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sono una insegnante e altro

I grandi del pensiero

Avremo già sentito dire che dopotutto sono solo una manciata di uomini che hanno contribuito a costruire la storia del pensiero. Per  semplificazione di orientamento mi riferisco alla filosofia  così come la studiamo a scuola, nel nostro mondo occidentale, tralasciando il mondo orientale per cui si dovrebbero avere delle competenze che le Università nazionali  non forniscono per nulla.

I cinque grandi potrebbero venire individuati in questi emeriti, ossia Platone, Aristotele, Cartesio, Kant ed  Hegel.  Sono assolutamente certa su questi nomi,  non certissima  del fatto  di tenere  Nietzsche  fuori dal pugno,  ma  insisto nel volerlo considerare di certo  il sesto uomo inseribile  tra i grandi che ci hanno obbligato a guardare alla vita  con uno spirito nuovo, se non fosse per il fatto che la filosofia non si è fermata ad Hegel, anche se lui lo avrebbe voluto.

Volutamente ho escluso nella  classificazione  i pensatori religiosi o dal forte orientamento religioso, che più  che filosofi potremmo considerarli Padri dell’umanesimo, e quindi meritano di venire trattati più come  mistici  che come pensatori in senso  stretto.  Mi riferisco ovviamente a Pascal, Vico, Rousseau (che non è un mistico ma un grande umanista), Kierkegaard, Schopenhauer e forse ancora qualcuno. Ho escluso anche Marx e Freud che sono sì considerabili dei geni, ma  speciali e da trattarsi separatamente.

Platone deve tutto a Socrate, il suo maestro, non che iniziatore stesso della Filosofia come Scienza propria ed autonoma. Platone elegge Socrate a martire della verità, e supera lo stesso passando da una vita romantica e leggendaria, allergica  alla monotonia, verso un vita pronta  ad assumersi tutte le necessarie responsabilità. Da qui la fondazione dell’ACCADEMIA, il dedicarsi all’insegnamento, che in quanto tale si pone il fine di formare uomini giusti, i soli meritevoli di venire messi al governo di una polis.  Ecco la Repubblica, il primo testo politico della storia, che Platone cerco di concretizzare pur riuscendoci,  ma causandosi un’infinità di nemici.

Platone capisce che è l’Idea ad avere un valore, che è l’Idea a permettere agli uomini di capirsi e di evolversi, e che questa Idea è in se perfetta ed eterna, preesistente alla vita stessa che invece è in sè precaria e incerta. Conoscere è un RICORDARE, dice Platone, ricordare quello che il mito di Er spiega con la narrazione della biga alata che viaggiando per il cosmo iperuranico  incontra le Idee.

Conoscere è anche liberarsi dal pregiudizio, dalle false verità, dagli idoli, dalle apparenze, ma è anche un diventare adulti, capire che spesso si può rimanere soli, e che proprio per il nostro volere essere giusti  si può finire accusati dei più orribili delitti. Il mito della caverna lo insegna perfettamente.

Aristotele segue subito Platone, suo maestro, ma se ne distingue, poiché  mentre il primo si era occupato  dell’idea, del mondo invisibile,   lui invece si vuole occupare della realtà, del mondo visibile. Non rinnega i grandi sommi insegnamenti platonici,  ma proprio perché li rispetta si rende conto di dovere/potere  parlare di quelle cose che Platone aveva trascurato.

Ecco che con Aristotele la filosofia sposa la SCIENZA, cioè l’indagine dei fatti, dei fenomeni, che possono venire compresi grazie alla LOGICA, cioè all’uso del linguaggio che è quell’arte tutta razionale di mettere insieme nomi che vanno a formare frasi di senso compiuto.

Si può subito ben capire quanto questi due grandi abbiano posto le basi di un cammino che non si è più arrestato. Ancora oggi sono di uso comune termini come platonismo e neo platonismo. Ancora oggi sono di uso comune termini come aristotelismo e razionalismo legati all’empirismo e al positivismo.

Tutto rimane  più o meno così  fino a che arriva un signore  che  non si accontenta più  dei soliti schemi, che nel frattempo si erano andati complicando e smarrendo.  Sente il bisogno di voltare pagina, facendosi delle domande scomode. Si chiede fondamentalmente su cosa si appoggia il sapere. Il suo dubbio fondatore è questo: e se invece ci fossimo sempre sbagliati? e se ci fosse un essere maligno che mi ha sempre fatto credere che due più due fa quattro, ma invece non è vero? e se io fossi un sogno? Io chi sono? sono sveglio o sto immaginando?…

Questo signore si chiamava Cartesio, usciva dagli studi gesuitici, gente pratica  che non ama raccontarsi frottole,  e arriva ad una conclusione; di tutto posso dubitare, ma non del fatto che dubito, quindi io sono il mio dubbio, ossia io ” COGITO ERGO SUM”.

Platone aveva detto “Tu sei l’Idea che ricordi e persegui”. Aristotele aveva detto “Tu sei l’unico essere razionale in grado di potere conoscere e controllare il mondo”. Adesso Cartesio ci dice “Tu sei il tuo pensiero che dubita e con esso conosci, ma solo se il tuo pensiero segue un METODO preciso, sicuro, a prova di inganno”

Non bastava dire  “Cogito, ergo sum.”, sarebbe stato troppo semplice, bisognava quindi dare delle ISTRUZIONI PER L’USO. Le quattro regole del metodo erano  chiare: dubitare, analizzare, sintetizzare, controllare di avere fatto tutto giusto. Cartesio era passato dal metodo deduttivo aristotelico al metodo induttivo.

Le critiche al metodo  sono state numerose, ma erano tutte fuori luogo. Cartesio non aveva fondato un nuovo dogma, l’ennesimo di turno; aveva osservato un’evidenza, anzi, un’auto-evidenza che in quanto tale era  INTUITIVA, IMMEDIATA, FUORI DI DUBBIO.

Insomma, il fondamento perfetto di un sapere che voleva porsi come fuori discussione.

Lui stesso capisce di avere fatto qualcosa di geniale, ed infatti dopo Cartesio siamo diventati tutti razionalisti. Lascia solo un problema aperto, ossia il dualismo tra res cogitans e res extensa.  Se io sono una res cogitans però dentro un corpo che è la mia res extensa, come si collegano le due cose? Che ruolo ha il mio corpo? E che ruolo ha la mia anima? Per Cartesio vige il meccanicismo (e non poteva essere diversamente) , ogni corpo è destinato alla fine perché è soggetto alle leggi di natura, ma prioritario è il cogito, che sopravvive alla morte essendo immateriale. E Dio? che ruolo ha Dio in tutto questo? Dio è il Bene più alto, però inconoscibile.  Di lui non si può dire nulla. Certo esiste, è lui il garante della mia ragione, che altrimenti rimarrebbe fallimentare perché dubitabile.

Bene,  più di questo Descartes  non riesce a fare. Di grande è che lui riesce a mettere la RAGIONE al centro di tutto. No ai falsi idoli, no al dogmatismo, no alla superstizione, ecc, e lo fa dandoci un metodo, cosa che prima non era mai stata fatta.

Facile dire “E che genialata sarebbe?”

Chi crea una cosa che prima non c’era e che si rivela efficace, compie un passo in avanti, questo è il punto.

Gli altri due grandi saranno due giganti, entrambi padri della modernità, al pari di Cartesio, ossia Kant ed Hegel. Ma poi arriverà Nietzsche,  che da genio fuori dal tempo, riunificherà il tempo contemporaneo che lui riesce a prevedere (essendo lui stesso figlio dell’800),  con il tempo antico che nemmeno aveva vissuto. Solo a lui è riuscita una cosa così titanica.  Ma lo vedremo dopo….

Sul tema Uomo e Dio

Il legame Uomo Dio è un tema centrale nel mio pensiero.

Nessuno può dire cosa possa diventare un filosofo se non alla fine del suo percorso.

Nel mio caso la presenza della parola Dio è sostanziale nelle mie riflessioni, scelte, comportamenti e aspettative.

Tanto ho fiducia in ciò che comunemente abbiamo deciso di chiamare Dio, tanto sono scettica verso ciò che comunemente chiamiamo progresso e capacità umana di fare del Bene al proprio prossimo.

Tuttavia credo nello sviluppo della società, almeno possibile, dal momento che del domani non c’è nessuna certezza e tutto potrebbe accadere in un senso positivo.

Come dire, da qualche parte del mondo ci possono essere singoli uomini che stanno per fare qualcosa di straordinario, o semplicemente di fortuito, e questo potrebbe dire in qualunque momento l’ultima parola in merito l’andamento delle sorti.

Questo è reso possibile dall’essere libero di scegliere e di determinarsi.

E’ la presenza stessa di Dio che garantisce questa stessa libertà.

Nessun uomo o società per quanto organizzata  potrebbe avere in sè la possibilità  di controllare/determinare  per un tempo indefinito  la vita di milioni di esseri, che alla fine si autodeterminano, come atomi impazziti e fuori controllo, mentre sono semplicemente fatti per la libertà.

Certo non tutti nella stessa misura.  Ci sono gli individui di primo genere, di secondo genere, e così via. Uso la parola genere ma potremmo usare la parola natura, o categoria, o sostanza.

Tra questi diversi tipi di uomini, ci sono quelli che decidono di vivere senza Dio, quelli che decidono di vivere con la Chiesa, e quelli che decidono di vivere con Dio.

Distinguere tra la Chiesa e Dio è diventato importante.  Si entra in un dibattito delicatissimo  che non vuole diventare facilmente eversivo e distruttivo nei confronti di una Istituzione che se venisse a mancare lascerebbe a  molti  un grande vuoto, compreso me stessa.

La critica che viene fatta non è verso il ruolo storico che l’Istituzione religiosa  ha espresso nel corso dei secoli; la critica sta a monte, nell’avere nel tempo unito e persino identificato  Dio con l’Istituzione, che invece è solo la costruzione tutta politica di un modo di sentire/pensare legato alla religione e alla dimensione spirituale della vita.

Non è la Chiesa come Statuto politico ed economico che a me interessa. Quell’ analisi la lascio agli storici, ai politici, ai governi, ai movimenti civili…In questo momento è il filosofo che parla, e che si rivolge ontologicamente parlando alla parola/significato  Dio.

Quel Dio che è diventato risorsa preziosa  per richiamare la stessa Chiesa ai suoi doveri di rispetto dell’uomo e di rispetto di Dio. Penso a Lutero quando ha deciso di denunciare la corruzione dilagante nel Papato di Roma, penso a Giordano Bruno che viene messo al rogo solo perchè semplicemente  vorrebbe fare notare ai suoi superiori che la fede e la teologia  non si devono mescolare alle cose  meccaniche  del mondo. Penso a Galilei che si fa umiliare fino a diventare ceco e arrivando ad abiurare una teoria giusta e corretta, per quando perfettibile.

Penso agli anni bui dell’Inquisizione, che  ha condannato a morte molti innocenti colpevoli di essere persone qualunque e additate da meschini  individui privi di dignità. Penso alla Chiesa che si è sempre ancora preoccupata di conservare il suo potere, piuttosto che conquistare anime smarrite. E non dico altro.

I casi ricordati sono solo l’apice di un processo appunto storico che con Dio e con la sua ragion d’essere non hanno nulla a che fare.

Un collega mi ha donato un libro che si intitola Dove è Dio? , poi si è raccomandato che non lo mostrassi, quasi vergognandosene.  Il libro è fortemente politicizzato, ma  è la domanda che a me  conquista, in se stessa.

Se Dio fosse davanti a noi e si lasciasse intervistare, cosa risponderebbe di se stesso?

Da giovane pensavo che Dio fosse nell’aria, nella natura, nella vita che vive la sua danza misteriosa. Oggi so che Dio è nel cuore dell’uomo che decide di cercarlo, di volerlo, di conoscerlo, di scoprirlo, aldilà di ogni possibile muro od ostacolo.

Dio è una questione privata, ma nello stesso tempo è una questione corale, perchè Dio parla al singolo come al gruppo, alla moltitudine, meglio se moltitudini variegate e mescolate, dove le voci sono tante e diverse, ed hanno la possibilità di incrociarsi contaminandosi.

L’essere che conosce profondamente se stesso non ha paura di perdersi nelle mescolanze dei popoli. Certo, anche questo  è un problema da consegnare alla politica e alle sue priorità. Per mescolanza dei popoli intendo dire che come essere radicato nel mio credo interiore  non temo l’incontro con il diverso, che può avvenire in qualunque luogo e in qualunque tempo.

Chi sa chi è,  rimane sicuro in mezzo alle differenze, e pasce tranquillo nella propria dimora.

E’ chi non sa chi essere,  che teme la confusione che può portare solo altra confusione.

Non sto parlando alla politica, ripeto, la politica agisce mentre la filosofia comprende.

Se poi la politica che agisce ha alla base anche una filosofia che comprende ed unisce , tanto meglio.

Insomma, tornando alla domanda iniziale, Dio è l’Altro da me, è il mio generatore, espressione pura di pace e di vita, di una vita destinata alla morte cioè al trapasso, per ricongiungersi al suo principio vitale originario.

E’ il pensiero dei pensieri, è la luce delle luci, è la vita di tutte le vite, è la speranza di giustizia per tutti e per sempre, e certo non è un qualcuno che perdonerà i nostri peccati prima di morire, solo perchè qualcuno ci garantisce che così accadrà…

La filosofia è uno stimolo vitale

Respirare è vitale, mangiare è vitale, dormire è vitale, prendersi cura del proprio corpo è vitale.

E poi? Bastano queste ovvie operazioni quotidiane per garantirsi una vita degna d’essere vissuta?

Tutti conosciamo già la risposta. Sappiamo che non basta. Qualche sprovveduto sarebbe pronto a replicare che donerebbe un rene (o non so cos’altro)  per avere quella cosa/sogno che coltiva nel suo angolo di terra, E sbaglierebbe, non perchè non sia lecito sognare, ma perchè non è lecito mettere in crisi un organismo indispensabile e  perfetto per ottenere qualcosa di superfluo, che in quanto tale arriverebbe da se stesso a tempo debito senza bisogno di sacrifici inutili.

Per i sogni esiste il tempo, che è il tempo dell’attesa e della durata, ma per l’essenzialità il tempo è solo quello dell’oggi, dell’adesso, dell’ hic et nunc.

La filosofia è per mia esperienza un bene superfluo  che  contribuisce a rendere la vita degna d’essere vissuta. L’essere un bene superfluo non significa che potremmo decidere di farne a meno, significa soltanto che nell’ordine delle priorità è solo al secondo posto e non al primo.

La vita stessa si articola su più piani di sviluppo, e non possiamo immaginare una vita completa che non comprenda  beni prioritari e beni secondari.

Metto la filosofia tra i beni che offrono stimoli vitali, pur non essendo lei stessa un bene prioritario,  ma utile allo sviluppo dei beni prioritari  che di per sè  sono come una casa senza abitante,  cioè inutile.   Lo strumento principe del pensiero  è la parola che viene vissuta, pensata, detta, scritta, disegnata, sognata, intuita, progettata, tramandata, raccontata, musicata e lanciata nell’universo.

Ne elenco alcune di queste massime:

La ragione è immortale, tutto il resto è  mortale     PITAGORA

Non credere a nulla, non importa dove lo hai letto o chi lo ha detto, a meno che non sia affine alla tua ragione e al tuo buon senso.      SIDDHARTHA

La vera sapienza è sapere che si sa ciò che si sa e sapere che non si sa ciò che non si sa.   CONFUCIO

La strada che scende e la strada che sale sono la stessa identica cosa  ERACLITO

Fra i molti ostacoli che mi impediscono la conoscienza vi sono l’oscurità dell’argomento  e la brevità della vita umana.   PROTAGORA

L’uomo è un microcosmo dell’universo.   DEMOCRITO

Una vita senza ricerca non è degna d’essere vissuta.   SOCRATE

Ogni cosa in questo mondo è Llombra della sua forma ideale che sta nel mondo delle idee.    PLATONE

Imparare è ricordare   PLATONE

Ogni azione prodotta dalla natura, per natura non può essere migliore.  ARISTOTELE

Tutti gli uomini hanno un innato desiderio di sapere  ARISTOTELE

Così ogni azione  dipende da una o più delle seguenti sette cause: le possibilità, la natura, le costrizioni, l’abitudine, il ragionamento e l’appetito.    ARISTOTELE

Non c’è niente nella  mente che non sia stato prima nei sensi.  JOHN LOCKE

L’uomo più ricco è quello che si accontenta di poco.   DIOGENE

Ama e fa quel che vuoi.    AGOSTINO DI i IPPONA

Ciò che ha reso Adamo capace di obbedire ai comandi lo ha anche reso capace di peccare.   AGOSTINO DI IPONA

La conversazione segreta è un incontro diretto tra Dio e l’anima, libera da ogni costrizione materiale.   AVICIENNA

Noi crediamo che Tu (Dio)  sia qualcosa di cui nessuna cosa possa pensarsi superiore.

ANSELMO D’AOSTA

Sono morto come minerale e risorto come pianta. Sono morto come pianta e ancora risorto come animale. Sono morto come animale e risorto come uomo.     MUHAMMAD  RUMI

So che tutto ciò che so non è Dio, e che tutto ciò che io posso consepire non ha con Lui somiglianza.       NICOLO     CUSANO

La massima felicità è raggiunta quando un uomo  vuole essere quello che è.                      ERASMO DA ROTTERDAM

 

 

La filosofia antica

La FILOSOFIA nasce nel mondo greco, prima con la presocratica, poi con la sofistica contro la quale si schiera Socrate, e quindi con l’ellenistica.
TALETE, ANASSIMANDRO, ANASSIMENE, PITAGORA, ERACLITO E PARMENIDE, EMPEDOCLE, ANASSAGORA E DEMOCRITO sono i grandi autori che cominciano a farsi domande sull’origine del mondo, sul senso delle cose, sul senso della vita, su come la filosofia che già nasce con la parola metafisica per potersi distinguere dalla fisica, potesse dare il suo contributo alla qualità della vita.
Per lo meno, è ovvio che stiamo parlando di una certa branca del sapere, che non ha nulla a che vedere con il pensiero orientale o di altri parti del mondo, quel pensiero che noi Occidente ereditiamo e facciamo nostro.
Pitagora è entrato nell’immaginario collettivo per il suo pallino del NUMERO, che lui vede come l’unico segno di perfezione possibile, addirittura rivestendolo di un significato religioso. Da Pitagora seguirà da un lato la celebrazione della MATEMATICA come sapere perfetto, e anche la tendenza ad unire il mondo dei numeri al mondo del mistero e della magia.
Eraclito è diventato celebre per il suo PANTA REI, e per la teoria del DIVENIRE, diventando il primo sostenitore del TUTTO SI TRASFORMA, ineluttabilmente. Di visione pessimistica, viene associato al pianto. Può essere considerato il padre dello stoicismo.
Parmenide viene considerato il padre del dualismo essere e non essere.
Empedocle il padre della chimica.
Anassagora il padre dello spiritualismo.
Democrito è il primo a sostenere che tutto è fatto di materia, e che la forma di materia prima è l’atomo. In altre parole è il fondatore dell’atomismo che significa materialismo, da cui deriva la negazione dell’esistenza dell’anima in quanto corpo immateriale e un modo di guardare alla realtà che è fatto di meccanicismo. Viene considerato il padre della fisica. Di visione ottimistica, viene associato al riso. Considerato il padre dell’epicureismo.
I due autori significativi della sofistica saranno PROTAGORA e GORGIA. Possiamo vedere in Protagora il primo umanista del pensiero, colui che asserisce L’UOMO COME MISURA DI TUTTO. Gorgia è più celebrale, meno pragmatico, già intuisce la precarietà del vero, del certo, dichiarando come sola cosa certa la sola INCERTEZZA.
Con l’Ellenismo le due scuole di pensiero dominanti, cioè lo stoicismo e l’epicureismo, si rincorrono, la prima elogiando l’arte del sopportare senza lamentarsi e del vivere in maniera equilibrata, fino a perseguire l’atarassia; la seconda elogiando l’arte del rifuggire il dolore, cioè il controllo delle passioni fino alla giusta via di mezzo.
Dopo i due giganti del pensiero greco, ossia PLATONE E ARISTOTELE, che molto devono all’insegnamento di SOCRATE, il padre stesso della filosofia in quanto tale, la filosofia cosiddetta antica si conclude con PLOTINO, AGOSTINO, SCOTO E ANSELMO D’AOSTA.
Plotino è il primo che aggancia la filosofia alla religione, ossia all’idea dell’esistenza di un Essere fuori della ragione, fuori della scienza, fuori della materia. E’ un salto spericolato ma inevitabile.
I primi padri della Chiesa faranno il resto, ossia metteranno accanto e poi prima della stessa filosofia la stessa teologia, che diverrà dominante e prevaricatrice.
Ecco, nella filosofia degli infanti del pensiero c’era già tutto, già erano stati seminati i germi di quello che poi accadrà nella filosofia moderna, ossia il contrasto tra ciò che l’uomo volesse fare da se stesso per se stesso ed il contrasto tra ciò che l’uomo non si vuole decidere a farsi bastare, mettendo accanto a se e sopra di sè l’idea di una Presenza Altra, Indimostrabile, Sconosciuta, Scomoda, Negata, Perseguitata, eppure tanto ineliminabile.
TOMMASO D’AQUINO  ha cercato di salvare capra e cavoli, ha cercato di dirci che l’una visione legata alla fede non entrasse in conflitto con il bisogno tutto animalesco di comportarsi secondo ragione. Ha preteso di dirci che proprio la ragione ci dà le prove dell’esistenza di Dio.
Il risultato è stato negativo. Non ci credeva nemmeno lui, perchè così facendo o si riduce Dio alla misura dell’uomo, o si eleva l’uomo alla misura di Dio, il che è francamente non razionalmente asseribile.

Esame di Stato 2019

“Entrare in un palazzo civico, percorrere la navata di una chiesa antica, anche solo passeggiare in una piazza storica o ………”  Così inizia la traccia del Nuovo Esame di Stato 2019,   ispirata da un testo di Tomaso Montanari,  che vuole fare riflettere  lo studente sull’importanza del nostro patrimonio artistico e culturale, fatto di  opere tangibili come di opere intangibili, dell’anima, o dell’effimero musicale, danzante, teatrale…

Che fortuna abitare nel Paese che più di tutti al mondo conserva  i luoghi consacrati come Patrimonio dell’umanità. Abitare un habitat   celebrato per la sua Bellezza, dovrebbe già di per sè rendere la nostra stessa vita degna d’essere vissuta, eppure non è così scontato, perché la Bellezza   è qualcosa che non nasce spontanea, nè può essere data per scontata ed eterna, vive solo se la facciamo vivere, esplode in tutta la sua magnificenza solo se la facciamo nascere,  e poi  in parte passerà, o soffrirà del passare del tempo, e allora subito ci si rende conto   di come sta a noi uomini del presente e del futuro  sapere ricevere, conservare, comprendere e trasmettere cotanto tesoro prezioso.

Del resto la Bellezza è tale proprio perchè si distingue dalla volgarità, dalla Bruttezza, appunto, e da tutti quei comportamenti fatti di opportunismo e guadagno spicciolo, se non  proprio spicciolo, calcolato, e come tale i nemici di questa meraviglia sono tanti, e severi, e per nulla sprovveduti, e per niente disposti a farsi mettere da parte.

Montanari parla di generazioni che stanno seppellite sotto  il suolo che noi esseri   viventi tutti i giorni inconsapevolmente calpestiamo, quello stesso  territorio, o campo, o montagna, o borgo, o città, o villaggio  che sopravvivrà alla nostra stessa morte, e noi stessi finiremo sotto quel suolo  insieme alle ossa di chi ci ha preceduto.

Immagine forte, questa del mondo ridotto a un immenso cimitero che conserva i nostri avi, i nostri predecessori, dai più famosi  a quelli più anonimi, un sacrario alla vita che è stata e che continuerà ad essere dopo di noi.  Gli uomini muoiono ma di loro sopravvivono    il loro spirito, le loro opere, i loro figli, i loro pensieri, le loro idee, la loro voglia di essere stati  cercatori del bene più raro e prezioso possibile, la felicità.

Altro che “dittatura totalitaria del presente”, quel sentimento pervasivo, disturbato, confuso, fugace, sfuggente, inquinato, violentato  da mille rumori e frastuoni che ci portano alla totale confusione e perdita di noi stessi e del centro.

Ognuno di noi è quello che altri prima della nostra venuta al mondo ci hanno permesso di diventare, ma è anche quello che permetterà a nuovi esseri di divenire   grazie e attraverso il nostro personale modo di vedere  le cose, i problemi, le necessità. L’autore parla di Democrazia, di quale sarà il mondo di domani, lasciato ai posteri dalle decisioni di vita  di oggi.

Anche nella società liquida e “usa e getta” la Bellezza non ha smesso di avere il suo fondamento ed il suo Altare celebrativo. E’ il pensiero del Bello che ci fa svegliare al mattino contenti d’essere vivi, è il pensiero del Bello che ci fa sopportare i momenti difficili che ognuno di noi si trova ad attraversare, è il pensiero del Bello che costruisce  le Cattedrali del Bene e della Giustizia,  quel pensiero fatto di ricordi, di memoria, di percezioni, di sogni, di progetti, di speranze, di attese, di attimi impalpabili quanto indelebili, piccoli tasselli di un mosaico  che  alla fine andranno a tessere la grande tela dello scenario umanistico.

Questo immenso patrimonio culturale fatto di filosofia, cinema, poesia, arte, monumenti, libri, architetture, borghi e spettacoli, è qualcosa che scorre nelle nostre vene, è qualcosa che ha contribuito a dare alla Storia le sue epoche, dal mondo classico e pre ellenistico  al lungo cammino medioevale;  dal mondo Rinascimentale al Risorgimento, attraverso l’Illuminismo  e l’esplosione dei fasti della Ragione;  fino al buio terribile dei Totalitarismi e dei genocidi, che purtroppo ci hanno smascherato nella nostra fragilità e inconsistenza, nella nostra follia e depravazione; un periodo oscuro   che ha fatto tremare ogni più incontrovertibile certezza, che ha rimesso tutto in discussione, che ci ha obbligato a ripensare un Nuovo Umanesimo avendo smarrito quello precedente, che ci ha costretto  ad ammettere delle colpe che richiedono precise  istanze  di perdono rivolte alla vittime.

Il totalitarismo dell’oggi è un nemico mascherato che dietro la facciata del divertimento e dell’intrattenimento  mordi e fuggi, distrugge gli uomini  senza che se ne rendano conto, come se li sedasse prima del colpo mortale. E’ insidioso, impercettibile,  quanto falso e menzognero.  Passa anche attraverso la televisione, quella più di apparenza che di sostanza,  quella più legata a logiche commerciali che formative,  che deve fare odiens  o che deve riempire spazi così come dovessimo riempire contenitori.

L’uomo non è un contenitore,  è fatto di pulsioni vitali che possono raggiungere le vette dell’iniquità come le vette della Misericordia e della Generosità.  Questo destino che lo porterà verso una direzione piuttosto che l’opposta  è un’incognita legata alla sua libertà, alla nostra libertà, al nostro  essere  in scienza e coscienza  per noi   stessi oltre se stessi.

E’ anche legato alle eredità ricevute, a quel passaggio di consegne che ogni padre consegna ai suoi figli, e che ogni figlio consegnerà alle successive  generazioni.

Certo che dalle macerie della guerra la civiltà ha saputo risorgere e ricostruire, ma personalmente e coralmente   ci chiediamo a quale prezzo, con quali anticorpi, con quali consapevoli   obiettivi e buoni propositi, con quale capacità di visione lungimirante costruita sopra ponti  che sappiano   unire le ragioni di tutti, dei vinti come dei perdenti, dei giusti come degli ingiusti,  dei saggi  come degli stolti, dei deboli come dei forti,  di chi ha la ventura di nascere di qui da una riva piuttosto che sulla riva opposta.

Gli uomini sono stati sacrificati a migliaia,  spesso spazzati via alla velocità della luce, tra atroci sofferenze, tra disumanità apocalittiche,  e di loro è rimasto   il pensiero che noi sopravvissuti  siamo stati risparmiati, graziati dal gioco della vita, e destinati a diventare testimoni del Male. Come anche testimoni della Bellezza sopravvissuta o rinata.

Accanto a noi sono state risparmiate   le opere d’ingegno, più o meno fisiche, più o meno monumentali, più o meno straordinarie,  più o meno danneggiate, più o meno illese. Quelle opere parlano degli uomini che non ci sono più, ma parlano anche agli uomini che ancora devono nascere, in una lingua che va oltre il codice linguistico, oltre il flatus voci, oltre il detto e il non detto.

Dentro questo patrimonio ognuno di noi  si può riconoscere, può trovare il senso della propria esistenza, può persino aiutare gli altri a fare trovare la propria ragion d’essere.

La mia  casa modesta  è piena di cose belle o che tali reputo, nella mia semplicità. Adorno la casa come se adornassi me stessa,  e adorno me stessa come se fossi io la mia casa più preziosa.   Non con monili, oggetti che inseguono la moda del momento, ma con  segni  che raccontano una storia; la bellezza non è sinonimo  di  irraggiungibilità; se così fosse l’avremmo avuta in disprezzo o in odio, sarebbe diventata il distinguo di chi può e di chi non può, e invece anche nella casa di un povero ci può stare un qualcosa di bello.

Bella può essere la sua dignità di essere umano, bella può essere la sua fierezza, bella può essere una piccola cosa che conserva dei suoi tempi migliori  o che racconta della storia della sua famiglia.

Bella potrebbe essere la luce del suo sguardo che non si è lasciato piegare dal male di vivere,  o dalle ingiustizie di un mondo che è tutto tranne che perfetto e in  indolore  progresso.

La bellezza salverà il mondo, come diceva Dostoevskij,  a patto che gli uomini avranno o abbiano a salvare la bellezza. E’ un pò come il dilemma dell’uovo con la gallina: nasce prima l’uovo da cui verrà fuori la gallina o la gallina che farà l’uovo per replicare il miracolo della vita? Se facciamo fuori la gallina prima che possa fare il suo uovo, non avremo più di che nutrirci, ammettendo che quell’uovo  rappresenti   la nostra fonte di alimento.  E se ci cibiamo dell’uovo prima ancora che possa diventare gallina, non potremo gustare dei frutti della crescita, dei frutti della storia che è il tempo che passa, giorno dopo giorno, anello dopo anello, impedendo  al l’albero dell’umanità di   sviluppare  le sue radici sempre più profonde, in apparenza così lontane dalle prime manifestazioni di sviluppo.

E così nasce prima l’uomo che farà l’opera d’arte o  l’opera d’arte che forgerà nuovi uomini?

Ogni essere umano è potenzialmente un Leonardo, un Michelangelo, un Caravaggio, un Dante, un Einstein, un Roosevelt, un Gandhi, un Martin Luter King, una Montalcini,  una Segre,  una Madre Teresa,  una Caterina da Siena, una Montessori,  una Giovanna d’Arco, ma mi verrebbe da aggiungere  una perfetta non so chi qualunque  che potrebbe incrociare un giorno la nostra strada e salvarci non si sa per quale miracolo, la vita.

Questo universo così tribolato, così complesso e ingarbugliato tra passato presente e futuro,  mi lascia attonita e smarrita, ma anche piena di speranze. Le speranze alimentate dalla forza della voglia di Esserci che non si arrende, che proprio dal dolore trova l’energia per reagire, che proprio dalle domande trova lo spirito delle risposte,  e così dalle vecchie opere d’arte ormai trite e ritrite ma mai morte, ecco che già sta spuntando come un nuovo fiore il germoglio della Bellezza immortale.

LE DANNATE

LE DANNATE è la storia di tre donne semplici che in terra di Sicilia  si oppongono alle leggi della mafia. Del resto è una storia molto conosciuta perché il suo scrittore è Massimo Giletti, il noto giornalista e conduttore di NON È L’ARENA, che a questa vicenda ha dedicato molte puntate, non esclusa una diretta televisiva dalla piazza di Mezzojuso,  il piccolo paese protagonista di questi eventi.

Irene, Ina e Marianna abbiamo imparato a conoscerle, chiedevano solo una vita normale nella loro meravigliosa terra baciata dal Mediterraneo,  ed invece si sono trovate contro la loro stessa volontà a coprire l’impegnativo ruolo di donne coraggio, che vanno contro un intero sistema omertoso, a difesa del loro stesso onore (passatemi la parola che ahimè non è più facilmente esprimibile), in difesa dei loro affetti più cari, a difesa, infine, della loro stessa sopravvivenza.

Prima di loro già il padre, il signor NAPOLI SALVATORE,  era stato oggetto di pressioni mafiose locali, quando era nata solo la prima figlia, ricevendo  accuse piene di infamia,  tutte  miranti all’esproprio  della TERRA agricola e di pascolo, per farne diventare prati destinati all’EOLICO,  il nuovo business emergente intorno a  cui ruotavano grandi FONDI EUROPEI,  molti piccioli, per intenderci, cosi tanti  da farci grandi affari….

Non è da escludere che proprio lo stress accumulato a combattere queste maldicenze terribili che lo dipingevano come un uomo di COSA NOSTRA, fu la causa prima di un suo malessere, quando un ictus gli scoppiò nella testa e all’ospedale i medici lo avevano dato per spacciato.

Forse i medici non conoscevano la sua voglia di vivere, che infatti gli fece superare la fase critica e tornare a casa dalla moglie e dalle sue tre FIGLIE fimmine,  visto  che il destino non gli aveva concesso un figlio masculo.

Rimane malconcio, con mezza parte paralizzata, e sopra una sedia a rotelle, ma con il cervello ancora funzionante, tanto che era ancora lui che in casa diceva  CON RAGIONE  alla sua tribù di donne quello che andava fatto e come lo si doveva fare.

Fino a che Totò ( come era chiamato da tutti) non ce la fa più , e allora sì, comincia il vero calvario per Marianna, Irene e Ina.

Alla mafia locale con a capo  quel Simone La Barbera figlio del boss Nicola La Barbera che dopo il carcere se n’era tornato al paese ossequiato più di prima, doveva sembrare cosa facile avere ragione su tre buttane (termine registrato dalle intercettazioni telefoniche…) ed una madre anziana, che tutto avrebbe voluto, tranne che mettersi nei guai.

E è altrettanto evidente che nemmeno loro   sapevano con chi avrebbero avuto a che fare,  e forse nemmeno le misere  tre donne avrebbero mai immaginato di possedere tanta forza di resistenza.

IL PUNTO era che cedere avrebbe significato dare ragione ai prepotenti, al Paese che da sempre rideva di loro, a chi  aveva già operato malvagiamente contro il padre, portandolo nella tomba,  e poi con quale forza si sarebbero potute guardare allo specchio, la sera?

Il capo mandamento di Mezzojuso, uomo di fiducia di  Binnu Provenzano, in quel fazzoletto di Sicilia confinante con Corleone, terra di Totò Riina, e dell’ancora oggi imprendibile  Matteo Messina Denaro,  dietro la sua facciata di uomo per bene e sempre disponibile,  ha cercato in tutti i modi di piegare  le sue vittime; prima con le buone, poi con le minacce, poi con i fatti, e dopo il fatto di averle prese a sassate (non lui, ma i suoi bravacci),  suggerisce alle donne spaventate di cedere, di fare quello che  veniva chiesto loro di fare, cioè vendere e andare a fare altro….facendole  portare  dal boss e sconsigliandole di andare dai CARABINIERI.

Insomma, chi vuol conoscere per filo   e per segno questa vicenda di piccola mafiosità locale che intreccia  i grandi piani della mafia siciliana,può andare a leggersi il libro, che si divora   in un batti baleno e che fa capire bene le cose.

Quello che a me qui preme di raccontare,  è come si possa DIRE DI NO   a chi ci vuole imporre la sua volontà violenta, e ci ricopre di  minacce, di sabotaggi al lavoro, in modo da ridurci sul lastrico e volerci fare passare per degli  squilibrati, se non peggio, noi stessi dei malavitosi.

La tessitura del ragno che ci vuole portare nella sua trappola é ben congeniata, tanto ben congeniata che  solo un ingenuo non sprovveduto,  o un semplice, appunto, può resistere alla legittima fatica e alla legittima paura di non farcela.

Ed ecco che Ina, Irene e Marianna fanno la sola cosa che avrebbero potuto fare, ossia andare finalmente  al comando dell’ARMA di Mezzojuso  a denunciare tutto, e poi tornarci l’indomani, e il mese dopo, e ancora il mese del mese successivo, e così per anni, senza mollare, mettendo nero su bianco testimonianze, fatti, episodi, fotografie, timori, sfoghi di rabbia e tante lacrime, sante lacrime di donne che solo piangendo riescono a tirare fuori il meglio di loro stesse.

Ecco che da un fatto di soprusi e di minacce più o meno mascherate (ma neanche troppo), ne esce fuori  un procedimento di indagine, e dopo il primo ancora non  sufficiente, ne segue un secondo, questo assai più ricco di dettagli, tali da riuscire a mandare dritto dritto i colpevoli nelle patrie galere.

Purtroppo a questa storia di mafia dei pascoli manca assolutamente la parola fine. In paese c’è chi giura che non finirà così,  che le DANNATE (così come sono state battezzate le tre donne) avranno quel che loro spetta, che non si deve spezzare la regola dell’omertà,  che non si può mettere un intero paese alla berlina del giudizio del mondo, accussi  , per un capriccio, per guadagnarne fama,  per ottenere i  privilegi delle vittime di mafia…che furbe sono ste Napoli, altro che miserrime.

Massimo Giletti conosce bene come vanno queste cose, meglio di me senza dubbio, ed anche lui ha ricevuto minacce, offese, insulti, con lo scopo di farlo desistere, o  con lo scopo di esternare la rabbia che non si vuole e non si riesce a controllare, magari per ottenerne qualche beneficio in cambio….

Giletti se ne è altamente fregato, ha tirato dritto, ignorato il fango che gli tiravano addosso, esattamente come avevano fatto per oltre dieci anni le tre sorelle, che si sono viste giorno dopo giorno private del loro raccolto, delle loro entrate, del loro amatissimo cane Beethoven, fatto trovare scuoiato sotto altre carcasse putride..e private della loro vita normale, che solo quella  chiedevano di vivere.

Povero quel Paese che ha bisogno di eroi per trovare se stesso, ma ancor più povero quel Paese  che non sa fermarsi, interrogarsi e in qualche  modo ravvedersi e  capire.

In quanto alle sorelle Napoli, non  ci pensano proprio a mollare proprio adesso che la giustizia così lenta e  complessa  è riuscita a mettersi in moto.

Irene confessa di volersi laureare in sassofono, Marianna vuole aprire un ricovero per gatti e cani randagi, Ina vuole diplomarsi geometra, come il babbo. E poi chissà, sarebbe fantastico progettare un agriturismo nella valle di Guddemi.

Questo è stato il primo libro scritto da Giletti, che di storie non ne aveva mai scritte prima, visto che lui le notizie di norma le racconta in diretta, per tv, andando per archivi e per gente di strada. Ci spiega alla chiusa del racconto che  ha avuto il bisogno, questa volta, di farne una storia, forse perché è dopotutto un sentimentale; forse perché si è sentito di dovere fare di tutto per proteggere qùeste tre persone abbandonate a loro stesse  e simbolo di una condizione femminile ancora troppo spesso dimenticata e vittima di violenza;  forse perchè la mafia si combatte anche così, mettendo nero su bianco nomi, cognomi, fatti, impressioni, date e luoghi per bocca di gente come potremmo essere noi, gente normale.

Loro, le tre ragazze, non si sono fatte mettere i piedi in testa, hanno reagito, tenuto a freno un sistema terribile che difficilmente si piega; hanno fortunatamente  potuto contare su un bravo comandante, PIETRO SAVIANO, che nonostante la giovane età ha dimostrato d’avere fiuto e tenacia quanto basta, per andare Fino in fondo.

Sì, anche Massimo lo  dice, per queste sorelle che sono state fortunate, tanta altra brava gente rimane nell’ombra, e come le Napoli si trova a lottare da sola e senza sostegno situazioni pesantissime. loro CI parlano a nome di tutti.

Tutto comincia con un qualcosa che ci cresce dentro lo  stomaco, un qualcosa   che se non dovessimo  decidere di fare, sentiremmo di non potere più avere voglia di vivere.

E così lo si fa .