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Burnout dell’insegnante

Il burnout dell’insegnante

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Siamo tutti bravi, se lo dice il maestro

Saggio breve di Dall’Omo Antonella

“Siamo tutti bravi se lo dice il maestro”-  (Gli stili cognitivi e le difficoltà di apprendimento)

La grande ondata di ricerca pedagogica che ha interessato l’apprendimento/insegnamento  dagli anni ’80  ad oggi ha avuto tra le scoperte più interessanti la teoria degli stili cognitivi.  Così come esistono diverse intelligenze (Gardner), è palese che esistono diversi modi di apprendere, i quali sono legati alla propria intelligenza e al proprio modo d’essere (Sternberg).

L’applicazione di una intelligenza motoria, o estetico-visiva, o linguistica, o scientifica, o naturalistica, o filosofica, o intersoggettiva, o intrasoggettiva, o… mette in moto di per sè  abilità, emisferi cerebrali, difficoltà in atto e conoscenze pregresse.

E’ ovvio che  non esiste una gerarchia di valore, ossia non esiste uno stile che sia preferibile ad un altro, ma esiste uno stile che sia assolutamente da richiedersi in determinate situazioni, o che nella medesima situazione arriva al medesimo risultato in soggetti differenti  attraverso percorsi alternativi.

Nell’apprendimento diversificato l’apprendente mette in atto meccanismi propri legati al proprio modo di essere, al cosa fare, al come farlo; ognuno di noi ha una funzione (legislativa esecutiva o giudiziaria), forma  (monarchica, gerarchica, oligarchica o anarchica) , livello (analitico o globale), sfera (intima o pubblica) e propensione (innovativa o conservatrice) specifica  nell’apprendere qualcosa. Lo stesso dicasi nel processo di insegnamento, dove la consapevolezza del chi, cosa e come farlo dovrebbe essere maggiore.

Detto cammino evolutivo è in continua trasformazione; le intelligenze si educano cioè si possono modificare e coordinare nel senso che non c’è nessun immobilismo categorico.

Le scuole di pensiero dominanti sulla questione sul come si apprende  sono l’innatismo (Chomski)  e l’interazione sociale (Vigotskii- Bruner). L’innatismo prevede meccanismi preesistenti e automatici; l’interazione sociale prevede la presenza dell’altro, l’esempio, lo stimolo diretto e mirato;  una terza scuola è quella classica piagetiana ancora molto diffusa   che parla di apprendimento stadiale e che passa da una fase interna egocentrica verso una fase esterna sociale.

Al fine di ottimizzare il processo formativo generale della persona, è importante creare nel dualismo alunno-insegnante un clima di collaborazione e comprensione, un legame di fiducia e complicità, un ambiente cooperativo e di scambio soprattutto tra i pari, dove gli alunni stessi tra di loro si mettono in sinergia  creando reti preziose di supporto e di stimolo.

Questa necessità  non è assolutamente vuota retorica; l’aspetto relazionale è la prima ragione del fallimento o del successo del cammino  scolastico (ma potremmo anche dire lavorativo), aldilà delle singole attitudini e capacità.

Prevenire è meglio che curare” quindi  detto agire in relazione serve soprattutto a prevenire possibili disagi e difficoltà, o serve a permettere che l’esistenza di dette difficoltà trovino un terreno idoneo a che vengano sottolineate e risolte.

Il percorso  scolastico è di per sè un tracciato oscuro lastricato di insidie, e non solo una meravigliosa ed indispensabile opportunità che dovrebbe essere garantita ad ogni bambino e giovane prima del suo ingresso nel mondo dell’essere adulto.

Apprendere richiede meccanismi complessi quanto semplici che per funzionare richiedono abilità e apparati, come il sistema cognitivo, percettivo, emotivo, motorio, psicologico, neurologico, mnemonico, attentivo, ricettivo, discriminatorio, associativo e di completamento.

Un solo handicap di questi apparati tutti interconnessi tra di loro può rendere difficile o comunque non lineare il cammino verso la meta, che nel nostro caso non è il generico pezzo di carta finale, ma l’arrivare ad acquisire competenze legate al saper essere fare e diventare.

Un insegnante non può dunque ignorare quanto può esistere dietro ad un qualunque insuccesso ed è suo compito  mettere in luce le problematiche con l’aiuto di tutto un team di persone che stanno intorno al bambino in apprendimento.

Prima tra tutti ovviamente la famiglia, che  rappresenta l’humus  culturale ed emotivo in cui il bambino si alimenta, e non solo in un senso  specifico.

La pedagogia è arrivata a distinguere le semplici difficoltà di apprendimento  (bes) da quello che verranno definiti in un capitolo a parte i veri disturbi cognitivi (dsa).

Le difficoltà d’apprendimento  ineriscono ogni settore e quindi vanno dal non saper leggere, al non saper scrivere, al non saper fare di conto.

Detti disagi possono essere coesistenti, come possono essere invece presenti in forma molto limitata e potremmo dire concentrata nel tempo.

Tempismo, capacità osservative, strategie di intervento e dinamiche relazionali possono fare tutta la differenza nel presente e nel futuro di un alunno.

Esistono dei test che lo stesso insegnante potrebbe utilizzare nell’individuazione di possibili disfunzioni, ma detti test non hanno valore medico, quindi non hanno valore formale. E’ sempre  e solo una struttura medica e specialistica chiamata a farsi carico di diagnosi funzionali e quindi di certificazioni (come è ovvio che debba essere poichè ad ognuno compete la propria professionalità).

Il compito dell’insegnante è piuttosto  quello di elaborare un piano di intervento educativo  sulla misura delle necessità risollevate (il pdp per alunni bes ed il pei per gli alunni che vengono certificati).

Quando si parla di insegnante si dovrebbe sempre parlare di “insegnanti” intesi nel loro lavorare in team, ma  lavorare in squadra è una capacità ed una necessità che molto spesso viene disattesa nella realtà quotidiana, vuoi per diverse ragioni. Le motivazioni possono essere caratteriali, volutive o dovute ad assenza di strumenti che permetterebbero la corretta sinergia sul campo.

Mentre le difficoltà di lettura possono per lo più rivelarsi transitorie  perchè compensabili con un buon allenamento mirato, le difficoltà di scrittura e di calcolo rimangono legate a potenzialità che possono richiedere strumenti compensativi  permanenti.

Per molto tempo la mentalità scolastica fondata sulla competizione e sull’idea di impegno (se faccio ci riesco, se non faccio è colpa mia che non mi impegno)  ha considerato il ricorrere a strumenti esterni  come un segno di debolezza e di sminuimento delle capacità personali. Questo atteggiamento discriminatorio e profondamente ingiusto rischia tutt’oggi   di confinare  nella depressione un’intera classe di “svantaggiati”  che avrebbero la sola colpa di nascere disabilitati piuttosto   che più fragili di altri.

Premesso questo, occorre anche aggiungere  che a volte si manifestano i sintomi della disabilità là dove disabilità non esiste, e  questo a riprova del fatto che anche una scorretta relazione insegnante alunno o alunno famiglia o alunno alunno  può  determinare forme di difficoltà   per lo più sanabili  con semplici strategie mirate.

La rivoluzione scolastica tanto attesa e tanto agognata  io credo che sia accaduta proprio dentro la pedagogia stessa,  che ha spostato l’attenzione dal raggiungimento degli obiettivi verso il processo vero e proprio d’apprendimento.

Il principio è chiaro e meraviglioso:  tutti possiamo farcela, ognuno con i propri tempi e mezzi; le diversità non devono essere viste come un problema ma il vero problema sono le persone  che si muovono oppresse da pregiudizi.

Che il pregiudizio permanga nella società e nei suoi regolamenti spesso legati a leggi di profitto è pressochè inevitabile,  ma  che avesse dovuto  permanere nel tempio della conoscenza, nel luogo preposto ad eleggere ogni bambino sovrano della propria evoluzione, non poteva rappresentare  un qualcosa di tollerabile.

Certo, è ancora poco se non contraddittorio  pensare che la scuola può migliorare mentre la società che la contiene e la rappresenta  può rimanere quello che è in quanto la scuola non può fare miracoli.

A questo punto se la scuola non può fare miracoli, non può illudere o garantire altro che il proprio personale impegno formativo ed educativo, è pur vero  che siffatti giovani  preparati  alla verità, alla bellezza, alla giustizia, al senso critico e  alla cooperazione, dovranno in qualche maniera lasciare la loro personalità nel tessuto collettivo.

Mi ritorna in mente  Edgar Morin  che tanto ci parla di un bisogno “di teste ben fatte e non di teste ben piene“. In  quanto formata filosoficamente mi risulta necessario collegare sempre l’essere pedagogo all’essere filosofo. La pedagogia  non può rimanere separata dalla visione del mondo e della vita, così come  ogni sapere in qualche maniera si concatena ad altre forme di conoscenza, contro pericolose cadute nello stretto  specialismo (Canevaro).

Si parla tanto di saperi interculturali ed interdisciplinari , soprattutto nella scuola della globalizzazione e della  long life learning che tende a mettere la persona in formazione continua.  Mi chiedo se questo nuovo modo di crescere e di mettersi in gioco  stia portando con sè qualche rischio, ossia qualche limite, oltre che i suoi assodati ed indiscutibili vantaggi (diffusione, scambio, confronto, paragoni, impulsi, suggerimenti, strumenti, opportunità, solidarietà, facilitazioni, ricchezza di informazione, pari opportunità, fucine di idee…) . Per il momento  non mi sento di segnalarne alcuno, ma è chiaro che  il bisogno di vigilare su contesti ad un così alto impatto  sociale  non deve mai cadere.

Per concludere,  di fronte a problemi di difficoltà a leggere, o difficoltà a scrivere, o difficoltà a fare di conto (senza entrare  nelle differenziazioni che sono molto tecniche e circoscritte, prevedono esempi molto diretti ed il lavorare in contesto, oltre che potremmo dire l’occhio clinico, ossia la capacità di prevenire e di rilevare il problema a seguito dell’esperienza accumulata), la prima cosa da fare è di non  scoraggiarsi e di rendere/si    consapevoli della  questione. Una volta appurata la natura e la forma del deficit, che può anche essere comorbile o solo più psicologico che reale,  l’insegnante deve intervenire con strategie mirate sia compensative che dispensative, se necessario.  Tra queste strategie  il metodo cooperativo è sempre al primo posto, perchè  non si affronta  un handicap  isolandolo, frammentandolo,    ignorandolo , e nemmeno utilizzando  superficiali  meccanismi  burocratici  che servono solo a riempire moduli di carta dettati da esigenze normative ma   non da esigenze motivazionali che sono le sole ad essere realmente   proficue.

il maestro e il bambino

Maestro Gio

il puzzle dell’apprendimento

il metodo Feuerstein

HELLOMOTO

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Guarda le due figure sopra, prese dal test di Raven.

Indica qual’è il pezzo mancante, nell’una e nell’altra,  e spiega il ragionamento che devi fare. Non conta il tempo, conta il risultato.

Dopo un’ingresso teorico, molto breve ma concentrato su come funziona la mente e dunque l’apprendimento, siamo arrivati ad esplorare questi esempi pratici, a dire il vero appena accennati, per mancanza di tempo aggiuntivo,  ma che già ci hanno reso l’idea di come noi adulti compiamo operazioni complesse in maniera automatica, mentre tutti i giorni chiediamo ai nostri alunni di fare le stesse operazioni, più o meno complesse, senza che loro abbiano il vissuto, la formazione cerebrale e lo sviluppo cognitivo tipico dell’adulto.

Questo per farci comprendere  che solo se abbiamo capito come funziona l’apprendimento, possiamo lavorare sull’insegnamento, cioè preparare ad hoc la nostra lezione a misura di classe.

Proprio la nostra precisa e determinata classe quotidiana, che non è certo un’astrazione,  ma un insieme di bisogni precisi e categorici.

La relatrice in poche parole, la collega  Maria Russo, esperta nel metodo Feuerstein,    ci ha raccomandato questo:

  1. di non dare consegne che non sono state comprese
  2. di non dare consegne noiose, poco stimolanti o non adatte
  3. di non valutare i risultati senza avere prima valutato la correttezza della consegna
  4. di pretendere e garantire  che ogni alunno possa  avere fiducia nelle sue possibilità
  5. di non dare troppi  stimoli ma solo quelli che servono, ed insistere su quelli
  6. di non avere pregiudizi, mai mai, mai
  7. di dare sempre incoraggiamenti, perchè le capacità sono sempre in sviluppo,  e non c’è nulla che a priori possa essere ritenuto impossibile- lasciare fare al tempo

Dopotutto, aldilà di tutte le specifiche scientifiche oscure e complesse, il funzionamento della mente è molto semplice: c’è un qualcosa che ci entra (l’input) e ci chiede di reagire, di dare un segno a questa accoglienza; il cervello lavora su questo input nella fase di elaborazione dei dati  e produrrà di conseguenza il suo output, cioè la sua risposta.

Nella fase di input lavorano sostanzialmente due cose:  il registro sensoriale ed il registro emotivo.

Il registro sensoriale è fatto di  percezioni, legate alla nostra reale capacità percettiva; il registro emotivo è fatto di relazioni, di emozioni,  appunto, di motivazioni ad apprendere, di coinvolgimenti.

Quando questi due registri funzionano all’unisono, scatta magistrale la capacità di apprendere.

Il docente è il mediatore  che  sta dentro la classe o dentro il gruppo, a seconda dei casi,  e deve appunto mediare quello che accade dentro questo piccolo mondo scolastico.

Cosa ne pensate?

Io ho concluso che valeva assolutamente  la pena di andarci.

Ieri non sapevo nemmeno dell’esistenza di questo Feuerstein; oggi so che è un gigante della pedagogia, che è vissuto per potere dare un presente ed un futuro a molti bambini reduci da esperienze terribili e catastrofiche, che lui stesso è stato benedetto da una mano gentile che lo ha sottratto allo sterminio dei campi di concentramento (essendo di origine ebraica), e che insomma,  è stato davvero un bravo maestro.

daniela lucangeli