Lettere da Berlino

Lettere da Berlino si ispira ad una storia vera. Nulla è lasciato alla fantasia, se non l’arte del mettere in scena episodi di vita vissuta.

Racconta di una coppia di tedeschi che perde l’unico figlio mandato in guerra durante l’occupazione  di Parigi, dove trova la morte.

Questo lutto inaccettabile   perchè ritenuto assurdo apre gli occhi alla madre e al padre  del giovane, genitori prima sottomessi come un’intera nazione alla dittatura del Fuhrer, e poi decisi a ribellarvisi con tutte le loro forze, seppur in maniera necessariamente nascosta.

Decidono di cominciare a scrivere cartoline  anonime di dissenso contro il regime, che vengono lasciate agli angoli della città intorno un’area abbastanza vasta e secondo un disegno strategico ben studiato, al fine di non venire affatto scoperti.

Lo scopo era di invitare, anche se per gradi e senza atti clamorosi, le stesse persone comuni come loro a prendere coscienza della realtà di inganno e di morte che l’hitlerismo  esprimeva; attraverso questa strategia i coniugi  ricorrono ad  un modo non violento ma  determinato   di  esprimere all’esterno il loro immenso dolore soffocato, la loro ormai  totale disapprovazione ad un governo totalitario che si era preso non solo loro figlio, ma il controllo di tutto, delle stesse persone obbligate ad essere, senza possibilità alternativa,  o per il nazismo o per la  morte.

La coppia è rappresentata da due attori magistrali di origine inglese, anche se questo racconto avrebbe  meglio richiesto  due attori di lingua tedesca per meglio rendere l’asprezza dei contenuti e la profondità dell’abisso culturale in cui la Germania  del tempo era precipitata.

Di questo passo anche lo  spettatore  avrebbe dovuto essere un tedesco, e come dire, questa è la storia di due tedeschi per altri tedeschi che dovrebbero vederla per rispecchiarvisi.

Rappresentata da altri,   la storia tutta germanica  diventa la storia di due persone qualunque, aldilà della loro appartenenza culturale, due persone che un giorno decidono di mettersi contro il potere che li domina, sapendo già che probabilmente  la loro sarebbe stata una battaglia persa, destinata a venire prima o poi scoperta, denunciata magari dal vicino di casa,  e quindi destinata a fallire. Assume quindi un valore universale che va oltre il preciso contesto storico.

Delle 285 lettere mandate un pò ovunque, tutte vengono  riconsegnate dai cittadini alla polizia di Stato,  secondo un obbligo morale ed imperituro  che il sistema aveva loro indotto, sistema  che puntualmente le riceve e le archivia in attesa di riuscire a smascherare il bieco traditore  di questo infame progetto.

Tutte, tranne 18, le  diciotto lettere che diciotto cittadini diversi hanno il coraggio di conservare o di distruggere personalmente, sottraendosi al diktat della cieca obbedienza.

Solo  una fatalità fa scoprire l’artefice di questo disegno,  proprio nella fabbrica dove lui stesso prestava lavoro, e solo una casualità imprevedibile pone fine all’opera   che di per sè sarebbe potuta  proseguire, chissà, fino alla fine della guerra…

Questa stessa fatalità (una tasca bucata che fa scivolare a terra l’ultima  cartolina in consegna), sarà poi quella che porterà sulla ghigliottina i due coniugi rassegnati alla fine, accompagnati al patibolo con un gesto estremo di compassione  dal solo uomo giusto che si vede comparire nella vicenda.

E’ una storia che le pagine  dei libri scolastici certo non ci raccontano, è un episodio insignificante che certo non modifica in nulla  la comprensione e gli eventi di quei terribili anni che hanno fatto dell’Europa un luogo di morte colossale ed apocalittica.

Forse non la modifica, ma di certo la completa magistralmente, ci fa capire che la storia è fatta da noi stessi, da tutti noi con le nostre scelte quotidiane.

Il buco della tasca dalla  quale cade a terra la lettera è  uno scivolare nella morte ma è anche uno spiraglio di luce  che si apre nella notte delirante della follia nazista. Grazie a questo spiraglio  la lotta di questa coppia  diventa conosciuta, esce dall’anonimato,  si pone come esempio di resistenza silenziosa, traccia un sentiero di liberazione e di ribellione al male. Dentro la Germania sottomessa dal terrore del nazionalsocialismo c’erano due cittadini che nel loro piccolo hanno  detto no al sistema. Probabilmente non sono stati gli unici, probabilmente ce ne saranno stati altri che  sono rimasti sconosciuti, finiti anche loro dentro l’ingranaggio della delazione e del sospetto di tutti verso tutti.

Consolante pensarlo, consolante scoprirlo, consolante rifletterlo.

Non siamo tutti uguali, non siamo davvero tutti piegabili al terrore, non siamo tutti privi di una propria coscienza e di una propria anima segreta  che non si sa con  quale forza decide di sopravvivere al buio. Alla fine questa resistenza  ha vinto, e quindi il sacrificio dei molti morti assassinati non è stato inutile.

Otto ed Elise Hampel (i nomi veri dei protagonisti della storia)  sono stati questo, nella lunga oscurità  nazista  che dal potere assoluto   si è trovato ridotto a   sconfitta  indicibile, indimenticabile, scandalosa.