Sartre

Jean Paul Sartre nasce  nel 1905 e muore nel 1980. Francese, marxista, ateo, materialista, filosofo, scrittore, drammaturgo, critico letterario  e attivista politico.  Entra nella storia come il teorico  del Nulla ( diverso  dal nichismo già presentato),  interprete a 360° del    nikilismo nicciano, ma anche come il teorico della  politica impegnata, che si fa carico del suo ruolo e della sua funzione antropologica/esistenzialistica. L’agire  concreto nel sociale diviene una fede, una missione, un imperativo categorico prassista, se mi si può fare passare l’espressione.

Si parte dal presupposto che nascere è  un caso, un incidente di percorso. La vita è in sè priva di senso, quasi una condanna, una disgrazia, che ci cade addosso  e che ci obbliga a darci delle risposte non risposte.  A questo assoluto stato di angoscia che per il suo radicalismo risulta incomprensibile alla stessa sinistra che il filosofo rappresenta e identifica, essendo uno dei membri più autorevoli del Partito comunista francese,   Sartre reagisce con l’etica, ossia se vivere non ha nessun senso per se stessi, l’unico senso che possiamo attribuirgli è quello di vivere per gli altri, per  il miglioramento  stesso della vita di tutti.  Che detto così sa tanto di cristianesimo, mentre Sartre gli attribuisce  un  valore totalmente laico e politico, visto la sua non fede  dichiarata,  dove il fare politica diventa la sola vera possibile missione degna  di un uomo  che si trova gettato nell’esistenza senza un perchè.

Il venire gettato nell’esistenza sarà un’espressione specifica  di Heidegger, che vedremo subito dopo Sartre,  anche se Heidegger  legherà il dramma  del vivere tragicamente   ai concetti di Essere e Tempo intesi in chiave  ontologica/idealistica.

Il suo romanzo iniziale,  La nausea,   fatica a trovare un editore,  in esso  emerge   un totale pessimismo e una totale estraneità    nei confronti  di una ordinaria e tradizionale concezione della vita e della realtà;  la chiave di salvezza viene data dall’essere sociale  del singolo.  Il singolo è sì solo, ma non  condannato alla solitudine;  può decidere di dedicarsi  al futuro  di chi lo circonda, di chi ama, verso cui si può identificare attraverso lo sguardo, il guardarsi  negli occhi.  Guardare l’altro è incrociare noi stessi, è ritrovarsi.

L’altro ci obbliga a non fuggire, che se fosse solo per noi stessi  sarebbe legittimo il suicidio e la volontà di sottrarsi  ad un meccanismo  che non comprendiamo.

In quanto al  tempo  tutto quello che accade nel presente è già passato e l’unico tempo che ci permette di andare avanti è il futuro, è l’ancora da venire, da costruire, da progettare.  L’uomo è salvato dal nulla e dalla morte esistenziale  grazie alle sue relazioni intersoggettive. E’ l’amore per l’altro che lo guida, che lo ispira, che lo riempie, che lo tiene in vita, che lo libera dalla noia, dall’indifferenza, dalla nausea   intesa come il  malessere di vivere. Questo sentimento del male di vivere lo ritroveremo spesso in vari autori , tutti tormentati dalla fatica di fare questo pesante mestiere, uno sopra tutti Cesare Pavese  che ci regalerà dentro la sua disperazioni scritti  carichi  di passione  per  il mondo  che ognuno sceglie come proprio,   e per l’umanità  solitaria eppure così coralmente   tenace  ed ancorata  al  proprio sentire/sognare. Nel 1964 Sartre viene insignito al premio Nobel per la letteratura. Non male per uno scrittore che non trovava editori.

L’uomo è tutto quello che non è; l’uomo non è tutto quello che vorrebbe essere. ma non è l’uomo in sè a contare bensì  l’umanità stessa che si guarda (guardare non è solo vedere),  e come si ripete,   incrocia lo sguardo dell’altro, quello sguardo che lo inchioda, da cui non è più possibile sottrarsi.  L’ esistenzialismo è uno stato  del  pensiero e del corpo  che  avremo modo di riprendere  spesso come  parola, da qui in avanti.  In quanto  attivista  ebbe modo di partecipare ai primi movimenti del ’68,  dove scese in piazza insieme ai giovani, che però gli diedero del vecchio, come dire, del matusa, pur rispettandolo.  Evidentemente c’era qualcosa in lui di profondamente distante  dallo spirito giovanile di questa nuova rivoluzione  pronta ad alzare le barricate, ad occupare gli atenei, a proclamare scioperi e ad organizzare  riunioni oceaniche  che cambieranno di fatto senza tante parole e sillogismi  il mondo. Giovani che non si chiedevano perchè esisto, ma come devo esistere per essere mio, per sentirmi vivo, per essere felice.  Non è poi questa la sede per andare a valutare gli errori stessi della rivoluzione sesantottina. Sartre è un bravo  studente  e  impara la lezione;  lascia progressivamente sia il marxismo – leninismo che il Partito comunista, diventando  un anarco comunista. Il suo vuole essere un prendere le distanze dalla violenza di sistema  a cui l’apparato  gerarchico del potere  ha fatto ricorso, con l’utilizzo dei gulag, dei campi di confino, della censura e di altri mezzi terroristici.

Sul piano autobiografico  celebre fu la sua relazione affettiva (ma non assoluta) ed anche politica e filosofica  con la donna che sceglie come sua compagna storica,  Simone de Beauvoir; sul piano internazionale si è già citato la sua collaborazione con Russell   che partecipò/organizzò nel 1966  un  processo contro gli Stati Uniti d’America e le loro malefatte in Vietnam,  ma che poi divenne un Tribunale internazionale contro i crimini di guerra;  Sartre  fu partecipe a tutto il lungo cammino della guerra fredda tra Usa e Urss,  attento  lettore della storia oscura  e feroce  di quegli anni.

Personaggio insomma  dei tempi nostri semirecenti, del quale possiamo andare a scoprire molto sulla rete e nei vari video storici  che possiamo trovare.

 

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