Archivio mensile:ottobre 2017

Schopenhauer

Schopenhauer nasce nel 1788 e muore nel 1866.

Viene ricordato per la sua opera ” Il mondo come volontà e rappresentazione”  e per quello che verrà definito un  pensatore   pessimista. Da lui prenderà ispirazione Nietzsche  che  proprio ottimista non era  ma che  trasformerà il pessimismo del suo collega in  spirito  battagliero.

Al pari  di ogni idealista  distingue il fenomeno o ciò che appare dal noumeno o vera realtà  che rimane nascosta come dietro un velo. Si riprende il mito della caverna di Platone, ossia  una volta scoperto che  quello che sembrava vero erano solo ombre  e che la presa in carico della verità comporta l’assunzione del rischio di uscire dalla caverna per affrontare il mondo,   non si può più continuare a definirci  ignoranti, ma obbligati  alla ricerca.  Solo che ricerca significa anche condannarci al dolore, alla sofferenza, perchè la vita è un brutto affare per tutti.

Ogni passione d’amore è solo un inganno, che copriamo con parole fasulle ma che alla fine  nascondono solo egoismo, conservazione della specie, egocentrismo, presunzione di sè;  l’unico nobile sentimento disinteressato è quello della pietas, della compassione per l’altro che ci è simile e che soffre. Dire Schopenhauer significa dire  la nascita stessa del pessimismo cosmico che accanto a lui  anche Leopardi  condivide, solo che Leopardi  pensa di superarlo facendosi una sorta di eroe pronto al sacrificio, mentre Schopenhauer   gli   riserva in risposta la scelta della  fuga dal mondo,  del ritirarsi a vita privata dedicandosi alla chiara  lettura del tempo   che non ha bisogno di nuovi mentitori e racconta frottole. In primis condanna tutte le religioni che sono per gli uomini deboli e non certo per i filosofi che dovrebber sapere camminare con le loro gambe.

Contro il romanticismo e l’idealismo o  l’illuminismo  sostiene  che   non esiste l’uomo romantico, l’uomo liberale, l’uomo idealistico o idealizzabile; esistono solo gli egoismi di ognuno contro quello degli altri, o le pulsioni incontrollabili   di cui possiamo solo diventare zimbello,  contro le quali     si può opporre solo la rinuncia, il tirarsi indietro.  Contemporaneo di Hegel, decide di tenere le sue lezioni nelle stesse ora del suo rivale,  solo che la sua attività accademica   va deserta.

Gli studenti preferiscono sentirsi dire che sono destinati ad ereditare e a costruire una nazione forte e dominatrice, illuminata e  progettata per ruoli guida, che sentirsi raccontare che sono circondati da nullità e che per loro non c’è via di scampo che la fuga o la meditazione.

Di spirito aperto e anticonvenzionale è uno dei primi pensatori occidentali   che si apre anche al pensiero orientale/indiano, di cui ravvisa la saggezza e l’innata  imperdurbabilità.

Solo il 1900  darà giustizia a questo filosofo che aveva compreso l’avvento del tempo nuovo  che stava per sopraggiungere, un vento devastatore e per nulla foriero di buone novelle,  come Schopenhauer aveva purtroppo   intuito.

Tanto misantropo con  i suoi simili, Schopenhauer dimostra tenerezza  invece nei confronti degli animali,  che per certi aspetti evidentemente giudicava più meritevoli di attenzione.  Alla causa animalista dedica  parte del suo tempo e delle sue convinzioni.

Il titolo del suo testamento antropologico comprende nel titolo quello che il filosofo intendeva dire, ossia  non esiste una verità che possa guidarci in maniera infallibile e proba; esistono tante teste diverse che del mondo hanno la loro rappresentazione  e a cui dedicano le loro volontà nel gran caos generale che permette l’accadere di tutto, anche delle più giganti idiozie.

Spinoza

Spinoza nasce nel 1632  e muore nel 1677.

Ebreo, sefardita e rivoluzionario, per l’originalità del suo pensiero  che si stacca dalla tradizione  viene bandito dalla sua stessa comunità e costretto ad una vita in fuga e continuamente in pericolo.  Solo per questo incipit appare evidente l’interesse che non sarebbe  corretto negargli.

Spinoza parte dal concetto che la Sostanza è unica, eterna, infinita,  incausata e necessaria. Per sostanza intende il cosmo che ci contiene e che ci sovrasta. Erroneamente l’uomo  crede che  il mondo abbia un finalismo, che sia stato progettato da un Essere superiore  e che nell’atto della sua creazione lo abbia destinato ad uno scopo, che è quello di servire l’uomo che è il re di questa terra per volontà divina.

Nulla di tutto questo è vero. L’uomo non è che l’essere primo e finito  del cosmo, un cosmo misterioso di cui non sappiamo nulla  e che ci inghiotte nella sua infinitezza sconosciuta. Dio è il mondo stesso, la natura stessa, la causa sui dell’universo che è l’immensità.  Conia il detto Deus sive Natura, che significa Dio ossia la Natura. Nega l’antropocentrismo. Nega la teoria creazionista. Dio in quanto Dio non ha bisogno di creare essendo lui stesso creatura vivente unica, eterna, infinita, incausata e necessaria, cioè la Natura stessa.

L’uomo ha tre livelli di conoscenza: con il primo immagina, ma non conosce; con il secondo conosce il mondo, con il terzo scopre che Dio e natura coincidono.

La natura è naturata e naturante. La conoscenza è sempre vera nel senso che c’è e non può essere negata. La Bibbia sbaglia a darci un Dio antropocizzato. Non solo, la Bibbia è un testo inventato e illogico, infondato. Con questa ultima precisa dichiarazione  di ateismo  si autocondanna all’esilio, viene bandito e maledetto dallo stesso ebraismo   con un atto pubblico che lo mette alla gogna; per sopravvivere dovrà dedicarsi al suo lavoro di  tornitore di lenti (che poi lo farà ammalare  per essere sempre in contatto con la polvere di vetro) ed  accontentarsi di scrivere opere con pseudonimi  consegandole ai suoi fedelissimi seguaci  che poi le porteranno per vie traverse alla pubblicazione dopo la sua morte.

Il suo  capolavoro filosofico sarà   L’etica  dimostrata con il metodo geometrico.

Pubblicazioni che conosceranno il rogo anche dopo  la sua scomparsa. Prima della   fine  accaduta  a soli   44 anni,  subisce persino un attentato che lo vede salvo per miracolo.

Il suo pensiero  critica Cartesio per il suo dualismo tra le rex cogitans e la  rex estensa, che non sono altro che   gli attributi stessi della stessa Sostanza che è, lo ri ricorda, unica, increata..ecc.Gli attributi non vanno scambiati con la sostanza, che ha infinite  qualità e quantità.

L’uomo non ha una natura razionale e non è immortale, vive in un mondo che non è stato pensato per lui,  ma partecipa dell’immortalità del cosmo, che lo contiene come creatura speciale e intelligente, in grado di sentire, volere, desiderare e conoscere Dio-natura  e la sua verità.

Nel mondo tutto accade per caso, ma non per questo l’uomo è servo del fato, bensì signore libero di se stesso  che agisce necessariamente. E’ come un fiume in discesa, il fiume è libero in quanto se stesso, ma è necessitato a incanalarsi là dove il terreno  lo accoglie, nella maniera  possibile.

La libertà non è assoluta ma possibilitata e di questo occorre essere consapevoli; Spinoza vuole l’uomo gioioso e attivo, e non oppresso e depresso. Si può vivere arditamente anche nella consapevolezza della fine. Fa parte del gioco, non ci si può sottrarre. “Ricordati che devi morire” è un motto  accettabile.

Infine Spinoza  ci lascia il suo inno alla vita che  deve essere fatta di atti altruistici ed un poco  utopistici.  L’uomo consapevole ed etico è anche un uomo politico che può tradurre in scelte il suo pensiero e la sua conoscenza consapevole.  E’ possibile usare la propria forza di opposizione  per fare cose buone. La vita non deve  oscillare  tra la paura e la speranza,  l’ inutile privazione  e  l’odio,  ma  inseguire scelte mirate, che rendono possibile l’ottimismo sopra il pessimismo. E se lo diceva   lui….

L’ottocento italiano

Se la Francia ha avuto Bergson (che vedremo), se la Germania ha avuto Marx e Nietzsche (che vedremo), oltre Kant   ed Hegel (che abbiamo già  veduto), se l’Inghilterra  ha avuto Smith, Ricardo, Owen, Coleridge ecc…, l’Italia non è stata da meno sul fronte filosofico.

Numerose sono le personalità  che troviamo  per esempio  nell’800: Mazzini, Rosmini, Carlo Cattaneo, Leopardi,   Manzoni, Pellico, i fratelli Bandiera, Pisacane,  Garibaldi,  Spaventa e Labriola  a fine secolo,  sono già una rosa significativa. Anche se il nostro fiore all’occhiello  sarà Croce, il gigante del nostro ‘900.

Come si può vedere sono tutte figure   legate al Risorgimento e al processo storico che ha portato all’unificazione del Paese, un processo complesso come non mai, vista la congenita divisione  interna tra i vari ducati e regni stranieri  e dominatori.

Mazzini (1805-1872)  rappresenta un sentire liberale idealista e romantico; ideatore della Giovine Italia e poi della  Giovine Europa, è forse il primo  filosofo a introdurre l’elemento internazionale dentro una dimensione europea  fortemente nazionalistica  e divisa.

Certo, si potrebbe obiettare che  le gravi difficoltà interne portano Mazzini a trovarsi  congenitamente nella necessità di avere bisogno dell’intervento  esterno, ma è proprio di Mazzini l’aspirazione a vedere sorgere il popolo italiano nella sua  forza spirituale e politica  propria, auspicandosi una rivoluzione dal basso e non dall’alto. Il musicista Giuseppe  Verdi ed altri intellettuali come  Gioberti, o scrittori come Manzoni e Pellico,  o movimenti carbonari  con i fratelli Bandiera  e non solo, e movimenti militari  con a capo Garibaldi, e poi ancora  politici  come  Spaventa e Labriola,   saranno  le diverse  fonti  culturali/d’azione   che molto  hanno avuto da  raccontare, agire   e fare riflettere. Purtroppo il  dovere agire nascostamente dentro un regno ostile e per l’appunto ostaggio di molti, non aiuta il successo rivoluzionario che alla fine  arriverà proprio nel modo in cui Mazzini non l’avrebbe voluto, cioè attraverso intese politiche e accordi  diplomatici  che fanno le  guerre arrivando a delle paci più  fittizie  che  sostanziali.  Qualora si sarà fatta l’Italia rimarrà infatti il problema di formare gli italiani,  e questa è una responsabilità  che i vari governi si devono assumere su se stessi, da allora come ad oggi.

Se Mazzini  si preoccupa del sentimento di popolo, un fervore patriottico e rivoluzionario che gli costò l’esilio prima e l’anonimato dopo, Cattaneo ( 1801-1869)   è un sostenitore del progresso scientifico,  vorrebbe un’Italia unita solo per vederla progredire nella sua forza scientifica e  sociale, ed anche lui deve accontentarsi di briciole e  di aspettative tenute in sospeso.  Fervente repubblicano federalista.

Ha più fortuna Rosmini (1797-1855)  che essendo un religioso  e  fortemente cattolico viene sostenuto dalla Chiesa e  visto come un elemento di continuazione oltre che di rinnovamento e sviluppo.

Rosmini ha un pensiero kantiano, neoplatonico, idealista e tomista, decisamente a favore della tradizione,   anche se  non si dimentica di criticare l’operato  papale   attraverso  il suo scritto   “Le cinque piaghe della Chiesa”.

Leopardi (1798-1837)   passa alla storia come il teorico del pessimismo cosmico, ma anche  come l’artefice  di   idillli infinitamente  poetici  che ci fanno toccare con mano l’ imperiosa bellezza della poesia e l’imperiosa forza della parola che pur diventando filosofica non smette d’essere artistica e creativa. Morendo molto giovane non farà in tempo ad assistere all’unità italiana,  ma sono rimasti i suoi scritti  che hanno  ispirato e  suggellato  una fase  temporale    indimenticabile.

Manzoni (1785-1873)  entra nella storia d’Italia con il suo celeberrimo  romanzo  I promessi sposi,  dove dà   forma alla sua teoria sul vero poetico e sul vero  storico. La sua assai poco poetica Colonna infame  dimostrerà tutto il vigore  politico e culturale di cui Manzoni non fa segreto, e che sfodererà nel momento giusto quando ci sarà da  fomentare lo spirito nazionale e liberale  della neo eletta  sovranità italica.

Silvio Pellico (1789-1854) ci consegna il suo romanzo Le mie prigioni, una riflessione interessantissima  sulle condizioni del carcerato e sull’ingiustizia del sistema  giudiziario allora in atto;  Illuminismo avrà a significare sopratutto   anche il disegno di una riforma   sociale  che cominciasse ad avere a cuore le sorti degli ultimi e dei più deboli,  contro un sistema  dislivellato   che non rendeva merito al motto La legge  è uguale per tutti.

I fratelli Bandiera  ( 1810-1819-   1844) sono due dei tanti giovani ( non si dimentichi i fratelli Manin e  Carlo Pisacane, i martiti  di Belfiore  e  tutti quelli rimasti  ignoti) che  si consegnano eroicamente al martirio, durante uno dei tanti tentativi di ribellione destinati all’insuccesso, ma   non sono sacrifici inutili, anzi,  sono  i segni visibili e concreti di un paese che chiede di Risorgere dalle sue divisioni e dalla sua prigionia,  purtroppo  in assenza di una adeguata unità  di popolo,  dove l’uomo di cultura e culturalmente   consapevole si espone per una massa  inerme e inconsapevole, ma anche per uno Stato ancora totalmente diviso e disorganizzato.

Sappiamo perfettamente che la forza guerriera/militare/organizzata   di questa unità dovrà affidarsi allo spirito strategico  di Giuseppe Garibaldi (1807-1882), un soldato italiano nato a Nizza, costretto ad  emigrare in sud America, poi preso in prestito dal suo ritorno  americo latino, e sempre  pronto a mettersi in spedizione  per  le più disperate esigenze militari  rivoluzionarie  presenti sulla scena;  un eroe che sarà detto dei due mondi,  ma che è stato letto dalla storia a posteriori come una sorta di  ennesimo fallimento   straniero/italiano  che  è venuto ad occuparsi di faccende a lui  estranee/forzate,  o che comunque   non seppe  politicamente  avere la meglio  sulla mentalità restauratrice  e  conservatrice  di  Cavour,  l’uomo di governo a 360 gradi.  Certo che sì, l’Italia senza Garibaldi non si sarebbe fatta, magari non così  velocemente (anche se tre guerre di Indipendenza  sono un periodo non certo  breve)  e senza  inutili  spargimenti di sangue ( che  forse  avrebbero però fatto meglio  gli  italiani); in breve  non si può attribuire a questo  carismatico, ribelle e  leggendario   personaggio  una responsabilità che rimane degli stessi italiani e degli stessi governi allora in carica.  Si sottolinea   che un esercito fa la sua parte, e poi Garibaldi si è messo a capo di volontari italiani, di gente locale  e    fornita di indubbio spirito patriottico, che lui ha personificato con onestà  e  coerenza;  ma non basta la spada,    ci vogliono anche  uomini di Stato, uomini a capo di  volontà    civili  e  sociali  che devono propagarne e sostenerne i contenuti idealistici  insieme a quelli ideologici.  Garibaldi è stato espressione di laicismo (fortemente anticlericale) e di  illuminismo (fortemente deista ma non ateo,  membro della massoneria), convinto repubblicano  e  convinto  sostenitore della   riforma sociale che  certo  lui  non poteva  dirigere   ma solo incoraggiare.

Per Spaventa (1817-1883)  la questione italiana, tra cui  la complicatissima questione meridionale,   doveva   essere affrontata alla Hegel, cioè con la consapevoleza d’essere nel mezzo di un cambiamento fenomenologico inarrestabile che richiedeva forza, vigore, unità e decisioni politiche organizzative unitarie.

Con Antonio Labriola (1843-1904) scopriamo un italiano che vive nel pieno della  giovinezza  l’Italia ormai fatta,  partecipa  attivamente alle attività parlamentari  della giovane  Repubblica (negli anni seguenti il 1861),  e si  mostra particolarmente     attento alla questione  dell’educazione popolare. Contrappone al metodo dialettico di Hegel il metodo genetico, ossia ogni fase storica va studiata in se stessa e le soluzioni devono nascere  da una valutazione precisa e pertinente.  Appartiene all’ala socialista, ma ha difficili rapporti con Filippo Turati. Giudica il partito  inadeguato  al suo compito  ed impreparato sotto il profilo teorico.

Ecco abbozzato   un semplice affresco di quello che è stata nei suoi tratti più  incisivi  la travagliata unità d’Italia.

Marx

Marx nasce nel 1818 e muore nel 1883. E’ senza dubbio uno dei filosofi più noti del XXesimo  secolo, e di lui si è scritto di tutto e tutti ne hanno voluto scrivere, per l’ovvia importanza che ha  avuto il suo pensiero a livello storico e antropologico.

Viene definito il pensatore della totalità e tra tutte le sue varie opere importanti ( Sulla questione ebraica, Critica della filosofia del diritto di Hegel, La sacra famiglia, L’ideologia tedesca, Tesi su Feuerbach e il Capitale- scritto in collaborazione con Engels)  è dalla figura di Feuerbach  che Marx riparte. Il filosofo del concetto di  dio=uomo e uomo=dio  aveva posto le basi dalle quali potere voltare pagina, diversamente da Hegel che aveva tenuto Dio dentro la sua struttura filosofica, semplicemente cambiandogli  la funzione  da trascendente in  trascendentale/metafisica/filosofica.

Marx porta alle estreme conseguenze  il bisogno dell’uomo di emanciparsi da un Dio fasullo, rivelatosi pura invenzione umana e concetto alienante al servizio della Chiesa e del potere che va a braccetto  con essa. Il vero problema è  economico e    sta nel capitalismo che si è giustificato e che ha manipolato la stessa religione a proprio vantaggio e interesse.

Bisogna fare un’analisi puramente storica e attenersi ai fatti: i fatti sono che c’è il Capitale e c’è la classe lavoratrice che è stata asservita al potere. L’operaio è stato defraudato del plusvalore del suo lavoro, condannato ad uno salario  che lo paga come un servo (gli paga  semplicemente le ore impiegate)  e non come un membro indispensabile del processo capitalistico.

Per cambiare il sistema  occorre l’importante costruzione della coscienza di classe, e secondo Marx questa emancipazione sarebbe accaduta  a tempo debito proprio nella classe operaia che sarebbe giunta   a prendersi in mano il potere, con una necessaria azione politica e rivoluzionaria e attraverso una classe di intellettuali (teoria che sarà  anche gramsciana  che mette l’istruzione e la cultura al centro del processo  di passaggio/trasformazione  sociale)

Marx è hegeliano nel senso che è favorevole allo Stato forte, ma è contro Hegel quando  sostiene il bisogno di fare un rovesciamento del potere, che Hegel invece non aveva affatto intravisto.  Hegel  aveva plaudito  la rivoluzione francese,  ma quando si tratta di  ipotizzare una  simile  rivoluzione   all’interno   della storia  del suo  tempo,  non la immagina  necessaria.  Per questo   slancio sovversivo Marx    riprende  Rousseau e lo stesso  Ficthe, anche attraverso Kant che  aveva teorizzato la necessità di tenere la fiamma accesa nel cuore, la legge morale viva   dentro di noi.

Per Marx  la lettura del mondo non deve essere fenomenologia e astratta, ma  materialistica e concreta. Da qui la definizione del suo  pensiero come materialismo storico e scientifico (contro ogni   rischio di misticismo  logico che invece Marx considera pericolosi e  improduttivi). Per Marx  occorre rovesciare il capitalismo che si basa sulla proprietà privata e sostituire detto capitalismo con la proprietà pubblica, messa nelle mani dello Stato,  che quindi diventerebbe comunistico o comunitario.   Occorre combattere l’ideologia con la forza dell’idea; già Napoleone aveva  criticato l’ideologia della Restaurazione  e dell’Ancieme Regime,  sostenendo che bisogna parlare con i dati concreti che dettano le condizioni di vita reale delle persone, degli uomini che contribuiscono  allo Stato che abbiamo la pretesa di governare.

Bisogna distinguere la Struttura dalla Sovrastruttura; la struttura è economica, la sovrastruttura è giuridica-istituzionale-culturale-politica.  E’ la sovrastruttura che permette alla struttura di esprimersi e mantenersi tale. Solo l’arte ha una funzione universale che può trascendere le condizioni oggettive e materiali,  ma la possibilità di cambiare   l’economia è  dettata dalla possibilità di cambiare la sovrastruttura,  e questo richiede una classe di intellettuali  che sarebbero giustificati a   promuovere anche ideologicamente  quello che anche Marx  chiama  con intento nobile  l’idealismo  tedesco.

Insomma, una società non per forza deve essere capitalistica: può essere comunistica, se va a modificare gli equilibri esistenti e non certo immodificabili.

La teoria marxista in semplici ma precise  parole distingue  la merce d’uso (tipica nel sistema feudale) dalla merce di scambio (tipica nel sistema capitalistico). La sostanza  della merce è il lavoro. Si riprende Smith e Ricardo, i due teorici economisti del  liberalismo  inglese. Il lavoro può essere  concreto o astratto; il lavoro concreto è arrivare al prodotto, il lavoro astratto  è il tempo medio necessario per arrivare al prodotto ( fatto non solo di tempo lavoro ma  del  corollario  che lo integra  come  per esempio i corsi di formazione ecc). Tutto il processo è detto processo produttivo. Tutto è ridotto a merce, anche  il  lavoro astratto  stesso e non solo le materie prime; l’uomo stesso è merce, merce di scambio. Il ciclo è dettato dal   binomio  denaro-merce. Dentro un sistema comunitario  questo binomio verrebbe modificato/interrotto. Bisogna quindi cambiare le regole di produzione e non solo quele di distribuzione, come invece sosteneva   il liberalismo.  Bisogna combattere il plusvalore del plus lavoro   ossia la parte di salario rubata all’operaio.

Lo storico   fallimento della teoria marxista che ha visto smentite  le sue previsioni sul crollo imminente ed organico del capitalistico, hanno lasciato aperto  le conseguenti  riflessioni  sui limiti e sui meriti del capitalismo stesso.  Inoltre l’impianto marxista trova la sua effettiva  realizzazione dentro una società contadina e latifondista, e non industrializzata. In un secondo momento  e attraverso complicate vicende storiche mondiali,   questa stessa società verrà  portata a trasformarsi in industriale  attraverso un processo forzato e imposto dall’alto,  paradossalmente si potrebbe dire, perchè il comunismo dimostra di dovere ricorrere per potere competere  proprio   alla stessa società industriale e sfruttatrice  che aveva criticato e  contestato.  Certo, industriale ma non capitalistica, si potrebbe aggiungere,  dove il potere non viene dato alla classe  borghese ma ad una intellighenzia  ristretta che ne detta per il proprio  successo, con tirannia e  attraverso la forza,     leggi, strumenti  e  meccanismi.    Se però il fine che si prefiggeva Marx era quello di rendere le condizioni di vita dell’operaio più umane e libere, oltre che egualitarie,  questo stesso fine il comunismo staliniano (giusto per  riferirci  al comunismo che più da vicino ci ha coinvolto),  Marx   dimostra di non averlo affatto raggiunto.  Allora il problema  non era e non è nella proprietà privata, visto che la proprietà  centralizzata ha eliminato i privilegi  dei capitalisti  ma solo per creare  altre e sempre disumane   forme di ingiustiza.   Il problema deve stare altrove.

Dietro l’immenso valore  filosofico, politico, sociale, antropologico, economico ed etico  del Capitale  stanno incongruenze, abbagli, imperfezioni  ancora tutte   aperte  e  di indubbio interesse. Nulla può togliere a Marx il suo ruolo di  sdoganatore   della  coscienza di classe. Nulla può togliere a Marx il suo rivoluzionario approccio  alla storia  intesa  nella sua distinzione  tra struttura e sovrastruttura.

Ricapitolando sinteticamente:  il sistema feudale  si reggeva su un’economia di sussistenza e a bassa produzione;  il sistema capitalistico  si basa  sul profitto del capitale a danno  del lavoratore  e del suo sfruttamento.  Diventa un’economia di accumolo, dove tutto acquisice un prezzo, un valore di scambio. Il Dio denaro è stato messo al centro del processo di vita, detta in maniera semplicistica. La legge soffocante è quella della domanda e dell’offerta. La sovrapproduzione porta ad un eccesso di offerta contro il decrescere della domanda. Si parla di oscillazione dei prezzi e di merce feticcio. La logica commerciale dei prezzi non è  fissa ma soggetta a fenomeni instabili, illogici  e non controllabili. Si parla di deificazione della merce, quando per avere un oggetto (soprattutto nel campo della moda) si arriva   alla prostituzione o alla messa in vendita di valori che dovrebbero essere non commerciabili. Ma la merce non è solo da intendersi come cosa, può essere anche un obiettivo, un traguardo, per raggiungere il quale si è disposti a tutto. E questo ben noto meccanismo tipicamente borghese  è stato nel comunismo come nel capitalismo.  Idee profondamente diverse finiscono per riprodurre comportamenti immutati. Allora non basta l’idea, ci vuole l’uomo nuovo, l’uomo vero, l’uomo etico a capo di uno Stato etico.

Il comunismo in generale   ha  dimostrato che il cittadino libero e padrone del suo tempo non può essere ridotto a ingranaggio obbligato di un sistema produttivo  che deve con la schiavitù dei suoi servi  garantire la sussistenza  del proprio sistema sociale, politico  ed  economico, messo oltremodo   in pericolo da logiche  prevaricatrici internazionali e mondiali, dove  l’avvento tecnologico  dell’atomica ha messo tutti nelle mani della possibile follia di turno ( ancora oggi  è  difficile  sapere  quali e perchè  siano i paesi  in diritto di possedere  il nucleare) e dove  è rimasto   centrale il bisogno di tutti   di avere il capitale.

Su Marx ed il suo influsso nella società contemporanea si dovrà tornare ancora, visto che  rimane una questione non risolta quella della giustizia sociale, da cui tutto aveva preso  slancio.

Per concludere momentaneamente si può aggiungere un termine ancora taciuto ma evidente, ossia il dichiarato ateismo di detta filosofia.

L’ateismo di Marx  ha qualcosa di nuovo, che ancora non aveva fatto la sua comparsa; non è dettato da mancanza di fede (vorrei credere ma non ci riesco), non è dettato dall’avere filosofie  spiritualiste  che in qualche modo  potrebbero compensare l’assenza della religione (Hegel);  non è nemmeno dettato da un modo razionale d’essere credente (Kant). E’ dettato da una materiale concezione del mondo  e dell’esistenza. Da una materiale  e storica concezione  del mondo  e dell’esistenza. Da una materiale, storica e  dialettica concezione  del mondo   e dell’esistenza.  Infine da una materiale, storica, dialettica e scientifica  concezione del mondo e dell’esistenza. Ossia,  l’ateismo diventa una fede essa stessa.

 

Feuerbach

Feurbach nasce nel 1804 e muore nel 1872. Per generalizzazione si può considerare l”800  l’inizio della filosofia contemporanea, così come con il 1500 per generalizzazione si fa iniziare la filosofia  moderna.

Sempre tenendo conto di come sia riduttivo e poco legittimato tracciare degli scomparti rigidi per natura, che alla fine  reclamano di intrecciarsi in continuazione.

Premessa questa osservazione banale,  si può definire Feuerbach il filosofo che ebbe la presunzione di criticare Hegel, dicendo che non avesse fatto altro che mettere la filosofia al posto della teologia, e di  far fare alla metafisica filosofica  quello che il dogmatismo  religioso aveva fatto del pensiero umano.

Per intenderci, Hegel sostiene che il Pensiero è l’Essere. Feuerbach sostiene che l’Essere è il pensiero. L’Essere diventa il soggetto, e l’unico essere esistente al mondo è l’uomo stesso. Dio non è che un essere inventato dall’uomo, vuoi per paura, vuoi per calcolo, mentre di certo l’uomo è Essere a se stesso.  E’ l’uomo il Dio di se stesso.  Da questa geniale intuizione deriverà Nietzsche, e da Nietzsche deriverà il concetto di morte di Dio.

Ma torniamo a Feuerbach. L’errore del cristianesimo inteso come la religione più evoluta in assoluto è stato di avere fatto fare a Dio quello che solo l’uomo può fare di se stesso, o meglio,  quello che nemmeno  l’uomo  saggio  farebbe a se stesso, alienando così la natura stessa umana che da protagonista ed assoluta si è ritrovata asservita a despodestata. Occorre rimettere l’Uomo al suo posto. Tutto l’amore di cui l’uomo è capace è quello che può mettere l’uno al servizio dell’altro, è quello che può accadere tra due esseri umani, di pari grado, di pari dignità, di pari potenza.

Il Dio estraneo della religione ha finito per indebolire l’uomo stesso, per condannarlo, per  sminuirlo, per impoverirlo. Ma è l’uomo che permette/crea  Dio e non Dio che permette/crea  l’uomo.

La sua opera L’essenza del cristianesimo diventa un Manifesto della sinistra post hegeliana.

Mettendo il soggetto con tutte le sue pulsioni, sensazioni e volontà alla base della conoscenza stessa,  viene smantellato l’impianto  intellettualistico e gerarchico  che Hegel  si era orgogliosamente  preoccupato di costruire.

Insomma, tornano a riaprirsi infinite porte  che sembravano  essere state chiuse.

Ficthe

Ficthe nasce nel 1762 e muore nel 1814. Maggiore di neanche un decennio di Hegel, il quale ripartirà dal suo idealismo  illuminato, trasformandolo.

Ficthe dal suo canto riparte da Kant. Non solo riparte dal maestro ma in qual modo arriva a superarlo, arrivando a conservarne l’impianto messo però a rovescio.  Spieghiamoci meglio.

Kant in effetti ci aveva parlato di mettere la legge morale nel cuore,  ma parlando di Dio dice anche che è inconoscibile e che può essere in definitiva solo lasciato nel suo mondo  che non è certo il nostro.  Per Ficthe l’idea di Dio  si trasforma in una spinta interiore  forte e precisa, non solo idealistica.  Famosa la sua  ripartizione dell’io  che distingue in Io puro, Non io ed Io empirico. Lo scopo della filosofia è quello di educare l’uomo, prepararlo al suo compito di insegnante, di formatore, di dotto.

Gli attribuisce quindi una precisa funzione pedagogica che si deve tradurre in scelte politiche ed organizzative. La nascita della dialettica è in effetti in Ficthe e non in Hegel.

Solo la filosofia tedesca dimostra questa propensione assoluta, perchè quella francese si è rivelata troppo violenta  e quella  inglese troppo utilitaristica. Sul ruolo privilegiato  del popolo tedesco  Ficthe è assolutamente d’accordo con Hegel, o meglio, sarà Hegel ad essere d’accordo con Ficthe.

Le virtù morali sono la fedeltà, il coraggio e il sacrificio. L’essere è chiamato a non tradire l’io infinito che  sta dentro  di sè.

Si percepisce tutta la forza rivelatrice e travolgente che ispirano queste parole e queste espressioni che stanno nella bocca del filosofo come assolutamente inedite e per questo  speciali. Si sta formando lo spirito tedesco,  la patria  germanica e          l’idealismo germanico con tutte le sue migliori intenzioni e promesse.

Tra le sue opere maggiori  troviamo Le caratteristiche fondamentali  dell’epoca presente e Discorso alla nazione tedesca. Ma anche La missione del dotto, Il sistema della dottrina morale e Rivendicazione della libertà di pensiero.

Per il filosofo la storia non è qualcosa che va osservato,  raccontato o semplicemente verificato;  è qualcosa che si sceglie, che si crea, che ci interroga, che ci sprona,  a cui occorre dare delle risposte. Ecco il ruolo soggettivo che era sfuggito ad Hegel o che Hegel aveva ridotto a secondario, incapsulandolo  dentro un Sistema opprimente ed a sua volta oppresso.

Del resto questi sono i due grandi modi con cui guardare il mondo;  c’è chi rimane attratto dalle contingenze e chi rimane attratto  dalle utopie.  Ognuno alla fine  sceglie  quella che ritiene vincente.  Tutto stà nel valutare  il vero  senso della vittoria. E poi è anche una questione di equilibrio,  un equilibrio sempre messo a dura prova sia che si sceglie  la via soggettiva e sia che si sceglie la via oggettiva. Il rischio del male e della follia si nasconde ovunque.

Mi rendo conto di correre, di essere sintetica, ma alla fine si arriverà a un albero complesso  dal quale penderanno  numerosi frutti. Tutti quelli che  sono sbocciati da un seme  che è diventato fiore e che è diventato cibo.

Cibo per il pensiero.