Pensiero post-moderno

Il pensiero  post moderno è un termine che indica generalmente una condizione  della  filosofia  del dopoguerra, che si declina tra decostruzionismo,  relativismo assoluto  e pensiero debole. Lo rappresentano   numerosi autori  tra cui Lyotard, Gianni  Vattimo e in  un senso critico  Habermas. Questo pensiero esce dalle macerie  vere o presunte   dell’illuminismo, dell’idealismo e dello stesso  razionalismo  critico.  Riparte dal  post strutturalismo di Foucault e Derrida. Dietro al pensiero  e all’orizzonte moderno   rimane un agire che è di per sè volontà di potenza.

Lyotard   (1924-1998)  inizialmente  aderisce al socialismo, fonda Potere operaio,  ma poi lascia la politica per tornare all’insegnamento e alla scrittura. Studia  Marx, Freud, Nietzsche, Heidegger e quel fenomeno  che lui battezza   l’economia  libidinale, frutto di pulsioni ed impulsi  sfuggiti al capitalismo classico,   per poi arrivare al suo capolavoro filosofico, “La condizione  postmoderna”.  Per Lyotard ciò che può dare un senso alla filosofia stessa è il suo rendersi utile sotto il profilo etico;  si parla di pragmatismo etico.  Le stesse verità e ragione possono diventare strumenti   pericolosi se impiegati dentro una società ingiusta. La società  non si salva con la scienza, la divulgazione del  sapere in  se stesso, ma con l’impiego di giusti principi. L’essere e l’apparire  ormai si somigliano, conta solo il fare bene dentro uno sdoganamento di pensatori ritenuti classicamente di destra che poi diventano non si sa come   di sinistra e viceversa.  Emerge il pensiero politico inteso come emancipazione e si analizza la fragilità del partitismo ed il fallimento stesso del  regime comunista.

Il termine Pensiero debole (coniato da Vattimo in un suo saggio – 1936, vivente)  diventa una definizione quotidiana che si mescola alla leggerezza della vita, alla sua fluidità, qualcuno parlerà di pensiero liquido (Bauman). Le nuove parole chiave sono tempo libero, progresso sociale (e non solo  economico), liberazione per tutti, decadimento delle elite, partecipazione allargata. E poi anche la recentissima  espressione    “pensare globalmente e agire localmente”. Con Vattimo emergono anche tematiche animaliste, tematiche  bio-etiche  e tematiche religiose laiche, ossia il filosofo crede che  l’essere cristiani debba rimanere un valore storico e politico e non più  religioso/fideistico in senso stretto.  Per tradurre, non ha più senso la continuazione di istituzioni religiose come la Chiesa,  che ha concluso in senso stretto il suo ruolo.

A questo nuovo scenario Habermas (1929, vivente)  risponde con  il suo “Discorso filosofico della modernità”. Sottolinea che   spesso il sapere non ha potere ed il potere non ha sapere.  Il sapere da valore   per tutti  diventa una merce di scambio, ossia   la cultura viene mercificata.  E’ la continuazione  della profezia nicciana dopo la tragedia delle guerre. In questo nuovo tempo   l’uomo artistico ha  da dire di più  o meglio  dell’uomo scientifico. Lo fa in maniera impareggiabile  attraverso  l’uso del cinema; si possono citare  titoli simbolo che sono entrati d’obbligo  in quello che possiamo ritenere dei classici  nel campo:  I  predatori dell’arca perduta, Matrix, Truman show…Per quanto anche il cinema  rimane soggetto a logiche di mercato,  è pur vero che  si dà l’opportunità  all’artista  inteso come  espressione di una avanguardia, di  mettere  in scena  la sua visione  del reale  e spesso molto di più di quello che rimane   consapevole. Inoltre il cinema raggiunge una massa maggiore di persone, di quanto non lo sappia fare la letteratura.

Habermas distingue  tre mondi:  il mondo degli eventi, il mondo delle norme ed il mondo dei dialoganti. Il primo persegue l’agire teleologico/utilitaristico, il secondo persegue l’agire  legislativo/regolamentativo, il terzo persegue  l’agire  soggettivo/drammaturgico. Il primo presuppone un contesto  ampio generalizzato,  il secondo presuppone dei codici/imperativi categorici, il terzo presuppone  mondi interiori davanti a un pubblico di scena che  osserva, dove alberga l’agire per l’agire, pura espressione artistica.  Ma vi è un quarto   agire che Habermas chiama  comunicativo, che ricorre al linguaggio, alla lingua, l’elemento che  contraddistingue l’uomo dalle bestie. Habermas diviene l’affossatore della scuola di Francoforte, che lui stesso rappresenta,  il cui massimo esponente, Adorno,  aveva parlato di coscienza infelice di antico retaggio hegeliano. Scrive diversi saggi tra cui  Teoria dell’agire  comunicativo, Etica del discorso, …dove  emerge la priorità di un linguaggio  volto all’intesa, al riconoscimento dell’altro, piuttosto che volto alla sopraffazione e all’imposizione violenta. Si parla di  etica  cognitivista, deontologica, formalista, universale, collettiva, postkantiana e responsabile.

Il suo saggio “Storia e critica   dell’opinione pubblica”  diviene la centralità del suo  pensiero. Prevale  appunto  l’etica  del discorso che tende  a   superare  la dialettica servo-padrone dei marxisti.    Per Habermas la modernità è un progetto incompiuto che va continuato.  In “Fatti e norme”  mette a fuoco la sua idea di democrazia, dove emerge il principio  della  approvabilità  dentro una logica legalista/giuridic./deliberativa. In Etica, religione e Stato liberale (ma non solo),   si affrontano i temi del multiculturalismo,  del rapporto fede-ragione, della condizione  intersoggettiva,  dell’occidente diviso, del ruolo dell’intellettuale, del futuro della natura umana, del suo pessimismo solo apparente….

E tutto rimane  in sviluppo.