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Esame di Stato 2019

“Entrare in un palazzo civico, percorrere la navata di una chiesa antica, anche solo passeggiare in una piazza storica o ………”  Così inizia la traccia del Nuovo Esame di Stato 2019,   ispirata da un testo di Tomaso Montanari,  che vuole fare riflettere  lo studente sull’importanza del nostro patrimonio artistico e culturale, fatto di  opere tangibili come di opere intangibili, dell’anima, o dell’effimero musicale, danzante, teatrale…

Che fortuna abitare nel Paese che più di tutti al mondo conserva  i luoghi consacrati come Patrimonio dell’umanità. Abitare un habitat   celebrato per la sua Bellezza, dovrebbe già di per sè rendere la nostra stessa vita degna d’essere vissuta, eppure non è così scontato, perché la Bellezza   è qualcosa che non nasce spontanea, nè può essere data per scontata ed eterna, vive solo se la facciamo vivere, esplode in tutta la sua magnificenza solo se la facciamo nascere,  e poi  in parte passerà, o soffrirà del passare del tempo, e allora subito ci si rende conto   di come sta a noi uomini del presente e del futuro  sapere ricevere, conservare, comprendere e trasmettere cotanto tesoro prezioso.

Del resto la Bellezza è tale proprio perchè si distingue dalla volgarità, dalla Bruttezza, appunto, e da tutti quei comportamenti fatti di opportunismo e guadagno spicciolo, se non  proprio spicciolo, calcolato, e come tale i nemici di questa meraviglia sono tanti, e severi, e per nulla sprovveduti, e per niente disposti a farsi mettere da parte.

Montanari parla di generazioni che stanno seppellite sotto  il suolo che noi esseri   viventi tutti i giorni inconsapevolmente calpestiamo, quello stesso  territorio, o campo, o montagna, o borgo, o città, o villaggio  che sopravvivrà alla nostra stessa morte, e noi stessi finiremo sotto quel suolo  insieme alle ossa di chi ci ha preceduto.

Immagine forte, questa del mondo ridotto a un immenso cimitero che conserva i nostri avi, i nostri predecessori, dai più famosi  a quelli più anonimi, un sacrario alla vita che è stata e che continuerà ad essere dopo di noi.  Gli uomini muoiono ma di loro sopravvivono    il loro spirito, le loro opere, i loro figli, i loro pensieri, le loro idee, la loro voglia di essere stati  cercatori del bene più raro e prezioso possibile, la felicità.

Altro che “dittatura totalitaria del presente”, quel sentimento pervasivo, disturbato, confuso, fugace, sfuggente, inquinato, violentato  da mille rumori e frastuoni che ci portano alla totale confusione e perdita di noi stessi e del centro.

Ognuno di noi è quello che altri prima della nostra venuta al mondo ci hanno permesso di diventare, ma è anche quello che permetterà a nuovi esseri di divenire   grazie e attraverso il nostro personale modo di vedere  le cose, i problemi, le necessità. L’autore parla di Democrazia, di quale sarà il mondo di domani, lasciato ai posteri dalle decisioni di vita  di oggi.

Anche nella società liquida e “usa e getta” la Bellezza non ha smesso di avere il suo fondamento ed il suo Altare celebrativo. E’ il pensiero del Bello che ci fa svegliare al mattino contenti d’essere vivi, è il pensiero del Bello che ci fa sopportare i momenti difficili che ognuno di noi si trova ad attraversare, è il pensiero del Bello che costruisce  le Cattedrali del Bene e della Giustizia,  quel pensiero fatto di ricordi, di memoria, di percezioni, di sogni, di progetti, di speranze, di attese, di attimi impalpabili quanto indelebili, piccoli tasselli di un mosaico  che  alla fine andranno a tessere la grande tela dello scenario umanistico.

Questo immenso patrimonio culturale fatto di filosofia, cinema, poesia, arte, monumenti, libri, architetture, borghi e spettacoli, è qualcosa che scorre nelle nostre vene, è qualcosa che ha contribuito a dare alla Storia le sue epoche, dal mondo classico e pre ellenistico  al lungo cammino medioevale;  dal mondo Rinascimentale al Risorgimento, attraverso l’Illuminismo  e l’esplosione dei fasti della Ragione;  fino al buio terribile dei Totalitarismi e dei genocidi, che purtroppo ci hanno smascherato nella nostra fragilità e inconsistenza, nella nostra follia e depravazione; un periodo oscuro   che ha fatto tremare ogni più incontrovertibile certezza, che ha rimesso tutto in discussione, che ci ha obbligato a ripensare un Nuovo Umanesimo avendo smarrito quello precedente, che ci ha costretto  ad ammettere delle colpe che richiedono precise  istanze  di perdono rivolte alla vittime.

Il totalitarismo dell’oggi è un nemico mascherato che dietro la facciata del divertimento e dell’intrattenimento  mordi e fuggi, distrugge gli uomini  senza che se ne rendano conto, come se li sedasse prima del colpo mortale. E’ insidioso, impercettibile,  quanto falso e menzognero.  Passa anche attraverso la televisione, quella più di apparenza che di sostanza,  quella più legata a logiche commerciali che formative,  che deve fare odiens  o che deve riempire spazi così come dovessimo riempire contenitori.

L’uomo non è un contenitore,  è fatto di pulsioni vitali che possono raggiungere le vette dell’iniquità come le vette della Misericordia e della Generosità.  Questo destino che lo porterà verso una direzione piuttosto che l’opposta  è un’incognita legata alla sua libertà, alla nostra libertà, al nostro  essere  in scienza e coscienza  per noi   stessi oltre se stessi.

E’ anche legato alle eredità ricevute, a quel passaggio di consegne che ogni padre consegna ai suoi figli, e che ogni figlio consegnerà alle successive  generazioni.

Certo che dalle macerie della guerra la civiltà ha saputo risorgere e ricostruire, ma personalmente e coralmente   ci chiediamo a quale prezzo, con quali anticorpi, con quali consapevoli   obiettivi e buoni propositi, con quale capacità di visione lungimirante costruita sopra ponti  che sappiano   unire le ragioni di tutti, dei vinti come dei perdenti, dei giusti come degli ingiusti,  dei saggi  come degli stolti, dei deboli come dei forti,  di chi ha la ventura di nascere di qui da una riva piuttosto che sulla riva opposta.

Gli uomini sono stati sacrificati a migliaia,  spesso spazzati via alla velocità della luce, tra atroci sofferenze, tra disumanità apocalittiche,  e di loro è rimasto   il pensiero che noi sopravvissuti  siamo stati risparmiati, graziati dal gioco della vita, e destinati a diventare testimoni del Male. Come anche testimoni della Bellezza sopravvissuta o rinata.

Accanto a noi sono state risparmiate   le opere d’ingegno, più o meno fisiche, più o meno monumentali, più o meno straordinarie,  più o meno danneggiate, più o meno illese. Quelle opere parlano degli uomini che non ci sono più, ma parlano anche agli uomini che ancora devono nascere, in una lingua che va oltre il codice linguistico, oltre il flatus voci, oltre il detto e il non detto.

Dentro questo patrimonio ognuno di noi  si può riconoscere, può trovare il senso della propria esistenza, può persino aiutare gli altri a fare trovare la propria ragion d’essere.

La mia  casa modesta  è piena di cose belle o che tali reputo, nella mia semplicità. Adorno la casa come se adornassi me stessa,  e adorno me stessa come se fossi io la mia casa più preziosa.   Non con monili, oggetti che inseguono la moda del momento, ma con  segni  che raccontano una storia; la bellezza non è sinonimo  di  irraggiungibilità; se così fosse l’avremmo avuta in disprezzo o in odio, sarebbe diventata il distinguo di chi può e di chi non può, e invece anche nella casa di un povero ci può stare un qualcosa di bello.

Bella può essere la sua dignità di essere umano, bella può essere la sua fierezza, bella può essere una piccola cosa che conserva dei suoi tempi migliori  o che racconta della storia della sua famiglia.

Bella potrebbe essere la luce del suo sguardo che non si è lasciato piegare dal male di vivere,  o dalle ingiustizie di un mondo che è tutto tranne che perfetto e in  indolore  progresso.

La bellezza salverà il mondo, come diceva Dostoevskij,  a patto che gli uomini avranno o abbiano a salvare la bellezza. E’ un pò come il dilemma dell’uovo con la gallina: nasce prima l’uovo da cui verrà fuori la gallina o la gallina che farà l’uovo per replicare il miracolo della vita? Se facciamo fuori la gallina prima che possa fare il suo uovo, non avremo più di che nutrirci, ammettendo che quell’uovo  rappresenti   la nostra fonte di alimento.  E se ci cibiamo dell’uovo prima ancora che possa diventare gallina, non potremo gustare dei frutti della crescita, dei frutti della storia che è il tempo che passa, giorno dopo giorno, anello dopo anello, impedendo  al l’albero dell’umanità di   sviluppare  le sue radici sempre più profonde, in apparenza così lontane dalle prime manifestazioni di sviluppo.

E così nasce prima l’uomo che farà l’opera d’arte o  l’opera d’arte che forgerà nuovi uomini?

Ogni essere umano è potenzialmente un Leonardo, un Michelangelo, un Caravaggio, un Dante, un Einstein, un Roosevelt, un Gandhi, un Martin Luter King, una Montalcini,  una Segre,  una Madre Teresa,  una Caterina da Siena, una Montessori,  una Giovanna d’Arco, ma mi verrebbe da aggiungere  una perfetta non so chi qualunque  che potrebbe incrociare un giorno la nostra strada e salvarci non si sa per quale miracolo, la vita.

Questo universo così tribolato, così complesso e ingarbugliato tra passato presente e futuro,  mi lascia attonita e smarrita, ma anche piena di speranze. Le speranze alimentate dalla forza della voglia di Esserci che non si arrende, che proprio dal dolore trova l’energia per reagire, che proprio dalle domande trova lo spirito delle risposte,  e così dalle vecchie opere d’arte ormai trite e ritrite ma mai morte, ecco che già sta spuntando come un nuovo fiore il germoglio della Bellezza immortale.

Umberto Eco

Umberto Eco  nasce il  1932  e muore il  2016.  Passa alla storia come il filosofo/semiologo  dell’inganno, della comunicazione mascherata ed equivoca. Come già anticipato è sostenitore del pensiero debole, del pensiero critico  e pessimista, ma nella sua vita si è occupato di tutto, cinema, letteratura, accademia,  televisione, musica, spettacolo,  giornalismo,  fumetti, politica, bibliofilia e   traduzione.  Si impone alla notorietà  con la pubblicazione del suo  primo  romanzo Il nome della rosa, una storia  di delitti  oscuri ambientata nel medioevo dentro un ambiente monastico che viene con maestria dissacrato intorno al tema emblematico del riso ( inteso come voce del verbo ridere). Il libro diventa un best seller e finirà per essere da Eco  detestato a morte, perchè nessun romanzo a lui succeduto  potrà più  replicare  e competere con questo.   Emerge da subito il suo stile innovativo, controcorrente, sperimentatore e  conoscitore del   sistema dominante.

Per caso entra nei circuiti televisivi della Rai, che diventerà  per lui come una seconda casa e dove   arriverà a ricoprire un ruolo fondamentale nella sua carriera di uomo pubblico, versatile  e di critico/rinnovatore.  Il filosofo dichiara in più interviste di avere assistito a un progressivo declino della   qualità della comunicazione, che  nel tempo tutto è andato peggiorando e scadendo nel contenuto  e nella sostanza.  Leggi di odiens  la fanno da padrone sulle priorità contenutistiche  che vengono soffocate e sacrificate al dio denaro. L’avvento del digitale non ha contribuito  per se stesso a migliorare le cose, con la differenza che l’ignoranza di pochi è semmai diventata l’ignoranza di  molti, di quelli che non si fermano a riflettere e a leggere i messaggi nascosti/da decifrare.

Una delle emergenze che il filosofo denuncia è la totale assenza di memoria da parte soprattutto delle nuove generazioni; i giovani vivono dentro un circuito mediatico dove  regna il caos generale, la consumazione dell’attimo,  e sono venute a mancare le coordinate di fondo che ogni essere umano in quanto membro di una Storia  collettiva  in evoluzione   dovrebbe come minimo conservare. In pratica, i giovani non sanno collocare episodi storici fondamentali non solo nel giusto anno/periodo storico ma persino disconoscendone  le coordinate  di riferimento.  E’ come  avere in casa un letto a  testa in giù, una scala che non può essere nè salita nè scesa, insomma, un nulla di fatto.

Prima priorità quindi è Recuperare la storia e le sue coordinate fondamentali.  Per fare questo è importante avere un buon libro di testo ( in questo caso sia di storia che di filosofia),  che sia ricco di immagini come di sussidi audiovisivi e multimediali,  perchè e noto che aiutano l’apprendimento.  Lo studio della storia/filosofia   è contemporaneamente studio della geografia, ossia del mondo inteso nella sua spazialità e nella sua conformazione  territoriale, è ovvio.  No ai sussidi  rigidi, che seguono pedissequamente il programma, che si prefiggono di essere una specie di vangelo assoluto (e nello specifico critica il Lamanna). Il testo deve avere la funzione di avvicinare, incuriosire, stimolare, porre domande, alle quali l’alunno deve provvedere a dare le proprie risposte, altrimenti   la didattica viene persa di vista e perde in efficacia.  Eco non si lascia nemmeno  sfuggire   le potenzialità del multimediale in termini di ricaduta gnoseologica/apprenditiva, e si fa sperimentatore di nuove teorie della narrazione proprio grazie all’uso dei media,  oltre che un grande  sostenitore dell’open source e un grande entusiasmato   lettore di wikipedia, giusto per citare una delle maggiori fonti  editoriali  mediatiche.

Si pone contro i luoghi comuni che decide di combattere e di cui la scuola e non solo è ricolma;  è un pensatore fortemente europeista, ma curiosamente scopre la bellezza europea  solo dopo un suo viaggio in Usa; dall’altra parte dell’oceano   si accorge che gli americani guardano all’Europa come ad un gioiello a cui tendere  e verso cui ispirarsi, perchè  sanno che loro vengono da qui, e sanno che loro sono un nostro prolungamento, anche se poi hanno preso delle caratteristiche  proprie. E poi  siamo noi europei che dall’esterno ci rendiamo conto di quanto  in casa nostra   si  abbia molto di più che all’estero  non può essere trovato.

Anche se il  mondo è diventato  globale  non si deve perdere lo studio dei classici che secondo Eco devono rimanere testi OBBLIGATI.   Difende la  funzione dell’Erasmus  ed incoraggia l’avvento di una lingua condivisa dentro una realtà multilinguista   che dovrebbe diventare polilinguista.  Se i giovani odiano i classici è solo colpa  dei docenti che non hanno saputo trasmettere la loro insostituibilità.  Sappiamo  quanto Eco stesso fosse una grande conoscitore del Medioevo e quanto lui stesso sia stato uno studioso della classicità.  E poi ricordare il passato significa potere avere un futuro migliore.  Ma cosa ricordare?  e cosa selezionare dentro il mare magnum della rete che passa di tutto tra cui la stessa spazzatura   della sub cultura dominante?   Come sapere riconoscere un testo falso da uno  da  conservare?  Non lo si può fare senza prima averlo letto, e quindi è importante creare il senso critico che ci può proteggere dalla cattiva  comunicazione.

La prima cosa che va insegnata ai giovani è di leggere, qualunque cosa anche i fumetti vanno bene; un uomo che legge ne vale almeno  due.  Il momento della lettura dura tuttala vita, è un viaggio meraviglioso e personale, che ognuno può costruirsi come meglio crede.  I media aiutano nella diffusione del sapere, ma solo se ci facciamo i capitani di questo  cammino. Dentro questa diffusione della buona cultura  la televisione ha occupato ed occupa un ruolo di primo piano. Con il maestro Manzi  gli italiani  hanno imparato  a leggere e a scrivere(giusto per fare un esmpio);  avevamo una tv che faceva bene ai poveri e male ai ricchi, che molti ci invidiavano, come  altre cose che abbiamo nel tempo mandato alla deriva.

Oggi abbiamo una tv che fa male ai poveri e bene ai ricchi,    che intanto  i mezzi per formarsi li vanno a reperire altrove.   Popper ha molto scritto sulla teoria del complotto e come già detto altrove   ha molto  scritto del come fare buona televisione; esisterebbe una congiura che si adopera perchè tutto questo non  accada, ma di dette prove conplottiste   non è mai stato trovato molto. Semplicemente se un programma è cattivo bisogna sapere spegnere la tv, e diventare   critici cioè capaci di scegliere.   Insomma,  è ammesso cambiare idea.    Lui stesso che da giovane aveva frequentato le fila dell’Azione cattolica, studiando Tommaso d’Aquino perde la fede (secondo Eco  fortunatamente) e si rende conto  dell’inganno che alberga dietro  questo modo   errato di   credere. Sempre  senza con questo voler dare degli idioti alle intelligenze  religiose  che hanno il diritto di conservare il loro pensiero. L’alternativa alla cattiva tv (come alla cattiva fede)   può essere l’uso  critico della rete (come l’uso critico della fede).

Tornando al tema   del complotto,   sono esistite ed esistono forme di complotto conosciute,  anche editoriali;   la  più celebre tra tutte  riguarda la pubblicazione dei Savi di Sion, un testo che non ha nessun fondamento storico e scientifico, ma solo quello diffamatorio e propagandistico a  danno degli ebrei. Ma  non bisogna fare la fine di quello che urla Al lupo al lupo per ogni nonnulla;  il giorno che il lupo arriverà per davver nessuno più ci crederà.   La stessa rete è ricolma di teorie complottiste contro tutto e contro tutti, ma non per questo  bisogna darci credito.    Umberto Eco sostiene che in questo modo si perde di vista il  vero problema.  Una teoria complottista vera  prima o poi si rivela tale, mentre se tale volesse   rimanere, con i mezzi di segretamento e depistaggio esistenti,    non ci sarebbe verso di sventarla.    E poi c’è il complotto su ordinazione che ha lo  scopo di spostare il focus da un punto reale   verso un punto deviato.  Insomma, non mancano le bufale ed i complottisti di professione che devono  ricevere  il tempo  che   meritano. C’è tutta una letteratura che gioca sull’equivoco, sulle coincidenze, sulle supposizioni, sulle patologie  psichiatriche  di lettori paranoici e schizofrenici. Il filosofo dedica anche molto tempo al legame esistente tra  la cultura di massa e l’uso dei mass media nel periodo fascista,   dove passavano attraverso i programmi  e le immagini   selezionate i valori verso la tradizione, il rifiuto del modernismo, il culto dell’azione per l’azione, la paura delle differenze, l’appello alla frustrazionw  delle classi medie , lo stesso tema  del complotto, il machismo  e  il populismo qualitativo. Un uso mediatico della tv  praticamente mai uscito di scena.

In generale    è  risaputo che le buone notizie non vendono, sono le tragedie che fanno cassa, è la passione per il gossip, il pettegolezzo, l’ingiuria, il delitto, il malaffare, il malcostume,  il sospetto verso chi ci vive accanto…finendo per dominare sul buon senso  che   la macchina del fango  distrugge, inquina, corrompe, delegittima, discrimina. Dentro tutto questo al buon lettore  non rimane che la speranza che il buon giornalismo sopravviva. Lo  stesso gioco linguistico dell’alluccinazione e dell’inganno viene spesso usato anche da Eco nei suoi scritti, dove dichiara di divertirsi  a far dire ai suoi personaggi le cose più assurde,  dove però rimane  evidente che si sta facendo un gioco   rocambolesco,   dove si avvisa che  non bisogna credere  a nulla, dove si insegna  a  rimanere con le orecchie e gli occhi  bene aperti…

Alla fine emerge una grande considerazione da  parte di Eco per il nostro  mondo  Italia, che  non ha un sistema paese, che non ha un’unità di popolo, ma è ricco di  persone geniali  che tutto il mondo ci invidia e che molto hanno dato alla storia  del pensiero.  Per fare un esempio, il nikilismo ha attraversato sia l’Italia che la Germania, con la differenza che in Italia Leopardi ne ha fatto un motivo per essere migliori, la Germania lo ha preso per se stesso ed ha prodotto il nazismo. Insomma, noi avremo molte pecche  ma  abbiamo una forza straordinaria  che ci spinge a  risorgere meglio degli altri dalle varie catastrofi e prove di  resistenza.  E  nonostante noi stessi si sia ricchi  di delitti eccellenti e per nulla inventati, a partire dal caso Mattei, il caso Pinelli, Papa Luciani, Aldo Moro, Ambrosoli, Sindona,  Dalla Chiesa, Borsellino e Falcone,  Mafia capitale…tutti argomenti  fatti su misura per istigare le teorie complottiste  dove la realtà supera la fantasia.

Giuliano  Ferrara, il giornalista, accuserà Eco di fomentare l’odio e di essere di parte, trascurando l’insegnamento liberale di Kant, che avrebbe studiato  ma non compreso.  I suoi studenti invece lo adorano, lo ammirano e lo inseguono,  perchè Eco potrà essere criticato per la sua personalità diciamo senza dubbio partigiana (tutti gli uomini di carattere finiscono per esserlo),   ma   sempre senza dubbio  espressione  di  se stesso, genuinamente amante del dialogo diretto e senza velature,  lui che gli imbrogli li lasciava tutti  nelle parole dei suoi personaggi. Non si contano le onoreficienze  italiane  e    straniere da lui ricevute, le collaborazioni accademiche e le cittadinanze onorarie.   E poi nessuno ci vieta di seguirlo sul suo stesso cammino, rendendogli la stessa pariglia e lo stesso  sagace umorismo.

Wittgenstein

Wittgenstein  nasce nel 1889   e muore nel  1951. La sua unica ma capitale opera è il Tractatus che sarà ripreso da Carnap, Russell, Popper  e  Massimo Cacciari ,    dopo di lui.

Passa alla   storia come il filosofo   che ha distinto il  senso di un evento/fatto  dal suo significato. In che senso? Il senso è un’immagine della realtà, il senso è immanente all’oggetto. Il mondo è un luogo dove accadono i fatti, che sono determinati dall’interagire delle persone con le cose.  L’unione di cose e persone fanno la sostanza. Il linguaggio con la sua logica espressiva ha una funzione raffigurativa  della realtà.

Se diciamo tavolo tutti sappiamo cosa intendiamo dire, inequivocabilmente.  Ma se esprimiamo una proposizione,   la comprensione si complica. Il nome rimanda all’oggetto  mentre una frase rimanda a uno stato di cose. Ossia i nomi hanno un significato perchè stanno per l’oggetto, ma le frasi hanno un senso perchè stanno per un fatto. Il senso è la vera comprensione perchè è la lettura/decodificazione  della realtà nella sua complessità. Il senso va oltre il semplice significato e prescinde le singole parole. Ma perchè giriamo intorno a queste riflessioni del tutto chiare?

Il problema nasce dal fatto  che esistono proposizioni vere e proposizioni false. Lo stesso fatto può essere descritto con una proposizione vera o con una proposizione falsa. Il senso della frase cioè va  colto nella sua  sussistenza  o affermabilità. Le cose che non dovrebbero essere dette andrebbero taciute.

Poi Wittgenstein   aggiusta/integra    il tiro specificando che il linguggio si avvale anche di parolette convenzionali come le congiunzioni, gli articoli, gli aggettivi,  gli avverbi, i verbi  ecc che non sono cose reali come poteva essere la parola tavolo, ma questo fa parte della linguistica e servono a formare il senso finale. Il filosofo usa l’espressione di Gioco linguistico. Dentro questo gioco  linguistico   le cose assumono  un nome per somiglianza o parentela. Si ricorre cioè   all’uso della logica  che fa parte del processo di rappresentazione   della realtà.

Le proposizioni possono essere semplici/atomiche  o complesse. Possono essere valutate secondo uno schema preciso del tutto matematico, ossia se l’antecedente è vero il conseguente è vero, se l’antecedente è falso  il conseguente è falso,   ma ci può stare anche l’antecedente falso e il conseguente vero.

Una proposizione non solo può essere vera o falsa ma anche priva di senso,   esempio la frase  “Sbracatabra Socrate” è una espressione priva di senso, quindi non è nè vera nè falsa. Al contrario  ci sono frasi sensate ma false se nel momento della verifica che può essere solo reale e non astratta, la frase si rivela tale. Esempio Il tavolo scricchiola è una frase sensata ma falsa se andando a verificare il tavolo scopro che non scricchiola.

E poi ci sono le frasi sensate che non sono nè vere nè false esempio dire ”  o  piove o non piove”  non ci dice se pioverà o non pioverà, quindi non ci permette di verificarne la validità, pur rimanendo un frase costruita secondo logica.

Insomma, le frasi sono frasi e basta, non vanno prese per oro colato, ma hanno invece il potere di ingannare o trarre in inganno.  Il linguaggio non appartiene a nessuno  e a tutti.  Il linguaggio   è sempre comune, non esiste un linguaggio privato.

Mi sembra ovvio che Wittgenstein può essere annoverato tra i pensatori del nostro tempo  che si sono occupati della parola     e della sua funzione. Trovo anche molto  accattivante la sua occupazione  pratica di maestro elementare. Con i bambini  avrà avuto modo di sperimentare e analizzare  il legame tra il cervello e l’uso della parola, un legame fatto di regole ma soprattutto di invenzione e creatività che i bambini possiedono ancora in maniera feconda.

Per linguaggio inoltre il filosofo non intende soltanto la lingua, ma anche le altre forme di espressione come la musica, l’arte, il corpo…anche se lui si è concentrato sulla linguistica. L’importanza di Wittgenstein verrà ripresa con Popper e immagino anche Umbero Eco.

 

 

ROMANTICISMO E SENTIMENTO

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Goldoni

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