Archivio mensile:gennaio 2016

IN DARKNESS

la storia di un uomo qualunque

Ogni volta che ho l’occasione di vedere un film sulla Shoah,  mi stupisco sempre di quello che vedo.

Si potrebbe  pensare che sulla Tragedia  d’Europa  noi tutti  sappiamo tutto.

Sappiamo quello che è successo, che è stata una immane tragedia, che abbiamo l’obbligo di ricordare per onorare i morti  e celebrare l’amore della vita e della speranza.

Sappiamo che nessuno di noi si potrebbe ritenere umanamente normale  nel ritenersi indifferente a questa memoria del tempo passato.

Sappiamo che  chi nega il genocidio degli ebrei, è dichiarabile criminale e perseguibile.

Sappiamo  che il male è banale, ordinario, inosservabile,  e per nulla quella cosa diabolica e complessa, straordinaria ed eccezionale,  che uno si aspetterebbe   che fosse.

Sappiamo, sappiamo e ancora sappiamo.

Quello che probabilmente sappiamo di meno è che in qualunque momento questa terribile  tragedia potrebbe ripetersi; quello che meno sappiamo, nel senso che non ne siamo consapevoli,  è che ogni giorno accadono cose simili verso alcuni uomini in qualche parte della terra, che ormai è tutta costantemente a portata di clic.

Quando arriva il giorno della Memoria, mi sento  pesante, dico la verità;  pesante nel dovere essere e sentirmi testimone di un fatto che non ho vissuto direttamente ma solo per testimonianza di altri.

E così quando scopro, ogni anno  che passa,   storie incredibili, come quella appena trasmessa in tv di quella famiglia che trascorse 14 mesi nascosta da un comune cittadino  di nome Leopold  Socha  nelle fogne di Leopoli , che aveva  la casualità d’essere l’ispettore fognario del paese , e dentro questo mondo cancellato   e sotterraneo  succede di tutto ( l’umanità  che   si fa coraggio, che non molla, che resiste alla fame e alla disperazione, che chiede aiuto, che riceve  compassione,  e che  poi  in parte si perde,   si accoppia,  partorisce, impazzisce, uccide,  celebra funerali, si innamora,  muore, scampa alla pioggia,  e sempre   cantando  e pregando  si ricorda   d’essere ancora viva per alla fine salvarsi..),  io rimango sbigottita.

Rimango sbigottita   e  mi rendo conto di non sapere nulla  di quanto male abbiamo fatto ai nostri simili, di quanto male l’uomo è capace di fare al suo simile, ogni giorno possibile della sua vita;  ma anche di quanto meraviglioso   coraggio l’uomo trova dentro  di sè  per scegliere di rimanere un uomo.

Un essere così fragile, furbetto e finito, capace di diventare un gigante di bellezza e di splendore.

 

 

 

La storia di microsoft

La storia di twitter

La storia di youtube

Ecco come nasce youtube, cioè il programma  video più conosciuto  e amato da tutti in assoluto… uno strumento  di comunicazione perfetto…

 

 

 

Siamo tutti bravi, se lo dice il maestro

Saggio breve di Dall’Omo Antonella

“Siamo tutti bravi se lo dice il maestro”-  (Gli stili cognitivi e le difficoltà di apprendimento)

La grande ondata di ricerca pedagogica che ha interessato l’apprendimento/insegnamento  dagli anni ’80  ad oggi ha avuto tra le scoperte più interessanti la teoria degli stili cognitivi.  Così come esistono diverse intelligenze (Gardner), è palese che esistono diversi modi di apprendere, i quali sono legati alla propria intelligenza e al proprio modo d’essere (Sternberg).

L’applicazione di una intelligenza motoria, o estetico-visiva, o linguistica, o scientifica, o naturalistica, o filosofica, o intersoggettiva, o intrasoggettiva, o… mette in moto di per sè  abilità, emisferi cerebrali, difficoltà in atto e conoscenze pregresse.

E’ ovvio che  non esiste una gerarchia di valore, ossia non esiste uno stile che sia preferibile ad un altro, ma esiste uno stile che sia assolutamente da richiedersi in determinate situazioni, o che nella medesima situazione arriva al medesimo risultato in soggetti differenti  attraverso percorsi alternativi.

Nell’apprendimento diversificato l’apprendente mette in atto meccanismi propri legati al proprio modo di essere, al cosa fare, al come farlo; ognuno di noi ha una funzione (legislativa esecutiva o giudiziaria), forma  (monarchica, gerarchica, oligarchica o anarchica) , livello (analitico o globale), sfera (intima o pubblica) e propensione (innovativa o conservatrice) specifica  nell’apprendere qualcosa. Lo stesso dicasi nel processo di insegnamento, dove la consapevolezza del chi, cosa e come farlo dovrebbe essere maggiore.

Detto cammino evolutivo è in continua trasformazione; le intelligenze si educano cioè si possono modificare e coordinare nel senso che non c’è nessun immobilismo categorico.

Le scuole di pensiero dominanti sulla questione sul come si apprende  sono l’innatismo (Chomski)  e l’interazione sociale (Vigotskii- Bruner). L’innatismo prevede meccanismi preesistenti e automatici; l’interazione sociale prevede la presenza dell’altro, l’esempio, lo stimolo diretto e mirato;  una terza scuola è quella classica piagetiana ancora molto diffusa   che parla di apprendimento stadiale e che passa da una fase interna egocentrica verso una fase esterna sociale.

Al fine di ottimizzare il processo formativo generale della persona, è importante creare nel dualismo alunno-insegnante un clima di collaborazione e comprensione, un legame di fiducia e complicità, un ambiente cooperativo e di scambio soprattutto tra i pari, dove gli alunni stessi tra di loro si mettono in sinergia  creando reti preziose di supporto e di stimolo.

Questa necessità  non è assolutamente vuota retorica; l’aspetto relazionale è la prima ragione del fallimento o del successo del cammino  scolastico (ma potremmo anche dire lavorativo), aldilà delle singole attitudini e capacità.

Prevenire è meglio che curare” quindi  detto agire in relazione serve soprattutto a prevenire possibili disagi e difficoltà, o serve a permettere che l’esistenza di dette difficoltà trovino un terreno idoneo a che vengano sottolineate e risolte.

Il percorso  scolastico è di per sè un tracciato oscuro lastricato di insidie, e non solo una meravigliosa ed indispensabile opportunità che dovrebbe essere garantita ad ogni bambino e giovane prima del suo ingresso nel mondo dell’essere adulto.

Apprendere richiede meccanismi complessi quanto semplici che per funzionare richiedono abilità e apparati, come il sistema cognitivo, percettivo, emotivo, motorio, psicologico, neurologico, mnemonico, attentivo, ricettivo, discriminatorio, associativo e di completamento.

Un solo handicap di questi apparati tutti interconnessi tra di loro può rendere difficile o comunque non lineare il cammino verso la meta, che nel nostro caso non è il generico pezzo di carta finale, ma l’arrivare ad acquisire competenze legate al saper essere fare e diventare.

Un insegnante non può dunque ignorare quanto può esistere dietro ad un qualunque insuccesso ed è suo compito  mettere in luce le problematiche con l’aiuto di tutto un team di persone che stanno intorno al bambino in apprendimento.

Prima tra tutti ovviamente la famiglia, che  rappresenta l’humus  culturale ed emotivo in cui il bambino si alimenta, e non solo in un senso  specifico.

La pedagogia è arrivata a distinguere le semplici difficoltà di apprendimento  (bes) da quello che verranno definiti in un capitolo a parte i veri disturbi cognitivi (dsa).

Le difficoltà d’apprendimento  ineriscono ogni settore e quindi vanno dal non saper leggere, al non saper scrivere, al non saper fare di conto.

Detti disagi possono essere coesistenti, come possono essere invece presenti in forma molto limitata e potremmo dire concentrata nel tempo.

Tempismo, capacità osservative, strategie di intervento e dinamiche relazionali possono fare tutta la differenza nel presente e nel futuro di un alunno.

Esistono dei test che lo stesso insegnante potrebbe utilizzare nell’individuazione di possibili disfunzioni, ma detti test non hanno valore medico, quindi non hanno valore formale. E’ sempre  e solo una struttura medica e specialistica chiamata a farsi carico di diagnosi funzionali e quindi di certificazioni (come è ovvio che debba essere poichè ad ognuno compete la propria professionalità).

Il compito dell’insegnante è piuttosto  quello di elaborare un piano di intervento educativo  sulla misura delle necessità risollevate (il pdp per alunni bes ed il pei per gli alunni che vengono certificati).

Quando si parla di insegnante si dovrebbe sempre parlare di “insegnanti” intesi nel loro lavorare in team, ma  lavorare in squadra è una capacità ed una necessità che molto spesso viene disattesa nella realtà quotidiana, vuoi per diverse ragioni. Le motivazioni possono essere caratteriali, volutive o dovute ad assenza di strumenti che permetterebbero la corretta sinergia sul campo.

Mentre le difficoltà di lettura possono per lo più rivelarsi transitorie  perchè compensabili con un buon allenamento mirato, le difficoltà di scrittura e di calcolo rimangono legate a potenzialità che possono richiedere strumenti compensativi  permanenti.

Per molto tempo la mentalità scolastica fondata sulla competizione e sull’idea di impegno (se faccio ci riesco, se non faccio è colpa mia che non mi impegno)  ha considerato il ricorrere a strumenti esterni  come un segno di debolezza e di sminuimento delle capacità personali. Questo atteggiamento discriminatorio e profondamente ingiusto rischia tutt’oggi   di confinare  nella depressione un’intera classe di “svantaggiati”  che avrebbero la sola colpa di nascere disabilitati piuttosto   che più fragili di altri.

Premesso questo, occorre anche aggiungere  che a volte si manifestano i sintomi della disabilità là dove disabilità non esiste, e  questo a riprova del fatto che anche una scorretta relazione insegnante alunno o alunno famiglia o alunno alunno  può  determinare forme di difficoltà   per lo più sanabili  con semplici strategie mirate.

La rivoluzione scolastica tanto attesa e tanto agognata  io credo che sia accaduta proprio dentro la pedagogia stessa,  che ha spostato l’attenzione dal raggiungimento degli obiettivi verso il processo vero e proprio d’apprendimento.

Il principio è chiaro e meraviglioso:  tutti possiamo farcela, ognuno con i propri tempi e mezzi; le diversità non devono essere viste come un problema ma il vero problema sono le persone  che si muovono oppresse da pregiudizi.

Che il pregiudizio permanga nella società e nei suoi regolamenti spesso legati a leggi di profitto è pressochè inevitabile,  ma  che avesse dovuto  permanere nel tempio della conoscenza, nel luogo preposto ad eleggere ogni bambino sovrano della propria evoluzione, non poteva rappresentare  un qualcosa di tollerabile.

Certo, è ancora poco se non contraddittorio  pensare che la scuola può migliorare mentre la società che la contiene e la rappresenta  può rimanere quello che è in quanto la scuola non può fare miracoli.

A questo punto se la scuola non può fare miracoli, non può illudere o garantire altro che il proprio personale impegno formativo ed educativo, è pur vero  che siffatti giovani  preparati  alla verità, alla bellezza, alla giustizia, al senso critico e  alla cooperazione, dovranno in qualche maniera lasciare la loro personalità nel tessuto collettivo.

Mi ritorna in mente  Edgar Morin  che tanto ci parla di un bisogno “di teste ben fatte e non di teste ben piene“. In  quanto formata filosoficamente mi risulta necessario collegare sempre l’essere pedagogo all’essere filosofo. La pedagogia  non può rimanere separata dalla visione del mondo e della vita, così come  ogni sapere in qualche maniera si concatena ad altre forme di conoscenza, contro pericolose cadute nello stretto  specialismo (Canevaro).

Si parla tanto di saperi interculturali ed interdisciplinari , soprattutto nella scuola della globalizzazione e della  long life learning che tende a mettere la persona in formazione continua.  Mi chiedo se questo nuovo modo di crescere e di mettersi in gioco  stia portando con sè qualche rischio, ossia qualche limite, oltre che i suoi assodati ed indiscutibili vantaggi (diffusione, scambio, confronto, paragoni, impulsi, suggerimenti, strumenti, opportunità, solidarietà, facilitazioni, ricchezza di informazione, pari opportunità, fucine di idee…) . Per il momento  non mi sento di segnalarne alcuno, ma è chiaro che  il bisogno di vigilare su contesti ad un così alto impatto  sociale  non deve mai cadere.

Per concludere,  di fronte a problemi di difficoltà a leggere, o difficoltà a scrivere, o difficoltà a fare di conto (senza entrare  nelle differenziazioni che sono molto tecniche e circoscritte, prevedono esempi molto diretti ed il lavorare in contesto, oltre che potremmo dire l’occhio clinico, ossia la capacità di prevenire e di rilevare il problema a seguito dell’esperienza accumulata), la prima cosa da fare è di non  scoraggiarsi e di rendere/si    consapevoli della  questione. Una volta appurata la natura e la forma del deficit, che può anche essere comorbile o solo più psicologico che reale,  l’insegnante deve intervenire con strategie mirate sia compensative che dispensative, se necessario.  Tra queste strategie  il metodo cooperativo è sempre al primo posto, perchè  non si affronta  un handicap  isolandolo, frammentandolo,    ignorandolo , e nemmeno utilizzando  superficiali  meccanismi  burocratici  che servono solo a riempire moduli di carta dettati da esigenze normative ma   non da esigenze motivazionali che sono le sole ad essere realmente   proficue.

l’importanza dell’educare

saggio breve di Dall’Omo Antonella

L’importanza dell’educare

  ( Prima educare  autori vari   Edizioni la Meridiana  collana persuasioni)

Il terzo modulo affronta una vera miriade di questioni legate all’apprendimento, ai metodi di insegnamento, a come il fare scuola si è evoluto ecc…che probabilmente non basterebbero mille libri per approfondirli, ma cercherò di farne una sintesi focalizzando la mia attenzione sull’importanza del processo educativo sopra quello formativo ed istruttivo.

Mi ha colpito l’espressione  “Non ci sono cose che potremmo chiamare educazione, ma esistono solo gli educatori“, come dire che detto processo è qualcosa che accade tra almeno due persone che si relazionano cercando di consegnarsi l’uno all’altro nel loro modo di pensare essere e vivere.

Presupposto alquanto ingombrante se si pensa alla quotidianità delle aule scolastiche, sovraffollate di bisogni e scarse di mezzi,  sovraccaricate di richieste burocratiche e svuotate di motivazioni interne  che solo possono fare la differenza tra il successo scolastico ed il suo fallimento.

Forse per mettersi dentro la strada dell’educatore  occorre fare delle scelte ed imporre a  se stessi delle cose prioritarie a discapito di quelle secondarie.

Nella mia giovinezza ho avuto modo di fare un’esperienza pedagogica con il centro CEMEA che si occupa di fare formazione ai monitori di colonia. Ci imposero una decina di giorni di ritiro, in un luogo ameno del lago di Garda, dove noi tutti aspiranti  educatori di adolescenti ci mettemmo alla prova prima come persone e poi come insegnanti.

Dieci giorni lontano dalle proprie famiglie, dalle proprie abitudini, dalle proprie certezze, tra sconosciuti e richieste anche abbastanza impegnative che ci chiedevano di tirarci fuori, di metterci alla prova, di accettare delle sfide con noi stessi.

Ricordo che non fu semplicissimo, ma di sicuro utile e prezioso per il mio futuro lavoro.

Lo stesso si dovrebbe proporre ai docenti ogni anno, ossia qualche giorno di ritiro in full immersion dentro i quali  tirare fuori tutte le proprie frustrazioni od ossessioni, tutte le nostre esigenze e perplessità sul mondo della scuola a tutti i suoi vari livelli.

C’è da dire  che l’utilizzo del web ha contribuito a riempire con infinite proposte  quel vuoto  che di fatto il tessuto sociale si è dimenticato di coltivare, ossia del preciso problema formativo che interessa tutti gli educatori  che necessitano più di tutti gli altri di stare in continua formazione; tuttavia io ho una grande nostalgia: la nostalgia di quello che non ho potuto vivere, ossia di quel grande fermento pedagogico che ha attraversato l’Italia tra gli anni ’43 e gli anni ’63, quando grandi maestri si sono occupati della scuola e dell’infanzia, e quando pulsava un movimento di idee, di scoperte, di ricerche intorno ai bisogni dell’essere bambino.

Oggi domina di contro un grande generale appiattimento, un senso diffuso e condiviso di rassegnazione e di sconcerto, di rinuncia e di disillusione, salvo che ci si pone tra quelle fila di maestri  che invece non intendono affatto buttare la spugna  e consegnarsi ad un sistema  che per quanto zoppicante  è comunque l’unico esistente e l’unico su cui investire le proprie idee e progettualità.

Se insegnare da parte di un insegnante è obbligatorio, sembrerebbe ancora facoltativo sapere insegnare, e non per colpa degli stessi docenti  che per lo più si sono limitati a quello che a loro viene richiesto, ma per colpa di un organismo sottinteso assai complesso  che se da un lato ha salvaguardato il lavoro come luogo di diritti sacrosanti, non ha saputo salvaguardare il lavoro come luogo di doveri  prioritari.

Ma era compito del Sindacato fare questo?  O  non è piuttosto compito della politica, cioè della società tutta, il doversi prendere cura dell’essere custodi e trasmettitori di valori prima ancora che di saperi? Ma se avessimo avuto una siffatta capacità di governo, non saremmo arrivati al grado di corruzione e di decadimento che invece vediamo piuttosto dilagare!

Tutte le riforme scolastiche che si sono succedute, Moratti, Fioroni, Gelmini fino all’attuale  quanto discussa e non piaciuta riforma sulla Buona Scuola, mi riservo  di considerarle come inutili se non addirittura dannosi processi che hanno saputo per lo più danneggiare la figura già precaria  del docente e per nulla  migliorare la crescita dell’alunno.  Nella scuola di oggi  non si comprende  cosa dovrebbe saper fare un insegnante: deve essere gradito al suo preside? sapersi spendere tra i colleghi che contano? sapere regalare voti in modo da conquistare il parere favorevole dei genitori che sarebbero chiamati a giudicarlo?

E la centralità dell’autonomia/sovranità dell’insegnante? Dove sembrerebbe essere stata messa questa peculiarità assoluta e irrinunciabile?

Mi si scusi; come si può vedere non ci sono certezze sul presente e non ci sono certezze sul futuro se non quella che questo lavoro va scelto per se stesso, tout court, aldilà di quello che vi si complotta d’intorno e di dentro.

Se poi si arriva a questo traguardo già avendo attraversato molta strada per vie secondarie e poco di esempio,  è chiaro  che il tempo di attesa diminuisce ed incombe piuttosto il tempo delle risoluzioni e delle risposte.

Cosa farai da grande? ”  è la classica domanda che facciamo ai nostri figli, ai nostri alunni, a chi si appresta  a costruirsi un futuro  in una società che comincia a sospettare di poterlo avere   garantito.

C’è di buono che i giovani sono per l’appunto giovani,  e posseggono lo spirito di adattamento e di sopravvivenza a loro necessario per non demoralizzarsi facilmente  e sapersi  organizzare in qualche maniera.

Ma è tutta nostra, cioè degli adulti di oggi la responsabilità di avere consegnato un sistema  che a  parole ha sempre la risposta appropriata mentre nella prassi  sa solo generare confusione.

In una società multiculturale e multietnica come quella attuale, sono proprio gli alunni stranieri ad essere quelli più preparati ad affrontare le sfide della vita, poichè loro spesso vengono dal peggio e quindi anche il poco è per questi un qualcosa che prima non c’era.

E  bisogna stare molto attenti a non cadere dentro quel contenitore stritulatutto  che vorrebbe farci pensare  che dove c’è poco per i nostri rimane ben poco anche per gli altri.

Le risorse ci sarebbero per tutti, permettendo un mondo equo e  solidale; è solo la politica  che non le sa governare e non le sa distribuire.

Non si può parlare di scuola e quindi di educazione senza finire per fare i conti con i bilanci dello Stato, e lo conferma il fatto che le politiche finanziarie non hanno fatto altro che tagliare i fondi destinati fino a qualche decennio fa  proprio alla crescita  scolastica e formativa.

Come insegnante  voglio pensare che il buonsenso e la ragione alla fine avranno la meglio sullo sfacelo e sul collasso economico che poi diventa anche collasso emotivo e di pensiero. Insegnare è sapere perchè si insegna e quindi e volersi occupare dei giovani, dei bambini che saranno domani i nostri adulti.

Può un ragazzo che percepisce di non avere un futuro  preoccuparsi del proprio presente? può un giovane possedere una storia, cioè un passato,  se percepisce che non prevede generazioni a cui potere raccontare le proprie origini?

Se viene a mancare questo contesto, questo cammino, questo mondo di insieme, viene a mancare il tessuto su cui costruire ed intessere ricami e leggende che con un poco di fantasia e voglia di costruire potrebbero diventare meravigliose  epopee  degne dei nostri migliori classici.

Ci vogliono passioni per potere diventare uomini, e ci vogliono passioni per potere trasmetterle a chi ci prenderebbe  come esempio, come punto di riferimento, come compagni di scuola un pò cresciuti, anche se stiamo formalmente  dall’altra parte del banco.

Si parla della pedagogia della liberazione in quanto  non si può educare alla libertà e quindi al diventare responsabili di se stessi senza ipotizzare che  non  esistono costrizioni  che ci possono tenere legati  ad una  ingiustizia per tutto il tempo della nostra vita.

Liberarsi  significa che  non c’è educazione senza autoeducazione, e significa che  non possiamo essere quello che non siamo, e significa quindi accettarsi, e significa infine volersi bene, assolutamente essere alla ricerca della felicità.

Insegnare è far lievitare (Socrate), è un’arte (Tolstoy), è una vocazione (Ovidio), è una pulsione erotica (Platone), è meravigliarsi (Aristotele)…e potremmo andare avanti con altri meravigliosi  maestri di cui personalmente non mi sono mai sentita  veramente orfana. Forse direttamente non ne ho mai conosciuti nemmeno uno, ma le loro parole ed intuizioni pulsano nei loro scritti, che a loro volta noi abbiamo il dovere di non dimenticare e di  tenere  vivi.

Chi fa formazione non fa altro che autoformarsi nell’atto stesso di formare.

Non c’è una scissione netta tra l’essere insegnate ed alunno.

Bisogna sapere coltivare l’utopia ed il sogno di pensare una scuola alternativa, diversa, una contro scuola se si vuole: esistono tentativi concreti e non impossibili di scuole democratiche che hanno scelto di mettere al centro il bambino ed i suoi bisogni, non ultimo la nostra scuola di Nomadelfia, o la scuola di Barbiana,  e gli incontri annuali dell’I.D.E.C. (International Democratic Education Conference)  che si tengono in alternanza in un paese sembra diverso.

In questi incontri speciali  sono emersi dei principi condivisi che si possono così sintetizzare:

  • bambini ed adulti decidono tutto insieme
  • le lezioni sono libere e non obbligatorie
  • non ci sono interferenze di adulti
  • le sanzioni sono gestite da una assemblea generale e rotante
  • ogni spazio può diventare un’aula
  • il bambino sceglie il suo maestro

La scuola pubblica  non è un’azienda e non può essere data in mano ad un maneger   che la sovrasta e la determina.

E’ triste constatare che sono proprio le scuole private (non tutte ma quelle sperimentali) a dimostrare di sapere meglio funzionare,  e non perchè lì vigono regole di mercato avulse da priorità educative, ma perchè in tali contesti si scelgono direttive, valori, contenuti, principi, bisogni e priorità, e nulla cade dall’alto sotto forma di burocrazia.

Esistono esempi interessanti di sperimentazioni in Nuova Zelanda, in Israele, in Finlandia.

Un modello che sta diffondendosi è quello delle  Sudbory Schools che prevede un autogoverno totale da parte dei bambini, senza nessuna  interferenza dell’adulto.

Non si può non citare la  Sylvia Koti, dal nome della   sua prima alunna; qui convivono alunni di tutte le tipologie, ossia  autistici, epilettici, ritardati mentali, handicappati vari, down, figli di drogati, carcerati, emarginati,  figli di abusi, insomma, tutto quello che si può prevedere in una società violenta che non possiede la cultura del rispetto.

E’ ovvio che questa complessa concentrazione di umanità prevede un’organizzazione ad hoc, frutto di filosofie e di competenze specifiche,  dove la regola è “Siamo tutti uguali, con gli stessi diritti e doveri

La vita quotidiana si organizza tra vita normale e vita scolastica, dove la fa da padrone la didattica laboratoriale e cooperativa.

Senza esaltare ed unificare questi esempi estremi, è della vita scolastica ordinaria che invece intendo riflettere ed occuparmi. Di quella che ci offre lo Stato con tutti i suoi limiti ma anche con le proprie effettive e concrete possibilità di apertura e miglioramento.

La sindrome di Asperger

Saggio breve di  Dall’Omo Antonella

La sindrome di Asperger: disabilità e possibilità

In questo breve saggio  vorrei considerare la riflessione sulla Sindrome di Asperger e sull’autismo in genere.

Come è fatto un ragazzo Asperger?

Ha una intelligenza normale  e piuttosto al di sopra della media; il suo livello di maturità è invece al di sotto della media di un coetaneo normale. Totalmente privo di furbizia è un ragazzo che dimostra  di non avere  l’arte di arrangiarsi. E’  dotato di tanta buona volontà e di sincerità, ma  non riesce ad inserirsi nel gruppo dei pari perchè non sa leggere i linguaggi sottintesi, come quelli oculari o del corpo, rimanendo legato ad espressioni scontate e verbali,  non idonee comunque ad un’età adolescenziale che necessita  di affinarsi e sottilizzarsi. Ha un’ottima memoria, utile sul piano scolastico, ma  passabile di fraintendimenti  poichè  può essere scambiata per una dote cognitiva non esistente.

Mancando di abilità mentali  insite nella teoria della mente,  un ragazzo  SA  è destinato a non avere facilmente  interlocutori  poichè non conosce i sottintesi delle parole. Faccio un esempio pratico: se due ragazzi normodotati si chiedono “Tu dove abiti?” intendono sottintendere “Se abitiamo vicini possiamo incontrarci, uscire insieme, venirci a trovare ecc.” Se la stessa domanda viene fatta ad un ragazzo SA, lo stesso risponderebbe “Abito in via tandeitali” e punto e basta…

La stessa incapacità di saper leggere le domande implicite viene esercitata anche nei confronti dell’adulto, che nel caso specifico dell’insegnante  potrebbe comportare non poche problematiche.

Un ragazzo SA  ha  problemi di carattere esecutivo. Difficilmente sa gestire la complessità dei compiti, delle lezioni, degli argomenti, delle scadenze, dei dati e cosi via…salvo ovviamente processi mirati di semplificazione nella consegna che ovviamente l’adulto, ma non solo, dovrebbe sempre preventivare nel relazionarsi con lui.

Di nuovo, un ragazzo SA ha problemi di problem solving;  operazioni assolutamente normali per chiunque, possono diventare insormontabili  in questo contesto; ad esempio, se l’autobus per andare a scuola  dovesse venire perso il ragazzo SA non ne sa venire fuori senza danno, arrivando a destinazione per percorsi assai fortunosi che a sua volta diventano complicati da spiegare e giustificare, così che un problema iniziale si può trasformare in una corsa agli ostacoli che vanno ad alzare il livello d’ansia fino a percezioni  elevate e molto dure.

Ancora: un ragazzo SA ovviamente intende il linguaggio alla lettera, avendo  difficoltà di astrazione, ed è immaginabile i possibili equivoci e fraintendimenti che questo può causare nella vita quotidiana e nella vita scolastica.  Faccio un esempio  concreto:  l’insegnante dice a Marco di  fare un componimento su  Mozart, del quale sa tutto o quasi, ma quando Marco non sa rispondere alla domanda “Che influenza ha avuto il padre di Mozart sul compositore?” Marco replica “Ma non ho trovato da nessuna marte questa malattia del padre”

Se di positivo emerge  che  in presenza di particolari interessi, il ragazzo SA  diventa capace di qualunque realizzazione, di negativo  rimane  che può  diventare  quasi ossessivo.

Anche l’espressione parlata può essere  fonte di qualche problema in quanto usa un tono monocorde e privo di espressività (che può essere a sua volta fonte di ilarità da parte del gruppo classe).

Molti SA hanno difficoltà nella motricità fine, la loro pessima grafia può metterli in difficoltà nei compiti  scritti. Semplici operazioni come vestirsi, usare il compasso, la squadra o i pennelli può comportare difficoltà titaniche.

Le difficoltà grosso-motorie (goffaggine, imbranamento) possono inibire in maniera significativa  il poter fare le stesse cose che fanno tutti; ci possono essere anche difficoltà a percepire esattamente le cose nello spazio.

Alcune propensioni ad avere reazioni esagerate e fuori controllo, ma non per questo  violente o autolesioniste, (di fronte per esempio a situazioni particolarmente rumorose),  contribuiscono anch’esse a rendere  difficile il processo normale di socializzazione.

Se è pur vero che in genere il ragazzo SA  non è violento, può del resto accadere che lo diventi episodicamente in situazioni di estremo stress accumulato nel tempo; è l’inevitabile conseguenza di una serie di fatiche e di incomprensioni subite  che arrivano al tracollo emotivo.

Sul piano dell’attenzione, un ragazzo SA  può sembrare attento anche quando non lo è, ossia anche quando la sua attenzione si fissa su particolari che  bloccano/svicolano  il processo attentivo.

Il travagliato  processo di socializzazione è senza dubbio il deficit più grave  che un ragazzo SA  è costretto a sopportare. Si possono immaginare le innumerevoli  frustrazioni che possono indurre ad un certo punto a  stati depressivi anche pesanti e alla precisa volontà dell’autoisolamento.

Un ragazzo SA arriva ad isolarsi e a rifiutare ogni tentativo di cambiamento per la semplice ragione che vorrebbe  essere diverso   ma non sa come fare.   Per prevenire nuove e inevitabili delusioni e fatiche enciclopediche, preferisce  non fare nulla, evitare situazioni a rischio, in quanto ogni evento non  controllabile (cioè tutto) può riservare accadimenti sconosciuti di fronte ai quali il ragazzo SA rimane spiazzato, privo di reazioni ed assolutamente disorientato.

Mi sembra di poter dire che questi giovani sono come bicchieri di cristallo delicatissimi in mezzo a tanta ferraglia robusta e solida.

Cosa fare con un ragazzo Asperger?

Un ragazzo SA sa fare molte cose che fa un ragazzo normodotato, ma con strumenti e percorsi differenti, che richiedono progetti e metodi mirati, come per esempio il progetto  buddy  che consiste nel prevedere un compagno che funge da tutor al compagno disabile.

Ovviamente si parla di tentativi, di sperimentazioni, di ricerche assolutamente in cammino ed ancora alle prime armi sul territorio italiano che non è come quello  anglosassone, molto più avanzato in materia.

Fondamentale nella lotta contro il sentirsi esclusi  di queste persone è la massima partecipazione della famiglia che può fornire informazioni preziose sulla individualità e personalità dell’interessato.

Fondamentale è la massima partecipazione dei compagni e delle loro stesse famiglie, le quali  devono arrivare  a rendersi consapevoli del loro ruolo e della loro straordinaria influenza (impedendo sul nascere ogni forma deleteria di bullismo).

Occorre poi fare dei distinguo sul grado  di scuola considerata; se si parla della primaria, le capacità di interazione e di cooperazione sono in genere molto buone; se si parla di secondaria e soprattutto di sec. di secondo grado, improvvisamente tutta la  meravigliosa rete di protezione e di supporto costruita intorno al bisogno viene quasi totalmente a mancare, rimanendo  in balia del nulla e/o del bullismo  demenziale.

La scelta della scuola giusta si rivela fondamentale per il successo  finale; una scuola per esempio  non troppo lontana da casa, dove si può andarci con qualche compagno che ci abita vicino, e che non sia troppo grande ossia troppo caotica e rumorosa.

L’ingresso del ragazzo SA  nella scuola secondaria è delicato ma non sostituibile, ossia non  può sostituirsi il genitore a fare quelle cose che solo il ragazzo è chiamato a fare, come prepararsi la cartella da solo, gestirsi gli impegni della giornata, e cose  simili.

Con la pratica si scopre che basta organizzarsi per semplificare molti  passaggi, per esempio, la consegna dei compiti può essere data direttamente dall’insegnante sotto forma di fogliettino, che poi l’alunno  inserisce dove meglio riesce.

Ogni genere di difficoltà può essere visualizzata e messa sotto controllo con apposite operazioni, l’importante è che si sia il più possibili tempestivi ed organizzati.

L’organizzazione purtroppo dipende da molti fattori come per esempio quello di saper individuare persone sensibili e disponibili nel farsi carico di collaborazioni e scambi.

Di fronte al bisogno di cambiare a tutti i costi, lo stress del cambiamento può e deve essere preventivato nei suoi minimi dettagli e a mano a mano che le necessità emergono.

Anche il corpo docente deve cominciare a farsi domande molto specifiche sul come trattare questi alunni (l’autismo è una malattia recentemente scoperta e di cui si conosce ancora molto poco), soprattutto se frequentanti la scuola media superiore. Se da un lato non si tratta di regalare occasioni e competenze, è pur vero che qualche piccolo accorgimento  al ribasso nelle aspettative è in questi casi auspicabile e proficuo. Purtroppo ancora troppo spesso per un insegnante avere in classe un ragazzo disabile significa avere qualcuno che non avrà una carriera scolastica brillante, come se il successo scolastico rappresentasse la priorità (quando invece la scuola deve essere il luogo dell’educare e non certo del solo dare una istruzione). Ricordarsi sempre: la persona al centro, e quindi largo alla tolleranza e all’elasticità di visione.

Dietro a un ragazzo SA c’è  soprattutto un ragazzo che chiede di essere come “uno di loro“, cioè come uno dei suoi compagni; quanto vorrebbe poter fare e dire e pensare tutte le cose che un suo pari sa dire fare e pensare con semplicità! Questo è il vero grande dramma che questo adolescente rischia di portarsi addosso, e non certo qualche problema di espressione linguistica piuttosto che di espressione motoria.

La prima assoluta medicina da mettere sul piatto della bilancia è quella di creare un ambiente gioioso, vivace, pieno di gente e di vitalità: tutte cose che in una famiglia con questa problematica tendono a scarseggiare o ad essere evitate.

L’ansia di non farcela non è solo del ragazzo SA  ma è anche dei suoi familiari i quali invece devono imparare a combatterla per non trasmetterla e peggiorarla.

Può  essere combattuta con l’attitudine alla prevenzione, alla programmazione, alla raccomandazione certosina e persistente (non stancarsi mai di ripetere sempre le stesse cose anche se si crede di averle dette abbastanza); ottima cosa il munire l’interessato di un cellulare per ogni evenienza, come anche di supporti tecnologici che possono aiutarlo a costruirsi una rete virtuale di scambio sociale.

Infine, anche a un giovane SA  può capitare di innamorarsi, ed il tema per quanto delicato e complesso non va considerato un tabù; se un ragazzo  SA dovesse scegliere tra lo stare con la ragazza che gli  piace o l’andare bene a scuola, è ovvio che sceglierebbe la prima e non certo la seconda possibilità.

Anche su questo tema il ragazzo SA va preparato, di questo come di tutto si deve fare discussione, rendendo gli approcci il più spontanei e normali possibili.

La storia di Marco ( da Uno come loro)

La madre di  Marco, un ragazzo SA  preso ad esempio di tutti gli altri, ha voluto lasciare la sua preziosa testimonianza su quelle che sono state le tappe evolutive di suo figlio e su quelle che sono state le difficoltà e le richieste di aiuto ricevute.

Marco potremmo dire è tra i ragazzi fortunati che hanno ricevuto il massimo dai loro familiari, e che hanno avuto buone occasioni di inserimento scolastico, compreso il difficile periodo delle scuole medie superiori. Ha trovato sempre insegnanti disponibili, capaci di comprendere e di trovare risposte  facilitanti e risolutive, condizioni favorevoli non mai scontate e garantite.

Tutto questo percorso in apparenza normale, a Marco e alla sua famiglia è però costato un dispendio enorme di energie e un  sapersi  mettere   in gioco radicale e continuo.

Un semplice esempio  che ci può fare meglio comprendere è come occorre programmare una semplice telefonata ad un compagno di scuola, nel bisogno di dovere chiedere i compiti.

Si è già detto della incapacità di reagire prontamente a situazioni assolutamente prevedibili ma dubbie, e quindi per evitare rinunce o chiusure o insuccessi è necessario prevedere  uno schema che consideri  tutte le possibili varianti per saperle affrontare.

Nel concreto ecco lo schema ipotetico  da pianificare:

  • se telefono mi può rispondere 1 il mio compagno 2 un suo familiare 3 nessuno
  • se mi risponde il mio compagno io gli dirò Ciao, puoi darmi i compiti per domani? e lui mi può rispondere 1 vado a prenderli 2 anch’io non ero a scuola   3 in questo momento non posso
  • se mi risponde 2 allora io rispondo Grazie, telefono a Gianni e se mi risponde 3 allora io rispondo Mi chiami appena puoi? ecc

Grazie a questo algoritmo o diagramma a blocchi, l’ansia della telefonata viene contenuta e superata, così che Marco accetta la sfida di provare a telefonare.

Questo banale inciso   può dare un’idea delle difficoltà quotidiane che incontra un ragazzo SA nella sua giornata tipo. Tutti problemi sostanzialmente di relazione, ma che vanno contro il luogo comune che ci faceva pensare all’autistico come ad un ragazzo privo di emozioni, che non sa volere bene, che non si affeziona, che vive chiuso in se stesso solo perchè così vuole fare.

Il problema  vero  è che non sa come fare, e non che non vuole fare.  Marco è sempre stato un bambino che stava bene anche da solo, fino a che si era trovato dentro una certa età infantile; arrivato alla soglia dell’adolescenza, anche Marco ha cominciato a sentire il desiderio di stare con i suoi compagni, di capire quello che loro fanno, e di sentirsi uguale a loro, vicino a loro, come loro.

E’ come essere sempre stati sulla riva del mare, stando a guardare gli altri che fanno il bagno. Un giorno decidi che il bagno vuoi farlo anche tu ma non sai come devi fare. La faccenda ti risulta assolutamente impossibile, se affrontata da solo con le sole proprie forze.

Al ragazzo SA  manca la conoscenza di se stesso, e senza questa  conoscenza non si può comprendere nulla degli altri. La conoscenza di se stesso avviene proprio grazie a un processo relazionale affettivo, che è proprio quello che la sindrome di Asperger blocca ed impedisce.

La madre di Marco chiede aiuto agli specialisti, che però devono ammettere la loro ignoranza ed il loro disorientamento. E’ la famiglia di Marco a guidare e suggerire, perchè è la più tenuta a passare informazioni precise; si elencano i punti di forza ed i punti di debolezza sui quali dovere lavorare.

I punti di forza sono intelligenza, buon carattere, numerosi interessi, avere passioni, sincerità, coerenza e motivazione; i punti di debolezza sono incapacità nel comunicare, immaturità affettiva, insicurezza, incapacità di imparare per imitazione, mancanza di autonomia, incapacità nelle cose pratiche, difficoltà di attenzione.

Per risolvere il problema occorre conoscerlo e poi pianificarlo, come nel caso della telefonata.

Se il mio problema è integrarmi, devo imparare a comprendere la mentalità dell’altro e per farlo devo imparare a conoscere meglio me stesso e devo imparare ad avere argomenti di conversazione, e devo imparare ad essere autonomo e ad essere disponibile.

Devo imparare a mettermi in discussione, nel senso che se io sono fatto così anche l’ altro è fatto alla sua maniera, e mentre io cerco di modificare qualcosa di me anche l’altro cerca di modificare qualcosa di lui, perchè tutti abbiamo qualcosa da mettere in discussione, e non si tratta di non doversi accettare, ma di sapersi mettere in relazione.

Verità complesse ma fondamentali senza la cui comprensione non si può andare da nessuna parte.

L’ostacolo più grande nella realizzazione di questo percorso è il superare  l’ansia d’esposizione di cui questi ragazzi soffrono terribilmente. Si sentono continuamente sotto i riflettori, giudicati, esposti al ridicolo o al possibile fallimento.

Anche interventi forzati da parte degli adulti nell’età dell’adolescenza può risultare più dannoso che proficuo.

Dove trovare qualche strategia di intervento? Suggerire la tenuta di un diario? E se sul  diario non si va a scrivere mai nulla? Suggerire di nuovo schemi (in questo caso a crocette)  dove Marco potesse andare a mettere la sua risposta diventando in tal modo sempre più consapevole dei propri bisogni e desideri?

Esempio: metti la crocetta dove meglio ti riconosci:

  1. sono stanco
  2. sono preoccupato per qualcosa che potrebbe succedere
  3. sono nervoso perchè non ho voglia di  studiare
  4. ci sono rimasto male quando a scuola è successo questo…

Un giorno Marco disse a sua madre: “Ma io chi sono? Niente, io potrei anche non esistere…”

Questa risposta dimostrava lo stato di fragilità dell’essere di Marco, che evidentemente necessitava di acquisire maggiore autostima. E stiamo parlando di un ragazzo con un buon grado di intelligenza, capace di concludere studi complicati come un liceo classico, e ricco di risorse personali. Le persone hanno bisogno di fare e non solo di pensare, e le persone diventano le cose che hanno fatto e non solo che hanno pensato. Anche Marco aveva bisogno di diventare qualcosa che avesse fatto o che avesse avuto l’intenzione di fare.

Per Marco imparare a vivere era un vero e proprio allenamento quotidiano: ci sono così tante cose che un ragazzo SA  deve allenarsi a fare, come allenarsi a conoscere gli altri, ad arricchire la propria conversazione, a creare conversazioni, a diventare più autonomi, ad imitare gli altri…

E poi ci sono i pericoli incombenti della solitudine e della depressione, con cui anche Marco ha dovuto fare i conti.

Marco scopre d’avere questa malattia a soli 17 anni (nel senso che non riuscivano a darle un nome), dopo l’intera crescita adolescenziale e dopo tanti fallimenti e fatiche.

Oggi frequenta l’Università,  utilizza gli strumenti tecnologici per compensare alcune sue deficienze croniche (la scrittura, la capacità d’attenzione prolungata); ha molti amici ed amiche, ma non ha mai avuto una ragazza; rimane infastidito quando si cerca di abbracciarlo e ancora fatica a guardare le persone negli occhi; preferisce parlare con una persona per volta; ha imparato a combattere la depressione riempiendosi  di attività che per lo più svolge in solitudine, come leggere, andare al cinema,  a teatro,  a un concerto, viaggiare su di un treno…

Ha cercato d’avere lavoretti part time, ma quelli che trova non sono stati  adatti alla sua personalità.

Sta imparando ad avere un’idea del futuro, nel senso che riesce a pensare di poterlo avere, un futuro, anche se non sa ancora quale.

Senza la sua famiglia non ce l’avrebbe mai fatta.

Così che sua madre, da genitore a genitore, ci lascia questi suoi suggerimenti:

  • non bisogna pensare solo al problema, ma sempre e solo alla persona
  • bisogna avere ottimismo e fiducia
  • guardare ai piccoli passi in avanti
  • avere alte aspettative per non svalutarsi
  • bisogna imparare a controllare l’ansia, sia la propria che quella altrui
  • bisogna pretendere e dare l’educazione
  • accettare per insegnare ad accettarsi
  • approfittare dei momenti favorevoli perchè non torneranno più
  • non mitizzare i figli degli altri perchè tutti hanno i loro problemi
  • non avere paura di fare dei rischi per incoraggiare l’autonomia
  • pensare sempre che nostro figlio è se stesso in maniera assoluta e coltiva una propria personalità degna di tutto rispetto

La storia di Andrè (da La scuola degli idioti)

Andrè è un giovane uomo autistico  che ha frequentato insieme ad altri come lui una scuola speciale all’avanguardia  per alunni autistici. Qui ha fatto amicizia con  Kamran che un giorno decide di scrivere un libro su questo problema (La scuola  degli idioti), riprendendo i contatti persi con alcuni di loro per raccogliere le loro vite reali.

Tra questi contatti  ripresi c’è appunto Andrè che non è mai riuscito a superare la sua incapacità di tenere una conversazione, nonostante la sua laurea in ingegneria ed evidenti competenze acquisite. Per queste persone sapere conversare è una sfida incredibile, come per un normale volere andare sulla luna. Andrè in qualche modo ha raggirato il problema, pur di non separarsi completamente dal mondo degli altri, inventandosi l’escamotage delle marionette.

Le marionette sono di legno, costruite tutte direttamente da lui e fin nei minimi particolari secondo le proprie necessità e desideri; quando Andrè cade dentro una situazione insostenibile, che non gli permette di conservare la cosiddetta  “Coerenza locale“, fa intervenire la sua  marionetta e la fa parlare secondo un criterio assolutamente libero. Chi lo conosce sa quanto siano importanti per lui questi  personaggi inventati, e sa che quando lui li fa parlare non è consigliabile interromperlo. Chi lo fa si mette a rischio, Andrè diventa nervoso  e reagisce in maniera incontrollata, quasi sempre  scappando.

Qualcosa del genere  succede anche tra i due amici, verso cui Andrè si limita a  reazioni controllate, tipo il chiudere il mal capitato dentro un bagno, piuttosto che l’allontanarsi  in maniera compulsiva. Al tempo della scuola Craig (di cui parlerò più avanti)  aveva battezzato quel luogo la scuola degli idioti, come a dire, la scuola dei diversi che non avranno mai una vita normale. Un luogo esclusivo dove viene garantita l’evoluzione scolastica di questi ragazzi che spesso hanno un quoziente di intelligenza superiore alla media. Dentro la loro anormalità  una  forma di normalità tutti in qualche modo la possono raggiungere, o se la costruiscono a propria immagine.

Andrè per esempio  vive con la sorella, Amanda, che praticamente svolge nei suoi confronti il ruolo di sorella, madre e amica. Amanda racconta a Kamran di quando Andrè venne  rinchiuso per un anno dentro un riformatorio per avere picchiato e compromesso  gravemente  la testa ad uno sconosciuto che aveva avuto la sfortuna di rovesciargli addosso in pieno volto un frullato, mandandolo  completamente fuori controllo.

La sentenza del giudice nei suoi confronti fu tutto sommato  equilibrata, anzi, mite, poichè si tenne proprio in considerazione l’attenuante della condizione clinica.

Messo in riformatorio, fu proprio lì che Andrè scoprì il mondo delle marionette, e divenne capace di costruirle e di utilizzarle nel suo mondo chiuso e paranoico.

Dopo gli studi Andrè ha anche cercato di lavorare, riuscendoci per brevi periodi fortuiti, e grazie proprio alla sua originalità nel suo modo di presentarsi.

Delle sue esperienze  di quel periodo di reclusione Andrè non parla, nè l’amico osa fare domande; certo devono avere segnato in maniera particolare la sua psicologia già complessa.

La storia di Randall

Randall sembrerebbe essere  stato in parte più fortunato di Andrè; è riuscito ad avere un lavoro, svolgendo le mansioni di corriere , e convive felicemente (così sembra) con un compagno, Mike,  che lo considera una specie di genio e che lo tratta veramente con affetto sincero ( almeno per un pò di tempo così ha fatto).

Il suo vero talento è scrivere;  è  bravissimo a scrivere poesie, poesie veramente belle  che ci si può aspettare di vedersele pubblicare su qualche rivista, magari specializzata per l’autismo.

I suoi genitori  nonostante questi successi continuano a rimanere in ansia per lui,  perchè è un attimo vedere  interrompersi una vita tranquilla, ma tanto faticosamente costruita; succede a chiunque, perchè non potrebbe succedere anche a loro figlio? E  come può  reagire un giovane autistico di fronte al fallimento di una storia amorosa, o di fronte alla perdita del lavoro?

E poi non ci sono le storie perfette, lo si sa.  Anche dentro le coppie normali esistono i tradimenti, gli alti e bassi, ed è quello che in parte accade anche al nostro amico, che sa di qualche scappatella senza importanza  del compagno ma che non riesce a parlare con lui dell’argomento (argomento difficile persino per chi non ha problemi di comunicazione).

Sul piano professionale,  qualità innate in una persona autistica, tipo la serietà, l’impegno che mettono nelle cose,  la loro incapacità di frodare o di  essere disonesti, le fanno spesso bene inserire negli ambienti lavorativi; certo, bisogna sempre mettere in conto la possibilità dell’imprevisto e la possibilità di rimanere invece  loro stessi vittime di frodi.

Randall è benvoluto dal suo principale (un pò meno da altri che spesso gli fanno fare consegne assurde), anche se qualche volta arriva a consegnare fuori tempo; la puntualità può dipendere dalla perfetta efficienza della sua bicicletta, la quale deve essere esattamente come lui si aspetta che debba fare; gli stessi rumori, lo stesso aspetto, la stessa funzionalità di sempre.

Parliamo invece del rischio d’essere presi in giro; prendersi gioco di un autistico è un attimo, la sua ingenuità è tale  che può essere facilmente raggirato, la sua non conoscenza delle infinite variabili possibili lo rendono una persona fragile e soggetta a fenomeni  di aggressione da parte di terzi. Il fatto è che lui lo sa, che loro lo sanno, di questi pericoli, e ci prestano la massima attenzione.

Tuttavia lui sembra non preoccuparsi di questo più di tanto. Forse per lui avere un lavoro è una tale soddisfazione, che tende a vedere sempre i soli aspetti positivi di ogni accadimento. E non certo per idiozia, che Randall non è affatto un’idiota.

Questo antico compagno di scuola, come Andrè, come gli altri che verranno, sono il frutto di una ferrea educazione che ha saputo insegnare loro ad essere interattivi; i loro insegnanti hanno utilizzato il metodo del gioco parallelo, e poi li hanno indotti a parlare  sistematicamente  dei sentimenti degli altri, utilizzando cassette registrate che riportavano discussioni o dialoghi tra due persone.

Oggi la tecnologia e l’esperienza accumulata hanno di molto migliorato l’approccio, che da  uditivo/sonoro si è fatto anche visivo/grafico. Schede specializzate illustrano le possibili espressioni del volto, riproducendo tutte le possibili emozioni o stati d’animo. Non dimentichiamo la pratica della comunicazione aumentativa,  che collega ogni parola ad una figura anche utilizzando programmi specializzati.

Gli autistici vivono di etichette, di  segnali, di tracce;  non bisogna lasciare mai nulla al caso, ma questa è la parte più facile, se si vuole, perchè è sufficiente organizzarla.

E poi non è vero che l’autismo soffre di cecità mentale perchè non possiederebbe  una teoria della mente; della stessa cecità può soffrire anche un normale che cade vittima di pregiudizi e di luoghi comuni; tutti cadiamo in errori di valutazione, tutti abbiamo bisogno di essere educati a saper leggere la mente degli altri, un autistico deve solo  farlo con maggior sforzo e con maggior impegno.

Purtroppo la storia con Mike non regge a lungo; Randall si rende conto di non potere più fidarsi del compagno, e trova la forza di lasciarlo e di tornarsene dai suoi genitori. In quanto al lavoro, sembra continuare tra alti e bassi.

La storia di Craig

Craig soffre di una forma leggera di autismo. Grazie a questo è riuscito ad avere un  lavoro quasi continuativamente,  fino a che la crisi economica non lo ha lasciato disoccupato, ma non in quanto autistico. E’ riuscito anche ad avere una storia amorosa con una ragazza per oltre nove mesi, e sarebbe continuata, ma poi la sua tendenza ad isolarsi ha compromesso il legame, suo malgrado. Di professione fa lo  speech-writer, cioè scrive testi politici per i senatori su commissione, specie durante le campagne elettorali, ed essendo un democratico è chiaro che scrive per i democratici. E’ bravissimo, è pressochè il più bravo nel suo campo,  eppure questo non è bastato a garantirgli  l’occupazione sicura, soprattutto negli Stati uniti   dove non c’è nulla di sicuro.

Solo con il tempo e con molta perseveranza riuscirà a trovare nuove opportunità. Il lavoro viene offerto a questi professionisti non in quanto autistici, ma nonostante  il loro autismo.

Tra tutti quelli che vengono rappresentati  è quello che meglio somiglia a Kamran, che praticamente fa lo stesso lavoro di  Craig  ma pagato dal Governo, cioè dallo Stato, nel Regno Unito, e quindi il suo lavoro è sicuro e non soggetto a facili licenziamenti.

E’ stato molto incoraggiato in famiglia a raggiungere la sua indipendenza dalla nonna, soprattutto durante la separazione dei suoi genitori, che poi non si separarono e cercarono di incoraggiarlo a ritornare , senza successo, con loro.

Quindi un autistico che soffre di una forma leggera,  se ben preparato  può vivere da solo, può avere una vita sociale accettabile, può  riuscire a mantenersi, può fare molte cose  che fanno le persone senza questo handicap.  Certo, per un autistico è tutto estremamente più complicato e molto più degli altri è portato a vivere alla giornata.

La storia di Elisabeth

Elisabeth non è stata fortunata come Craig, o Andrè, o se si vuole anche, come  Randall.

Di lei Kamran  ricordava poco, non aveva precise informazioni, non avendo avuto con lei  una fitta amicizia come  quelle già raccontate.  Per compensare tutti questi vuoti lo scrittore ricorre alla testimonianza dei suoi genitori, due persone veramente speciali che  avevano vissuto per la felicità della loro unica  figlia, senza purtroppo  riuscirci.

Viene accolto  per un breve periodo, durante il quale scopre una Elisabeth  che non si arrendeva davanti a nulla; testarda nel perseguire significativi miglioramenti, sia nella propria autonomia, quanto nelle proprie competenze specifiche. Ottima pianista, era arrivata a dare lezioni private con grande successo, nonostante qualche piccolo imprevisto che non aveva compromesso la buona riuscita generale. Era arrivata a girare da sola per la  città, prendendo anche più cambi di autobus.

Era arrivata a frequentare l’Università,  a  sapere gestire brevi conversazioni,  ad  imparare da sola ad andare in bicicletta; fu tuttavia   la sua forma grave di autismo, aggravata anche da un certo problema epilettico e per finire qualche infelice episodio di bullismo  ( in un campeggio per autistici venne spinta e si ruppe due costole)  e  la  presenza di un cattivo psicoterapeuta che sottovaluta il grave problema  della depressione,  a destinarla al suicidio.

Elisabeth, che sembrava stare superando   tutte le tappe insidiose di questo male oscuro, un giorno ingoia un numero incredibile di farmaci vari, che rappresentavano la sua normale terapia, e  si va ad infilare nell’acqua fredda della piscina fuori stagione. Suicidio.

Qui la ritrova poco dopo  la madre, che con tutta la sua forza la tira fuori da quel letto, ormai già morta, e  chiamando  l’ambulanza in un tentativo estremo di salvarla.

I soccorritori non ebbero modo di separarle, lei e la madre, abbracciate  come incollate e diventate una cosa sola nell’ultimo respiro della figlia.

Ira e Rebecca sono le ultime due amiche che ci apprestiamo ad avvicinare  in questo racconto d’umanità  molto più simile alle persone normali di quanto non si creda e che chiedono appunto di potersi sentire parte dell’intera umanità, semplicemente.

Esse sono rispettivamente  la direttrice  della scuola speciale che li ha educati, e la loro insegnante speciale; incontrarle dopo tanti anni, per raccontarsi e per raccogliere idee per  “La scuola degli idioti” non deve essere stato semplice per Kamran, che quando si sente nervoso afferra una graffetta che tiene in tasca e comincia a manipolarla.

Sarebbe  riuscito a sostenere il confronto? Avrebbe continuato a percepirle come le sue responsabili  a cui fare riferimento, o sarebbe riuscito a mostrare serenamente la propria maturità  ed il proprio essere diventato adulto?

Lo scrittore ci fa capire che l’autismo è una condizione che può essere controllata, educata e migliorata; ci fa capire che non occorre essere dei geni per potere farcela (nessuno di loro lo era in effetti), ma semplicemente persone nella norma  che grazie ad una buona educazione  e  a tanto aiuto riescono, con molto impegno, ad organizzare la loro vita.

Ci fa capire che moltissimo dipende dalle famiglie, dagli insegnanti e dagli amici che si ha la fortuna d’incontrare.

Ci fa capire che se Elisabeth non ce l’ha fatta, è perchè soprattutto  ha avuto la sfortuna di conoscere  degli specialisti sbagliati che si sono approfittati di lei, della sua inconsapevolezza o della sua fragilità.

Ci fa capire che non è vero che gli autistici non provano sentimenti; li provano, eccome, solo che non sanno come esprimerli, e devono imparare  a manifestarli.

Tutto dei loro limiti può essere guidato e tenuto sotto i limiti di guardia ( il contatto fisico, l’orientamento, la routine, le novità, le cose nuove da scoprire, l’ansia dell’imprevisto).

Ci fa infine capire che gli autistici non sono degli idioti, anche se così vengono in genere considerati; arriverà un giorno in cui anche questo genere di handicap avrà il suo pieno riconoscimento, e le scuole come le famiglie saranno meglio attrezzate ad affrontarlo.

La ricerca in questo campo deve ancora fare molto; questa malattia non si acquisisce per mancanza d’affetto (come si pensava erroneamente), ma per genetica. Un bambino su 170 ne risulta coinvolto, e spesso è dentro famiglie dove già è presente il gene.

La scuola di Kamran e compagni verrà chiusa per mancanza di fondi, essendo che era una scuola che viveva di donazioni, ed i suoi professionisti si riciclano o dentro le maglie dello Stato o in altre strutture private o come  autonomi. Non si può lasciare un problema così serio in mano alla semplice filantropia.

Molto di quello che  questi ragazzi   sono  diventati lo devono a meravigliosi professionisti che hanno fatto del loro lavoro una vera ragione di vita.

Questo libro è stato anche un modo di dire loro  “Grazie”.

Ringrazio gli autori, ringrazio la madre di Marco, ringrazio Marco, ringrazio tutti coloro che tutti i giorni si fanno carico di queste precise problematiche di crescita e di vita reale, ringrazio Kamran che ci ha raccontato le sue storie, permettendoci di pensare ad un ragazzo autistico non come a un malato cronico, non come a un diverso destinato all’isolamento, e basta,  ma come a ragazzi che sono diventati uomini e che hanno saputo avere la loro vita “normale”, con un lavoro, una vita privata, degli amici, nonostante la loro anormalità. Ci ha permesso di capire che anche tra le persone normali esistono comportamenti per nulla chiari e diremmo intelligenti, che tuttavia nessuno nota solo perchè possono passare sotto silenzio,  mentre che i riflettori sono tutti puntati su questi visibilmente diversi, pieni di manie, di tic, di goffaggini, di paure, di insicurezze, ma anche di capacità sorprendenti, di talenti, di voglia di vivere, di slanci affettivi.

testi consultati:

 Uno di loro-   Adolescenza e Sindrome di Asperger  edizione   Erickson    autore  F.Bugini  e Gruppo  Asperger Onlus

La scuola degli idioti, Kamran  Nazeer,  Rizzoli