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Lorenzo di Barbiana

Lorenzo Milani

Possedevo ancora di Lorenzo  Milani un’idea superficiale. Sapevo di lui che era  stato un prete singolare, un insegnante singolare, un parroco di confino esiliato   per punizione dentro un paesino montano  che senza il suo contributo non sarebbe mai arrivato alla notorietà del mondo.

Ma di quale colpa si era macchiato il giovane  priore, rampollo di una ricca famiglia laica, colta e borghese,   che tutto aveva previsto per il suo futuro tranne che di vederlo ridotto  sacerdote dentro un insignificante comunità di uomini rozzi,  tutti analfabeti e tutti destinati ad una vita piena di stenti e di fatica?

La sola colpa di Lorenzo era l’essersi innamorato,  inaspettatamente e tutto da solo, del Vangelo e delle sue parole più pure, un innamoramento totalizzante che non lasciava spazio  alle mezze misure, ai dubbi, alla diplomazia, al farsi ipocrita e silenzioso   per amore del quieto vivere.

Di questo amore assoluto il giovane prete con la sua semplice tonaca nera  priva di ogni ornamento, da dove spiccava un volto curioso del mondo degli ultimi visti con gli occhi di Dio, due occhi vivaci e severi al contempo, interroganti sul bisogno dei poveri , Lorenzo ne era assolutamente consapevole. La parola ricevuta da Gesù, direttamente dal suo incontro misterioso con il Signore, un incontro  che rimane parte di un destino incomprensibile persino a lui stesso, che veniva da una famiglia per nulla religiosa e persino ebrea per parte di madre,  detta parola, come si diceva, rappresenta   il motore vivente che trasforma Milani da uomo di città e di mondo a uomo di anime gettate nella solitudine e nel nulla del tempo e dello spazio.

Lorenzo diventerà con rigore e fermezza l’insegnante di un gruppo di poveri, senza arte nè parte, trasformandoli da esseri di un dio minore  in artefici prediletti e  costruttori del loro futuro; tra loro  fioriranno futuri sindacalisti, ingegneri, scienziati, giornalisti e politici, ma anche uomini di famiglia e persone capaci di prendersi le proprie responsabilità.

La prima figura  che mi sento di accostare a questa storia tutta moderna   è il cammino di conversione del poverello di Assisi, ma mentre Francesco di Pietro di Bernardone  sceglie radicalmente il farsi povero tra i poveri, vedendo nel cammino di spoliazione l’unico modo di recuperare le radici spirituali del cristianesimo, Lorenzo di Barbiana  sceglie di farsi padre, maestro e sacerdote di un gruppo di giovani, giovanissimi e meno giovani   di cui il mondo ignorava assolutamente l’esistenza e che tali sarebbero rimasti senza la sua venuta e la sua opera tra loro.

Milani non è un mistico, uno che sceglie la clausura e il ritiro dal mondo, nè un prete che si ritrova a fare quel mestiere  nella maniera delle regole convenzionali. La sua scelta di farsi parroco è la volontà precisa di stare dalla parte degli ultimi cercando di  rendersi utile al meglio delle sue possibilità, e in questo bisogno di rendersi utile là dove ce ne fosse la viva necessità, è il senso missionario della sua profonda vocazione.

Se Milani si trova circondato in un tempo difficile di operai che per lo più hanno tutti la tessera del partito comunista,  Milani non si mette a giudicarli e a condannarli come eretici ed indegni dell’opera pastorale della Chiesa. L’operaio ha solo un mezzo per difendersi, che è il diritto di voto ed il diritto di sciopero. Poi si sa che esiste anche il diritto di pensiero, e c’è la Costituzione che lo sancisce. Chi è la stessa Chiesa per proibire questo?

Se poi questi poveri uomini tribolati nel mentre che cercano di salvare il lavoro per loro così prezioso e fonte di sopravvivenza,   si perdono per vicoli incerti, questo fa parte del gioco,  che lo scopo della Chiesa è di guidare, accompagnare, comprendere, esattamente come farà il Concilio Vaticano II  che Giovanni XXIII  inizierà dal 1962.

Milani muore a soli quarantaquattro  anni nel 1967, di una brutta malattia polmonare, dopo sette anni di resistenza agonizzante, ma nulla ferma il suo entusiasmo, il suo proposito, accompagnato dalla serenità del suo cuore di sapere d’avere scelto dove stare e con chi stare.  Appena arrivato, ancora in perfetta salute,   nella sua piccola porziuncola toscana, corre a comprarsi un posto al cimitero, come avendo già totalmente sposato il suo cammino in quel luogo, persuaso  che lì sarebbe vissuto fino alla fine. Se i suoi superiori avevano creduto di umiliarlo confinandolo tra i boschi ed una manciata di casolari dismessi, là dove si vede solo il cielo e qualche lembo di terra senza la luce, senza l’acqua, senza le strade, avevano capito nulla di quello che Dio aveva già deciso di fare con il suo menestrello  prediletto.

Per tutta la vita  il nostro parroco di montagna pensa solo a fare capire a chi non vede, a chi si crede dalla  parte del giusto,  predicando   che sempre  è importante esercitare l’arte del dubbio, l’arte del farsi delle domande, l’arte del saper leggere la storia e gli eventi del tempo che certo non si fermano, che certo si trasformano in sempre nuovi scenari , ma che hanno lo scopo di soddisfare sempre e comunque i soliti bisogni.

Il primo assoluto bisogno dell’uomo è di provvedere alla sua salvezza, pensa e sostiene Milani,  e per salvezza  intende  non certo guadagnarsi uno sterile posto in Paradiso, ma piuttosto il riservarsi un posto non disonorevole tra gli uomini. E’ quello che decidiamo di fare di qua, in questa vita, che determina quello che si riuscirà  a combinare di là, nel mondo del tempo sospeso.

Milani poi è uomo di carne, di pensiero, di impulso, non teme di dire ogni tanto parolacce se possono servire a farsi capire, non teme di chiamare le cose con il loro nome, direttamente e senza falso pudore; non teme i rimproveri dei suoi vescovi a cui deve obbedienza, perchè si sa, non si deve obbedire ad un ordine ingiusto, che questo è proprio la dottrina ad insegnarlo, ed anche i vescovi son uomini che possono sbagliare, qualche volta.

Milani le cose non le manda a dire; se c’è qualcosa di cui discutere, ecco la penna ed un foglio di carta utile allo scopo. Bisogna ragionare sull’obiezione di coscienza? su cosa sia la Patria? su quando e come sia necessario prendere da se le proprie decisioni? su come ci si deve prendere cura di se stessi sopra ogni cosa e sopra ogni pericolo di buttare via il proprio tempo? Bene, ecco le ragioni esposte punto su punto, articolo dopo articolo, osservazione dopo osservazione, e come lo sa fare il nostro maestro di comunicazione non lo sa fare davvero nessuno.

Si vada a leggere le sue  difensive, sopra tutti la sua Lettera ai giudici che lo dovevano giudicare verso le accuse ricevute dai cappellani toscani per avere difeso gli obiettori di coscienza;  oppure le sue Esperienze pastorali, un testo titanico  che viene fatto subito   ritirare dalla circolazione  dalla Curia per la sua inappropriatezza.

Milani parla sei lingue, come suo padre; il suo bisnonno, Domenico Comparetti,  ne parlava diciannove;  sua madre  non è da meno, per tutta la vita rimarrà un suo solido punto di riferimento e confronto consolatorio, anche se Lorenzo è più preoccupato di consolare che di essere consolato.

La sinistra lo elogia senza comprenderlo, vedendo in lui la forma perfetta del vero prete, ma ignorando di lui la sua costituzione religiosa; la destra lo condanna e lo umilia  senza però  perderlo,   per il suo essere scomodo  di carattere  e troppo ingombrante come personalità; ma lui critica entrambi, sapendo che quelle sono solo cose da uomini, mentre lui si sa, si sta occupando delle cose di Dio.

In quanto alla Chiesa che lo isola e allo Stato che lo condannerà senza vergogna   per apologia di reato, Milani fa e avrebbe fatto spallucce, tira dritto per la sua strada, fino alla fine, consegnandosi in eredità ai suoi ultimi, quella manciata di miseri grandi  ai quali lui si era consacrato fino allo sfinimento. Dopo  di loro  verrà  accolto a braccia aperte dal Movimento studentesco (di cui non avrebbe taciuto le contraddizioni e gli errori di campo).

Milani, amici carissimi, più lo si conosce più sconcerta.

Dovendo pareggiare i conti con una scuola per ricchi che favoriva soltanto i già capaci, lasciando alla deriva i deboli,  escogita senza strumenti e senza risorse una scuola di frontiera, senza aule e senza banchi,  senza lavagne e senza quaderni, dove  non mancano solo i libri, spesso di fortuna, e dove si fa laboratorio nel paesaggio, il luogo elettivo della ricerca; una scuola dove non c’era  né  sabato né domenica e nessuna ricreazione. Il figlio di un montanaro che arriva a studiare dopo essersi alzato all’alba e che non dispone di nulla se non della propria volontà di imparare e della propria forza di resistere, non può fermarsi in attività che servirebbero solo a mantenere il suo dislivello ed il suo svantaggio nei confronti dei privilegiati.

Si profila per necessità un insegnante austero, esigente, severo, ma anche totalmente dedito ai suoi scolari. Di loro conosce tutto, la famiglia, le origini, la casa, gli alberi nell’orto, i desideri, le paure, le mancanze…, e per loro farebbe tutto, anche privarsi del sonno, del cibo, di non so quale sostanza avesse potuto  rendersi utile alla buona riuscita finale di questa miracolosa  famiglia  educante che si viene a creare e a farsi conoscere oltre confine.

E poi Milani è lui stesso scolaro tra i suoi scolari, come loro stessi  maestri tra maestri.

Capite dunque che il metodo don Milani in verità non è mai esistito, perchè non si tratta di scoprirne i principi pedagogici, ma piuttosto gli assoluti ontologici ed esistenziali.

Don Milani era semplicemente se stesso, un esempio unico ed irripetibile, che va osservato, studiato, meditato  e conservato nel cuore e nella mente   per la sua originalità e bellezza, per essere stata una grandissima pagina di storia civile e religiosa, tutta italiana ma anche tutta antropologica a tutto tondo.

I grandi del pensiero

Avremo già sentito dire che dopotutto sono solo una manciata di uomini che hanno contribuito a costruire la storia del pensiero. Per  semplificazione di orientamento mi riferisco alla filosofia  così come la studiamo a scuola, nel nostro mondo occidentale, tralasciando il mondo orientale per cui si dovrebbero avere delle competenze che le Università nazionali  non forniscono per nulla.

I cinque grandi potrebbero venire individuati in questi emeriti, ossia Platone, Aristotele, Cartesio, Kant ed  Hegel.  Sono assolutamente certa su questi nomi,  non certissima  del fatto  di tenere  Nietzsche  fuori dal pugno,  ma  insisto nel volerlo considerare di certo  il sesto uomo inseribile  tra i grandi che ci hanno obbligato a guardare alla vita  con uno spirito nuovo, se non fosse per il fatto che la filosofia non si è fermata ad Hegel, anche se lui lo avrebbe voluto.

Volutamente ho escluso nella  classificazione  i pensatori religiosi o dal forte orientamento religioso, che più  che filosofi potremmo considerarli Padri dell’umanesimo, e quindi meritano di venire trattati più come  mistici  che come pensatori in senso  stretto.  Mi riferisco ovviamente a Pascal, Vico, Rousseau (che non è un mistico ma un grande umanista), Kierkegaard, Schopenhauer e forse ancora qualcuno. Ho escluso anche Marx e Freud che sono sì considerabili dei geni, ma  speciali e da trattarsi separatamente.

Platone deve tutto a Socrate, il suo maestro, non che iniziatore stesso della Filosofia come Scienza propria ed autonoma. Platone elegge Socrate a martire della verità, e supera lo stesso passando da una vita romantica e leggendaria, allergica  alla monotonia, verso un vita pronta  ad assumersi tutte le necessarie responsabilità. Da qui la fondazione dell’ACCADEMIA, il dedicarsi all’insegnamento, che in quanto tale si pone il fine di formare uomini giusti, i soli meritevoli di venire messi al governo di una polis.  Ecco la Repubblica, il primo testo politico della storia, che Platone cerco di concretizzare pur riuscendoci,  ma causandosi un’infinità di nemici.

Platone capisce che è l’Idea ad avere un valore, che è l’Idea a permettere agli uomini di capirsi e di evolversi, e che questa Idea è in se perfetta ed eterna, preesistente alla vita stessa che invece è in sè precaria e incerta. Conoscere è un RICORDARE, dice Platone, ricordare quello che il mito di Er spiega con la narrazione della biga alata che viaggiando per il cosmo iperuranico  incontra le Idee.

Conoscere è anche liberarsi dal pregiudizio, dalle false verità, dagli idoli, dalle apparenze, ma è anche un diventare adulti, capire che spesso si può rimanere soli, e che proprio per il nostro volere essere giusti  si può finire accusati dei più orribili delitti. Il mito della caverna lo insegna perfettamente.

Aristotele segue subito Platone, suo maestro, ma se ne distingue, poiché  mentre il primo si era occupato  dell’idea, del mondo invisibile,   lui invece si vuole occupare della realtà, del mondo visibile. Non rinnega i grandi sommi insegnamenti platonici,  ma proprio perché li rispetta si rende conto di dovere/potere  parlare di quelle cose che Platone aveva trascurato.

Ecco che con Aristotele la filosofia sposa la SCIENZA, cioè l’indagine dei fatti, dei fenomeni, che possono venire compresi grazie alla LOGICA, cioè all’uso del linguaggio che è quell’arte tutta razionale di mettere insieme nomi che vanno a formare frasi di senso compiuto.

Si può subito ben capire quanto questi due grandi abbiano posto le basi di un cammino che non si è più arrestato. Ancora oggi sono di uso comune termini come platonismo e neo platonismo. Ancora oggi sono di uso comune termini come aristotelismo e razionalismo legati all’empirismo e al positivismo.

Tutto rimane  più o meno così  fino a che arriva un signore  che  non si accontenta più  dei soliti schemi, che nel frattempo si erano andati complicando e smarrendo.  Sente il bisogno di voltare pagina, facendosi delle domande scomode. Si chiede fondamentalmente su cosa si appoggia il sapere. Il suo dubbio fondatore è questo: e se invece ci fossimo sempre sbagliati? e se ci fosse un essere maligno che mi ha sempre fatto credere che due più due fa quattro, ma invece non è vero? e se io fossi un sogno? Io chi sono? sono sveglio o sto immaginando?…

Questo signore si chiamava Cartesio, usciva dagli studi gesuitici, gente pratica  che non ama raccontarsi frottole,  e arriva ad una conclusione; di tutto posso dubitare, ma non del fatto che dubito, quindi io sono il mio dubbio, ossia io ” COGITO ERGO SUM”.

Platone aveva detto “Tu sei l’Idea che ricordi e persegui”. Aristotele aveva detto “Tu sei l’unico essere razionale in grado di potere conoscere e controllare il mondo”. Adesso Cartesio ci dice “Tu sei il tuo pensiero che dubita e con esso conosci, ma solo se il tuo pensiero segue un METODO preciso, sicuro, a prova di inganno”

Non bastava dire  “Cogito, ergo sum.”, sarebbe stato troppo semplice, bisognava quindi dare delle ISTRUZIONI PER L’USO. Le quattro regole del metodo erano  chiare: dubitare, analizzare, sintetizzare, controllare di avere fatto tutto giusto. Cartesio era passato dal metodo deduttivo aristotelico al metodo induttivo.

Le critiche al metodo  sono state numerose, ma erano tutte fuori luogo. Cartesio non aveva fondato un nuovo dogma, l’ennesimo di turno; aveva osservato un’evidenza, anzi, un’auto-evidenza che in quanto tale era  INTUITIVA, IMMEDIATA, FUORI DI DUBBIO.

Insomma, il fondamento perfetto di un sapere che voleva porsi come fuori discussione.

Lui stesso capisce di avere fatto qualcosa di geniale, ed infatti dopo Cartesio siamo diventati tutti razionalisti. Lascia solo un problema aperto, ossia il dualismo tra res cogitans e res extensa.  Se io sono una res cogitans però dentro un corpo che è la mia res extensa, come si collegano le due cose? Che ruolo ha il mio corpo? E che ruolo ha la mia anima? Per Cartesio vige il meccanicismo (e non poteva essere diversamente) , ogni corpo è destinato alla fine perché è soggetto alle leggi di natura, ma prioritario è il cogito, che sopravvive alla morte essendo immateriale. E Dio? che ruolo ha Dio in tutto questo? Dio è il Bene più alto, però inconoscibile.  Di lui non si può dire nulla. Certo esiste, è lui il garante della mia ragione, che altrimenti rimarrebbe fallimentare perché dubitabile.

Bene,  più di questo Descartes  non riesce a fare. Di grande è che lui riesce a mettere la RAGIONE al centro di tutto. No ai falsi idoli, no al dogmatismo, no alla superstizione, ecc, e lo fa dandoci un metodo, cosa che prima non era mai stata fatta.

Facile dire “E che genialata sarebbe?”

Chi crea una cosa che prima non c’era e che si rivela efficace, compie un passo in avanti, questo è il punto.

Gli altri due grandi saranno due giganti, entrambi padri della modernità, al pari di Cartesio, ossia Kant ed Hegel. Ma poi arriverà Nietzsche,  che da genio fuori dal tempo, riunificherà il tempo contemporaneo che lui riesce a prevedere (essendo lui stesso figlio dell’800),  con il tempo antico che nemmeno aveva vissuto. Solo a lui è riuscita una cosa così titanica.  Ma lo vedremo dopo….

La filosofia è uno stimolo vitale

Respirare è vitale, mangiare è vitale, dormire è vitale, prendersi cura del proprio corpo è vitale.

E poi? Bastano queste ovvie operazioni quotidiane per garantirsi una vita degna d’essere vissuta?

Tutti conosciamo già la risposta. Sappiamo che non basta. Qualche sprovveduto sarebbe pronto a replicare che donerebbe un rene (o non so cos’altro)  per avere quella cosa/sogno che coltiva nel suo angolo di terra, E sbaglierebbe, non perchè non sia lecito sognare, ma perchè non è lecito mettere in crisi un organismo indispensabile e  perfetto per ottenere qualcosa di superfluo, che in quanto tale arriverebbe da se stesso a tempo debito senza bisogno di sacrifici inutili.

Per i sogni esiste il tempo, che è il tempo dell’attesa e della durata, ma per l’essenzialità il tempo è solo quello dell’oggi, dell’adesso, dell’ hic et nunc.

La filosofia è per mia esperienza un bene superfluo  che  contribuisce a rendere la vita degna d’essere vissuta. L’essere un bene superfluo non significa che potremmo decidere di farne a meno, significa soltanto che nell’ordine delle priorità è solo al secondo posto e non al primo.

La vita stessa si articola su più piani di sviluppo, e non possiamo immaginare una vita completa che non comprenda  beni prioritari e beni secondari.

Metto la filosofia tra i beni che offrono stimoli vitali, pur non essendo lei stessa un bene prioritario,  ma utile allo sviluppo dei beni prioritari  che di per sè  sono come una casa senza abitante,  cioè inutile.   Lo strumento principe del pensiero  è la parola che viene vissuta, pensata, detta, scritta, disegnata, sognata, intuita, progettata, tramandata, raccontata, musicata e lanciata nell’universo.

Ne elenco alcune di queste massime:

La ragione è immortale, tutto il resto è  mortale     PITAGORA

Non credere a nulla, non importa dove lo hai letto o chi lo ha detto, a meno che non sia affine alla tua ragione e al tuo buon senso.      SIDDHARTHA

La vera sapienza è sapere che si sa ciò che si sa e sapere che non si sa ciò che non si sa.   CONFUCIO

La strada che scende e la strada che sale sono la stessa identica cosa  ERACLITO

Fra i molti ostacoli che mi impediscono la conoscienza vi sono l’oscurità dell’argomento  e la brevità della vita umana.   PROTAGORA

L’uomo è un microcosmo dell’universo.   DEMOCRITO

Una vita senza ricerca non è degna d’essere vissuta.   SOCRATE

Ogni cosa in questo mondo è Llombra della sua forma ideale che sta nel mondo delle idee.    PLATONE

Imparare è ricordare   PLATONE

Ogni azione prodotta dalla natura, per natura non può essere migliore.  ARISTOTELE

Tutti gli uomini hanno un innato desiderio di sapere  ARISTOTELE

Così ogni azione  dipende da una o più delle seguenti sette cause: le possibilità, la natura, le costrizioni, l’abitudine, il ragionamento e l’appetito.    ARISTOTELE

Non c’è niente nella  mente che non sia stato prima nei sensi.  JOHN LOCKE

L’uomo più ricco è quello che si accontenta di poco.   DIOGENE

Ama e fa quel che vuoi.    AGOSTINO DI i IPPONA

Ciò che ha reso Adamo capace di obbedire ai comandi lo ha anche reso capace di peccare.   AGOSTINO DI IPONA

La conversazione segreta è un incontro diretto tra Dio e l’anima, libera da ogni costrizione materiale.   AVICIENNA

Noi crediamo che Tu (Dio)  sia qualcosa di cui nessuna cosa possa pensarsi superiore.

ANSELMO D’AOSTA

Sono morto come minerale e risorto come pianta. Sono morto come pianta e ancora risorto come animale. Sono morto come animale e risorto come uomo.     MUHAMMAD  RUMI

So che tutto ciò che so non è Dio, e che tutto ciò che io posso consepire non ha con Lui somiglianza.       NICOLO     CUSANO

La massima felicità è raggiunta quando un uomo  vuole essere quello che è.                      ERASMO DA ROTTERDAM

 

 

LE DANNATE

LE DANNATE è la storia di tre donne semplici che in terra di Sicilia  si oppongono alle leggi della mafia. Del resto è una storia molto conosciuta perché il suo scrittore è Massimo Giletti, il noto giornalista e conduttore di NON È L’ARENA, che a questa vicenda ha dedicato molte puntate, non esclusa una diretta televisiva dalla piazza di Mezzojuso,  il piccolo paese protagonista di questi eventi.

Irene, Ina e Marianna abbiamo imparato a conoscerle, chiedevano solo una vita normale nella loro meravigliosa terra baciata dal Mediterraneo,  ed invece si sono trovate contro la loro stessa volontà a coprire l’impegnativo ruolo di donne coraggio, che vanno contro un intero sistema omertoso, a difesa del loro stesso onore (passatemi la parola che ahimè non è più facilmente esprimibile), in difesa dei loro affetti più cari, a difesa, infine, della loro stessa sopravvivenza.

Prima di loro già il padre, il signor NAPOLI SALVATORE,  era stato oggetto di pressioni mafiose locali, quando era nata solo la prima figlia, ricevendo  accuse piene di infamia,  tutte  miranti all’esproprio  della TERRA agricola e di pascolo, per farne diventare prati destinati all’EOLICO,  il nuovo business emergente intorno a  cui ruotavano grandi FONDI EUROPEI,  molti piccioli, per intenderci, cosi tanti  da farci grandi affari….

Non è da escludere che proprio lo stress accumulato a combattere queste maldicenze terribili che lo dipingevano come un uomo di COSA NOSTRA, fu la causa prima di un suo malessere, quando un ictus gli scoppiò nella testa e all’ospedale i medici lo avevano dato per spacciato.

Forse i medici non conoscevano la sua voglia di vivere, che infatti gli fece superare la fase critica e tornare a casa dalla moglie e dalle sue tre FIGLIE fimmine,  visto  che il destino non gli aveva concesso un figlio masculo.

Rimane malconcio, con mezza parte paralizzata, e sopra una sedia a rotelle, ma con il cervello ancora funzionante, tanto che era ancora lui che in casa diceva  CON RAGIONE  alla sua tribù di donne quello che andava fatto e come lo si doveva fare.

Fino a che Totò ( come era chiamato da tutti) non ce la fa più , e allora sì, comincia il vero calvario per Marianna, Irene e Ina.

Alla mafia locale con a capo  quel Simone La Barbera figlio del boss Nicola La Barbera che dopo il carcere se n’era tornato al paese ossequiato più di prima, doveva sembrare cosa facile avere ragione su tre buttane (termine registrato dalle intercettazioni telefoniche…) ed una madre anziana, che tutto avrebbe voluto, tranne che mettersi nei guai.

E è altrettanto evidente che nemmeno loro   sapevano con chi avrebbero avuto a che fare,  e forse nemmeno le misere  tre donne avrebbero mai immaginato di possedere tanta forza di resistenza.

IL PUNTO era che cedere avrebbe significato dare ragione ai prepotenti, al Paese che da sempre rideva di loro, a chi  aveva già operato malvagiamente contro il padre, portandolo nella tomba,  e poi con quale forza si sarebbero potute guardare allo specchio, la sera?

Il capo mandamento di Mezzojuso, uomo di fiducia di  Binnu Provenzano, in quel fazzoletto di Sicilia confinante con Corleone, terra di Totò Riina, e dell’ancora oggi imprendibile  Matteo Messina Denaro,  dietro la sua facciata di uomo per bene e sempre disponibile,  ha cercato in tutti i modi di piegare  le sue vittime; prima con le buone, poi con le minacce, poi con i fatti, e dopo il fatto di averle prese a sassate (non lui, ma i suoi bravacci),  suggerisce alle donne spaventate di cedere, di fare quello che  veniva chiesto loro di fare, cioè vendere e andare a fare altro….facendole  portare  dal boss e sconsigliandole di andare dai CARABINIERI.

Insomma, chi vuol conoscere per filo   e per segno questa vicenda di piccola mafiosità locale che intreccia  i grandi piani della mafia siciliana,può andare a leggersi il libro, che si divora   in un batti baleno e che fa capire bene le cose.

Quello che a me qui preme di raccontare,  è come si possa DIRE DI NO   a chi ci vuole imporre la sua volontà violenta, e ci ricopre di  minacce, di sabotaggi al lavoro, in modo da ridurci sul lastrico e volerci fare passare per degli  squilibrati, se non peggio, noi stessi dei malavitosi.

La tessitura del ragno che ci vuole portare nella sua trappola é ben congeniata, tanto ben congeniata che  solo un ingenuo non sprovveduto,  o un semplice, appunto, può resistere alla legittima fatica e alla legittima paura di non farcela.

Ed ecco che Ina, Irene e Marianna fanno la sola cosa che avrebbero potuto fare, ossia andare finalmente  al comando dell’ARMA di Mezzojuso  a denunciare tutto, e poi tornarci l’indomani, e il mese dopo, e ancora il mese del mese successivo, e così per anni, senza mollare, mettendo nero su bianco testimonianze, fatti, episodi, fotografie, timori, sfoghi di rabbia e tante lacrime, sante lacrime di donne che solo piangendo riescono a tirare fuori il meglio di loro stesse.

Ecco che da un fatto di soprusi e di minacce più o meno mascherate (ma neanche troppo), ne esce fuori  un procedimento di indagine, e dopo il primo ancora non  sufficiente, ne segue un secondo, questo assai più ricco di dettagli, tali da riuscire a mandare dritto dritto i colpevoli nelle patrie galere.

Purtroppo a questa storia di mafia dei pascoli manca assolutamente la parola fine. In paese c’è chi giura che non finirà così,  che le DANNATE (così come sono state battezzate le tre donne) avranno quel che loro spetta, che non si deve spezzare la regola dell’omertà,  che non si può mettere un intero paese alla berlina del giudizio del mondo, accussi  , per un capriccio, per guadagnarne fama,  per ottenere i  privilegi delle vittime di mafia…che furbe sono ste Napoli, altro che miserrime.

Massimo Giletti conosce bene come vanno queste cose, meglio di me senza dubbio, ed anche lui ha ricevuto minacce, offese, insulti, con lo scopo di farlo desistere, o  con lo scopo di esternare la rabbia che non si vuole e non si riesce a controllare, magari per ottenerne qualche beneficio in cambio….

Giletti se ne è altamente fregato, ha tirato dritto, ignorato il fango che gli tiravano addosso, esattamente come avevano fatto per oltre dieci anni le tre sorelle, che si sono viste giorno dopo giorno private del loro raccolto, delle loro entrate, del loro amatissimo cane Beethoven, fatto trovare scuoiato sotto altre carcasse putride..e private della loro vita normale, che solo quella  chiedevano di vivere.

Povero quel Paese che ha bisogno di eroi per trovare se stesso, ma ancor più povero quel Paese  che non sa fermarsi, interrogarsi e in qualche  modo ravvedersi e  capire.

In quanto alle sorelle Napoli, non  ci pensano proprio a mollare proprio adesso che la giustizia così lenta e  complessa  è riuscita a mettersi in moto.

Irene confessa di volersi laureare in sassofono, Marianna vuole aprire un ricovero per gatti e cani randagi, Ina vuole diplomarsi geometra, come il babbo. E poi chissà, sarebbe fantastico progettare un agriturismo nella valle di Guddemi.

Questo è stato il primo libro scritto da Giletti, che di storie non ne aveva mai scritte prima, visto che lui le notizie di norma le racconta in diretta, per tv, andando per archivi e per gente di strada. Ci spiega alla chiusa del racconto che  ha avuto il bisogno, questa volta, di farne una storia, forse perché è dopotutto un sentimentale; forse perché si è sentito di dovere fare di tutto per proteggere qùeste tre persone abbandonate a loro stesse  e simbolo di una condizione femminile ancora troppo spesso dimenticata e vittima di violenza;  forse perchè la mafia si combatte anche così, mettendo nero su bianco nomi, cognomi, fatti, impressioni, date e luoghi per bocca di gente come potremmo essere noi, gente normale.

Loro, le tre ragazze, non si sono fatte mettere i piedi in testa, hanno reagito, tenuto a freno un sistema terribile che difficilmente si piega; hanno fortunatamente  potuto contare su un bravo comandante, PIETRO SAVIANO, che nonostante la giovane età ha dimostrato d’avere fiuto e tenacia quanto basta, per andare Fino in fondo.

Sì, anche Massimo lo  dice, per queste sorelle che sono state fortunate, tanta altra brava gente rimane nell’ombra, e come le Napoli si trova a lottare da sola e senza sostegno situazioni pesantissime. loro CI parlano a nome di tutti.

Tutto comincia con un qualcosa che ci cresce dentro lo  stomaco, un qualcosa   che se non dovessimo  decidere di fare, sentiremmo di non potere più avere voglia di vivere.

E così lo si fa .

Marcuse

Marcuse è un filosofo che lavora negli Stati Uniti ma proviene dalla Scuola di Francoforte.

Collabora com Erich Fromm che è uno psicanalista.

Nel 1968 negli USA  inizia la contestazione hippie come grande fenomeno rivoluzionario giovanile fatto di oceanici spettacoli di piazza, adunate intercontinentali di nuove generazioni che inneggiano al motto “Fate l’amore, non fate la guerra”

Questo  movimento in apparenza   spontaneo  nasce da infuenze pregresse, che trovano i loro pressuposti in  Marx , Freud ed Hegel. Da Marx hanno ereditato le rivendicozioni di una condizione lavorativa più giusta, dove l’uomo ed il suo diritto di essere umano deve essere al centro;  da Freud hanno ereditato la libertà sessuale ed il sesso visto non più come tabù ma come espressione incondizionata; da Hegel hanno ereditato lo strumento dialettico, che vede tutto in sviluppo ed in perenne mutamento, ma soprattutto  il rifiuto   della ragion di stato che tutto dominava ed appiattiva.

Il 68 è inoltre erede dei   più grandi dissesti mondiali e culturali, che hanno visto lo scontro tra fascismo/nazismo e mondo borghese, lo scontro tra totalitarismo sovietico e imperialismo americano, lo scontro tra avanzamento tecnologico e perdita delle proprie radici.

Scrive due testi centrali, EROS E CIVILTA’   e  L’UOMO A UNA DIMENSIONE.

Lo stesso HEIDEGGER e  RUSSEL  hanno avuto il loro ruolo in questo nuovo incedere della società libera che scende nelle piazze a  reclamare un nuovo modo di vivere, senza più tabù, restrizioni, convenzioni/istituzioni  accettate come  indiscutibili.

Mentre per Freud la repressione era interna nell’uomo, nel suo inconscio e nel suo super es, per Marcuse la repressione da smantellare era ed è esterna, dipendente dalle   strutture sociali.

Tutto viene messo in discussione, il fine della vita non può essere il lavoro e la famiglia così come ce l’hanno imposta, e quindi al provvido PROMETEO che simboleggia l’uomo lavoratore si oppone il nuovo  ORFEO O NARCISO,  ossia l’elogio del piacere contro l’elogio del dovere.

La società, per Marcuse, va semplicemente rovesciata: al centro di questa RIVOLUZIONE UMANA E SOCIALE sta l’uomo emarginato che non vuole più essere emarginato, sta l’escluso, il reietto, il non ricco che però se ne frega del diventare servo del sistema.

Appare un progetto estremamente semplificato, immediato, che fa istintivamente  presa sui semplici o sulle persone che si sentono direttamete chiamate a diventare protagonisti. In un certo senso così sarebbe ma sarebbe una lettura riduttiva.

Purtroppo questo movimento che si presenta così liberante e liberatore, per non dire libertario, cade in trappole o in vuoti di contenuto. In parte viene fatto scadere dalla grande circolazione di droga che richiede e che permette, in parte viene fatto scadere da sperimentazioni di vita comunitaria che da un inizio idilliaco finiscono per  rimanere vittime di varie eccessi, tra cui la mancanza totale di regole.

Insomma, come dire, si è voluti passare da un eccesso di rigorismo ad un eccesso di permessivismo.

In Italia, ma solo in Italia, il 68 ha invece avuto anche scadimenti legati al terrorismo di sinistra e di destra,  ha cioè avuto chiari intrecci politici, dovuti alla nostra particolare storia legata al fascismo e alla resistenza partigiana, legata ad un socialismo/comunismo che non seppe fare la sua parte come e quando avrebbe dovuto, contro un certo paese che si è ostinato per le più varie ragioni a rimanere di destra,  senza riconoscere la bontà più presupposta che esercitata della sinistra.

Ma questo merita un articolo a parte.

 

Decolonizzazione e Neo colonialismo

DECOLONIZZAZIONE  E NEO COLONIALISMO

La fine della seconda guerra mondiale ha significato doversi prendere cura di un mondo che era profondamente mutato nei suoi equilibri e nelle sue aspettative di crescita.

La nuova parola d’ordine dopo RICOSTRUIRE   diventa DECONOLIZZARE, ossia lasciare le terre ai loro popoli, l’Asia agli asiatici, l’Africa agli africani ecc…come l’Europa agli europei, un Europa che cominciasse a pensare al plurale, a sentirsi un organismo unito e non in perenne conflitto.

All’Europa di oggi si è potuti arrivare anche attraverso il principio sopra descritto,  e quindi i nuovi Stati uscenti dal  conflitto avevano come priorità quella di RICOSTRUIRSI SENZA PIU’ AGGREDIRSI, al costo di dovere abbandonare del tutto   le  proprie logiche aggressive   ottocentesche.

IL PRINCIPIO DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI    è stata una politica voluta dalle due superpotenze, che si attendevano di guadagnarci da questa ridisegnazione degli Stati, e una politica voluta dalle stesse colonie dove sono andati nascendo i movimenti nazionalisti ed indipendentisti.

Questo processo di deconolizzazione dura dal ’45 al ’75, e moltissimi Stati prima asserviti   acquistano la loro sovranità.    Non senza conflitti, non senza battaglie, non senza scontri e resistenze, soprattutto  da parte francese, per il principio conosciuto che vede la Francia come potenza accentatrice mentre gli inglesi hanno avuto nella storia una politica coloniale più pragmatica e meno assolutistica.

In breve, l’INDIA  ottiene l’indipendenza dagli inglesi  nel  47 insieme al PAKISTAN, da cui si divide, attraverso la storica impresa pacifica del loro leader, Gandhi a religione indù, e di Nehru a religione musulmana. Questo complicato processo di separazione determina la guerra del KASMIR  e la stessa divisione del Pakistan in governo occidentale e governo orientale (BANGLADESH)

Il VIETNAM  (parte dell’Indocina che scende in rivolta)  si prende   l’indipendenza dalla Francia nel 45 attraverso il suo leader comunista  HO CHI MINH, ma     solo nel 54 ottiene   l’autonomia,   dopo anni di lotte sanguinosissime, che vedono la rivoluzione comunista concludersi positivamente.  E’ la prima volta che un paese OCCIDENTALE E DOMINATORE   riceve una pesante sconfitta militare, e questo segna un punto di svolta.  Al tavolo delle trattative nascono 4 stati  indocinesi: CAMBOGIA, LAOS, VIETNAM DEL NORD (COMUNISTA) E VIETNAM DEL SUD (protettorato USA).

Seguono altri Stati nascenti, come le FILIPPINE, lo SRI LANKA. la Birmania, Singapore, la Malesia e l’Indonesia.

Nel MEDIO ORIENTE nel 45 ottengono subito l’indipendenza il LIBANO e la SIRIA, e poi IRAQ, TRANSGIORDANIA E ARABIA SAUDITA.  Tutti questi paesi si uniscono nella LEGA ARABA,  a cui si aggiunge l’EGITTO E LO YEMEN.

L’EGITTO   era uno stato libero già dal 22, ma nel 52 vive un colpo di stato interno contro il suo dittatore FARUK  che trasforma la monarchia assoluta in  REPUBBLICA COSTITUZIONALE. Il  nuovo governo nelle mani di NASSER nazionalizza il canale di SUEZ, causando la reazione di Regno inglese  Francia e Israele. I primi bombardano IL CAIRO e gli ultimi assediano il SINAI. La situazione si fa esplosiva e si risolve con le minacce di intervento URSS E USA. Sono le due superpotenze  che obbligano Nasser a rivedere la politica su SUEZ, a dimostrazione del fatto che ormai siamo in un mondo a DIRETTIVA    URSS-USA, dove il potere europeo non conta più molto.

NEL NORD  AFRICA   FRANCESE    ci sono colonie che ottengono pacificamente l’autonomia ed altre no. Tra le prime c’è il MAROCCO E LA TUNISIA,  tra le seconde c’è l’ALGERIA. In Algeria scoppia una guerra interna  che inizia  nel  54,  tra il FRONTE NAZIONALE ALGERINO e i francesi sia interni che esterni. Da questo fatto inizia il terrorismo islamico che arriva in Europa. La guerra si conclude nel 62, tra DEGAULLE   E L’ALGERIA INDIPENDENTE.

NEL CENTRO  AFRICA gli stati che arrivano all’indipendenza sono il SUDAN nel 56, NIGERIA, SIERA LEONE, UGANDA, RUANDA, BURUNDI nel 62 ,  MALAWI, ZAMBIA, TANZANIA, GAMBIA e  BOTSWANA nel 68.  Nello ZIMBAWE  si arriva all’indipendenza solo negli anni 70, dopo una durissima guerra interna.  Lo stesso per il KENYA.

La lista dei paesi africani che arrivano a reclamare la loro autonomia sarebbe ancora lunga…ma due  parole sulle ex colonie italiane vanno dette:  ETIOPIA, ERITREA, LIBIA E SOMALIA ottengono il loro Stato tra il 41 (Etiopia)  e il 60 (Somalia).

Un discorso a parte merita il SUD AFRICA  che vive il doloroso episodio dell’APARTHEID RAZZIALE. Nel 63 le NAZIONI UNITE impongono   L’EMBARGO ECONOMICO per indurre il governo dei bianchi ad abbandonare il razzismo,  ma solo  una lunga  azione politica e di resistenza  pacifica portata avanti dal loro leader NELSON MANDELA   riesce a porre fine alla segregazione razziale.

Altro discorso mirato va fatto per la nascita  dello STATO DI ISRAELE.

Nel 1948  nasce Israele che accoglie migliaia di profughi ebrei che decidono di andare a vivere in una terra da dove non sarebbero più stati perseguitati e cacciati.  Questo ritorno nella terra dei padri però crea un nuovo conflitto interno, tra ebrei e palestinesi, che si vedono togliere una parte di terra che considerano propria. Inizia una serie di guerre fatta di tentativi da parte israeliana di allargarsi, e fatta di resistenza da parte palestinese. Il primo scontro si conclude con la sconfitta araba.  Uno scontro specifico accade tra Telaviv  e Israele, dalla cui guerra nasce lo stato indipendente di Giordania, mentre GERUSALEMME  occupata sia ad ovest che ad est  viene dichiarata capitale di Israele. La tensione cresce altissima, l’Onu propone la nascita di DUE STATI AUTONOMI, ma la Palestina si oppone. Segue la guerra dei sei giorni nel 67 dove Israele occupa dei territori  e poi del Kippur nel 73, che  vede URSS pro Palestina e USA pro Israele. I palestinesi non accettano la sovranità degli ebrei, e gli ebrei non vogliono ritirarsi dai territori. Non solo, questa zona interessa tutti, per la forte presenza di petrolio, e una serie di paesi mediorientali tra cui l’Iran prende parte alle trattative tra le due super potenze già in campo.  Come risposta a tutto questo  in Palestina nasce l’OLP cioè l’organizzazione per la liberazione della PALESTINA, capeggiata da Arafat, che inizia la strategia del terrore e sostenendo la distruzione di Israele. Israele non rimane certo a subire, reagisce con tutta la propria forza militare e gli appoggi statunitensi.

Per quanto riguarda il sottosviluppo e i cosiddetti  paesi del TERZO MONDO, si può dire che questi nuovi popoli  NON ALLINEATI alle due super potenze e alla ricerca di una loro cooperazione indipendente, sono in via di sviluppo  e necessitano veramente di tutto,  da una amministrazione statale adeguata a una classe dirigente non corrotta, da un’economia agricola  sviluppata  alla necessità  di tecnologia e sovrastrutture,  dal controllo della natalità esponenziale  ad un programma di alfabetizzazione  capillare, dal bisogno di politiche stabili  ad appoggi economici adeguati.

Tutto questo diventa terreno fertile per il riproporsi di nuove forme di NEOCOLONIALISMO,  che propongono vecchi schemi di sfruttamento e di sottomissione dei popoli. Un esempio classico di questo nuovo colonialismo è dato dalle SETTE SORELLE ossia i sette stati industrializzati che si mettono a capo  delle risorse petrolifere e ne fanno un monopolio a discapito dei paesi in via di sviluppo. 5 stati USA + Regno unito + Olanda sarebbero gli stati capitalisti. Inoltre in sede di politiche commerciali i paesi svantaggiati vengono penalizzate da politiche capitalistiche che fanno solo aumentare il divario tra  paesi ricchi e paesi poveri.

In AMERICA LATINA  gli USA mettono in campo un loro proprio NEOCOLONIALISMO, con lo sfruttamento delle immense  risorse locali. Contro questa ingerenza estera  l’atteggiamento politico è quello paternalistico, populistico, demagogico e plebiscitario, volto all’assistenza pubblica, alle politiche sociali e al riscatto di concessioni straniere.  Un esempio ne fu la dittatura argentina populista di PERON, volta all’autarchia e alla nazionalizzazione, che governò dal 46 al 55.

Altro esempio di rivolta al capitalismo   è la rivolta di CUBA dal dominio USA. La dittatura di Batista del 59 con un colpo di stato,   fa di Cuba  nel 61  un centro comunista pro URSS in piena vicinanza USA, al quale gli USA rispondono   con l’embargo commerciale e con lo sbarco di anticastristi; Cuba resiste  e si arriva sul punto di un terzo conflitto mondiale, sventato da politiche  diplomatiche e strategiche all’ultimo minuto. La Russia ritira le navi cariche di missili che avrebbe dovuto sbarbare a  Cuba, e  Cuba diventa un paese leninista marxista in piena area occidentale capitalista, protetto comunque dall’Urss che sarebbero intervenuti in qualunque momento in caso di attacco Usa.

 

La contestazione dentro gli anni della coesistenza pacifica (prima parte)

La CONTESTAZIONE  negli anni della coesistenza pacifica

I momenti critici della lunga coesistenza pacifica tra i due grandi blocchi  sono stati la rivolta ungherese e la presa del Canale di Suez, poi Cuba. Con Cuba si rischia il terzo conflitto mondiale e allora si pianifica un protocollo che assegnasse ad un preciso incaricato la responsabilità di decidere un possibile conflitto nucleare. Il conflitto era voluto da Castro e Che Guevara, ma viene  bloccato dalle grandi super potenze e dalla diplomazia internazionale.

RAGIONI DELLA CONVIVENZA:  Le due super potenze sono rimaste in dialogo  sia per dimostrare le rispettive superiorità, sia per discutere di problemi comuni, sia per la paura di possibili conflitti che sarebbero stati disastrosi.

Dal 1963 si pratica una linea telefonica diretta tra Washington (Casa Bianca)e Mosca (Cremlino), che arriva ad un accordo principe, cioè al divieto di fare esperimenti nucleari per cielo o mare.  Il trattato SALT1  del 1972  proibisce ad entrambi la costruzione di nuovi MISSILI INTERCONTINENTALI. Sempre nel 72 le due Germanie riconoscono le reciproche frontiere.

Questi accordi per la COESISTENZA PACIFICA si suggellano  con l’ATTO FINALE DI HELSINKI tra il 72 e il 75, dove si concorda che gli USA non avrebbero mai invaso le zone ad influenza sovietica  ma i russi avrebbero rispettato i diritti umani dei paesi sotto il loro controllo. Questo secondo vincolo strideva con la realtà dei fatti, ed è l’elemento primo che determina  l’indebolimento del consenso generale pro URSS.

Di fatto la convivenza pacifica tra le due Germanie risulta essere costellata di continui omicidi/suicidi e tentativi di fuga. Il MURO  di Berlino costruito in una notte perchè la gente lo passava di notte (il confine virtuale) cercando di scappare verso la parte opposta, diventa un simbolo di oppressione che finalmente viene distrutto dalla popolazione in festa nel novembre del 1989, a seguito di una lunga pianificazione mirante alla fine del comunismo. Non che il crollo del muro abbia risolto tutto, anzi, alcuni problemi sono finiti per lasciar spazio ad altri.

Nel frattempo, dopo la fine della rivoluzione a Cuba, il generale Che  va a combattere per nuove rivoluzioni in BOLIVIA, COLOMBIA, PERU, URUGUAY, VENEZUELA E GUATEMALA,  fino a che verrà fatto eliminare dai suoi avversari politici.

Nel 1973 in CILE scoppia un colpo di stato appoggiato dagli USA che permette l’ascesa al potere del socialista  ALLENDE. Allende muore e gli succede il generale  PINOCHET, che diventa l’autore di una sanguinosa operazione di morte verso i dissidenti e gli oppositori. Centinaia di giovani oppositori al regime  vengono fatti sparire (caricati su aerei da dove venivano lanciati nel mare) senza lasciare traccia, e prenderanno il nome di DESAPARECIDOS. Dopo il  CILE  la dittatura militare si sposta in ARGENTINA, poi  in Brasile  e in Uruguay.

Queste dittature di destra dei paesi latini  rimarranno fino agli anni 80.

Un territorio che ha visto invece la guerra in casa da parte dei due blocchi sarà il VIETNAM, già diviso in due repubbliche opposte. Scoppia una guerriglia comunista vietnamita  contro il sud (quello pro Usa) a cui reagiscono gli Usa con l’invio prima di armi e poi di militari. L’ordine di guerra parte da JOHNSON,   successore di Kennedy, convinto che perdere il Vietnam significava perdere tutta l’Indocina (come infatti accadrà)

La guerra americana in Vietnam si rivela da subito un errore. I vietcong  si rivelano tenaci oppositori, conoscevano il territorio, e  impostano una resistenza nella giungla, dove i mezzi corazzati non potevano entrare, e dove ne i bombardamenti continui ne l’uso del gas infiammabile al napalm   riesce a stanarli. Il Vietnam organizza l’offensiva dei TET cioè dei contadini del sud  e riesce ad avere la meglio,  a cui segue la reazione americana, ma ormai  la popolarità degli americani  in patria  arriva al minimo consenso storico. Nixon sotto il bersaglio della CONTESTAZIONE POPOLARE  si trova a decidere se passare ad uno scontro mondiale coinvolgendo l’Urss e la Cina, o programmare il RITIRO. Nel 73 gli USA si sganciano da questa area a patto che il nord avrebbe riconosciuto l’autonomia del sud. E’ la prima grande sconfitta degli USA.

Nel 1976 il Vietnam  del nord vince sul Vietnam del sud e si  unifica  unificato in una sola Repubblica comunista. Lo stesso accade a LAOS E CAMBOGIA. Tutta l’Indocina quindi diventa leninista marxista, dopo l’inutile sacrificio americano di 50.000 uomini. In Cambogia seguirà anche la dittatura di POL POT che sarà una delle più crudeli e sanguinarie.

Nel frattempo le due superpotenze si trovano a sfidarsi  NELLA CONQUISTA DELLO SPAZIO.  Nel 1957  è l’URSS a lanciare il primo satellite artificiale, lo SPUTNIK. Nel 61  YURI GAGARIN riesce a compiere l’orbita completa intorno alla terra.

Gli americani reagiscono intensificando le loro ricerche e nel 1969  si ha il primo sbarco sulla LUNA per opera di AMSTRONG , che poi la propaganda sovietica  cercò anche di smentirlo, ma rimane un evento storico (salvo dimostrazioni attendibili del contrario per ora non dimostrate)

Se negli USA la popolarità interna cresce, questo  non accade nell’URSS, dove inizia un sempre più capillare movimento di rivolte e di CONTESTAZIONE CONTADINA, afflitta da condizioni di vita miserrime, dalla mancanza di cibo e di beni di prima necessità. CHRUSCEV nel 1964 è costretto alle dimissioni. Succede   BREZNEV  che mantiene intatto l’apparato totalitario e burocratico. Comincia all’interno a diffondersi il dissenso da parte di intellettuali come  SOLZENYCIN  che scrive il suo ARCIPELAGO GULAG.

Più il sistema si irrigidisce, più cresce la MANCANZA DI FIDUCIA DA PARTE DELLA POPOLAZIONE, che ormai non crede più nel comunismo.

Intanto nei paesi satellite  cresce una certa volontà di rivolta,  fino alla PRIMAVERA DI PRAGA  in Ungheria  del 68. Il capo della rivoluzione reclama libertà sindacale, l’autonomia dei partiti, l’abolizione della censura, la liberazione dei  prigionieri politici e la nascita di uno  STATO FEDERALE.  Fortissima è la repressione, ma la cosa suscita un fortissimo eco in occidente che ormai comincia a dissociarsi in toto dalla politica sovietica, partiti comunisti in testa. Lo stesso tentativo di rivolta soppresso nel sangue  accade in Polonia.

Negli USA    intanto sale al governo un presidente particolare, JOHN FITZGERALG KENNEDY, con un forte programma progressista.

Sono due i grandi errori commessi da Kennedy, quello del rischio del terzo scoppio, che evidentemente nessuno aveva saputo prevenire, e quello della BAIA DEI PORCI, che mirava a sollevare il popolo cubano contro FIDEL ma invece gli anticastristi in fuga verso la Florida e fatti sbarcare apposta nella baia, falliscono miseramente, perchè il popolo si schiera per   il cambiamento rivoluzionario. I suoi servizi segreti evidentemente gli passano informazioni non corrispondenti al vero.

Kennedy poi verrà ucciso da un fanatico e probabilmente la sua fine prematura e tragica, oltre che straordinaria, lo fa entrare nella storia con meriti più ingigantiti che sostanziali.

Una pagina a parte verrà dedicata proprio alla GRANDE CONTESTAZIONE GIOVANILE del   68, che nasce proprio in Usa e che poi si svilupperà anche in Europa e non solo.