Van Gogh sulla soglia dell’eternità

L’ultimo film uscito sulla vita del celebre pittore si occupa degli ultimi anni della sua vita.

Lo stile è neorealista, usa immagini sfuocate, sghembe, con primi piano e grandi inquadrature paesaggistiche che si rincorrono. C’è  lui che si ricorda oltre che raccontarsi,  lui che dietro lo schermo nero entra nella sala del cinema  attraverso la sola voce, come se fosse presente e narrante se stesso; lui che si mette a nudo con tutte le sue fragilità, senza mai cadere nel baratro  della follia, non si capisce per quale miracolo. Se c’è un’ombra scura che lo rincorre, che lo minaccia, che lo fa sentire in pericolo, è sempre l’ombra dell’altro, di quello che non lo accetta per la sua diversità, per la sua stranezza, per la sua originalità fuori da ogni canone.

Anche dopo un secolo e più dalla sua scomparsa la sua vita torna ad essere parlata come se fosse un fatto dell’altro ieri. E’ solo del 2016 il ritrovamento di 65 disegni rinvenuti in un quaderno capomastro conservato presso una famiglia che al tempo di Van Gogh   gestiva una locanda che per un periodo   il pittore  aveva frequentato.

Molto molto molto plausibile il pensiero che siano disegni dell’ artista, ma non è questo che ci interessa.

Questo episodio alquanto curioso racconterebbe qualcosa di veritiero  della personalità dell’artista che ha vissuto una vita breve ma intensa, ricca ma travagliata, povera ma generosa, divisa tra pittura, genio, natura, attentati alla sua salute  e ricoveri psichiatrici cautelativi.

Proprio quando il suo valore straordinario cominciava a venire riconosciuto, un giovane teppista lo aggredisce con un colpo di pistola in pieno ventre, sparato a distanza ravvicinata. Vincent cerca di chiedere aiuto, corre dall’amico medico che lo soccorre,  ma solo per poterlo mettere dentro un letto dove morirà poco dopo.

L’amico dottore,  forse incontrato troppo tardi, gli chiede che cosa fosse successo, se avesse mai posseduto un’arma. Il pittore risponde che non aveva mai posseduto nessuna pistola. Però non dice nulla dell’aggressione subita, come se fosse stato un dettaglio irrilevante, come se non gli importasse di trovare giustizia, di denunciare il colpevole.

Era da poco stato rimesso in libertà, dimesso dalla struttura psichiatrica dove era stato assistito insieme ai vari veri o presunti  malati di mente, gente esiliata nel mondo dei pazzi e tenuta sotto controllo legata dentro camici di forza…

Prima di riacquistare la porta della libertà (e dopo un tentativo di fuga finito male…),  il suo pensieroso  inquisitore lo sottopone ad una serie di domande, le cui risposte avrebbero dato il peso della sua presunta pericolosità sociale.

Il prete mandato allo scopo cerca di indagare  il suo animo, i suoi sentimenti, il suo stato mentale, e gli domanda come si sentisse, che cosa avesse desiderato, che cosa si aspettava che gli altri facessero per lui, che cosa si considerasse di avere fatto, e chiede anche spiegazioni sul suo genere di pittura, per lo più poco disarmonico e diverso dai generi diffusi.

Van Gogh risponde senza indugi e senza squilibri, fornisce di sè un quadro lucido e dettagliato, spiega di sentirsi stato chiamato ad una missione, quello di far vedere al mondo cose della natura come Dio l’aveva creata e  che solo lui vedeva e che solo lui poteva spiegare.

La natura gli parlava e lui semplicemente la dipingeva come la vedeva. Lui stesso era i suoi quadri, senza la sua opera sarebbe stato nessuno, senza i suoi colori si sarebbe veramente perso e sarebbe veramente diventato pazzo.

Lui, figlio di un pastore, ben conosceva il Vangelo e la storia di Cristo che viene mandato a morire al posto di Barabba. Si paragona a Gesù, che muore disconosciuto e incompreso, per ritornare al mondo dopo la morte con tutta la sua immensa immortale celebrità.

Si paragona a Gesù non per presunzione, ma perchè il prete gli chiede se lui fosse riuscito a vendere i suoi quadri, e lui risponde di no, ma che non per questo essi non avessero un valore…

Si proclama davanti al prete come un uomo giusto, che non aveva fatto del male a nessuno, e che semplicemente era nato in un tempo che non era stato in grado di apprezzarlo.

La sua pittura sarebbe stata capita da uomini che ancora dovevano nascere e allora sì che anche lui sarebbe entrato nell’eternità del tempo, nella gloria dei grandi.

Persino il suo migliore ed unico amico, l’artista Paul Gauguin, non aveva capito il suo stile; prima di lasciarlo per Parigi e per altri mondi esotici,  dove avrebbe avuto una vita   riconosciuta, divertente e  dissoluta, cerca di dargli dei  buoni consigli. Secondo Gauguin  Vincent usava troppo colore, dipingeva troppo in fretta, dipingeva troppo all’esterno, dipingeva troppo copiando…

Gli diceva qualcosa del tipo “La tua pittura sembra più una scultura…” e anche “Non dipingere quello che vedi, vai oltre…”  e anche   “Vattene via da un posto dove nessuno ti vuole, gente zotica e ignorante che ti fa solo del  male..”

Van Gogh rispondeva “Ma io non copio, prendo l’ispirazione e poi dipingo quello che è nella mia testa, cioè la natura come io la vedo…”

Per il dispiacere di perdere il compagno della sua solitudine, si taglia un orecchio e glielo vuole fare recapitare in dono. Un gesto assurdo, incomprensibile, allucinato, addirittura messo in discussione, che però  lo porta all’attenzione di un medico che gli consiglia di ricoverarsi in una struttura che lo avrebbe curato e guidato verso la guarigione dei suoi deliri notturni.

La verità era che in 80 giorni Van Gogh era riuscito a dipingere 75 opere, praticamente non aveva smesso di tenere in mano i pennelli per tutto il tempo del giorno e della notte, e questo basterebbe a stroncare anche un elefante o un energumeno dal peso doppio dell’esile pittore.

La verità era che nessuno poteva capire il senso di disperazione di Vincent che si trova abbandonato dall’unico amico avesse dimostrato di riconoscere la sua esistenza, a parte suo fratello che però viveva lontano ed una vita borghese, lontano dal suo mondo.

La verità era che il male non stava in Vincent ma intorno a lui,  in quelle mani squilibrate che gli metteranno un proiettile dentro la pancia in maniera vigliacca e delinquenziale…

Van Gogh è uno spirito libero, si fida e si affida al suo sentimento, al suo spirito buono che scrive in violetto con il rosso su uno sfondo giallo….Il giallo come il colore preferito di Vincent, e il rosso come il colore preferito di Gauguin.

Ma poi l’artista  è soprattutto un diverso, anche e soprattutto dall’amico.  Il suo compagno faceva arte senza consumarsi in essa, Van Gogh all’arte dà tutto se stesso. Si consuma negli alberi che attraversa, nel profumo del vento che lo accarezza, nei volti dei girasoli che gli tengono compagnia, nella profondità del cielo a mezzogiorno, e nella profondità del cielo a mezzanotte, abitato da stelle lucenti e sospiri di angeli che gli volano intorno.  Ora più angeli, ora più demoni…

Il nostro celebre pittore era un uomo povero davvero, povero di denaro, povero di amici, povero di compagnia femminile, povero di avidità, povero di arguzia,povero di cose,  ma era ricco di talento, di gioia di vivere, di voglia di donare alla vita la sua arte, il suo dono speciale, vivo, indiscusso, certo e misterioso.

La scena finale del film si chiude su Van Gogh deposto come addormentato nella bara, circondato dalle sue opere che cominciano ad essere comprate  dalla gente, forse per un atto di pietà, forse per un atto di cortesia, forse per un atto di calcolo commerciale.

Van Gogh ha gli occhi chiusi, la bocca strozzata, il cuore fermo, le mani immobili, eppure è come se lui non fosse morto steso sul tavolaccio della sua estrema  deposizione.

Io lo vedo finalmente  danzare, sorridere, ringraziare, lo sento cantare, suonare, gioire…