Gugliemo d’Ockham

Fino allo scotismo la teologia intesa come unica e  vera forma di conoscenza attraversa   i suoi tempi migliori. Dopo questo apice che introduce nella sua originalità il pensiero mariano fino ad allora rimasto nell’ombra dopo  le espressioni  agostiniane,  ecco che arriva una vera e propria cesura. Pensare torna ad essere una questione  del’uomo secolare, dell’uomo di mondo che non per forza deve fare il religioso od occuparsi di fede.

Guglielmo d’Ockham  ( 1285-1347)  riporta in prima linea l’empirismo e ritorna a dire dopo il lungo ed aureo tempo greco che si conosce per esperienza, e dunque occorre rimanere saldi alla realtà, alla percezione, a ciò che si vede, sente, tocca, misura…

Sul fronte della teoria introduce l’attenzione al linguaggio; è con la parola che l’uomo conosce, si esprime, comunica, scrive  e ricerca. Il linguaggio è un codice, un segno, una convenzione che in quanto tale si evolve, non rimane immobile.

Si dice che Ockham è un nominalista, e che del nominalismo sostiene la parte sostanziale e cruenta; occorre usare le parole che servono, tendendo ad eliminare le parole di troppo, che per lo più possono generare solo confusione anzichè favorire la semplificazione. Da qui il detto  che ci è giunto dalla storia, ossia l’identificare il nominalismo di Ockham come ad un rasoio che recide il superfluo.

Di contrapposto Dio non è esperibile, non nel senso ordinario del termine; quindi si ha una teologia negativa, di lui possiamo dire solo che non si può conoscere e che di certo non è quello che di fatto ci circonda.

Non per questo Dio perde comunque di interesse, anzi. Si affianca tutta una corrente spirituale che riscopre l’importanza dell’ascesi, della mistica, della pregheira, del contatto diretto con l’invisibile e l’inconoscibile che si mostra solo per vie alternative.

La via prediletta per coltivare la propria religiosità è l’estasi, ed il filosofo che diverrà maestro di questo cammino sarà il suo contemporaneo   Maestro Eckhart.

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