda che facciamo ai nostri figli, ai nostri alunni, a chi si appresta  a costruirsi un futuro  in una società che comincia a sospettare di poterlo avere   garantito.

C’è di buono che i giovani sono per l’appunto giovani,  e posseggono lo spirito di adattamento e di sopravvivenza a loro necessario per non demoralizzarsi facilmente  e sapersi  organizzare in qualche maniera.

Ma è tutta nostra, cioè degli adulti di oggi la responsabilità di avere consegnato un sistema  che a  parole ha sempre la risposta appropriata mentre nella prassi  sa solo generare confusione.

In una società multiculturale e multietnica come quella attuale, sono proprio gli alunni stranieri ad essere quelli più preparati ad affrontare le sfide della vita, poichè loro spesso vengono dal peggio e quindi anche il poco è per questi un qualcosa che prima non c’era.

E  bisogna stare molto attenti a non cadere dentro quel contenitore stritulatutto  che vorrebbe farci pensare  che dove c’è poco per i nostri rimane ben poco anche per gli altri.

Le risorse ci sarebbero per tutti, permettendo un mondo equo e  solidale; è solo la politica  che non le sa governare e non le sa distribuire.

Non si può parlare di scuola e quindi di educazione senza finire per fare i conti con i bilanci dello Stato, e lo conferma il fatto che le politiche finanziarie non hanno fatto altro che tagliare i fondi destinati fino a qualche decennio fa  proprio alla crescita  scolastica e formativa.

Come insegnante  voglio pensare che il buonsenso e la ragione alla fine avranno la meglio sullo sfacelo e sul collasso economico che poi diventa anche collasso emotivo e di pensiero. Insegnare è sapere perchè si insegna e quindi e volersi occupare dei giovani, dei bambini che saranno domani i nostri adulti.

Può un ragazzo che percepisce di non avere un futuro  preoccuparsi del proprio presente? può un giovane possedere una storia, cioè un passato,  se percepisce che non prevede generazioni a cui potere raccontare le proprie origini?

Se viene a mancare questo contesto, questo cammino, questo mondo di insieme, viene a mancare il tessuto su cui costruire ed intessere ricami e leggende che con un poco di fantasia e voglia di costruire potrebbero diventare meravigliose  epopee  degne dei nostri migliori classici.

Ci vogliono passioni per potere diventare uomini, e ci vogliono passioni per potere trasmetterle a chi ci prenderebbe  come esempio, come punto di riferimento, come compagni di scuola un pò cresciuti, anche se stiamo formalmente  dall’altra parte del banco.

Si parla della pedagogia della liberazione in quanto  non si può educare alla libertà e quindi al diventare responsabili di se stessi senza ipotizzare che  non  esistono costrizioni  che ci possono tenere legati  ad una  ingiustizia per tutto il tempo della nostra vita.

Liberarsi  significa che  non c’è educazione senza autoeducazione, e significa che  non possiamo essere quello che non siamo, e significa quindi accettarsi, e significa infine volersi bene, assolutamente essere alla ricerca della felicità.

Insegnare è far lievitare (Socrate), è un’arte (Tolstoy), è una vocazione (Ovidio), è una pulsione erotica (Platone), è meravigliarsi (Aristotele)…e potremmo andare avanti con altri meravigliosi  maestri di cui personalmente non mi sono mai sentita  veramente orfana. Forse direttamente non ne ho mai conosciuti nemmeno uno, ma le loro parole ed intuizioni pulsano nei loro scritti, che a loro volta noi abbiamo il dovere di non dimenticare e di  tenere  vivi.

Chi fa formazione non fa altro che autoformarsi nell’atto stesso di formare.

Non c’è una scissione netta tra l’essere insegnate ed alunno.

Bisogna sapere coltivare l’utopia ed il sogno di pensare una scuola alternativa, diversa, una contro scuola se si vuole: esistono tentativi concreti e non impossibili di scuole democratiche che hanno scelto di mettere al centro il bambino ed i suoi bisogni, non ultimo la nostra scuola di Nomadelfia, o la scuola di Barbiana,  e gli incontri annuali dell’I.D.E.C. (International Democratic Education Conference)  che si tengono in alternanza in un paese sembra diverso.

In questi incontri speciali  sono emersi dei principi condivisi che si possono così sintetizzare:

  • bambini ed adulti decidono tutto insieme
  • le lezioni sono libere e non obbligatorie
  • non ci sono interferenze di adulti
  • le sanzioni sono gestite da una assemblea generale e rotante
  • ogni spazio può diventare un’aula
  • il bambino sceglie il suo maestro

La scuola pubblica  non è un’azienda e non può essere data in mano ad un maneger   che la sovrasta e la determina.

E’ triste constatare che sono proprio le scuole private (non tutte ma quelle sperimentali) a dimostrare di sapere meglio funzionare,  e non perchè lì vigono regole di mercato avulse da priorità educative, ma perchè in tali contesti si scelgono direttive, valori, contenuti, principi, bisogni e priorità, e nulla cade dall’alto sotto forma di burocrazia.

Esistono esempi interessanti di sperimentazioni in Nuova Zelanda, in Israele, in Finlandia.

Un modello che sta diffondendosi è quello delle  Sudbory Schools che prevede un autogoverno totale da parte dei bambini, senza nessuna  interferenza dell’adulto.

Non si può non citare la  Sylvia Koti, dal nome della   sua prima alunna; qui convivono alunni di tutte le tipologie, ossia  autistici, epilettici, ritardati mentali, handicappati vari, down, figli di drogati, carcerati, emarginati,  figli di abusi, insomma, tutto quello che si può prevedere in una società violenta che non possiede la cultura del rispetto.

E’ ovvio che questa complessa concentrazione di umanità prevede un’organizzazione ad hoc, frutto di filosofie e di competenze specifiche,  dove la regola è “Siamo tutti uguali, con gli stessi diritti e doveri

La vita quotidiana si organizza tra vita normale e vita scolastica, dove la fa da padrone la didattica laboratoriale e cooperativa.

Senza esaltare ed unificare questi esempi estremi, è della vita scolastica ordinaria che invece intendo riflettere ed occuparmi. Di quella che ci offre lo Stato con tutti i suoi limiti ma anche con le proprie effettive e concrete possibilità di apertura e miglioramento.

Interclassi, che farsa

Nelle interclassi ci sono due momenti; il primo è quello dedicato ai soli docenti, il secondo è quello di incontro con i genitori. Quello che accade di fatto è più o meno questo: i docenti si mettono d’accordo sulle cose da dire, e poi sulle cose da non dire. Le cose da non dire sono tutte quelle che potrebbero preoccupare i genitori, che andrebbero dal Preside a lamentarsi. Il Preside irritato interverrebbe ignorando le posizioni dei docenti stessi, secondo un suo  libero arbitrio, e spesso andando a peggiorare le cose e creando un clima di scontento generale. E poi la riforma vorrebbe mettere tutto nelle mani di un solo Uomo al comando? Che follia. La scuola non è una caserma, non può avere un regime militare, e chi lo pensa non può che essere o folle, o anni luce lontano da  questo lavoro…. Certo che se la Politica   avesse dato o desse ai suoi addetti ai lavori strumenti adeguati di intervento e di organizzazione,  forse il clima delle interclassi sarebbe diverso e più sensato… E chi nel frattempo ne fanno le spese?  Proprio gli alunni, rimasti ignorati nelle loro necessità, vuoi perchè non ci sono le risorse che non si ha la volontà di trovare, vuoi perchè non ci sono sinergie, vuoi  perchè non ci sono motivazioni.

Però tranquilli,   esistono comunque i bravi maestri come i bravi studenti.

e Naturalmente tutto ciò non accade nella mia scuola, che è tra quelle che funzionano meglio in assoluto.

cari genitori…

Cari genitori, ho voglia di parlare un poco con voi, che siete le persone più interessate a che la scuola possa   funzionare bene, ma anche le meno informate sui fatti. Vediamo se riesco a darvi dei punti di riferimento precisi, per quel che posso. Lavoro nella scuola da sempre, con la scuola io  ci sono nata, alla scuola ho dato molto (forse troppo), ma devo ammettere che ancora moltiiiiiiissiiiimo mi aspetto di ricevere. Come voi, del resto, che alla scuola date i vostri figli, che poi sono anche i nostri, nel senso che facciamo parte tutti della stessa società, ma dalla stessa  scuola ricevete poco al confronto di quanto impegnate di vostro. Vi dico perchè le cose vanno male o non vanno come si potrebbe e si dovrebbe cercare di fare:

  • perchè nell’amministrazione lavora gente poco pagata, poco formata e poco motivata
  • perchè alla dirigenza troviamo persone spesso autoritarie ma non autorevoli e competenti
  • perchè nelle classi troviamo insegnanti poco formati, poco competenti, ed anche  in questo caso poco motivati (non entro nel merito della questione economica)
  • perchè dietro i banchi troviamo bambini e giovani che hanno una voglia matta di imparare  ma non lo sanno, o non  sanno come fare, e si trovano allo sbando, finendo per scegliere le vie più comode e anche  le più disastrose
  • perchè voi stessi non vi occupate in maniera adeguata di quanto fanno o non fanno i vostri figlioli  durante il tempo scuola

Vi sembro che abbia un poco esagerato? Credetemi, è anche peggio. Nella scuola tutto o troppo è lasciato alla buona intenzione dei singoli: gli uffici funzionano se c’è quella che si addossa il senso di responsabilità professionale; le aule funzionano se c’è l’insegnante di turno   che cerca di fare un buon lavoro impegnando la propria competenza specifica; le attività in genere funzionano in ultimo se c’è un corpo ausiliario adeguato nel numero e nella  qualità,  perchè scusate, anche nel pulire un banco ci deve essere un certo criterio che poi fa la differenza finale… La stessa burocrazia, nella logica dei suoi decreti, io  che li leggo, li studio e li devo applicare  nella mia funzione di amministrativa, oltre che di insegnante,   premia il mediocre, la sufficienza, e scoraggia oltre che prendersi beffa,  il meritevole, quello che si è impegnato al massimo e si aspetterebbe dei risultati. No, la nostra legislatura, sia politica che finanziaria,  denuncia  a gran voce (ma lo fa nel silenzio assoluto) quanto sia inutile, e comunque non riconosciuto, avere l’amore per la formazione continua, avere la passione per  il miglioramento di sè e degli altri… Andatevi a leggere  i criteri di valutazione dei titoli formativi e dei titoli di servizio, visto che siamo in tempi di aggiornamento graduatorie (e la cosa interessa me stessa) ; viene garantito  un 17 a chi esce dagli studi  con il sei (la mitica sufficienza spesso regalata), mentre   viene dato solo un 24 a chi esce con il 10. Alcuni corsi di qualche giorno possono valere 2 punti , mentre un dottorato solo 12, per non parlare delle lauree che vengono valutate solo 3.

A una giovane diplomata magistrale che ha fatto solo quello nella vita, ma che ha lavorato per sei  anni, per esempio,  gli viene garantito  ben 72 punti solo per il servizio; sapete cosa sono 72 punti? ci vogliono  un dottorato più un tirocinio formativo per valere altrettanto, e poi non bastano, perchè 12 + 42 fa solo 54; allora ci dobbiamo mettere magari due o tre master ancora, visto che ogni master vale 3…No, non bastano ancora, ci vogliono dei corsi di perfezionamento e poi magari una flebo perchè anche il più collaudato degli studionostop, alla fine schiatta…

Avete capito cari genitori perchè la scuola non funziona? Perchè premia solo chi lavora, chi fa, chi è già operativo sul territorio, e poi che si studia a fare, visto che lavorare senza formazione  adeguata rende di più??? (in tutti i sensi, e non solo economici).

Non è una critica a chi fa, a chi è attivo, a chi si rimbocca le maniche;  è una critica a chi pensa che basta fare per essere a posto, che basta garantirsi il posto per essere corretto, che basta  pensare per sè per  stare tranquilli.

Chi ha saputo garantirsi il posto di lavoro, ma poi non si è più  preoccupato  di darsi la continua formazione necessaria, dando addirittura addosso a chi pensando diversamente cerca di non dimenticarsi di questo obbligo/diritto,  ai miei occhi è solo un meccanismo del sistema  che ha annullato la propria funzione creativa e critica di essere pensante.

Forse è per questo che il sistema adora  gli individui che si lasciano plasmare ed assorbire, dando loro persino l’illusione d’essere utili e produttivi.

Non stupitevi, cari interlocutori del mio quotidiano,  se   dietro le cattedre trovate spesso solo insegnanti ingessati, che esigono da voi il rispetto e basta, che a scuola sanno solo annoiare o dare  note e sospensioni… Questo passa il sistema, nel senso di quel che   insegna  e trasmette, un sistema che abbiamo tutti contribuito a rinforzare e consolidare nel tempo, fino a renderlo  credo inossidabile.

Lo avete consolidato voi, che pensate che la scuola è roba di cui non occuparsi, o che pensate che la scuola è solo un pezzo di carta che bisogna per forza conseguire, con qualunque mezzo. Lo abbiamo consolidato noi, che pensiamo che la scuola è un posto di lavoro sicuro (oggi nemmeno più questo),  dove timbrare il cartellino e fare passare il tempo. Lo ha consolidato il nostro gruppo politico e dirigente, che ha sempre relegato  la scuola all’ultimo gradino delle priorità, dovendo ubbidire alla legge di stabilità che ha saputo e sta sapendo  rendere stabile soltanto gli  stipendi dei già ricchi o dei già privilegiati senza onore. Lo ha consolidato il nostro sindacato, che  per lo più serve  ormai a conservare i propri, di privilegi, sordo ai veri bisogni, assente alle vere necessità, pigro e svogliato nelle questioni legali dove  però nel mondo del contrattualismo,  rimane fondamentale sapere agire con tempismo  contro gli strafalcioni delle regole assurde, per non dire anticostituzionali.

Ancora pensate che abbia un poco esagerato? Credetemi.  Non vi ho ancora detto nulla di come vanno veramente le cose. Però consolatevi. Non so perchè, ma io amo profondamente   questa  scuola  che ha da sempre bisogno di cambiare… 🙂

Vogliamo la lim

Vogliamo la lim in tutte le classi

vogliamo una scuola al passo col suo tempo

vogliamo svecchiare non le persone ma i cervelli

vogliamo svecchiare non le discipline ma i contenuti

cerchiamo di fare quello che si può con gli strumenti che ci sono

e per riuscire in questa impresa

la scuola ha bisogno della collaborazione delle famiglie

ha bisogno di potere utilizzare il tempo casa per il suo tempo scuola

e di pensare il suo tempo scuola

a disposizione del tempo casa.

Insomma

la collaborazione si vive nella concretezza

e non solo nelle parole…   🙂

 

la scuola che cambia

La scuola che cambia è una scuola che si mette in discussione.

Lo fa non per spirito di protagonismo o di polemica, ma per spirito di partecipazione e di consapevolezza di sè.

E’ una scuola che sostituisce alla lenta e inumana burocrazia, un fare diretto e sentito, dove i protagonisti chiamati in causa si mettono in gioco e  cercano di dare il meglio di sè.

E’ una scuola che sostituisce al delegare, l’essere presente e responsabile.

E’ una scuola che non accetta le conformazioni di genere come assodate e immutabili,  ma si allena quotidianamente  al cambiamento stesso.

E una scuola dalle porte aperte, che non significa che basta esserci, ma che si traduce in un dovere dare la propria energia nei fatti e non nelle parole o nelle apparenze.

E’ una scuola che chiama in causa direttamente i genitori, quasi che loro stessi siano  chiamati a doversi occupare in prima persona dell’educazione/formazione dei loro figli (ancora prima degli insegnanti).

Ovviamente accanto ai genitori ci sono i docenti, i professionisti, i mestieranti, in parte anche i tecnici, e tutto quello che si muove intorno alla macchina scolastica.

La novità è che prima si parlava solo di  insegnanti e di studenti, oggi si parla sempre più di  vecchi ma mai compiuti  decreti delegati, ossia di quella terza  parte del triangolo  che non può più rimanere passiva, latitante, assente o inascoltata.

Siete voi, i genitori.

Genitori  che la pensano ognuno alla propria maniera, ma che  per il bene del futuro  dei propri ragazzi, devono acquisire la consapevolezza del proprio peso nel dibattito  formativo ed educativo  nazionale.

Genitori  che in parte devono sapersi rimettere  tra i banchi di scuola, insieme ai loro figli.

Genitori  che in parte  devono  sapersi mettere in discussione accanto  agli imprevisti di ogni possibile  richiesta in nascere.

Infine genitori  che  imparano a  comprendere  le esigenze stesse  dei loro minori,  che imparano a volere quello che i loro ragazzi vogliono e non quello che a priori si è deciso di far fare loro, che imparano a mettere da parte le loro opinioni  cominciando  a  programmare la vita dei loro figlioli  secondo quello che sono  i loro precisi e fragili desideri.

Precisi perchè ognuno nasce con una precisa propensione a…, e fragili perchè la loro piccola età non permette di avere la determinazione  che  spesso senza volerlo si finisce per uccidere o per deviare  inesorabilmente.

Perché nella crescita di un giovane, la prima cosa fondamentale è l’ascolto.

Amarli per quello che sono e che desiderano, senza permettere un qualche genere di  nascondimento della verità, senza favorire una qualche  forma di prevaricazione.

Sempre più lontani dalla scuola del caporalato e del “Si è sempre fatto così”