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una foto meno sgranata

Carissimi, un caro amico, Andreas Formiconi,  capitano d’impresa del gruppo   Loptis che agisce sulla rete da diversi    mesi ormai  e che mi scuso di non bazzicare da un pò di tempo, per troppo lavoro (mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa…, a proposito, dateci un’occhiata, questo blog è nato proprio a causa di questo Laboratorio permanente…),  mi ha mandato una foto di quella che vedete sulla testata di questo blog, meno sgranata di quello che io stessa avevo senza tanta preoccupazione messo in bella vista.

L’ho ringraziato, e l’ho sostituita. Sì,  non c’è dubbio,  mi appare di migliore fattura, come diremmo in gergo.

E così mi viene spontaneo, prima di andare a muovermi sui miei poveri studi  di povera insegnante, di riflettere sul grande maestro che io ho scelto a portabandiera del pensiero che pensa la scuola e che la vorrebbe migliore.

Ricordo sempre che quando sono entrata a far parte della  Scuola che funziona, a cui rimando e raccomando l’iscrizione, per chi non l’avesse ancora fatto,  ci fu un dibattito, una consultazione pubblica e condivisa, su Chi scegliere come ispiratore di questo movimento, di questo gruppo, di questa associazione di molti molti docenti ma non solo…

Milani? Montessori? Morin? Socrate? altri ancora, più recenti e meno “antichi”?

Alla fine il gruppo partecipante decise a maggioranza “Nessuno”; il movimento, se così vogliamo identificarlo,  ha intitolato se stesso a se stesso, come a dire, alla speranza di una nuova generazione di maestri, dedicati per intento e generosità, oltre che per serietà professionale,  all’essere costruttivisti, ossia per una didattica aperta, disponibile, giovane, che si interroga, che si mette in discussione, che cerca soluzioni, che ama proporre e aprire porte nuove…

Bene,  fui contenta della scelta dei più, ma personalmente, nel mio piccolissimo mondo,  io non voglio stare sola, non voglio cancellare la storia e il ricordo che si ripete, giorno dopo giorno, continuando ad essere vivo e attuale.

Amo Milani perchè  per la scuola ha fatto tutto, alla scuola ha dato se stesso, ed i giovani lo hanno capito e lo hanno scelto durante la contestazione giovanile come portabandiera dei loro desideri.

Lui, che non era nemmeno un vero insegnante.

Lui, che preparava i suoi alunni nelle fattorie di campagna e poi li mandava come privatisti nelle aule delle austere  prove d’esame, dove puntualmente venivano respinti magari per ridicoli  errori di latino o di chissà quale assurda considerazione di merito.

Potevano eccellere in tutto, risultare preparatissimi su cose che nemmeno il programma ministeriale prevedeva, ma se non sapevano “QUELLA COSA” specifica prevista dal punto b del paragrafo c,  allora no, peccato, caro Milani ti rispediamo al mittente  i  tuoi alunni di campagna, che non  hanno avuto il tempo e la possibilità di seguire i nostri corsi, le nostre lezioni, magari ingessati in bei grembiuli inamidati a dovere…

Milani ha cercato di replicare, ha cercato di dire che questa scuola uccideva se stessa ancora prima di uccidere  lo stesso diritto allo studio, ancora prima di uccidere lo stesso diritto alle pari opportunità da garantirsi per i meno fortunati.

Ma non ce l’ha fatta.

E’ stato portato sotto processo  per avere invitato alla disubbidienza, accusato di  apologia di reato, quando uscì la questione degli obiettori di coscienza; “Io, uomo e soldato di questo amato mio paese, scelgo di servirlo non abbracciando un’arma, ma abbracciando la forza del pensiero e dell’azione che ne consegue…”

“Macchè pensiero; macchè  paese amato; macchè energia della volontà costruttiva: alla guerra bisogna andare, cari uomini, se lo Stato lo richiede, e pochi fronzoli, pochi orpelli sinistrorsi   che dir si voglia, che dir si pensi…”

Ne conseguì  la morte tra i dispiaceri più oscuri,  prima di potere  sentire con le sue orecchie una qualunque immaginabile sentenza, che  da inizialmente positiva fu tramutata impietosamente  in negativa.

Così che, morendo in quel modo, un insignificante sacerdote che nemmeno era un insegnante, è entrato nella Storia della Scuola.

Portato dagli studenti a braccio nelle piazze, sopra i tetti, negli Atenei di ogni città, che hanno urlato “Noi vogliamo Milani, il nostro maestro, quello che ci ha capito, quello che ci ha difeso, quello che sapeva chi siamo e di cosa abbiamo bisogno…” E Milani non aveva fatto nè  il Tfa, nè il  Pas, nè corsi biennali speciali, nè master formativi  o altro ancora;  era, per così  dire, un cavallo di razza.

Oggi il Ministero ci riempie di circolari sul diritto allo studio, sull’elogio   all’ inclusività  e alle differenze; Milani se fosse  vivo tra noi, certo ne sarebbe sorpreso, ma soddisfatto.

Meglio tardi che mai, potremmo aggiungere.

(Che poi nel frattempo si dica una cosa per razzolarne un’altra, bè, non è che possiamo adesso pretendere miracoli, ragazzi!!!)

 

 

 

 

 

più fanno, più farebbero

I  principi della didattica  sono tanti, ma tra tutti ne prediligo tre:  il principio dell’affettività, quello della collattività  e quello della inclusività.

Ai seminari sentiamo sempre dire da eminenti burocrati che stanno dentro il sistema ma con la pretesa d’essere critici verso di esso, che  il nostro impianto teorico (quello pedagogico) è senza dubbio il più ben fatto del mondo;  ma poi ci dimostriamo nella pratica profondamente lontani dall’essere capaci di tradurlo in attività didattiche che sappiano rifletterlo.

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una catena di pensiero

Dunque, tutto si evolve nel senso che quello che scopriamo oggi dipende da quello che è stato scoperto ieri.

Nella storia della pedagogia  facciamo la conoscenza di  J. Piaget che comincia a raccontarci che il bambino apprende per stadi mentali, e che a zero  anni si comporta in una certa maniera, ma poi a due in un’altra e poi  cambiando a sei, e così  di seguito…

Ci dice in poche parole: se il suo cervello funziona così, basta fargli fare e fargli imparare secondo quello che più  si adatta alla sua fase evolutiva.

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IL SEMINARIO FAT

la didattica complessa

LA DIDATTICA COMPLESSA

il processo di certificazione

Il processo di certificazione

tu lo sai che cosa sei?

Ogni momento che viviamo è un momento nuovo e unico dell’universo, un momento che non tornerà più…
E cosa insegniamo ai nostri figli? Insegniamo loro che due più due fa quattro e che Parigi è la capitale della Francia.
Quando insegneremo loro anche che cosa sono?
Dovremmo dire loro:
“Tu lo sai che cosa sei?
 Sei una meraviglia. Sei unico.
In tutti gli anni che sono passati non c’è mai stato un altro bambino come te.
Le tue gambe, le tue braccia, le tue dita abili, il modo in cui ti muovi.
Potrai diventare uno Shakespeare, un Michelangelo, un Beethoven.
Hai le potenzialità per tutto.
Sì, sei una meraviglia.
E quando crescerai, potrai allora far del male a un altro che è, come te, una meraviglia?”
Occorre lavorare – tutti noi dobbiamo lavorare – affinché il mondo sia degno dei nostri figli.
Pablo Casals , in Chocolate Caliente para el Alma – (trad. G. Carro © 2010)