L’ottocento italiano

Se la Francia ha avuto Bergson (che vedremo), se la Germania ha avuto Marx e Nietzsche (che vedremo), oltre Kant   ed Hegel (che abbiamo già  veduto), se l’Inghilterra  ha avuto Smith, Ricardo, Owen, Coleridge ecc…, l’Italia non è stata da meno sul fronte filosofico.

Numerose sono le personalità  che troviamo  per esempio  nell’800: Mazzini, Rosmini, Carlo Cattaneo, Leopardi,   Manzoni, Pellico, i fratelli Bandiera, Pisacane,  Garibaldi,  Spaventa e Labriola  a fine secolo,  sono già una rosa significativa.

Come si può vedere sono tutte figure   legate al Risorgimento e al processo storico che ha portato all’unificazione del paese, un processo complesso come non mai, vista la congenita divisione  interna tra i vari ducati e regni stranieri  e dominatori.

Mazzini (1805-1872)  rappresenta un sentire liberale idealista e romantico; ideatore della Giovine Italia e poi della  Giovine Europa, è forse il primo  filosofo a introdurre l’elemento internazionale dentro una dimensione europea  fortemente nazionalistica  e divisa.

Certo, si potrebbe obiettare che  le gravi difficoltà interne portano Mazzini a trovarsi  congenitamente nella necessità di avere bisogno dell’intervento  esterno, ma è proprio di Mazzini l’aspirazione a vedere sorgere il popolo italiano nella sua  forza spirituale e politica  propria, auspicandosi una rivoluzione dal basso e non dall’alto. Il musicista Giuseppe  Verdi ed altri intellettuali come  Gioberti, o scrittori come Manzoni e Pellico,  o movimenti carbonari  con i fratelli Bandiera  e non solo, e movimenti militari  con a capo Garibaldi, e poi ancora  politici  come  Spaventa e Labriola,   saranno  le diverse  fonti  culturali/d’azione   che molto  hanno avuto da  raccontare, agire   e fare riflettere. Purtroppo il  dovere agire nascostamente dentro un regno ostile e per l’appunto ostaggio di molti, non aiuta il successo rivoluzionario che alla fine  arriverà proprio nel modo in cui Mazzini non l’avrebbe voluto, cioè attraverso intese politiche e accordi  diplomatici  che fanno le  guerre arrivando a delle paci più  fittizie  che  sostanziali.  Qualora si sarà fatta l’Italia rimarrà infatti il problema di formare gli italiani,  e questa è una responsabilità  che i vari governi si devono assumere su se stessi, da allora come ad oggi.

Se Mazzini  si preoccupa del sentimento di popolo, un fervore patriottico e rivoluzionario che gli costò l’esilio prima e l’anonimato dopo, Cattaneo ( 1801-1869)   è un sostenitore del progresso scientifico,  vorrebbe un’Italia unita solo per vederla progredire nella sua forza scientifica e  sociale, ed anche lui deve accontentarsi di briciole e  di aspettative tenute in sospeso.  Fervente repubblicano federalista.

Ha più fortuna Rosmini (1797-1855)  che essendo un religioso  e  fortemente cattolico viene sostenuto dalla Chiesa e  visto come un elemento di continuazione oltre che di rinnovamento e sviluppo.

Rosmini ha un pensiero kantiano, neoplatonico, idealista e tomista, decisamente a favore della tradizione,   anche se  non si dimentica di criticare l’operato  religioso   attraverso la sua opera “Le cinque piaghe della Chiesa”.

Leopardi (1798-1837)   passa alla storia come il teorico del pessimismo cosmico, ma anche  come l’artefice  di   idillli infinitamente  poetici  che ci fanno toccare con mano l’ imperiosa bellezza della poesia e l’imperiosa forza della parola che pur diventando filosofica non smette d’essere artistica e creativa.

Manzoni (1785-1873)  entra nella storia d’Italia con il suo celeberrimo  romanzo  I promessi sposi,  dove dà   forma alla sua teoria sul vero poetico e sul vero  storico. La sua assai poco poetica Colonna infame  dimostrerà tutto il vigore  politico e culturale di cui Manzoni non fa segreto, e che sfodererà nel momento giusto quando ci sarà da  fomentare lo spirito nazionale e liberale  della neo eletta  sovranità italica.

Silvio Pellico (1789-1854) ci consegna il suo romanzo Le mie prigioni, una riflessione interessantissima  sulle condizioni del carcerato e sull’ingiustizia del sistema  giudiziario allora in atto;  Illuminismo avrà a significare sopratutto   anche il disegno di una riforma   sociale  che cominciasse ad avere a cuore le sorti degli ultimi e dei più deboli,  contro un sistema  dislivellato   che non rendeva merito al motto La legge  è uguale per tutti.

I fratelli Bandiera  ( 1810-1819-   1844) sono due dei tanti giovani ( non si dimentichi i fratelli Manin e  Carlo Pisacane, i martiti  di Belfiore  e  tutti quelli rimasti senza nome) che  si consegnano eroicamente al martirio, durante uno dei tanti tentativi di ribellione destinati all’insuccesso, ma   non sono sacrifici inutili, anzi,  sono  i segni visibili e concreti di un paese che chiede di Risorgere dalle sue divisioni e dalla sua prigionia,  purtroppo  in assenza di una adeguata unità  di popolo,  dove l’uomo di cultura e culturalmente   consapevole si espone per una massa  inerme e inconsapevole, ma anche per uno Stato ancora totalmente diviso e disorganizzato.

Sappiamo perfettamente che la forza guerriera/militare/organizzata   di questa unità dovrà affidarsi allo spirito strategico  di Giuseppe Garibaldi (1807-1882), un soldato italiano nato a Nizza, costretto ad  emigrare in sud America, poi preso in prestito dal suo ritorno  americo latino, e sempre  pronto a mettersi in spedizione  per  le più disperate esigenze militari  rivoluzionarie  presenti sul campo;  un eroe che sarà detto dei due mondi,  ma che è stato letto dalla storia a posteriori come una sorta di  ennesimo fallimento   straniero/italiano  che  è venuto ad occuparsi di faccende a lui  estranee/forzate,  o che comunque   non seppe  politicamente  avere la meglio  sulla mentalità restauratrice  e  conservatrice  di  Cavour,  l’uomo di governo a 360 gradi.  Certo che sì, l’Italia senza Garibaldi non si sarebbe fatta, magari non così  velocemente (anche se tre guerre di Indipendenza  sono un periodo non certo  breve)  e senza  inutili  spargimenti di sangue ( che  forse  avrebbero però fatto meglio  gli  italiani); in breve  non si può attribuire a questo  carismatico, ribelle e  leggendario   personaggio  una responsabilità che rimane degli stessi italiani e degli stessi governi allora in carica.  Si sottolinea   che un esercito fa la sua parte, e poi Garibaldi si è messo a capo di volontari italiani, di gente locale  e    fornita di indubbio spirito patriottico, che lui ha personificato con onestà  e  coerenza;  ma non basta la spada,    ci vogliono anche  uomini di Stato, uomini a capo di  volontà    civili  e  sociali  che devono propagarne e sostenerne i contenuti idealistici  insieme a quelli ideologici.  Garibaldi è stato espressione di laicismo (fortemente anticlericale) e di  illuminismo (fortemente deista ma non ateo,  membro della massoneria), convinto repubblicano  e  convinto  sostenitore della   riforma sociale che  certo  lui  non poteva  dirigere   ma solo incoraggiare.

Per Spaventa (1817-1883)  la questione italiana, tra cui  la complicatissima questione meridionale,   doveva   essere affrontata alla Hegel, cioè con la consapevoleza d’essere nel mezzo di un cambiamento fenomenologico inarrestabile che richiedeva forza, vigore, unità e decisioni politiche organizzative unitarie.

Con Antonio Labriola (1843-1904) scopriamo un italiano che vive nel pieno della  giovinezza  l’Italia ormai fatta,  partecipa  attivamente alle attività parlamentari  della giovane  Repubblica (negli anni seguenti il 1861),  e si  mostra particolarmente     attento alla questione  dell’educazione popolare. Contrappone al metodo dialettico di Hegel il metodo genetico, ossia ogni fase storica va studiata in se stessa e le soluzioni devono nascere  da una valutazione precisa e pertinente.  Appartiene all’ala socialista, ma ha difficili rapporti con Filippo Turati. Giudica il partito  inadeguato  al suo compito  ed impreparato sotto il profilo teorico.

Ecco abbozzato   un semplice affresco di quello che è stata nei suoi tratti più  incisivi   la travagliata unità d’Italia.