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gestire i comportamenti

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INSEGNARE è metterci alla prova

Poco tempo fa mi confrontavo con una collega su un problema di classe.

Si tratta di un bambino certificato per problemi comportamentali. Ha vissuto un abbandono molto pesante da parte dei suoi genitori, è stato adottato all’età di cinque anni, e dopo due anni di vita scolastica dentro una normalissima classe che immagino abbia  fatto di tutto per accoglierlo,  ha cominciato a dare seri problemi di bullismo (non  senza segnali di percorso)

In classe provoca le insegnanti, risponde male, butta per aria quello che decide di buttare, fa  piangere i compagni con diversi dispetti, senza che si riesca a calmarlo, perchè sferra calci e pugni, oltre sputi e altro.

Anche con l’insegnante di sostegno avuta da pochi mesi,  le cose non vanno meglio, perchè lui intende questa presenza come la sua possibilità di uscire di classe per andare a fare quello che vuole fuori, accontentato in tutto.

La famiglia è disperata. Il corpo docente smarrito.   L’Uonpia ha stabilito per lui non più di 12 ore, e non intente darne altre, perchè il bambino è normo dotato, ha solo problemi di comportamento (mi si dice che diventa aggressivo perchè non riesce a fare le cose, ma è tutto da vedere, visto che non ha problemi di apprendimento)

Voi in qualità di insegnanti o di addetti ai lavori, o anche solo di genitori, cosa proporreste  per uscire d’impaccio da questa  situazione che non può che peggiorare nel tempo, se lasciata a se stessa?

Grazie della risposta…

 

bambino tetraplegico

CASO: I^  superiore IPSIA. Ragazzo tetraplegico dalla nascita con difficoltà di comunicazione

inserito in un gruppo classe dove si verificano episodi di bullismo. Famiglia presente, ma tessuto

sociale disagiato. Presenza di alunni stranieri in classe.

DOMANDA: definisci lo stato emozionale della classe. Pensa quali dinamiche emotive possono

nascere e come si può fare per gestirle. Quali dinamiche emotive possono nascere nel discente

disabile e come si possono affrontare.

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L’educazione sentimentale

A  scuola stiamo seguendo un corso di psicologia; i temi trattati saranno vari, vanno dal bullismo, al rapporto con i genitori, al rapporto con i colleghi…

La psicologa è giovane, piena di entusiasmo. Ci parla mentre gli brillano gli occhi, vuoi perchè dimostra di amare il suo lavoro, vuoi perchè per il suo lavoro è ovvio che ci sta mettendo molto impegno.

Usa un tono di voce pacato, modulato, gentile, affabulatore; è come se noi insegnanti fossimo oggi per lei i suoi alunni a cui trasmettere  competenze, o sarebbe meglio dire, suggerimenti e tattiche di intervento spicciolo.

Non si può insegnare ed essere contemporaneamente gli psicologi dei nostri alunni; tutti noi avremmo bisogno tra l’altro  di un consulto psicologico periodico  (e non per nulla stiamo facendo questo corso),  ma si può quantomeno tamponare le situazioni in emergenza, essere equipaggiati a fare il primo intervento in classe, quello che non può essere evitato o demandato ad altri.

In sostanza è questo che ci è stato spiegato sull’essere bullo:

  • il bambino bullo è tale perchè ha subito lui stesso atti di bullismo da parte di altri, spesso da parte della stessa famiglia
  • il bambino bullo  agisce secondo tattiche  raffinate e complesse, si avvale degli aggregati, cioè dei compagni che coinvolge ed obbliga alle sue malefatte
  • non è un bambino seguito dai genitori, che sono per lo più o assenti o presenti nella maniera sbagliata
  • agisce in quel modo per soddisfare a un bisogno primario che è quello dell’essere visibile ( il bisogno primario è cambiato nella società dei consumi, non è più quello del mangiare bere dormire…)
  • è un bambino leader, con talenti e capacità, che utilizza nel modo sbagliato
  • viene distinto tra bullismo femminile ( spesso di gruppo e poco visibile) e bullismo maschile ( spesso individuale e palesemente violento)
  • colpisce bambini deboli e indifesi, che tendono a sopportare e a non parlare delle violenze subite, per vergogna, disagio o per inconsapevolezza, se non fino a quando crollano (e di norma  il loro primo adulto ad essere informato sono proprio i genitori). Non necessariamente sono bambini con una scarsa autostima.  A  volte sono bambini assolutamente normali che per varie ragioni vengono presi di mira. Il bambino  bullizzato a lungo,  è a rischio estremo di suicidio (problema che emerge nella  sfera adolescenziale)
  • il bullo fa leva sulla maggioranza silente, che sa ma non dice nulla

Detto questo, la psicologa ha lavorato molto sulle modalità di intervento da parte dell’insegnante/i  in classe; ecco le strategie  da mettere in atto:

  • l’intervento deve essere tempestivo, appena risulta visibile
  • non serve sgridare e basta l’alunno che sbaglia, perchè lui sa di sbagliare, e non serve punirlo con note e sospensioni, che servono solo a  rimandare a un tempo inesistente la risoluzione del problema
  • occorre capire le ragioni di quel comportamento (visto che siamo davanti a bambini dovrebbe essere abbastanza scontato)
  • le tattiche per capire sono quelle di agganciare l’alunno che si comporta in maniera violenta  dicendogli qualcosa del tipo: “Io lo so che tu stai male, che tu hai le tue ragioni per fare così, però non è giusto che tu faccia del male a un compagno. Vuoi che ne parliamo? Ne parliamo solo io e te, e ti prometto che non sarai punito”
  • in questa maniera dobbiamo conquistare la fiducia del colpevole, che a sua volta ha subito aggressioni che non sono state  corrette
  • l’intervento anti-bullismo deve riguardare tutto il gruppo classe, il quale rappresenta la maggioranza silente
  • si deve quindi proporre lezioni sul tema, dove si invitano i bambini a raccontare quel che accade in classe, o a scuola, o fuori della scuola, sempre senza assumere le vesti dei carabinieri che  vanno alla ricerca di qualcuno da punire; si tratta di lavorare sull’educazione sentimentale, sulla gestione delle emozioni
  • solo in un secondo momento possono essere coinvolti anche i genitori, ma sempre per trovare collaborazioni e non per trovare risposte negative, che potrebbero solo peggiorare la realtà dei fatti
  • una volta agganciato ( in generale, non solo quello bullo, ma quello che espone un problema qualsiasi  di comportamento), il bambino va normalizzato, cioè occorre calmarlo, fargli esternare il disagio, la rabbia, riconoscere noi adulti che c’è qualcosa che non va e fargli capire che lo comprendiamo (rispondere con frasi del tipo “Ma non è vero quello che dici, il problema  è solo nella tua testa, tu sei troppo piccolo per sapere quel che dici, hai frainteso, lui non voleva dire quello ecc…” NON SERVE, anzi,  fa imbestialire o chiudere a riccio il bambino che sta vivendo un disagio
  • il bambino non va mai giudicato
  • bisogna prendere e dare tempo
  • bisogna tornare sui problemi con calmasenza mai abbassare la guardia

Ecco un esempio di schema emergenziale  che potrebbe essere proposto in classe:

COME REAGIRE A OFFESA E PRESA IN GIRO

  • IGNORA CHI TI OFFENDE O/E TI PRENDE IN GIRO
  • SE CONTINUA, SPIEGA GENTILMENTE “MI STAI OFFENDENDO/PRENDENDO IN GIRO” E
  • INDICAGLI IL CARTELLONE ESPOSTO IN CLASSE  E DIGLI “SMETTILA, STAI FACENDO UNA COSA CHE NON SI DEVE FARE”
  • POI DILLO ALLA MAESTRA
  • OPPURE  SCRIVILO SU UN FOGLIO E METTILO NELLO SCRIGNO
  • OPPURE PARLANE CON UN AMICO

Nel vademecum dell’autodifesa, si parla di cartellone e di scrigno; sarebbero il cartellone delle regole su cui si deve avere precedentemente lavorato,  e sarebbe  l’idea di una scatola dove gli alunni vanno a mettere in segreto i loro pensieri, i loro disagi.

Sono tutte strategie  semplici che nel breve tempo dovrebbero dare dei riscontri.  E’ importante lavorare, come si è già detto,  sul gruppo classe  Spesso il bambino preso di mira non è in grado di difendersi, e coinvolgendo la classe, potrebbe venire aiutato da qualche compagno coraggioso ed autonomo che interviene poi in sua difesa. Inoltre  tutto accade all’interno di dinamiche spesso complesse e imprevedibili, quindi mai far sentire i singoli esageratamente  sotto pressione.

Occorre anche comprendere che gli alunni tendono a vedere gli adulti in genere, e dunque gli insegnanti, come quelli che aspettano solo di poterti punire.

I  bambini non si fidano degli adulti, per la semplice ragione che il mondo non è a misura di bambino ma a misura di adulto. Loro sanno di non avere di norma  voce in capitolo.

E  bisogna lavorare su questa enorme  discalculia  esistenziale.

So che nella realtà dei fatti, sovrasta la regola assoluta del punire.

Perversa la cultura del pensiero scorretto che enuncia: “Il bambino bullo va isolato, va punito, va represso, altro che essere capito, lui sa benissimo quello che fa...”

Sarà, ma è lui il bambino, e noi siamo quantomeno i suoi educatori.

Lo sanno benissimo gli insegnanti  che attentamente vigilano, ascoltano, si mettono  dalla parte del bambino, e cercano di ricordare quando loro stessi erano bambini.

Il punto centrale della questione è questo: se ho un problema di comportamento in classe, non devo ignorarlo, non devo punirlo, non devo giudicarlo; devo invece cercare di educarlo  educando  il bambino che lo determina.

Nessuno dice che è facile, nessuno dice che non ci voglia del tempo per riuscirci, nessuno dice che  riusciremo a risolverlo.  Non c’è garanzia di nulla.

C’è solo da concludere  che  insegnare è difficile, è faticoso, a volte è estenuante, ma  di sicuro ne vale la pena.

Ne vale sempre la pena.