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sono una insegnante e altro

Riflessioni sulla morte che è vita

Vivere è prepararsi a morire, come diceva Pascal, e come pensava Kierkegaard, e come ben sapeva Dostoevskij, e come rifletteva drammaticamente Heidegger, e come rifletteva rigorosamente  Bergson,  e come tutti noi dovremmo sapere e capire.

Come dice Marco Guzzi, la metafisica è finita ma l’esistenza dell’uomo va avanti, imperturbabile.

Oggi viviamo nel peggiore e nel migliore dei mondi possibili, contestualmente.  Questo ci può fare vedere il bicchiere mezzo vuoto come anche mezzo pieno.

Sta a noi scegliere se vivere con la consapevolezza del dovere morire, o con l’illusione che la morte arriverà in un momento che non ci interessa perchè non lo vediamo…

Il vero scandalo rimasto  è morire senza un senso  e non altro, nè il sesso, nè la guerra, nè ….qualunque  generica falsa conoscenza.

Viktor Frankl   è stato uno psicologo     che ha trasformato la sua esperienza di chiusura nei campi di sterminio in un momento di studio della ricerca del senso perduto. Lo ha dovuto/saputo   fare per sopravvivere ad un teatro dell’assurdo e della mortificazione profonda della vita che è per essenza gioia, creatività, meraviglia, splendore…

O lo faceva o soccombeva.

Ognuno di noi è chiamato  intimamente a questa scelta: o si decide di VIVERE PER LA VITA, o si muore ancor prima di morire perchè si è già morti dentro, anzi, mai nati.

 

Tutto quello che conta su Nietzsche

Questo video spiega il vero Nietzsche

Tutto il resto è nulla

Lorenzo di Barbiana

Lorenzo Milani

Possedevo ancora di Lorenzo  Milani un’idea superficiale. Sapevo di lui che era  stato un prete singolare, un insegnante singolare, un parroco di confino esiliato   per punizione dentro un paesino montano  che senza il suo contributo non sarebbe mai arrivato alla notorietà del mondo.

Ma di quale colpa si era macchiato il giovane  priore, rampollo di una ricca famiglia laica, colta e borghese,   che tutto aveva previsto per il suo futuro tranne che di vederlo ridotto  sacerdote dentro un insignificante comunità di uomini rozzi,  tutti analfabeti e tutti destinati ad una vita piena di stenti e di fatica?

La sola colpa di Lorenzo era l’essersi innamorato,  inaspettatamente e tutto da solo, del Vangelo e delle sue parole più pure, un innamoramento totalizzante che non lasciava spazio  alle mezze misure, ai dubbi, alla diplomazia, al farsi ipocrita e silenzioso   per amore del quieto vivere.

Di questo amore assoluto il giovane prete con la sua semplice tonaca nera  priva di ogni ornamento, da dove spiccava un volto curioso del mondo degli ultimi visti con gli occhi di Dio, due occhi vivaci e severi al contempo, interroganti sul bisogno dei poveri , Lorenzo ne era assolutamente consapevole. La parola ricevuta da Gesù, direttamente dal suo incontro misterioso con il Signore, un incontro  che rimane parte di un destino incomprensibile persino a lui stesso, che veniva da una famiglia per nulla religiosa e persino ebrea per parte di madre,  detta parola, come si diceva, rappresenta   il motore vivente che trasforma Milani da uomo di città e di mondo a uomo di anime gettate nella solitudine e nel nulla del tempo e dello spazio.

Lorenzo diventerà con rigore e fermezza l’insegnante di un gruppo di poveri, senza arte nè parte, trasformandoli da esseri di un dio minore  in artefici prediletti e  costruttori del loro futuro; tra loro  fioriranno futuri sindacalisti, ingegneri, scienziati, giornalisti e politici, ma anche uomini di famiglia e persone capaci di prendersi le proprie responsabilità.

La prima figura  che mi sento di accostare a questa storia tutta moderna   è il cammino di conversione del poverello di Assisi, ma mentre Francesco di Pietro di Bernardone  sceglie radicalmente il farsi povero tra i poveri, vedendo nel cammino di spoliazione l’unico modo di recuperare le radici spirituali del cristianesimo, Lorenzo di Barbiana  sceglie di farsi padre, maestro e sacerdote di un gruppo di giovani, giovanissimi e meno giovani   di cui il mondo ignorava assolutamente l’esistenza e che tali sarebbero rimasti senza la sua venuta e la sua opera tra loro.

Milani non è un mistico, uno che sceglie la clausura e il ritiro dal mondo, nè un prete che si ritrova a fare quel mestiere  nella maniera delle regole convenzionali. La sua scelta di farsi parroco è la volontà precisa di stare dalla parte degli ultimi cercando di  rendersi utile al meglio delle sue possibilità, e in questo bisogno di rendersi utile là dove ce ne fosse la viva necessità, è il senso missionario della sua profonda vocazione.

Se Milani si trova circondato in un tempo difficile di operai che per lo più hanno tutti la tessera del partito comunista,  Milani non si mette a giudicarli e a condannarli come eretici ed indegni dell’opera pastorale della Chiesa. L’operaio ha solo un mezzo per difendersi, che è il diritto di voto ed il diritto di sciopero. Poi si sa che esiste anche il diritto di pensiero, e c’è la Costituzione che lo sancisce. Chi è la stessa Chiesa per proibire questo?

Se poi questi poveri uomini tribolati nel mentre che cercano di salvare il lavoro per loro così prezioso e fonte di sopravvivenza,   si perdono per vicoli incerti, questo fa parte del gioco,  che lo scopo della Chiesa è di guidare, accompagnare, comprendere, esattamente come farà il Concilio Vaticano II  che Giovanni XXIII  inizierà dal 1962.

Milani muore a soli quarantaquattro  anni nel 1967, di una brutta malattia polmonare, dopo sette anni di resistenza agonizzante, ma nulla ferma il suo entusiasmo, il suo proposito, accompagnato dalla serenità del suo cuore di sapere d’avere scelto dove stare e con chi stare.  Appena arrivato, ancora in perfetta salute,   nella sua piccola porziuncola toscana, corre a comprarsi un posto al cimitero, come avendo già totalmente sposato il suo cammino in quel luogo, persuaso  che lì sarebbe vissuto fino alla fine. Se i suoi superiori avevano creduto di umiliarlo confinandolo tra i boschi ed una manciata di casolari dismessi, là dove si vede solo il cielo e qualche lembo di terra senza la luce, senza l’acqua, senza le strade, avevano capito nulla di quello che Dio aveva già deciso di fare con il suo menestrello  prediletto.

Per tutta la vita  il nostro parroco di montagna pensa solo a fare capire a chi non vede, a chi si crede dalla  parte del giusto,  predicando   che sempre  è importante esercitare l’arte del dubbio, l’arte del farsi delle domande, l’arte del saper leggere la storia e gli eventi del tempo che certo non si fermano, che certo si trasformano in sempre nuovi scenari , ma che hanno lo scopo di soddisfare sempre e comunque i soliti bisogni.

Il primo assoluto bisogno dell’uomo è di provvedere alla sua salvezza, pensa e sostiene Milani,  e per salvezza  intende  non certo guadagnarsi uno sterile posto in Paradiso, ma piuttosto il riservarsi un posto non disonorevole tra gli uomini. E’ quello che decidiamo di fare di qua, in questa vita, che determina quello che si riuscirà  a combinare di là, nel mondo del tempo sospeso.

Milani poi è uomo di carne, di pensiero, di impulso, non teme di dire ogni tanto parolacce se possono servire a farsi capire, non teme di chiamare le cose con il loro nome, direttamente e senza falso pudore; non teme i rimproveri dei suoi vescovi a cui deve obbedienza, perchè si sa, non si deve obbedire ad un ordine ingiusto, che questo è proprio la dottrina ad insegnarlo, ed anche i vescovi son uomini che possono sbagliare, qualche volta.

Milani le cose non le manda a dire; se c’è qualcosa di cui discutere, ecco la penna ed un foglio di carta utile allo scopo. Bisogna ragionare sull’obiezione di coscienza? su cosa sia la Patria? su quando e come sia necessario prendere da se le proprie decisioni? su come ci si deve prendere cura di se stessi sopra ogni cosa e sopra ogni pericolo di buttare via il proprio tempo? Bene, ecco le ragioni esposte punto su punto, articolo dopo articolo, osservazione dopo osservazione, e come lo sa fare il nostro maestro di comunicazione non lo sa fare davvero nessuno.

Si vada a leggere le sue  difensive, sopra tutti la sua Lettera ai giudici che lo dovevano giudicare verso le accuse ricevute dai cappellani toscani per avere difeso gli obiettori di coscienza;  oppure le sue Esperienze pastorali, un testo titanico  che viene fatto subito   ritirare dalla circolazione  dalla Curia per la sua inappropriatezza.

Milani parla sei lingue, come suo padre; il suo bisnonno, Domenico Comparetti,  ne parlava diciannove;  sua madre  non è da meno, per tutta la vita rimarrà un suo solido punto di riferimento e confronto consolatorio, anche se Lorenzo è più preoccupato di consolare che di essere consolato.

La sinistra lo elogia senza comprenderlo, vedendo in lui la forma perfetta del vero prete, ma ignorando di lui la sua costituzione religiosa; la destra lo condanna e lo umilia  senza però  perderlo,   per il suo essere scomodo  di carattere  e troppo ingombrante come personalità; ma lui critica entrambi, sapendo che quelle sono solo cose da uomini, mentre lui si sa, si sta occupando delle cose di Dio.

In quanto alla Chiesa che lo isola e allo Stato che lo condannerà senza vergogna   per apologia di reato, Milani fa e avrebbe fatto spallucce, tira dritto per la sua strada, fino alla fine, consegnandosi in eredità ai suoi ultimi, quella manciata di miseri grandi  ai quali lui si era consacrato fino allo sfinimento. Dopo  di loro  verrà  accolto a braccia aperte dal Movimento studentesco (di cui non avrebbe taciuto le contraddizioni e gli errori di campo).

Milani, amici carissimi, più lo si conosce più sconcerta.

Dovendo pareggiare i conti con una scuola per ricchi che favoriva soltanto i già capaci, lasciando alla deriva i deboli,  escogita senza strumenti e senza risorse una scuola di frontiera, senza aule e senza banchi,  senza lavagne e senza quaderni, dove  non mancano solo i libri, spesso di fortuna, e dove si fa laboratorio nel paesaggio, il luogo elettivo della ricerca; una scuola dove non c’era  né  sabato né domenica e nessuna ricreazione. Il figlio di un montanaro che arriva a studiare dopo essersi alzato all’alba e che non dispone di nulla se non della propria volontà di imparare e della propria forza di resistere, non può fermarsi in attività che servirebbero solo a mantenere il suo dislivello ed il suo svantaggio nei confronti dei privilegiati.

Si profila per necessità un insegnante austero, esigente, severo, ma anche totalmente dedito ai suoi scolari. Di loro conosce tutto, la famiglia, le origini, la casa, gli alberi nell’orto, i desideri, le paure, le mancanze…, e per loro farebbe tutto, anche privarsi del sonno, del cibo, di non so quale sostanza avesse potuto  rendersi utile alla buona riuscita finale di questa miracolosa  famiglia  educante che si viene a creare e a farsi conoscere oltre confine.

E poi Milani è lui stesso scolaro tra i suoi scolari, come loro stessi  maestri tra maestri.

Capite dunque che il metodo don Milani in verità non è mai esistito, perchè non si tratta di scoprirne i principi pedagogici, ma piuttosto gli assoluti ontologici ed esistenziali.

Don Milani era semplicemente se stesso, un esempio unico ed irripetibile, che va osservato, studiato, meditato  e conservato nel cuore e nella mente   per la sua originalità e bellezza, per essere stata una grandissima pagina di storia civile e religiosa, tutta italiana ma anche tutta antropologica a tutto tondo.

Heidegger

Cacciari smentisce sia il nazismo che l’antisemitismo di Heidegger, il filosofo che si è trovato per un decimo di tempo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Anche Vattimo e altri , tra cui la sottoscritta, sosteniamo  l’innocenza di questa filosofia che viene segnata dal tumulto del totalitarismo come evento storico devastante. Se Heidegger  dovesse essere considerato colpevole di essersi colluso con il nazismo, allora questo processo non andrebbe fatto al filosofo ma alla filosofia in se stessa., e all’uomo in quanto filosofo, cioè uomo di pensiero che si misura con il tempo il cui tempo non dipende dall’agire di un singolo  ma dall’agire di situazioni complesse, eterogenee ed indipendenti il filosofo stesso.

Il suo legame con il nazismo si  esprime   nella  contingenza inevitabile.  E  questo non fa di Heidegger un nazista.

La sua  critica al giudaismo, molto più discutibile del tema precedente,  non aveva intenzioni politiche e persecutorie dipendenti dal clima di odio  diffuso (e comunque espresse in un contesto di ricerca personale, come se noi andassimo a sbirciare negli appunti di uno scienziato e ci dovessimo   trovare tutti i suoi schizzi, i suoi abbozzi, i suoi quesiti rimasti in corso d’opera…), ma solo speculative, che toccano lo stesso cristianesimo e tutte le grandi questioni etiche. E   questo non fa di lui un antisemita, ma solo un filosofo   cristiano che riflette sulle religioni ed i loro limiti. Cristianesimo in testa.

Premesso questo,  Heidegger si sviluppa in due periodi, il primo esistenzialista, il secondo ontologico.  H rifiuta l’etichetta di esistenzialismo,  preferendo la parola ontologismo. Si tralascia l’ultimo Heidegger legato alla pubblicazione postuma dei suoi quaderni neri (i suoi appunti privati che finiscono per venire pubblicati)   Il  maestro a cui  Heidegger si rivolge  è Husserl  per la fenomenologia, Kant per l’idealismo, Kierkegaard  per l’esistenzialismo. Ma lui non si dichiarerà nè fenomenologo, nè idealista, nè come detto  esistenzialista. In parte le tre cose unite, intorno l’idea ontologica dell’essere e del pensare l’essere.

Il periodo esistenzialista

L’esserci dell’uomo gettato a caso  nell’esistenza  è progettualità senza fine, per Heidegger, che scrive Essere e tempo. Il suo esistenzialismo   fa rifiorire Kierkegaard, il grande pensatore dell’Aut aut, delle scelte di campo radicali, dove non ci si può improvvisare.

L’uomo è l’unico essere che riflette sulla sua esistenza, dice Heidegger.

L’uomo è un essere nel mondo, condizionato e in intimità   con  ciò che lo circonda. L’uomo è aperto all’altro nel senso che non ne è insensibile. L’altro che sia persona o cosa o ente   è utilizzabilità, come noi siamo utilizzabili  dagli enti /cose/persone.

Ogni ente è ciò per cui serve e ciò che simboleggia. Esempio:la chiave di casa mi serve per aprire la porta e significa anche la mia casa. L’uomo è emozione, crea legami emotivi nel mondo. Anche se non espressi.

L’uomo pre-comprende, comprende, interpreta e asserisce. In questo ordine. L’uomo è il suo passato  (ereditato, pre-compreso, ecc)  che si articola nel presente (compreso, interpretato) e si proietta nel futuro (progettualità).

Nulla viene dal nulla. Anche un oggetto semplice e appena costruito  ha già il suo passato.

Le persone in genere vivono inautenticamente, cioè adattandosi alla massa, alla società che li circonda, facendosi trasportare dai condizionamenti. Non hanno un loro progetto personale.  Bisogna invece darsi all’autenticità. Per fare questo bisogna pensare a ciò che prima o poi ci capiterà inevitabilmente, cioè il venire della morte. L’EVENTO  della morte è certo e per tutti, quindi a tutti deve interessare. Bisogna prepararsi a  questo passo. Anticipare la morte non perché ci interessa o si desidera  morire ma perché  ce ne prendiamo carico, con consapevolezza. Non possiamo vivere la vita degli altri. Bisogna quindi rivenire nel senso di riappropiarci  del nostro passato, delle nostre radici. Per compiere l’advenire, quello che sarà.

Prendere  il mio passato e  rilanciarlo  nel futuro. Questo bisogna fare, dice il filosofo.

Tutto questo discorso parla di Essere e tempo. L’essere si compie nel tempo. Ma quale essere? Quale uomo? Cosa può arrivare a fare l’uomo dell’uomo quando arriva ad avere disponibili strumenti tecnici inimmaginabili? E quando si elegge a demiurgo del tempo e della vita?

Il periodo ontologico

Nel secondo periodo   Heidegger   riflette  sull’essere e sul  suo valore ontologico. L’essere è il fondamento dell’ente, e finisce per  scadere sul livello dell’ente, ossia non è l’ente che viene alzato all’essere, ma il contrario. Accade l’ENTIFICAZIONE  dell’essere. Da Platone in poi la metafisica ha compiuto questo errore.

Per Heidegger  invece l’Essere è DISVELAMENTO (il Velo di Maia di Schopenhauer).  L’essere è un orizzonte che si apre e che nasconde se stesso.

L’essere è un sole che sta alle nostre spalle, vediamo l’orizzonte davanti a noi ma non vediamo il sole dietro di noi.  Il sole si nasconde. Non possiamo vederlo in volto.

Ossia siamo vicini, partecipi, ma profondamente diversi. L’uomo  non può pensare di potere possedere l’essere. L’uomo non può compiere questo atto di superbia.

Dire Amo Dio e Dio mi ama è un errore che mi fa credere di possedere Dio.

Invece l’Essere è sopra di me, è più alto di me, è oltre me. Ma mi contiene,  io sono dentro  di lui. L’essere si nega per non finire nelle mani degli uomini.

E’ un passaggio complicato da riflettere con molta molta calma. E’ un pensiero che nasce dal sentimento dell’angoscia, la stessa angoscia di Kierkegaard.

La metafisica  ha sempre dimenticato questa DISPARITA’   tra luce e corpo illuminato. Aveva saputo farlo bene la teologia.  Che però era stata allontanata dalla metafisica. Rigettata nella non scienza. Declassificata a superstizione o oppio dei popoli (e qui si confonde la teologia con la religione umanizzata).

Il culmine di questa metafisica sbagliata è stato prima Hegel e poi Nietzsche, da prospettive diverse. Entrambi hanno obliato l’essere, riducendo l’essere all’uomo (Hegel)  ed elevando l’uomo all’essere (Nietzsche). Questo è quello che fa anche   la tecnologia che sopravanza l’uomo ed il suo bisogno, ridotto in poltiglia, di autenticità.

Heidegger cerca di dare le sue risposte al dominio del nichilismo. Il suo filosofare ritorna ad essere ALTO come la filosofia non lo era più da molto tempo. Le critiche del neopositivismo rivolte al filosofo non riescono a smantellare le ragioni logiche di questa ricerca, che lo stesso Wittgenstein  (neo positivista e grande logico del linguaggio) riconosce nelle loro sostanzialità.

Heidegger  è quel filosofo dell’etica  con l’attenzione alla storia, e quindi con l’attenzione alla politica,  che è il luogo della maggiore caduta.  Bisogna ripartire dall’essere in se stesso,  l’essere  che  c’è, che  si da e si nasconde nello stesso tempo. Dio  non è stato ucciso. E’ lui che si nega  (Kierkegaard).

E l’UOMO  DEVE FAR ESSERE L’ESSERE.  Questo è il suo compito.

L’uomo deve diventare la voce dell’essere, perché   l’essere ci chiama, ci parla.  L’uomo appartiene all’essere, ma non lo sa o se ne dimentica (Socrate e Platone).

Questo è il compito della POESIA la poesia è la casa dell’essere, il poeta è il pastore dell’essere. Il linguaggio del poeta è misterioso, dice e non dice, riesce a dire senza disvelarsi totalmente. Come fa l’arte. Come fa  Dio.

Dio si da ma l’uomo deve cogliere Dio che si da. Altrimenti Dio si da per nulla.

Questo Dio che si da e subito dopo si nasconde perché non vuole essere confuso con un altro qualunque, deve essere ciò su cui riflettere.

La frase finale della vita  di Heidegger  che dice “Ormai solo un Dio ci può salvare”  ribadisce questo concetto, l’impossibilità dell’uomo e la potenzialità dell’essere, così diversi ma così fatti l’uno per l’altro.

Anche H sostiene che i poeti sono pochi e gli uomini sono tanti, ma poi aggiunge che l’educazione può arrivare là dove le competenze sono limitate, come dire, immagina un futuro migliorabile dove tutti potenzialmente potranno accedere alla verità che è verità per tutti.

 

 

 

 

Nietzsche

Nietzsche è l’anello di arrivo di questo discorso intorno ai grandi della filosofia.

Si era partiti con Platone ed Aristotele, due maestri  antichi che a nessuno verrebbe in mente di definire sbagliati o mancanti.  Quindi abbiamo visto  Cartesio, Kant ed Hegel, tre capisaldi dello sviluppo della speculazione filosofica moderna, che a nessuno verrebbe in mente di giudicare come ideologici, proprio loro che si prefiggono di gettare alle ortiche i dogmi, le costruzioni mentali prive di fondamento ed  infine  ogni forma di sapere dilettantistico.

Ecco che invece arriva questo pensatore antisistemico, vitalistico ed irrazionalista, che non ragiona per schemi  dati per amovibili,  ma per intuizione,  che si prende l’onere e l’onore di dire al mondo “La filosofia fino ad oggi  è stata solo  menzogna, il vero pensiero  è un’altra cosa, ha un’altra funzione, che non è quella teoretica od etica, gnoseologica o logica, bensì quella pulsionale dell’essere umano  in quanto essere libero, creativo, ardente, imprevedibile, vitale  e  signore di se stesso.”

Secondo Nietzsche  Socrate è responsabile di avere  ucciso il pensiero imprigionandolo dentro le briglie della Ragione, avrebbe  ucciso la vita,  identificandola  nell’idea unica di Verità, e tutti addosso alle presunte false verità, alla negazione del vero possibile, che è come dire a chi si impegna di ricercare la sua strada    che non  esiste  la certezza di nulla, che tutti alla fine si porta una maschera, perché la vita stessa è imprevedibilità, necessità di capirsi  noi stessi, è bisogno istintivo e inconscio, è  ricerca del sublime, di quello che il filosofo arriverà a chiamare l’uomo nuovo. Anticipa  per certi aspetti  Freud, che infatti sarà  come lui il terzo autore del sospetto.  Ma andiamo per gradi.

La lettura del “Mondo come volontà e rappresentazione” gli apre gli occhi. Schopenhauer gli fa capire che  non esistono schemi   immodificabili e sovrani, ma solo sovrastrutture determinate da chi le seleziona  o le costruisce, che si impongono per luoghi comuni e per tradizione, per interessi di parte e per convenzioni.  La realtà è interpretabile, può assumere molti aspetti, dipende dall’angolatura da  cui si guarda.  Queste sovrastrutture, continua Nietzsche, (la parola sovrastruttura era stata  decodificata soprattutto da Marx, che è il primo  autore del sospetto),  ci vogliono solo tenere legati ad un’idea dominante di Verità, e questo non va bene perché in questo modo non ci diciamo come stanno veramente le cose, cadiamo nell’inganno   e per l’appunto nell’ennesima ideologia mascherata di rivelazione. Quello che il filosofo del nihilismo  non fa proprio  del suo maestro, è l’ idea di  astensione dalla vita, con l’invito a praticare o l’arte, o la compassione, o il nirvana, le tre uniche attività che non possono causare danni  irreparabili. Non si deve, invece, fuggire dal problema, ma affrontarlo.

La  sua  prima  opera, La nascita della tragedia,      è  la critica a tutto questo. Oltre alla visione apollinea della vita che ricerca l’armonia esiste la visione dionisiaca che ricerca l’esplosione di ogni slancio che possa apportare il proprio contributo  innovativo  allo scenario del mondo.

Segue “Considerazioni inattuali” che sono la sua critica alla Storia vista come un inarrestabile progresso, un’eredità che ci sta addosso come una condanna, secondo l’idea lineare del tempo, che invece è circolare, cioè è un eterno ritorno di fatti, dei quali  dobbiamo farci carico in un senso innovativo, accettando la natura umana per quello che è, una natura finita ma fatta per l’infinito, quindi accettando il rischio.  Dentro il gioco della vita  non c’è nessun Dio che può venire in nostro soccorso (quando  c’era lo abbiamo messo in croce), né alcuna Legge  che possa salvarci  dal non cadere in qualche baratro (Kant si illudeva). C’è solo la nostra volontà di potenza, che ci chiede d’essere rispettata e non mortificata.

Per comprendere   meglio sarebbe utile sostituire la parola potenza con la parola vita.  La potenza  ci fa subito pensare alla violenza, alla sopraffazione, che è quello che ha fatto il nazismo  che  non è per nulla una creazione imputabile  a Nietzsche.  Forte invece   l’ anti hegelismo  del pensatore  che aveva fatto della Storia la sola ragion d’essere. E’ chiaro il rovesciamento dei valori: là dominava lo spirito assoluto, qui domina il soggetto; là dominava la dialettica, qui domina l’atto creativo e singolare, capace di spezzare ogni schema, di rigenerarsi,  di modificare il corso degli eventi affatto ineluttabili.

E infatti la storiografia dopo di N.  diventa critica verso se stessa, diventa Monumentale, ossia fatta  di grandi personalità singolari  più che di lunghi periodi storici incasellati.

L’opera successiva del pensatore sarà “Umano troppo umano“. E’ il testo che continua  la pars destruens del filosofo verso tutta la metafisica precedente. Dopo avere criticato Hegel, Socrate e lo stesso illuminismo che aveva deificato la Ragione, adesso critica  specificatamente   la metafisica  artistica (Schopenhauer),  etica (Kant)  e religiosa,  che hanno   cercato di creare ideali che non esistono nella realtà. Non esiste l’uomo artista e sognatore,  che cerca di controllarsi  o illuminato, che si eleva alla santità  (se non in casi eccezionali);  esiste solo l’uomo egoista che tende alla sopraffazione dell’altro. Contro questo scenario il filosofo deve offrire se stesso come colui che è chiamato ad essere aristocraticamente distaccato. Sarebbe lui stesso questo filosofo, il veggente che precorre il tempo che deve ancora venire, e che porta il peso della solitudine. Si parla di veggenza perchè N. ha la forza di prevedere il futuro, ma non è una previsione illogica e irrazionale, è un calcolo intuitivo che ha i suoi fondamenti.

Il linguaggio comincia a diventare aforistico, enigmatico,  tipico di una filosofia  irrazionalista che si prefigge di mettere a tacere la ridicola presunzione della Ragione. Per irrazionalismo non si vuole intendere qualcosa di non ragionevole, ma qualcosa che viene letto tra le righe, tra i non detti, tra i non messi a fuoco,  ma che già appartengono alla vita nella sua totalità.

Seguono “Aurora” e la “Gaia scienza” che concludono la pars destruens  del suo pensiero, detta anche Filosofia del mattino. E’ qui che si cita la famosa frase che proclama la morte di Dio. E’ l’uomo che ha ucciso Dio ed ora è rimasto solo, quindi abbandonato a se stesso nel nulla. Da qui la parola Nichilismo che era già stata utilizzata da Dostoevskij, Stirner e Turgenev. Il nichilismo non l’ha inventato lui.   Anzi,  è una parola che compare nella Bibbia,  anche se sotto forma diversa.  Il filosofo non fa che  TRASVALUTARLA, ossia la recupera e la fa propria. Passa da un nichilismo passivo ad un nichilismo attivo.  Se i valori sono morti, non rimane che inventarne di nuovi, ricominciare da questa caduta per dare inizio ad una nuova era. Ecco l’inizio teoretico del Superuomo  che però è stato già definito da Vattimo  Oltre uomo, per non confonderlo con il superomismo d’annunziano e fascista.

Si arriva a “Così parlò Zarathustra” che parla di ETERNO RITORNO, UOMO NUOVO e VOLONTA’ DI POTENZA/VITA. Concetti già introdotti ma che approfondiamo.

Letteralmente l’eterno ritorno è il ripetersi della propria vita all’infinito, istante dopo istante, nel senso che se si dovesse rinascere si finirebbe per rifare le stesse scelte. Non c’è passato presente e futuro, il Cristianesimo non  attende l’avvento di Dio, la Storia non attende il compimento dello Spirito, il Comunismo non accadrà quando sarà tempo che accada. Ci sono solo i singoli e la loro piccola grande storia assoluta.

L’eterno ritorno  è quindi un modo per invogliare le persone  a scegliere bene, dando peso ad ogni istante, perché  non ci sono due possibilità,  ma una sola imperdibile   occasione. Il cogli l’attimo, insomma.

Per fare questo ci vuole un Oltre uomo, l’uomo nuovo,  e ci vuole Volontà di potenza, che preferisco chiamare volontà di  vita,  ossia la capacità creativa, virile e coraggiosa   di affrontare l’esistenza.  Questa è l’etica di Nietzsche e la sua pars costruens.  Un’etica nuova nel mare aperto del cosmo.

Non esistono legami, fatti incatenanti, ma solo capacità interpretative del presente.  Ecco l’originalità, ecco la forza espressa  in termini completamente innovativi e senza dubbio destabilizzanti.

Il pastorello si salva dal nulla  mordendo la testa al serpente che vuole intrappolarlo.  E’ l’immagine simbolica che il filosofo  utilizza dentro il testo.

E’  anche vero che a questo punto il pensiero di Nietzsche raggiunge l’apice del suo essere critico. L’obiettivo principe che N.   vuole distruggere è Hegel  e tutto il suo sistema. E’ Hegel  tutto quello che deve essere superato (più che Kant, più che Rousseau, più che Schopenhauer). E  il mondo intorno a lui è tutto hegeliano, è assolutamente hegeliano. Come fare?  Come uscirne? Come preparare il mondo al cambiamento?

Si può immaginare la totale solitudine di Nietzsche, solitudine filosofica e solitudine umana, che diventerà assoluta con la veniente malattia che lo travolgerà.

L’eredità che lascia è questa solitudine. Davanti alla vita ognuno di noi è solo con se stesso. Non c’è Stato, non c’è Chiesa, non c’è Legge che ci possa dare ancoraggi.  Nietzsche aveva previsto il crollo della civiltà, una società destinata al tramonto,  e così è stato con l’avvento dei totalitarismi e delle pagine più orride che l’umanità si sia mai trovata a vivere.

Il suo pensiero si chiude con una rinnovata  critica al cristianesimo (di cui salva solo la figura di Gesù, che per lui è un Profeta che nessuno però ha capito), perché è definita la morale del  risentimento.   I deboli si prendono la rivincita sui forti, ricorrono  alla religione  per giustificare le loro incapacità a vivere  e per confortare la loro sofferenza   con l’idea della vita futura dove loro saranno premiati contro gli altri che saranno condannati alle loro colpe. Questa è una religione che condanna al dolore, alla rassegnazione,  che condanna all’immobilismo, dove   non c’è nessuna possibilità di autentica  gioia.

Di pari veduta era stato Spinoza, che infatti è un filosofo ammirato da Nietzsche, insieme ad Eraclito.

A questo punto del discorso  diventa  opportuno  riprendere il tema dell’Essere, per valutarne l’effettiva inutilità o l’effettiva morte.

Non si può fare questa riflessione  senza ripartire da Heidegger, il successivo grande del pensiero, che ci rimanda ad Husserl, definito da Cacciari il solo vero filosofo del 900.

Kant ed Hegel

Kant passa alla storia come il filosofo che prende coscienza del limite, di quello che sveglia la filosofia da un sonno dogmatico che evidentemente il genio di Cartesio non aveva contribuito a risolvere veramente. Lui ci dice  che esiste il FENOMENO ed il NOUMENO (le vecchie res cogitans e res extensa di Descartes) di cui il fenomeno può essere indagato con le categorie dell’intelletto ma del noumeno, che non è esperibile e verificabile, non si può dire nulla. Fin qui nulla di nuovo.

Il salto di qualità che lui dichiara possibile grazie alla filosofia di Hume che aveva radicalizzato la filosofia di Locke, è la CRITICA che lui muove al positivismo  e all’illuminismo che si stavano già illudendo d’essere inarrestabili nel loro  progresso e di essere auto-bastanti. Nell’atto del conoscere non conta tanto l’esperienza quanto gli strumenti interni l’atto del conoscere che permettono questo avvenimento. Questi strumenti si chiamano SPAZIO E TEMPO, che sono intuizioni pure, esattamente come il cogico ergo sum cartesiano, cioè auto-evidenti. Tutto ciò che si conosce accade in uno spazio e in un tempo. E le domande di partenza di Kant sono quattro: come è possibile la matematica pura, come è possibile la fisica pura, come è possibile la metafisica come bisogno, come è possibile la metafisica come scienza.

Risposte: la matematica pura esiste come astrazione, con cui l’uomo misura la realtà, come dire, è un linguaggio universale che la ragione applica al conoscibile. La fisica è il luogo naturale  dove la matematica viene applicata. La metafisica è dentro l’uomo che si pone naturalmente domande volte verso l’infinito. Però non è una scienza, è un tendere verso. Per primo dice che c’è qualcosa che si chiama scienza e qualcosa che si chiama metafisica, cioè non scienza.

Le sue opere portano sempre la parola CRITICA, per sottolineare che la filosofia è per natura indagatoria, dubbiosa, e nello stesso tempo metodica, sistematica. C’è molto Cartesio in tutto questo. Critica della Ragion pura (Conoscenza)  che diventa Critica della Ragion pratica (Etica). Poi diventa Critica del giudizio (Estetica) con l’idea del bello, l’impulso creativo. Infine l’idea politica fondamentalmente liberale  che aspira alla pace tra tutti i popoli.

Viene fuori l’anima di Kant, il suo pallino fisso non è la Fisica e il fenomeno, che lascia agli scienziati, ma la Metafisica con il noumeno, il solo  vero campo che spetta alla filosofia. Cartesio lo aveva trascurato. Ecco che l’io penso statico qui diventa l’io penso dinamico.

Dalle quattro domande iniziali Kant arriva alle quattro domande finali   ossia il che cosa posso sapere, che cosa devo fare, che cosa posso sperare, che cos’è l’uomo. Nessuno filosofo non mistico si era posto queste domande prima di Kant. Il filosofo  vuole porre la questione etica in quanto uomo e non in quanto credente o religioso. Lui dice: “Non devo per forza appartenere ad una religione per aspirare di comportarmi in maniera etica, devo invece potere aspirare d’essere un uomo giusto solo e proprio in quanto uomo”

Tombola. Kant aveva già capito tutto. Le religioni sono scelte personali dei singoli, ma la Giustizia è una necessità antropologica dei popoli. Le religioni sono atti di fede (se vissute correttamente) ma il rispetto della Legge e la ricerca del Bene è già dentro ogni uomo che aspiri a definirsi tale.

Non può essere imposta dall’esterno, nessuna legge mi può obbligare a comportarmi bene, però può e deve essere voluta dal singolo, se vuole vivere in pace con se stesso e gli altri. Ecco che Kant arriva ai tre Imperativi o Regole universali che dicono: Agisci come se tutti fossero come te, Agisci come se ogni persona fosse un fine e non solo un mezzo, Agisci liberamente nel rispetto del mondo.

Insomma, un pò come la regola cristiana del non fare agli altri quello che non vorresti facessero a te. Ma la genialata di Kant è che lui dice che non c’è bisogno di appartenere ad una religione per essere corretti, sei TU in quanto essere umano che devi sapere quel che è giusto fare.

I suoi diretti ispiratori sono Rousseau e Voltaire, che gli avevano aperto la strada del romanticismo come pensiero rivoluzionario e volto al compimento della felicità.

Ma quale felicità? Non certo quella degli sciocchi o degli illusi. La felicità è una cosa seria che può richiedere molta molta fatica, e non è per nulla spontanea.

Per Kant Dio non può essere dimostrato, ma solo sperato/desiderato. Se Dio fosse dimostrabile, l’uomo sarebbe condannato a comportarsi bene e non sarebbe più libero. La libertà sta proprio nel diritto di scegliere  (Pascal avrebbe detto di scommettere); se poi dopo la morte si dovesse scoprire che Dio esiste, tanto meglio, tutto di guadagnato. Ma Dio deve rimanere un dubbio fino alla fine. Almeno per l’agnostico.

Sulla sua tomba volle che fosse scritto “Ho vissuto con la legge morale dentro di me ed il cielo stellato fuori di me”, come dire “Ho vissuto in pace”.

Cosa aggiungere? Kant amava la vita ed amava il suo lavoro, amava l’ordine che è il luogo naturale della pace, amava la pratica del Bene e potersi definire una brava persona.

Dopo di lui arriva Hegel, di tutt’altra pasta e formazione, ma che rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia. Hai voglia di superare i dualismi, le contraddizioni,  ma alla fine è sempre con il diverso  che si deve andare a fare i conti.

Hegel è noto per essere stato un pensatore difficile da seguire, perchè ha l’ambizione di porsi come il fondatore della VERA FILOSOFIA. Ambizione non da ridere, si potrebbe dire.

Per ogni branca del sapere lui ha la pretesa di dire la sua, mette tutto lo scibile dentro un MACRO SISTEMA che tutto comprende, e lo fa attraverso qualcosa che lui chiama DIALETTICA.

Il suo ispiratore è Fichte, che già aveva parlato di tesi, antitesi e sintesi, ma Hegel la porta al suo massimo livello. Esporre Hegel nel suo compendio non è il mio scopo, non lo si fa nemmeno a scuola e poi non vorrei fare addormentare il lettore;  il mio scopo è fare capire perché Hegel è diventato parte integrante del nostro mondo tanto che ancora oggi si parla di scuole hegeliane e di visione hegeliana del mondo.

La genialata di Hegel (e che  fortuna che esistono i geni) è che praticamente lui ci dice: ciò che conta della conoscenza non è capire le singole cose, ma capire il sistema, il tutto, dentro il quale le singole cose divengono (ricorda Eraclito). Tutto è un processo, una lotta, uno scontro, perché il soggetto si misura con gli oggetti o soggetti altri e deve arrivare ad un’intesa. Facile ravvedere nel soggetto la tesi (momento dello spirito soggettivo, della propria volontà), nell’oggetto l’antitesi (momento dello spirito oggettivo,  della negazione, dell’alienazione), e nell’accordo finale la sintesi  (momento dello spirito assoluto). Questo cammino accade nella famiglia come accade nello Stato che non è che una grande famiglia. Ci sono le regole e bisogna rispettarle in quanto esseri razionali (lo diceva anche Kant). A tutto questo  Hegel  infine  conferisce il nome di STORIA, che è il compimento dello spirito assoluto.

Nella storia accade quel che deve accadere, ossia è sempre il più forte che avanza, che altrimenti perderebbe. La storia quindi progredisce anche quando non sembrerebbe, anche quando il costo di questo progresso appare alto e privo di senso. Ogni uomo è una pedina in mano a un GARANTE  che è lo STATO, uno Stato forte, sovrano, etico, cioè perfetto, anche se è fallibile. Locke e Hobbes vengono buttati nel cestino, loro parlavano di discutere o di accettare contratti, qui invece c’è la complessa MACCHINA GOVERNATIVA  che procede da se stessa, grazie alla sua forza che è la BUROCRAZIA,  senza bisogno di consenso.

La vita va guardata da questa angolatura, dall’alto. I minuscoli operai che si animano nella fatica di vivere non hanno valore in sé, nessuno si ricorderà di loro nel tempo; sono solo i grandi uomini, i condottieri, che la storia ricorderà e celebrerà, perché nei capi lo spirito assoluto si compie.

Tutti abbiamo lo scopo di servire la realizzazione dello spirito assoluto, e questo è di per sé  degno d’essere vissuto.  Quindi il RAZIONALE E’ IL REALE.

Senza rendersene conto Hegel pone le premesse dei totalitarismi che esploderanno nel 900.

Nessuno se ne accorge subito, tranne uno, Schopenhauer, il maestro di Nietzsche, che infatti lo critica e gli dà del ciarlatano.

Mentre  Hegel insegna all’Università il mondo si sente tutto hegeliano. Tutti si riconoscono in questo pensatore che entra nel vivo della vita reale, mentre le lezioni di Schopenhauer vanno deserte; Hegel piace, convince, conquista, perché entra  nel vivo della politica cioè della vita reale, fa della filosofia uno strumento di organicità,  mette il pensiero ad una finalità pratica,  non parla più solo di essere e non essere, di come si conosce e come può essere dimostrata l’esistenza di Dio, di cosa sia il sommo bene  e come si possa realizzarlo, in quanto  parla di tutto tutto tutto  questo e lo mette dentro un sistema.

Come Kant mette la religione sotto la filosofia, in quanto la religione è un atto di fede, ma la filosofia è un atto di ragione. E ciò che conta è sapere d’essere dalla parte della RAGIONE.

Poi c’è posto anche per la religione, ovviamente, che naturalmente fa parte della DIALETTICA che tutto include, non lascia fuori nulla, non trascura nessun passaggio del complicatissimo e articolatissimo impianto globale. Hegel non vuole certo farsi trovare impreparato.

La logica è sempre la stessa, tutto viene inglobato e superato. In altre parole, Napoleone doveva vincere fino a che il suo spirito avesse esaurito il suo compito, Gesù doveva morire per diventare  un segno  di  superamento della morte, la Germania era chiamata a diventare una Nazione che sarebbe stata    celebrata per la sua forza che gli altri popoli non avevano,  e via di questo passo…

Si parla di GIUSTIFICAZIONISMO   della storia. Mentre Platone spese la vita per mettere i filosofi a capo della politica, Hegel spende la vita a mettere la politica a capo della filosofia. Il cerchio si chiude.

Adesso capite perché si dice che dopo Hegel siamo diventati tutti hegeliani? Questo pensatore cercando di portare la filosofia al suo massimo sviluppo, ha però contestualmente inferto alla stessa un colpo mortale dal quale  è difficile trovare vie di ripresa.

Questa ricerca di una filosofia nuova e diversa, pura e rigenerante, ancora capace di sognare/creare senza però illudersi,  arriverà con Nietzsche, appunto. E non saranno fiori senza spine.

Questo sarà il tema del prossimo articolo.

I grandi del pensiero

Avremo già sentito dire che dopotutto sono solo una manciata di uomini che hanno contribuito a costruire la storia del pensiero. Per  semplificazione di orientamento mi riferisco alla filosofia  così come la studiamo a scuola, nel nostro mondo occidentale, tralasciando il mondo orientale per cui si dovrebbero avere delle competenze che le Università nazionali  non forniscono per nulla.

I cinque grandi potrebbero venire individuati in questi emeriti, ossia Platone, Aristotele, Cartesio, Kant ed  Hegel.  Sono assolutamente certa su questi nomi,  non certissima  del fatto  di tenere  Nietzsche  fuori dal pugno,  ma  insisto nel volerlo considerare di certo  il sesto uomo inseribile  tra i grandi che ci hanno obbligato a guardare alla vita  con uno spirito nuovo, se non fosse per il fatto che la filosofia non si è fermata ad Hegel, anche se lui lo avrebbe voluto.

Volutamente ho escluso nella  classificazione  i pensatori religiosi o dal forte orientamento religioso, che più  che filosofi potremmo considerarli Padri dell’umanesimo, e quindi meritano di venire trattati più come  mistici  che come pensatori in senso  stretto.  Mi riferisco ovviamente a Pascal, Vico, Rousseau (che non è un mistico ma un grande umanista), Kierkegaard, Schopenhauer e forse ancora qualcuno. Ho escluso anche Marx e Freud che sono sì considerabili dei geni, ma  speciali e da trattarsi separatamente.

Platone deve tutto a Socrate, il suo maestro, non che iniziatore stesso della Filosofia come Scienza propria ed autonoma. Platone elegge Socrate a martire della verità, e supera lo stesso passando da una vita romantica e leggendaria, allergica  alla monotonia, verso un vita pronta  ad assumersi tutte le necessarie responsabilità. Da qui la fondazione dell’ACCADEMIA, il dedicarsi all’insegnamento, che in quanto tale si pone il fine di formare uomini giusti, i soli meritevoli di venire messi al governo di una polis.  Ecco la Repubblica, il primo testo politico della storia, che Platone cerco di concretizzare pur riuscendoci,  ma causandosi un’infinità di nemici.

Platone capisce che è l’Idea ad avere un valore, che è l’Idea a permettere agli uomini di capirsi e di evolversi, e che questa Idea è in se perfetta ed eterna, preesistente alla vita stessa che invece è in sè precaria e incerta. Conoscere è un RICORDARE, dice Platone, ricordare quello che il mito di Er spiega con la narrazione della biga alata che viaggiando per il cosmo iperuranico  incontra le Idee.

Conoscere è anche liberarsi dal pregiudizio, dalle false verità, dagli idoli, dalle apparenze, ma è anche un diventare adulti, capire che spesso si può rimanere soli, e che proprio per il nostro volere essere giusti  si può finire accusati dei più orribili delitti. Il mito della caverna lo insegna perfettamente.

Aristotele segue subito Platone, suo maestro, ma se ne distingue, poiché  mentre il primo si era occupato  dell’idea, del mondo invisibile,   lui invece si vuole occupare della realtà, del mondo visibile. Non rinnega i grandi sommi insegnamenti platonici,  ma proprio perché li rispetta si rende conto di dovere/potere  parlare di quelle cose che Platone aveva trascurato.

Ecco che con Aristotele la filosofia sposa la SCIENZA, cioè l’indagine dei fatti, dei fenomeni, che possono venire compresi grazie alla LOGICA, cioè all’uso del linguaggio che è quell’arte tutta razionale di mettere insieme nomi che vanno a formare frasi di senso compiuto.

Si può subito ben capire quanto questi due grandi abbiano posto le basi di un cammino che non si è più arrestato. Ancora oggi sono di uso comune termini come platonismo e neo platonismo. Ancora oggi sono di uso comune termini come aristotelismo e razionalismo legati all’empirismo e al positivismo.

Tutto rimane  più o meno così  fino a che arriva un signore  che  non si accontenta più  dei soliti schemi, che nel frattempo si erano andati complicando e smarrendo.  Sente il bisogno di voltare pagina, facendosi delle domande scomode. Si chiede fondamentalmente su cosa si appoggia il sapere. Il suo dubbio fondatore è questo: e se invece ci fossimo sempre sbagliati? e se ci fosse un essere maligno che mi ha sempre fatto credere che due più due fa quattro, ma invece non è vero? e se io fossi un sogno? Io chi sono? sono sveglio o sto immaginando?…

Questo signore si chiamava Cartesio, usciva dagli studi gesuitici, gente pratica  che non ama raccontarsi frottole,  e arriva ad una conclusione; di tutto posso dubitare, ma non del fatto che dubito, quindi io sono il mio dubbio, ossia io ” COGITO ERGO SUM”.

Platone aveva detto “Tu sei l’Idea che ricordi e persegui”. Aristotele aveva detto “Tu sei l’unico essere razionale in grado di potere conoscere e controllare il mondo”. Adesso Cartesio ci dice “Tu sei il tuo pensiero che dubita e con esso conosci, ma solo se il tuo pensiero segue un METODO preciso, sicuro, a prova di inganno”

Non bastava dire  “Cogito, ergo sum.”, sarebbe stato troppo semplice, bisognava quindi dare delle ISTRUZIONI PER L’USO. Le quattro regole del metodo erano  chiare: dubitare, analizzare, sintetizzare, controllare di avere fatto tutto giusto. Cartesio era passato dal metodo deduttivo aristotelico al metodo induttivo.

Le critiche al metodo  sono state numerose, ma erano tutte fuori luogo. Cartesio non aveva fondato un nuovo dogma, l’ennesimo di turno; aveva osservato un’evidenza, anzi, un’auto-evidenza che in quanto tale era  INTUITIVA, IMMEDIATA, FUORI DI DUBBIO.

Insomma, il fondamento perfetto di un sapere che voleva porsi come fuori discussione.

Lui stesso capisce di avere fatto qualcosa di geniale, ed infatti dopo Cartesio siamo diventati tutti razionalisti. Lascia solo un problema aperto, ossia il dualismo tra res cogitans e res extensa.  Se io sono una res cogitans però dentro un corpo che è la mia res extensa, come si collegano le due cose? Che ruolo ha il mio corpo? E che ruolo ha la mia anima? Per Cartesio vige il meccanicismo (e non poteva essere diversamente) , ogni corpo è destinato alla fine perché è soggetto alle leggi di natura, ma prioritario è il cogito, che sopravvive alla morte essendo immateriale. E Dio? che ruolo ha Dio in tutto questo? Dio è il Bene più alto, però inconoscibile.  Di lui non si può dire nulla. Certo esiste, è lui il garante della mia ragione, che altrimenti rimarrebbe fallimentare perché dubitabile.

Bene,  più di questo Descartes  non riesce a fare. Di grande è che lui riesce a mettere la RAGIONE al centro di tutto. No ai falsi idoli, no al dogmatismo, no alla superstizione, ecc, e lo fa dandoci un metodo, cosa che prima non era mai stata fatta.

Facile dire “E che genialata sarebbe?”

Chi crea una cosa che prima non c’era e che si rivela efficace, compie un passo in avanti, questo è il punto.

Gli altri due grandi saranno due giganti, entrambi padri della modernità, al pari di Cartesio, ossia Kant ed Hegel. Ma poi arriverà Nietzsche,  che da genio fuori dal tempo, riunificherà il tempo contemporaneo che lui riesce a prevedere (essendo lui stesso figlio dell’800),  con il tempo antico che nemmeno aveva vissuto. Solo a lui è riuscita una cosa così titanica.  Ma lo vedremo dopo….