Mantegna

Il MANTEGNA  si  colloca nella  seconda  metà  del 1400.

Le opere prese in visione sono quelle della celebre  CAMERA   DEGLI SPOSI, e per finire IL CRISTO MORTO,  che segna l’opera tardiva/finale   dell’artista.

Appartiene alla scuola  veneta, ma si differenzierà  dal Botticelli.

La stanza degli Sposi rappresenta un cantiere di lavoro che inizia nel 1465 per finire nel 1474, nove anni dopo. Si può  ammirare   nel CASTELLO DI SAN GIORGIO  a Mantova.

La complessità delle 4 mura dipinte (due per intero e due coperte da un finto tendaggio), con l’aggiunta del maestoso soffitto, decidono il cambio di destinazione della stanza, che da iniziale  camera da letto diviene la STANZA DI RAPPRESENTANZA  dei Gonzaga.

Lo stile pittorico è  narrativo, l’osservatore  viene illuso dall’  architettura del disegno, l’artista si diverte in giochi prospettici.

La critica ha lungamente dibattuto sul significato dell’immagine rappresentata nella cosiddetta parete del camino, dividendosi tra chi la ritenesse  una scena di vita quotidiana , e tra chi la ritenesse   una scena NON ORDINARIA  MA PRECISA. Rappresenterebbe l’arrivo del messo degli Sforza che comunica la morte del Duca Francesco I Sforza; il messaggio sottinteso ma non troppo, sarebbe un’ implicita richiesta da parte della Duchessa Bianca Maria Visconti a volere chiedere alla famiglia Gonzaga la sua protezione.

Considerando che i Gonzaga sono stati fino a quel momento  un casato minore rispetto agli Sforza di Milano, come rispetto al Principato veneto, questo gesto sta a significare l’ascesa della famiglia  Gonzaga nel panorama  dei ducati e dei principati.

Spicca tra i rappresentati LA NANA DI CORTE, una donna storica realmente esistita, dama di compagnia della moglie del duca,  legata affettivamente al gruppo nobiliare, anche se in genere i nani  e  gli storpi venivano assunti a corte per motivi prettamente di intrattenimento ludico.

La seconda scena affrescata ha un respiro maggiore, ambientata in un giardino molto  più  grande, e suddivisa da due colonne (sempre dipinte).

Anche questa scena non sarebbe affatto CASUALE, ma mirata ad elevare l’importanza del casato. Rappresenta il Duca Federico I con al centro   IL FIGLIO FRANCESCO GONZAGA   che indossa il porporato cardinalizio, circondato dai figli minori  del duca è già  destinati al noviziato, come era consuetudine del tempo.

Bellissima la volta centrale che sembra faccia vedere il cielo nella stanza, circondato da una miriade di piccoli putti  e da una miriade  di  CLIPEI  che incorniciano  i più  importanti IMPERATORI ROMANI.

Anche qui la volontà  di celebrare l’importanza del casato è  evidente.

Tutti gli affreschi riproducono una luce meridiana,  e Mantegna utilizza il gioco prospettico sia con rigore scientifico che anticipando i giochi ingannevoli che saranno tipici del BAROCCO.

Per finire, nel CRISTO MORTO,  dipinto tra  il 1482 e il 1483,  poco tempo prima di morire, Mantegna ci lascia il suo capolavoro religioso come atto personale di devozione cristiana, pur rimanendo nel rigore scenografico tipico dello stile del Mantegna  che non lasciava spazio all’emotività. Conservato a BRERA, nella Pinacoteca.

Colpisce la scelta prospettica dell’artista; la figura stesa sul tavolo e osservata da UN  SOLO PUNTO DI OSSERVAZIONE CENTRALE,  obbliga consapevolmente   l’autore a DEFORMARE il soggetto, ora ALLARGANDOLO, ora RIDUCENDOLO, senza però  alla fine sconvolgerlo o renderlo irreale.

Mantegna per non lasciare affondato il volto del Cristo, decide di sollevarlo attraverso un  cuscino,  poi decide di piegare le braccia per farle apparire le più realistiche possibili, proporzionate al busto che appare schiacciato e accorciato ma preponderante; anche le gambe risultano accorciate, mentre  si dà assoluto risalto alle STIGMATE delle mani e dei piedi, che sono il segno tangibile della PASSIONE DI GESÙ .

Insomma, Mantegna OSA SPERIMENTARE SU UN TEMA A LUI MOLTO CARO,  che compone non su commissione ma per diletto personale.

E’  un INVITO  ESPLICITO ALLA  CONTEMPLAZIONE,   RIVOLTO ALLA COMUNITÀ  CREDENTE.

L’opera purtroppo  utilizza la tela, che di per  sé  è  più facilmente  deperibile, molto più  della classica tavola di legno, ed utilizza la tecnica mista della tempera e del colore ad olio.

Nel tempo il DIPINTO perderà  in luminosità e per questo oggi è  conservato  in  FRAMEBOX, cioè  dietro una cornice protettiva che conserva la temperatura del quadro  costante. E’ tra le opere che NON POSSONO VENIRE MOVIMENTATE, ossia spostate dalla loro naturale collocazione, per scongiurare ulteriori e irreparabili  danneggiamenti strutturali.

9 novembre 2018