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Maestro Eckhart

Con Maestro Eckhart  (1260- 1328)  la lunga parabola medioevale   arriva al suo vertice.

Qualcuno ha scritto o detto  che il Medioevo è stato il periodo più lungo che il mondo occidentale abbia  mai vissuto, aggiungendo l’ipotesi che forse ci si è sbagliati a volerlo estendere dai primi secoli d.c. fino al 1400. A dire il vero si continua a parlare di Medioevo anche nel ‘500 e nel ‘600   d.c. (in questo caso si dice basso medioevo),  cominciando a parlare di era moderna solo con il 1700, il secolo rivoluzionario dei lumi e del trionfo della ragione secolare.

Diciamo che  verso il 1400 con la rinascita  estesa  dei comuni e del commercio  si diffonde in maniera naturale  un certo spirito umanistico che prima di allora con la struttura feudale  era rimasto impedito e  imprigionato.

Prima di entrare negli abissi e splendori dell’umanità liberata dalle catene della teologia  prevaricatrice, il pensiero religioso ci regala una perla preziosa come  quella dell’eckhartismo.  Il monaco tedesco comprende che  occorre recuperare  il corpo spirituale che solo  ci può permettere di governare il corpo fisico ed emozionale.

Per intenderci, tra il cavallo che guida il carro sormontato dal signore che lo  conduce, il corpo spirituale sarebbe proprio quel signore che ne sta al controllo. Per via comune e superficiale ci si riduce ad identificarsi con il cavallo o con il carro che separa il signore dalla parte più fisica e materiale della vita.

Eckhart parla di sapere essere la verità, ma questo è possibile solo attraverso  lo Spirito e non attraverso la ragione.

La Verità in quanto tale non è mediata da nulla, appare nella sua bellezza assoluta senza intralci  di troppo. E’ un abbaglio, una folgorazione, un attimo di assoluto incanto che non può venire equivocato o frainteso.

Ed è accessibile solo ai mistici,  a chi ha  gli occhi giusti per vederla.

Nell’attimo della folgorazione Dio diventa me ed io divento Dio, identità assoluta.

E’ un pensiero estremista, radicale, difficile da seguire, prorio come lo sono i suoi protagonisti.

La condizione iniziale che può permettere questo salto, questo passaggio, questa illuminazione, è senza dubbio uno stato di pace e di  serenità priva di odio e di rancore.

Questo stato di pace e di armonia sta già dentro l’uomo, occorre che l’uomo ne diventi consapevole. Occorre che l’uomo si faccia mezzo, strumento, tramite.

Se si pensa che è necessario desiderare qualcosa  che non si possiede, si è già su una strada falsa che non può portare a nulla di buono.

Con Eckhart tornano i temi neoplatonici;  ben presto la sua fama di mistico perfetto si diffonde ovunque creandogli anche qualche problema con la gerarchia dominante. Il suo estremismo gli causa anche  sospetti  di ateismo, ma la sua orgine    aristocratica ed il suo essere domenicano lo proteggono da situazioni spiacevoli.

Sul piano linguistico contribuisce a formare la lingua tedesca; è possibile paragonarlo al Dante della situazione, contribuendo a formare una coscienza  nazionale. tedesca.

Guglielmo d’Ockham

Fino allo scotismo la teologia intesa come unica e  vera forma di conoscenza attraversa   i suoi tempi migliori. Dopo questo apice che introduce nella sua originalità il pensiero mariano fino ad allora rimasto nell’ombra dopo  le espressioni  agostiniane,  ecco che arriva una vera e propria cesura. Pensare torna ad essere una questione  del’uomo secolare, dell’uomo di mondo che non per forza deve fare il religioso od occuparsi di fede.

Guglielmo d’Ockham  ( 1285-1347)  riporta in prima linea l’empirismo e ritorna a dire dopo il lungo ed aureo tempo greco che si conosce per esperienza, e dunque occorre rimanere saldi alla realtà, alla percezione, a ciò che si vede, sente, tocca, misura…

Sul fronte della teoria introduce l’attenzione al linguaggio; è con la parola che l’uomo conosce, si esprime, comunica, scrive  e ricerca. Il linguaggio è un codice, un segno, una convenzione che in quanto tale si evolve, non rimane immobile.

Si dice che Ockham è un nominalista, e che del nominalismo sostiene la parte sostanziale e cruenta; occorre usare le parole che servono, tendendo ad eliminare le parole di troppo, che per lo più possono generare solo confusione anzichè favorire la semplificazione. Da qui il detto  che ci è giunto dalla storia, ossia l’identificare il nominalismo di Ockham come ad un rasoio che recide il superfluo.

Di contrapposto Dio non è esperibile, non nel senso ordinario del termine; quindi si ha una teologia negativa, di lui possiamo dire solo che non si può conoscere e che di certo non è quello che di fatto ci circonda.

Non per questo Dio perde comunque di interesse, anzi. Si affianca tutta una corrente spirituale che riscopre l’importanza dell’ascesi, della mistica, della pregheira, del contatto diretto con l’invisibile e l’inconoscibile che si mostra solo per vie alternative.

La via prediletta per coltivare la propria religiosità è l’estasi, ed il filosofo che diverrà maestro di questo cammino sarà il suo contemporaneo   Maestro Eckhart.

Duns Scoto

C’è un elemento in Duns Scoto che mi fa amare profondamente questo religioso, monaco e pensatore del suo tempo. Siamo intorno al  1265, in piena crescita francescana, l’ordine  riformista  che al  giovane  religioso  spetta in sorte.

Per la prima volta qualcuno oserà   dire  che   non basta conoscere le sacre scritture per essere nel giusto;  non basta predicare nelle chiese (e non solo)  con tante buone parole; non basta  professarsi credenti per esserlo davvero. Ciò che occorre è anche Volere quello che si sostiene nelle parole. Detta in parole che useremmo noi oggi.

Il rapporto tra Filosofia e Teologia è inscindibile; mentre la filosofia si occupa del mondo, dell’esistenza di Dio e di tutti gli esseri, la teologia si occupa di come rendere  le nostre azioni  consone  ai nostri pensieri,  e si occupa della natura di Dio stesso che è uno e trino;  Padre, Figlio e Spirito Santo. La prima è una scienza speculativa, la seconda è una scienza pratica.

Introduce quello che passa sotto il termine di Volontarismo di Dio; Dio poteva non fare il mondo ma ha voluto farlo; Maria poteva dire di no a  Dio impedendo la nnascita di Cristo,   ma ha voluto dirgli di sì   sorretta dal dono della grazia divina, sorretta dal disegno salvifico e misericordioso  progettato da Dio verso ogni singola  creatura; senza questi due atti di pura volontà che di per sè sottolineano lo stato di libertà  assistita/responsabile    in cui l’uomo si trova a  vivere,  non si può capire  come il mondo si possa salvare.   Dio non obbliga, solo  indirizza. Poi sta alla persona    comunque Volere. E se accade il male, come ovunque è palese, è perchè l’uomo non vuole.

Non vuole    tradurre in azione il suo pensiero positivo. Lasciando tutto lo spazio al pensiero negativo.

Quante cose positive nel mondo non accadono proprio perchè  le persone e ancor peggio gli organismi che li sovrastano  non dimostrano la volontà  di fare…

Insomma, la virtù più nobile è la Volontà; e nel dire queste cose il piccolo ma   illuminato   frate francescano si mette in pericolo con le alte gerarchie  della Chiesa che sono per lo più tomiste  e domenicane,  legate alla dottrina ufficiale  e sempre pronte a lanciare le loro accuse di eresia; e poi ci sono interessi politici precisi che dettano delle priorità di potere;  ci sono i giochi di palazzo tra le grandi dinastie di Francia e di Spagna  che in qualche modo arrivano a volere dettare legge imponendo il bavaglio a certe libere  espressioni, come a certe cause  che finiscono per essere espressione di un campo contro il campo opposto. Uno tra tutti i  curialisti   contro i  regalisti, cioè i sostenitori  della teocrazia  contro i loro avversari.

Duns Scoto non se ne riguarda; si adatta a dovere trasferirsi  da un luogo verso un altro, tra la Francia e l’Inghilterra,  fino a stabilirsi  a Colonia, dove morirà  dopo un solo  anno di insegnamento  nel 1308.

Siamo già ampiamente dentro una Chiesa che dimostra di arrivare ad un punto di non ritorno. Spinte  riformiste, multiculturali  e secolarizzatrici    prenderanno  ben presto la scena nel quadro europeo e  non solo.

Anselmo d’Aosta

Anselmo d’Aosta   (1033- 1109)  è entrato nella storia del pensiero medioevale grazie alla sua famosissima Prova Ontologica dell’esistenza di Dio. Con Tommaso si era creduto che ogni possibile concettualizzazione dell’esistenza  divina fosse stata sviscerata, ma ecco che Anselmo sposta l’attenzione da un piano diremmo fisico-naturalistico  verso un piano puramente metafisico  ed  exante. Dopo avere considerato   tra tutte le cinque vie che verranno  valutate da  Tommaso solo quella principe, cioè la exgradu ( Dio è il sommo grado di tutte le qualità e ovviamente manca completamente dei gradi che si rivolgono ai vizi, che competono solo gli esseri  imperfetti proprio in quanto imperfetti),  elabora  un secondo e ulteriore ragionamento.

Articola una  discussione tra due  dialoganti, uno credente e l’altro non credente; il primo chiede al secondo se crede e lui risponde di no, dicendo che Dio non esiste. Allora il credente gli risponde: “Tu ti contraddici da te stesso: se possiedi l’idea di Dio, dimostrando di concepirla, non puoi negargli la qualità dell’esistenza perchè ciò che è tutto  non può mancare della qualità prima che è l’esistere stesso. Se ne fosse privo sarebbe imperfetto, addirittura il  minore degli esseri minori, ma allora non sarebbe Dio, mentre dicendo Dio sappiamo bene, almeno teoricamente, che cosa intendiamo dire.”

La prova ontologica  viene accolta con entusismo  ma anche   contestata da più parti.

Il filosofo Gaunilone replica dicendo che posso anche avere l’idea di isola perfetta, ma non sto dicendo che questa isola esiste; Anselmo risponde che l’isola è una res, mentre Dio è un essere e dunque il paragone è improrio.

Lo stesso Kant  critica la presunta   prova ontologica sostenendo che Anselmo esprime una tautologia, ossia dicendo che Dio è Bene si dice contemporaneamente che Dio esiste.

La prova ontologica di per sè non rappresenterebbe nessuna prova  d’esistenza. Tuttavia approva lo sforzo tutto medioevale   di idealizzazione e di slancio propulsivo  verso la perfezione.

Non importa  concludere sull’esistenza di Dio;  sostituiamo alla parola Dio il suo uguale che è la parola Bene. Il bene in quanto tale non va cercato nella realtà stessa perchè è solo un Ideale, un desiderio, un amore, uno slancio, che dobbiamo conseguire e rendere il più possibile perfetto, il più possibile migliorabile.

Ecco  rappresentata la famosa prova ontologica  sull’esistenza di Dio, che evidentemente ancora non possedeva  quel dna  proprio e mistico    che l’avrebbe  aiutato   a    convincere. Sarà solo un pensatore  successivo che porterà il pensiero religioso  e in quanto tale ascetico,   ai suoi massimi livelli.

Agostino di Ippona

Con Agostino di Ippona  (  354- 430)  il pensiero filosofico cristiano acquista una propria autonomia e dignità. La teologia non è ancella della filosofia ma può divenire parte integrante della filosofia stessa, assumendo il termine di filosofia trascesa.

Per Platone e Plotino Dio non era un essere trascendente  e creatore, ma un’idea somma oppure il Principio  razionale di tutto  nominato l’Uno.

Per Agostino d’Ippona Dio diventa quel Padre fonte di vita e di liberazione dal Male  che le sacre scritture ci insegnano, ma più che l’Antico Testamento, intriso  com’è di un linguaggio violento e vendicatore,   ci rivolgiamo al Vangelo  e a tutta la patristica  e la scolastica  di cui Agostino è una delle perle preziose  accanto a quella di   Tommaso d’Aquino, Anselmo d’Aosta, Duns Scoto  e Guglielmo Ockman.

Il monaco  che prende come suo maestro il celebre  vescovo Ambrogio di Milano, è reduce da una lunga battaglia  verso il manicheismo, il pelagianesimo ed il donatismo; tutte correnti semi eretiche o comunque in contrasto  con quella che sarà la scelta finale del tormentato Agostino,  che con straordinario spirito moderno  anticipa la figura del religioso  che  rimane legato ai problemi del mondo  e che rimane legato alle pulsioni vitali che animano gli uomini normali  e  senzienti.

La sua celebre opera  Le confessioni introduce   con grande sconcerto dei  suoi contemporanei  l’elemento autobiografico e psicologico che fino ad allora era rimasto in sordina ed ignorato, se non quando evitato come   indegno.

Per Agostino l’anima è tutta bella, anche quando sbaglia, anche quando incespica nell’affannosa ricerca della luce;  nella sua limitatezza l’uomo è inevitabile inciampo che però può risollevarsi da una condizione di  imperfezione proprio grazie all’intervento divino,  a  quell’atto prodigioso che lui chiama Conversione.

Peccato e rinascita, richiesta di perdono e sentimenti di gratitudine e  riconoscenza;  sono questi i moti dello spirito agostiniano  che  presi nella loro contestualità antica  ci possono apparire  incredibilmente attuali.

Si fallor, sum;  credo quia absurdum; sono questi i celebri motti del filosofo  cristiano che  sono entrati nella storia del pensiero. Se fallisco è perchè sono; Dio non mi butta via solo   perchè sono  in difetto; lui mi ama tutto anche quando sbaglio. E ancora:  credo proprio perchè è assurdo credere, non certo con il soccorso della pura ragione.

Credere è abbandonarsi all’impossibile, all’incomprensibile, all’indimostrable; ecco la netta separazione tra le due realtà, i due mondi, le due visioni della vita.

O si guarda agli altri come a possibili interlocutori del nostro bisogno assoluto di pace e di bene, o si guarda agli altri  come a  nemici o ancora peggio animali o cose  prive di animosità   spirituale, e allora tutto diventa  possibile.

Il Male in Agostino non ha ancora il volto che riuscirà ad assumere nel Novecento;  per il  giovane  manicheo   alla disperata ricerca della verità  il male è semplicemente l’assenza di luce, l’assenza di  certezze, l’assenza  di  serenità interiore,  e di contro l’assenza di giustizia  nel mondo.

Questa possibilità del Bene si concretizza attraverso il dialogo con Dio, un dialogo quotidiano  a tu per tu con l’assoluto  che ci rende  possibili  alla pace e al raggiungimento di uno stato di  grazia.

Dentro tutto questo Cristo diventa un maestro interiore da coltivare  e scoprire nel tempo. Il cammino è quello che procede dal sensibile  verso la trascendenza..

L’uomo che compie il male  si trova nella condizione di allontanarsi dalla verità, ed il male fisico  è la conseguenza del male morale.  L’uomo compie il male perchè Dio lo ha fatto libero, e non avrebbe potuto farlo altrimenti  senza privarlo della sua   bellezza.

Il tempo è un concetto tutto umano che vive e conosce solo attraverso le categorie di tempo e spazio. Ma per Dio non esiste il prima e il dopo; Dio è oltre il tempo, è eternità, è contemporaneità di prima e di dopo.

L’umanità può vivere, evolversi, essere solo attraverso un prima, un durante e un dopo, fino a che si compie la vita tutta, perchè tutto inizia e tutto finisce, nel mondo.   C’è un concetto di linearità e non di eterno ritorno.

Non fare buon uso del tempo che ci viene dato significa semplicemente averlo buttato via, e con esso, la nostra  stessa unica occasione di vita.