I bambini alle prese con l’arte….

 

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La maschera del dragone

 

L’attività a cui mi sottopone Maestra Irene   è di quelle creative, che nulla hanno a che fare con la matematica, ma la mia collega è fatta così, ama alternare le pedanti e non proprio creative lezioni scientifiche  con momenti più leggeri e accattivanti, come le attività di laboratorio.

E quale laboratorio meglio pensato sotto carnevale della costruzione di una maschera multicolorata che ha come soggetto la figura mitologica, fantastica e folcloristica del più celebre animale cinese?

Irene è una persona gentile, dalla vocetta non proprio altisonante, e due occhietti vivaci e ridenti; è la maestra della quarta F che oggi ho il piacere di osservare durante la sua attività didattica,  lei ed i suoi alunni; io per i bambini sarei una maestra curiosa che  sarebbe andata a vederli lavorare mentre che fanno lavoretti speciali che poi porteranno lunedì prossimo alla comunità degli   anziani che la classe ha deciso di gemellare con sè da qualche anno.

Insomma, una storia complicata, di quelle che possono accadere solo nelle scuole che per vocazione non si contentano di ripetere sempre le stesse cose, sempre le stesse lezioni, sempre le stesse cerimonie già risapute…

Improvvisamente il vocio naturale dei bambini appena rientrati dalla mensa si placa davanti all’aula che viene oscurata , con le tapparelle che si abbassano, giusto per dare la giusta luminosità alla Lim che viene accesa alla ricerca delle immagini più spettacolari di questa maschera.

In classe c’è un bimba cinese, di cui purtroppo non ho chiesto il nome,  che viene invitata da Irene a  dire nella sua lingua Buon Capodanno, e poi ecco comparire alla lavagna la scritta in ideogramma cinese  di questa bella festività universale che si festeggia in tutto il mondo ma con usanze diverse.

Nel Paese della  grande Cina il Capodanno arriva con il nostro Carnevale, ma non cade ogni anno sempre lo stesso giorno, come accade per noi il primo  di gennaio; loro seguono il calendario lunare, come a noi accade di fare per la Pasqua, e a secondo di quando è luna piena nel mese che chiude l’inverno, il Capodanno cinese può cadere prima o dopo le date dell’anno  passato..

Maestra Irene fornisce ai ragazzi, che sono tutti molto attenti e conquistati dal racconto, le informazioni generali su quello che questo evento e simbolo/maschera  significa per loro; il drago orientale non ha nulla a che vedere con il drago occidentale. Per noi era ed è rimasto  espressione di terrore e di distruzione, per loro era ed è rimasto   espressione di gioia, vittoria, forza, fertilità e buon auspicio.

Non c’è cinese in Cina e non solo che non abbia un’immagine dragoniana nella propria casa, o un qualcosa di rosso appesa alla porta, in segno di accoglienza e di partecipazione a qualcosa che è per tutti loro beneaugurale.

Nella figura del drago cinese (asiatico per eccellenza)  si unificano almeno altri nove animali, che Maestra   Irene illustra dettagliatamente, e che qualche alunno si premunisce di annotare tra i propri appunti; la leggenda vuole che ci siano anche draghi alati, e draghi con il dono dell’invisibilità, e comunque draghi tutti possenti e invincibili capaci di conquistare il beneplacido contro  ogni avversità. Ecco, il drago avrebbe un corpo pantagruelico da serpente, zampe di pollo, testa da coccodrillo,  non so cosa da coniglio,   denti da tigre,    lunghi baffi da pesce gatto, corna da cervo,  unghie da aquila,  il ventre da rana, e per finire   una lunga cresta sul dorso che lo fa sembrare  un essere mitologico sbucato fuori dalla profondità dei millenni passati.

Aldilà di altri dettagli più o meno variabili, il Drago incarna lo spirito Yang, che è quello benefico, fecondo e associato all’acqua, generatrice di vita e abbondanza.

I bambini sono catturati dalle figure, oltre che dalle parole sapientemente centellinate dalla maestra,  che sembra stare volutamente   tra il racconto di una favola ed il racconto di un’usanza più che reale che si consuma ovunque nelle comunità cinesi sparse per il pianeta e dentro la Grande Muraglia; così  facendo  portano  allegria  e dinamismo  anche alle popolazioni a loro diverse.

Mentre che guardano  le figure sul web    alcuni bambini  indicano alla maestra quelle che vogliono vedere ingrandite, dove  per lo più i colori dominanti sono il rosso e l’oro, ma non mancano gli azzurri, i verdi, i rosa, i viola ed il turchese.

La lezione laboratoriale consiste nella costruzione di una maschera, ossia Maestra Irene ha portato il dragone da dipingere,  che poi verrà  diviso tra testa e coda e incollato su una striscia di cartoncino rosso disposta a fisarmonica; i bambini si divertiranno a dargli movimento e vitalità grazie all’ausilio di due bastoncini, ognuno impersonando il proprio spirito fantastico e amante dell’avventura.

Non c’è che dire, gli ingredienti per passare due ore lontane dalla fatica del fare di conto ci sono tutti, ma poi è attraverso queste attività che un tempo si sarebbero dette alternative  che si costruisce il clima classe, che i bambini possono meglio esprimersi nelle loro sensazioni e necessità relazionali.

Mi do da fare, e nonostante la presenza di Aurora, la maestra di italiano, c’è lavoro per tutti: tra l’arricciamento della struttura,  il ritaglio,  l’incollaggio e lo stare dietro ai  bambini più lenti o più dispersivi il tempo vola via in un batti baleno.

Rimane giusto il tempo di fare due foto alle maschere che riescono ad essere terminate, e la nostra alunna cinese si mette in bella posa dietro la sua maschera similafricana  che ci ha portato in visione dalle sue escursioni metropolitane.

Insomma, le classi oggi sono multietniche; si parla della Cina con veri alunni  cinesi in carne ed ossa, si parla dell’America latina con veri alunni brasiliani, e si parla dell’Africa con veri alunni africani.

La cosa più straordinaria  è che, almeno nella scola primaria, si lasciano fuori dalla porta tutti i conflitti sociali che  spesso si sentono esplodere per le strade o alla televisione. Come insegnanti cerchiamo di fare sentire i bambini tutti uguali e tutti bene accolti.  Spesso sono proprio quelli non stranieri  che ci danno qualche pensiero aggiuntivo, ma questo ci sta, è il rapporto tre a dieci che per oggi detta la differenza e l’equilibrio.

No, Maestra Irene non vorrebbe sentire discorsi sulle diversità viste come un problema; in classe ci siamo sentiti privilegiati ad avere un pezzo di Cina con noi.  E poi si esce tutti per donare il libro scritto dai bambini con l’aiuto di maestra Aurora ai bambini della terza classe, che ignari dell’iniziativa rimangono sinceramente sorpresi di tanta generosità. Il libro è pieno di figure da colorare, oltre che di tanti piccoli mondi fantastici e ricchi di rime alla Rodari; stamparlo già colorato sarebbe costato   troppo, ma intanto è diventato un libro personalizzabile, ed è questo il valore aggiunto.

Insomma, le maestre sono quelle persone che là dove vedono un problema cercano di superarlo con il sorriso in volto; un pò si arrabbiano, un pò si stancano, un pò vanno in perdita, ma poi basta poco per far tornare la voglia di stare tutti insieme.

Se poi si riuscisse   a farlo sempre con educazione, allora sarebbe la scuola perfetta!!!

 

 

La lezione sul Riassunto

Maestra Luisa è una professionista della scuola primaria, e per professionista intendo dire che lei la  scuola elementare l’ha scelta e l’ha fatta sua. Ormai insegna da trent’anni e non ha affatto perso l’entusiasmo nel fare questo mestiere. Ho la fortuna di lavorare con la sua classe, e non so se sono stata fortunata, so solo che  i suoi alunni sono quelli che ogni maestro vorrebbe avere come propri studenti. Intendiamoci bene, non perchè siano perfetti, ma perchè sono gestibili, e quando una classe è trattabile si riescono a fare buone cose davvero….

Oggi è stata la lezione del riassunto. Luisa deve avere già  spiegato ai ragazzi che ogni racconto più o meno lungo si  compone di una introduzione, di una serie di svolgimenti e di una conclusione finale. Ecco, questo brano che potrebbe essere lungo due paginette si deve ridurre  ad una quindicina di righe. I bambini capiscono immediatamente  che riassumere significa semplificare.

Dopo che la maestra ha letto tutto il racconto  lentamente e in un sol fiato, invita i bambini a fermarla ogni volta  nella rilettura fosse  arrivata a chiudere una sequenza, ossia ogni volta si fosse  chiuso  un episodio preciso che lasciasse    spazio a quello successivo.

L’insegnante invita i bambini a fare dei tentativi; insomma, come si può passare da un episodio narrativo lungo sette righe ad un pensiero riassuntivo non più lungo di due? Semplice, ci si prova, e così a turno i ragazzi si propongono per delle idee, oppure è la maestra stessa che interpella bambini precisi per farli  parlare.

Mentre che il brano veniva letto, si erano trovati dei brevi passaggi in discorso diretto.  La maestra li fa sottolineare, dicendo però che nel riassunto i discorsi diretti non si devono ripetere e si trasformano in discorso indiretto. La maestra evidenzia anche la presenza di parole ripetute, e ricorda ai ragazzi che bisogna sostituire ogni parola doppione con parole sinonime, a garanzia della ricchezza del linguaggio.

A questo punto la maestra invita alla coerenza verbale, e quindi si fa notare ai ragazzi che se si sta usando il passato remoto questo tempo deve rimanere fino alla fine.

Ci sono due ore di lezione programmata; so che Luisa l’ha preparata ieri sera fino alle dieci, dopo avere lavorato a scuola fino alle sette;  tolti i primi cinque/ieci minuti   che servono per metterci in pista, tutto il restante è giusto giusto sufficiente ad arrivare a dire tutto quello che  senza dubbio sarà necessario puntualizzare per  tutti.

I bambini ormai conoscono maestra Luisa, di lei sanno lo stile, il carattere, l’umore e la precisione esecutiva/organizzativa delle sue lezioni. Sanno che non si possono distrarre, che sono tutti lì in classe per imparare, e che non verranno mollati fino a che il frutto della loro intelligenza/capacità   non sarà stato spremuto a sufficienza.

Finito il lavoro di trascrittura del brano, Luisa invita alla rilettura del nuovo rminiracconto, e solo a questo punto usa la parola RIASSUNTO  che fino ad ora aveva cercato di evitare. Improvvisamente chiede che cosa andasse aggiunto a quelle quattro/cinque frasi messe giù di getto sotto i vari  interventi dei ragazzi. Maestra Luisa fa notare che le frasi vanno legate tra loro attraverso l’aggiunta di connettivi, che sarebbero quelle parolette del tipo… Un giorno, allora, quindi, poi, infine….Bisogna evitare di lasciare le frasi scollegate.

Ecco che Manuela, una studentessa modello, usa la parola sintesi quando maestra Luisa chiede che cosa avessero fatto con questo lavoro. La parola  sintesi è assolutamehte appropriata, ma a maestra Luisa non piace molto, come se fosse stata sbagliata. Forse che  i bambini/ragazzi ci disturbano quando danno la parola che non ci aspettiamo di sentire? Forse che al di là della lezione  canonica sul come si costruisce  un riassunto, non si debba mettere in conto il fatto che la prima cosa è insegnare ai ragazzi a pensare in autonomia? Poco male, Maestra Luisa è troppo attenta a tastare il polso alla classe, e si preoccupa solo di vedere che tutti i bambini abbiano saputo seguirla e comprenderla. Solo che non posso risparmiarmi di elogiare Manuela col pensiero.

A questo punto Maestra Luisa invita i ragazzi a scrivere sul quaderno la comprensione del lavoro fatto, ridotto a una serie di punti focali; in questa fase è importante l’uso del colore, i ragazzi sono invitati a distinguere i passaggi  ricorrendo a colori diversi. Qualche bambino non ha i pastelli adeguati e allora si cerca di rimediare  andando in prestito…

Durante la lezione l’insegnante non è mai stata dietro la cattedra; Luisa si muove tra i banchi, o davanti la lavagna, o saltando da destra a sinistra secondo necessità. Certo, la lezione è dello stile frontale, ma sempre intercalata da continue domande e da continue osservazioni che non permettono ai bambini di distrarsi o di abbandonare  la presa.

In classe c’è anche Pietro, un bambino speciale costretto   in carrozzina e senza l’uso della parola; il suo progetto educativo prevede degli spazi di condivisione con i suoi compagni  cosiddetti normali, ed anche se ogni tanto lancia i suoi urli di smorfia che sembrano reclami lanciati alla luna, i bambini non si scompongono, sono abituati, sanno che Pietro fa quello che può, e stanno zitti e rispettosi.

Naturalmente Pietro è in classe con l’educatrice che lo assiste in ogni suo passo, in ogni sua esigenza di movimento, e il tutto ha la durata di mezz’ora, fino a quando Pietro si sposta nella saletta dedicata  alle sue assolute  esigenze motorie e fonetiche.

Fatto questo, Luisa invita i ragazzi a riscrivere le frasi riportate sulla lavagna  e suggerite  dagli alunni  durante la lezione, prima scritte senza i connettivi e poi completate con l’aggiunta delle parolette colleganti scritte in  rosso come se fossero delle correzioni  e che sotto riporto tra parentesi.

Ecco il risultato finale:

(Nella foresta) tutti gli uccellini erano senza colore e con loro viveva un serpente verde.

(Un giorno) il serpente mangiò tutti i fiori colorati del bosco, diventò tutto variopinto e pensò d’essere il  serpente più bello del mondo.

(Ma) gli uccellini   lo accusarono  di  avere mangiato tutti i fiori e  lui si pentì.

(Così)  il serpente si nascose e si strappò la pelle colorata che tornò verde.

(Infine) gli uccelli presero la pelle colorata del serpente e la indossarono  diventando multicolore.

Proprio banale, non credete? Eppure questo testo così semplice solo in apparenza,  contiene tutti i presupposti contenutistici che porteranno alla fine della quinta classe questi ragazzi alla loro competenza linguistica. Una competenza costruita passo dopo passo, giorno dopo giorno, inciampo dopo inciampo, conquista dopo conquista.

Ecco il risultato raggiunto. Il brano iniziale era almeno quattro  volte più lungo. E poi si cerca di vedere se può essere aggiustato con qualche miglioria espressiva..

Come compito i ragazzi dovranno riscrivere il pezzo in perfetto ordine e per concludere maestra Luisa fa scrivere ai ragazzi in chiusura di pagina:

Abbiamo ottenuto un testo più breve di quello iniziale, cioè un RIASSUNTO. Riassumere significa  “Dire in poche parole”

Che fatica ragazzi, insegnare…. Certo che con una classe come questa diventa quasi  una passeggiata!!! Viva i ragazzi della quinta C. E  viva la loro maestra.

Buon Natale e Buone Feste

Certo, come sempre, Auguri a tutti, un abbraccio grande  e che il 2018 ci porti tutto quello che sogniamo….

  A  presto  🙂

Umberto Eco

Umberto Eco  nasce il  1932  e muore il  2016.  Passa alla storia come il filosofo/semiologo  dell’inganno, della comunicazione mascherata ed equivoca. Come già anticipato è sostenitore del pensiero debole, del pensiero critico  e pessimista, ma nella sua vita si è occupato di tutto, cinema, letteratura, accademia,  televisione, musica, spettacolo,  giornalismo,  fumetti, politica, bibliofilia e   traduzione.  Si impone alla notorietà  con la pubblicazione del suo  primo  romanzo Il nome della rosa, una storia  di delitti  oscuri ambientata nel medioevo dentro un ambiente monastico che viene con maestria dissacrato intorno al tema emblematico del riso ( inteso come voce del verbo ridere). Il libro diventa un best seller e finirà per essere da Eco  detestato a morte, perchè nessun romanzo a lui succeduto  potrà più  replicare  e competere con questo.   Emerge da subito il suo stile innovativo, controcorrente, sperimentatore e  conoscitore del   sistema dominante.

Per caso entra nei circuiti televisivi della Rai, che diventerà  per lui come una seconda casa e dove   arriverà a ricoprire un ruolo fondamentale nella sua carriera di uomo pubblico, versatile  e di critico/rinnovatore.  Il filosofo dichiara in più interviste di avere assistito a un progressivo declino della   qualità della comunicazione, che  nel tempo tutto è andato peggiorando e scadendo nel contenuto  e nella sostanza.  Leggi di odiens  la fanno da padrone sulle priorità contenutistiche  che vengono soffocate e sacrificate al dio denaro. L’avvento del digitale non ha contribuito  per se stesso a migliorare le cose, con la differenza che l’ignoranza di pochi è semmai diventata l’ignoranza di  molti, di quelli che non si fermano a riflettere e a leggere i messaggi nascosti/da decifrare.

Una delle emergenze che il filosofo denuncia è la totale assenza di memoria da parte soprattutto delle nuove generazioni; i giovani vivono dentro un circuito mediatico dove  regna il caos generale, la consumazione dell’attimo,  e sono venute a mancare le coordinate di fondo che ogni essere umano in quanto membro di una Storia  collettiva  in evoluzione   dovrebbe come minimo conservare. In pratica, i giovani non sanno collocare episodi storici fondamentali non solo nel giusto anno/periodo storico ma persino disconoscendone  le coordinate  di riferimento.  E’ come  avere in casa un letto a  testa in giù, una scala che non può essere nè salita nè scesa, insomma, un nulla di fatto.

Prima priorità quindi è Recuperare la storia e le sue coordinate fondamentali.  Per fare questo è importante avere un buon libro di testo ( in questo caso sia di storia che di filosofia),  che sia ricco di immagini come di sussidi audiovisivi e multimediali,  perchè e noto che aiutano l’apprendimento.  Lo studio della storia/filosofia   è contemporaneamente studio della geografia, ossia del mondo inteso nella sua spazialità e nella sua conformazione  territoriale, è ovvio.  No ai sussidi  rigidi, che seguono pedissequamente il programma, che si prefiggono di essere una specie di vangelo assoluto (e nello specifico critica il Lamanna). Il testo deve avere la funzione di avvicinare, incuriosire, stimolare, porre domande, alle quali l’alunno deve provvedere a dare le proprie risposte, altrimenti   la didattica viene persa di vista e perde in efficacia.  Eco non si lascia nemmeno  sfuggire   le potenzialità del multimediale in termini di ricaduta gnoseologica/apprenditiva, e si fa sperimentatore di nuove teorie della narrazione proprio grazie all’uso dei media,  oltre che un grande  sostenitore dell’open source e un grande entusiasmato   lettore di wikipedia, giusto per citare una delle maggiori fonti  editoriali  mediatiche.

Si pone contro i luoghi comuni che decide di combattere e di cui la scuola e non solo è ricolma;  è un pensatore fortemente europeista, ma curiosamente scopre la bellezza europea  solo dopo un suo viaggio in Usa; dall’altra parte dell’oceano   si accorge che gli americani guardano all’Europa come ad un gioiello a cui tendere  e verso cui ispirarsi, perchè  sanno che loro vengono da qui, e sanno che loro sono un nostro prolungamento, anche se poi hanno preso delle caratteristiche  proprie. E poi  siamo noi europei che dall’esterno ci rendiamo conto di quanto  in casa nostra   si  abbia molto di più che all’estero  non può essere trovato.

Anche se il  mondo è diventato  globale  non si deve perdere lo studio dei classici che secondo Eco devono rimanere testi OBBLIGATI.   Difende la  funzione dell’Erasmus  ed incoraggia l’avvento di una lingua condivisa dentro una realtà multilinguista   che dovrebbe diventare polilinguista.  Se i giovani odiano i classici è solo colpa  dei docenti che non hanno saputo trasmettere la loro insostituibilità.  Sappiamo  quanto Eco stesso fosse una grande conoscitore del Medioevo e quanto lui stesso sia stato uno studioso della classicità.  E poi ricordare il passato significa potere avere un futuro migliore.  Ma cosa ricordare?  e cosa selezionare dentro il mare magnum della rete che passa di tutto tra cui la stessa spazzatura   della sub cultura dominante?   Come sapere riconoscere un testo falso da uno  da  conservare?  Non lo si può fare senza prima averlo letto, e quindi è importante creare il senso critico che ci può proteggere dalla cattiva  comunicazione.

La prima cosa che va insegnata ai giovani è di leggere, qualunque cosa anche i fumetti vanno bene; un uomo che legge ne vale almeno  due.  Il momento della lettura dura tuttala vita, è un viaggio meraviglioso e personale, che ognuno può costruirsi come meglio crede.  I media aiutano nella diffusione del sapere, ma solo se ci facciamo i capitani di questo  cammino. Dentro questa diffusione della buona cultura  la televisione ha occupato ed occupa un ruolo di primo piano. Con il maestro Manzi  gli italiani  hanno imparato  a leggere e a scrivere(giusto per fare un esmpio);  avevamo una tv che faceva bene ai poveri e male ai ricchi, che molti ci invidiavano, come  altre cose che abbiamo nel tempo mandato alla deriva.

Oggi abbiamo una tv che fa male ai poveri e bene ai ricchi,    che intanto  i mezzi per formarsi li vanno a reperire altrove.   Popper ha molto scritto sulla teoria del complotto e come già detto altrove   ha molto  scritto del come fare buona televisione; esisterebbe una congiura che si adopera perchè tutto questo non  accada, ma di dette prove conplottiste   non è mai stato trovato molto. Semplicemente se un programma è cattivo bisogna sapere spegnere la tv, e diventare   critici cioè capaci di scegliere.   Insomma,  è ammesso cambiare idea.    Lui stesso che da giovane aveva frequentato le fila dell’Azione cattolica, studiando Tommaso d’Aquino perde la fede (secondo Eco  fortunatamente) e si rende conto  dell’inganno che alberga dietro  questo modo   errato di   credere. Sempre  senza con questo voler dare degli idioti alle intelligenze  religiose  che hanno il diritto di conservare il loro pensiero. L’alternativa alla cattiva tv (come alla cattiva fede)   può essere l’uso  critico della rete (come l’uso critico della fede).

Tornando al tema   del complotto,   sono esistite ed esistono forme di complotto conosciute,  anche editoriali;   la  più celebre tra tutte  riguarda la pubblicazione dei Savi di Sion, un testo che non ha nessun fondamento storico e scientifico, ma solo quello diffamatorio e propagandistico a  danno degli ebrei. Ma  non bisogna fare la fine di quello che urla Al lupo al lupo per ogni nonnulla;  il giorno che il lupo arriverà per davver nessuno più ci crederà.   La stessa rete è ricolma di teorie complottiste contro tutto e contro tutti, ma non per questo  bisogna darci credito.    Umberto Eco sostiene che in questo modo si perde di vista il  vero problema.  Una teoria complottista vera  prima o poi si rivela tale, mentre se tale volesse   rimanere, con i mezzi di segretamento e depistaggio esistenti,    non ci sarebbe verso di sventarla.    E poi c’è il complotto su ordinazione che ha lo  scopo di spostare il focus da un punto reale   verso un punto deviato.  Insomma, non mancano le bufale ed i complottisti di professione che devono  ricevere  il tempo  che   meritano. C’è tutta una letteratura che gioca sull’equivoco, sulle coincidenze, sulle supposizioni, sulle patologie  psichiatriche  di lettori paranoici e schizofrenici. Il filosofo dedica anche molto tempo al legame esistente tra  la cultura di massa e l’uso dei mass media nel periodo fascista,   dove passavano attraverso i programmi  e le immagini   selezionate i valori verso la tradizione, il rifiuto del modernismo, il culto dell’azione per l’azione, la paura delle differenze, l’appello alla frustrazionw  delle classi medie , lo stesso tema  del complotto, il machismo  e  il populismo qualitativo. Un uso mediatico della tv  praticamente mai uscito di scena.

In generale    è  risaputo che le buone notizie non vendono, sono le tragedie che fanno cassa, è la passione per il gossip, il pettegolezzo, l’ingiuria, il delitto, il malaffare, il malcostume,  il sospetto verso chi ci vive accanto…finendo per dominare sul buon senso  che   la macchina del fango  distrugge, inquina, corrompe, delegittima, discrimina. Dentro tutto questo al buon lettore  non rimane che la speranza che il buon giornalismo sopravviva. Lo  stesso gioco linguistico dell’alluccinazione e dell’inganno viene spesso usato anche da Eco nei suoi scritti, dove dichiara di divertirsi  a far dire ai suoi personaggi le cose più assurde,  dove però rimane  evidente che si sta facendo un gioco   rocambolesco,   dove si avvisa che  non bisogna credere  a nulla, dove si insegna  a  rimanere con le orecchie e gli occhi  bene aperti…

Alla fine emerge una grande considerazione da  parte di Eco per il nostro  mondo  Italia, che  non ha un sistema paese, che non ha un’unità di popolo, ma è ricco di  persone geniali  che tutto il mondo ci invidia e che molto hanno dato alla storia  del pensiero.  Per fare un esempio, il nikilismo ha attraversato sia l’Italia che la Germania, con la differenza che in Italia Leopardi ne ha fatto un motivo per essere migliori, la Germania lo ha preso per se stesso ed ha prodotto il nazismo. Insomma, noi avremo molte pecche  ma  abbiamo una forza straordinaria  che ci spinge a  risorgere meglio degli altri dalle varie catastrofi e prove di  resistenza.  E  nonostante noi stessi si sia ricchi  di delitti eccellenti e per nulla inventati, a partire dal caso Mattei, il caso Pinelli, Papa Luciani, Aldo Moro, Ambrosoli, Sindona,  Dalla Chiesa, Borsellino e Falcone,  Mafia capitale…tutti argomenti  fatti su misura per istigare le teorie complottiste  dove la realtà supera la fantasia.

Giuliano  Ferrara, il giornalista, accuserà Eco di fomentare l’odio e di essere di parte, trascurando l’insegnamento liberale di Kant, che avrebbe studiato  ma non compreso.  I suoi studenti invece lo adorano, lo ammirano e lo inseguono,  perchè Eco potrà essere criticato per la sua personalità diciamo senza dubbio partigiana (tutti gli uomini di carattere finiscono per esserlo),   ma   sempre senza dubbio  espressione  di  se stesso, genuinamente amante del dialogo diretto e senza velature,  lui che gli imbrogli li lasciava tutti  nelle parole dei suoi personaggi. Non si contano le onoreficienze  italiane  e    straniere da lui ricevute, le collaborazioni accademiche e le cittadinanze onorarie.   E poi nessuno ci vieta di seguirlo sul suo stesso cammino, rendendogli la stessa pariglia e lo stesso  sagace umorismo.