Umberto Eco

Umberto Eco  nasce il  1932  e muore il  2016.  Passa alla storia come il filosofo/semiologo  dell’inganno, della comunicazione mascherata ed equivoca. Come già anticipato è sostenitore del pensiero debole, del pensiero critico  e pessimista, ma nella sua vita si è occupato di tutto, cinema, letteratura, accademia,  televisione, musica, spettacolo,  giornalismo,  fumetti, politica, bibliofilia e   traduzione.  Si impone alla notorietà  con la pubblicazione del suo  primo  romanzo Il nome della rosa, una storia  di delitti  oscuri ambientata nel medioevo dentro un ambiente monastico che viene con maestria dissacrato intorno al tema emblematico del riso ( inteso come voce del verbo ridere). Il libro diventa un best seller e finirà per essere da Eco  detestato a morte, perchè nessun romanzo a lui succeduto  potrà più  replicare  e competere con questo.   Emerge da subito il suo stile innovativo, controcorrente, sperimentatore e  conoscitore del   sistema dominante.

Per caso entra nei circuiti televisivi della Rai, che diventerà  per lui come una seconda casa e dove   arriverà a ricoprire un ruolo fondamentale nella sua carriera di uomo pubblico, versatile  e di critico/rinnovatore.  Il filosofo dichiara in più interviste di avere assistito a un progressivo declino della   qualità della comunicazione, che  nel tempo tutto è andato peggiorando e scadendo nel contenuto  e nella sostanza.  Leggi di odiens  la fanno da padrone sulle priorità contenutistiche  che vengono soffocate e sacrificate al dio denaro. L’avvento del digitale non ha contribuito  per se stesso a migliorare le cose, con la differenza che l’ignoranza di pochi è semmai diventata l’ignoranza di  molti, di quelli che non si fermano a riflettere e a leggere i messaggi nascosti/da decifrare.

Una delle emergenze che il filosofo denuncia è la totale assenza di memoria da parte soprattutto delle nuove generazioni; i giovani vivono dentro un circuito mediatico dove  regna il caos generale, la consumazione dell’attimo,  e sono venute a mancare le coordinate di fondo che ogni essere umano in quanto membro di una Storia  collettiva  in evoluzione   dovrebbe come minimo conservare. In pratica, i giovani non sanno collocare episodi storici fondamentali non solo nel giusto anno/periodo storico ma persino disconoscendone  le coordinate  di riferimento.  E’ come  avere in casa un letto a  testa in giù, una scala che non può essere nè salita nè scesa, insomma, un nulla di fatto.

Prima priorità quindi è Recuperare la storia e le sue coordinate fondamentali.  Per fare questo è importante avere un buon libro di testo ( in questo caso sia di storia che di filosofia),  che sia ricco di immagini come di sussidi audiovisivi e multimediali,  perchè e noto che aiutano l’apprendimento.  Lo studio della storia/filosofia   è contemporaneamente studio della geografia, ossia del mondo inteso nella sua spazialità e nella sua conformazione  territoriale, è ovvio.  No ai sussidi  rigidi, che seguono pedissequamente il programma, che si prefiggono di essere una specie di vangelo assoluto (e nello specifico critica il Lamanna). Il testo deve avere la funzione di avvicinare, incuriosire, stimolare, porre domande, alle quali l’alunno deve provvedere a dare le proprie risposte, altrimenti   la didattica viene persa di vista e perde in efficacia.  Eco non si lascia nemmeno  sfuggire   le potenzialità del multimediale in termini di ricaduta gnoseologica/apprenditiva, e si fa sperimentatore di nuove teorie della narrazione proprio grazie all’uso dei media,  oltre che un grande  sostenitore dell’open source e un grande entusiasmato   lettore di wikipedia, giusto per citare una delle maggiori fonti  editoriali  mediatiche.

Si pone contro i luoghi comuni che decide di combattere e di cui la scuola e non solo è ricolma;  è un pensatore fortemente europeista, ma curiosamente scopre la bellezza europea  solo dopo un suo viaggio in Usa; dall’altra parte dell’oceano   si accorge che gli americani guardano all’Europa come ad un gioiello a cui tendere  e verso cui ispirarsi, perchè  sanno che loro vengono da qui, e sanno che loro sono un nostro prolungamento, anche se poi hanno preso delle caratteristiche  proprie. E poi  siamo noi europei che dall’esterno ci rendiamo conto di quanto  in casa nostra   si  abbia molto di più che all’estero  non può essere trovato.

Anche se il  mondo è diventato  globale  non si deve perdere lo studio dei classici che secondo Eco devono rimanere testi OBBLIGATI.   Difende la  funzione dell’Erasmus  ed incoraggia l’avvento di una lingua condivisa dentro una realtà multilinguista   che dovrebbe diventare polilinguista.  Se i giovani odiano i classici è solo colpa  dei docenti che non hanno saputo trasmettere la loro insostituibilità.  Sappiamo  quanto Eco stesso fosse una grande conoscitore del Medioevo e quanto lui stesso sia stato uno studioso della classicità.  E poi ricordare il passato significa potere avere un futuro migliore.  Ma cosa ricordare?  e cosa selezionare dentro il mare magnum della rete che passa di tutto tra cui la stessa spazzatura   della sub cultura dominante?   Come sapere riconoscere un testo falso da uno  da  conservare?  Non lo si può fare senza prima averlo letto, e quindi è importante creare il senso critico che ci può proteggere dalla cattiva  comunicazione.

La prima cosa che va insegnata ai giovani è di leggere, qualunque cosa anche i fumetti vanno bene; un uomo che legge ne vale almeno  due.  Il momento della lettura dura tuttala vita, è un viaggio meraviglioso e personale, che ognuno può costruirsi come meglio crede.  I media aiutano nella diffusione del sapere, ma solo se ci facciamo i capitani di questo  cammino. Dentro questa diffusione della buona cultura  la televisione ha occupato ed occupa un ruolo di primo piano. Con il maestro Manzi  gli italiani  hanno imparato  a leggere e a scrivere(giusto per fare un esmpio);  avevamo una tv che faceva bene ai poveri e male ai ricchi, che molti ci invidiavano, come  altre cose che abbiamo nel tempo mandato alla deriva.

Oggi abbiamo una tv che fa male ai poveri e bene ai ricchi,    che intanto  i mezzi per formarsi li vanno a reperire altrove.   Popper ha molto scritto sulla teoria del complotto e come già detto altrove   ha molto  scritto del come fare buona televisione; esisterebbe una congiura che si adopera perchè tutto questo non  accada, ma di dette prove conplottiste   non è mai stato trovato molto. Semplicemente se un programma è cattivo bisogna sapere spegnere la tv, e diventare   critici cioè capaci di scegliere.   Insomma,  è ammesso cambiare idea.    Lui stesso che da giovane aveva frequentato le fila dell’Azione cattolica, studiando Tommaso d’Aquino perde la fede (secondo Eco  fortunatamente) e si rende conto  dell’inganno che alberga dietro  questo modo   errato di   credere. Sempre  senza con questo voler dare degli idioti alle intelligenze  religiose  che hanno il diritto di conservare il loro pensiero. L’alternativa alla cattiva tv (come alla cattiva fede)   può essere l’uso  critico della rete (come l’uso critico della fede).

Tornando al tema   del complotto,   sono esistite ed esistono forme di complotto conosciute,  anche editoriali;   la  più celebre tra tutte  riguarda la pubblicazione dei Savi di Sion, un testo che non ha nessun fondamento storico e scientifico, ma solo quello diffamatorio e propagandistico a  danno degli ebrei. Ma  non bisogna fare la fine di quello che urla Al lupo al lupo per ogni nonnulla;  il giorno che il lupo arriverà per davver nessuno più ci crederà.   La stessa rete è ricolma di teorie complottiste contro tutto e contro tutti, ma non per questo  bisogna darci credito.    Umberto Eco sostiene che in questo modo si perde di vista il  vero problema.  Una teoria complottista vera  prima o poi si rivela tale, mentre se tale volesse   rimanere, con i mezzi di segretamento e depistaggio esistenti,    non ci sarebbe verso di sventarla.    E poi c’è il complotto su ordinazione che ha lo  scopo di spostare il focus da un punto reale   verso un punto deviato.  Insomma, non mancano le bufale ed i complottisti di professione che devono  ricevere  il tempo  che   meritano. C’è tutta una letteratura che gioca sull’equivoco, sulle coincidenze, sulle supposizioni, sulle patologie  psichiatriche  di lettori paranoici e schizofrenici. Il filosofo dedica anche molto tempo al legame esistente tra  la cultura di massa e l’uso dei mass media nel periodo fascista,   dove passavano attraverso i programmi  e le immagini   selezionate i valori verso la tradizione, il rifiuto del modernismo, il culto dell’azione per l’azione, la paura delle differenze, l’appello alla frustrazionw  delle classi medie , lo stesso tema  del complotto, il machismo  e  il populismo qualitativo. Un uso mediatico della tv  praticamente mai uscito di scena.

In generale    è  risaputo che le buone notizie non vendono, sono le tragedie che fanno cassa, è la passione per il gossip, il pettegolezzo, l’ingiuria, il delitto, il malaffare, il malcostume,  il sospetto verso chi ci vive accanto…finendo per dominare sul buon senso  che   la macchina del fango  distrugge, inquina, corrompe, delegittima, discrimina. Dentro tutto questo al buon lettore  non rimane che la speranza che il buon giornalismo sopravviva. Lo  stesso gioco linguistico dell’alluccinazione e dell’inganno viene spesso usato anche da Eco nei suoi scritti, dove dichiara di divertirsi  a far dire ai suoi personaggi le cose più assurde,  dove però rimane  evidente che si sta facendo un gioco   rocambolesco,   dove si avvisa che  non bisogna credere  a nulla, dove si insegna  a  rimanere con le orecchie e gli occhi  bene aperti…

Alla fine emerge una grande considerazione da  parte di Eco per il nostro  mondo  Italia, che  non ha un sistema paese, che non ha un’unità di popolo, ma è ricco di  persone geniali  che tutto il mondo ci invidia e che molto hanno dato alla storia  del pensiero.  Per fare un esempio, il nikilismo ha attraversato sia l’Italia che la Germania, con la differenza che in Italia Leopardi ne ha fatto un motivo per essere migliori, la Germania lo ha preso per se stesso ed ha prodotto il nazismo. Insomma, noi avremo molte pecche  ma  abbiamo una forza straordinaria  che ci spinge a  risorgere meglio degli altri dalle varie catastrofi e prove di  resistenza.  E  nonostante noi stessi si sia ricchi  di delitti eccellenti e per nulla inventati, a partire dal caso Mattei, il caso Pinelli, Papa Luciani, Aldo Moro, Ambrosoli, Sindona,  Dalla Chiesa, Borsellino e Falcone,  Mafia capitale…tutti argomenti  fatti su misura per istigare le teorie complottiste  dove la realtà supera la fantasia.

Giuliano  Ferrara, il giornalista, accuserà Eco di fomentare l’odio e di essere di parte, trascurando l’insegnamento liberale di Kant, che avrebbe studiato  ma non compreso.  I suoi studenti invece lo adorano, lo ammirano e lo inseguono,  perchè Eco potrà essere criticato per la sua personalità diciamo senza dubbio partigiana (tutti gli uomini di carattere finiscono per esserlo),   ma   sempre senza dubbio  espressione  di  se stesso, genuinamente amante del dialogo diretto e senza velature,  lui che gli imbrogli li lasciava tutti  nelle parole dei suoi personaggi. Non si contano le onoreficienze  italiane  e    straniere da lui ricevute, le collaborazioni accademiche e le cittadinanze onorarie.   E poi nessuno ci vieta di seguirlo sul suo stesso cammino, rendendogli la stessa pariglia e lo stesso  sagace umorismo.

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Foucault

Foucault  nasce nel 1926  e muore nel 1984. Un filosofo dell’altro ieri,  della scorsa settimana, potremmo dire, che ci parla di tutte le patologie di cui è afflitta la nostra modernità.  Passa alla  storia per il suo Coraggio di dire la verità (che paradossalmente  lui non  ritenne di potere esercitare   fino in fondo)  e  perchè incarna una sinistra dissidente, dove si dichiara  che ciascuno  è l’avversario  di qualcun’altro,  che in ogni individuo agisce la bramosia del potere, un potere che viene esercitato in tutte le sue forme e in tutti i suoi gradi,  affermazione che gli costerà qualche critica  per la sua  radicalizzazione. La  premessa  del filosofo (che è anche psicologo)  è quella strutturale, dove distingue la macrostruttura dalla microstruttura.  Dentro  la struttura che tutto contiene ogni singolo è ora dominatore e ora  dominato.  La stessa civiltà/società poggia sull’organizzazione del potere, come accade nella scuola, negli ospedali, nelle carceri, nello stesso Parlamento, nelle fabbriche ecc…

Senza il potere non ci sarebbe il controllo e senza il controllo ci sarebbe il caos. Da questa macrostruttura deriva tutto, il sapere buono come il sapere cattivo, la volontà di potenza positiva come lavolontà di potenza negativa.  Fatta questa introduzione sociologica e politica, oltre che storica,  Foucault  passa ad analizzare la soggettività e la diversità di ognuno, che è se stesso nel modo di pensare ed anche nell’orientamento sessuale. Foucault è un omosessuale (non dichiarato)  e non può trascurare o tacere un argomento che  evidentemente lo tocca da vicino. Parla molto anche della follia, che non è solo devianza ma anche potenzialità ed opportunità per il singolo: alla devianza si può opporre la resistenza e questo concetto del Resistere diventerà centrale nel suo pensiero.

Fino ad arrivare  alla svolta etica  dove si riflette sulla genealogia del soggetto morale, riprendendo Socrate e il concetto dell’avere cura di sè.  Così come Nietzsche aveva focalizzato il  tema della morte di Dio, Foucault  focalizza il tema della morte dell’uomo che ha rinunciato ad avere cura di sè buttandosi nella massa in maniera indeterminata. Studia l’uso del potere da parte delle massime Istituzioni che sono la Chiesa e lo Stato, entra a far parte del Partito comunista ma ci rimane  solo due anni,  quando  per le sue posizioni originali e fuori dagli schemi si crea molte avversità all’interno della stessa sinistra che lui in parte rappresenta. Si scontra con Sartre che rappresenta il volto pulito del partito, quello che non ha niente da nascondere e da rimproverarsi.

Studia la genealogia (che lui ribattezzerà in Archeologia)  del sapere dicendo che il sapere nasce dal sapere, da  se stesso, in un moto trasformativo continuo e inarrestabile. Questo sapere si manifesta attraverso il linguaggio che è un gioco linguistico alla Wittgenstein, dove le regole possono venire cambiate, interrotte, sospese, ma mai cancellate. Il compito del filosofo non è quello di dire cosa fare, chi essere, come essere, ma è quello di guidare il singolo a essere se stesso, nel suo bisogno di resistere al potere che lo vuole uniformare. Questo accade sempre, nel quotidiano, nella famiglia come sul lavoro, in chiesa come nel partito, nella vita intima come nel tempo libero. Si parla di filosofia giornalistica,  di ontologia dell’attualità,  di vocazione  filosofica, di interpellanza del reale,  di centralità dell’immanenza, cioè del sapere leggere il dato reale che sta accadendo sotto i nostri occhi, sotto il nostro naso.

Nella storia tutto iniza e finisce, ma è anche  vero che nulla sparisce del tutto, che qualcosa sopravvive del vecchio nel nuovo, resiste alla morte continuando  nel futuro,  magari dopo essersi trasformato. Il filosofo distingue un potere  pulito da  un potere sporco; quello pulito si occupa dell’anima/spirito   e quello sporco si occupa solo della materia.  La democrazia rappresentativa è in profonda crisi, il cittadino non crede più nel partito, nello Stato, ed il  neoliberalismo soffia un vento che suggerisce di diventare imprenditore di noi stessi.  Questo vento urla: Prenditi la tua libertà, fa quello che ti interessa,  impara a decentrare se occorre.  In questo modo Foucault si auspica un radicale cambiamento degli assetti politici organizzativi, come dire,  una rivoluzione interna alle strutture organizzative, interiore, innovativa, capace di buttare via il vecchio e di guardare al futuro, senza rimpianti e senza ingiustificati timori.

L’originalità di Foucault, per un esponente della sinistra libera,   è che si dichiara contrario alla psicanalisi, la quale non può dirci chi siamo e come dovremmo essere,sentire, fare…Alla figura dello psicanalista Foucault contrappone la figura del confidente, come dire, la vecchia figura rassicurante del Pastore presa dal retaggio cristiano,  però reinventata in chiave moderna.  Per tutta la vita si rifiuta di fare coming out, tenendo nel privato la sua identità sessuale,  come se fosse un tabù o comunque  un  dato della sua vita  propria e non dicibile.  Non per banale  mancanza di coraggio,  ma  per mancanza di convinzione;  forse perchè i tempi allora non erano ancora maturi per uscire allo scoperto come poi  qualche decennio dopo accadrà di poter fare.

Da qui la sua ossessione di sentirsi controllato, libero ma controllato,  libero ma condizionato. Ossessione che lo porterà a tentativi di  suicidio, fortunatamente non riusciti.   Da qui il rilancio deciso del suo volere sentirsi  imprenditore di se stesso, in barba alla ideologia dominante, contro un potere  oppressivo  che alla fine  non rinuncia mai ad avere l’ultima parola, ma anche noi abbiamo la facoltà di non  abbassare mai fino alla fine, la testa.

Tra le sue opere troviamo  Storia della follia nell’età classica,  Nascita della clinica, Le parole e le cose, L’archeologia del sapere, Sorvegliare e punire, Storia della sessualità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Popper

Popper nasce nel  1902 e muore nel  1994. Attraversa   tutto il novecento   assistendo e partecipando ai suoi conflitti  e alle sue complesse problematiche. Passa alla storia  come il maggiore teorico del razionalismo critico  e come colui che teorizzò una necessaria patente che abilitasse all’uso dei media.

Dopo  essere uscito illeso da due guerre  mondiali   ed essere entrato a far parte di una società   democratica e capace di conservare  un relativo stato di pace,  Popper si mette ad osservare  l’utilizzo della grande comunicazione di massa, trovandola spaventosamente violenta,  lei stessa produttrice  e suggeritrice di comportamenti  non equilibrati, eticamente poco edificanti, distruttivi e diseducativi nei confronti sopratutto  delle generazioni più giovani ed ancora in crescita.

Popper vuole portare l’attenzione sulla responsabilità che riveste il giornalista ed il conduttore di programmi televisivi; ogni parola, ogni immagine, ogni  sequenza, ogni contenuto scelto contro quello cestinato,  hanno alla base un piano orientativo  che  porta con sè enormi  reponsabilità che  invece non vengono assunte o delle quali non si è abbastanza consapevoli.

L’obiettivo dominante emergente è  comprendere i fatti del mondo e adattarsi all’ambiente. Il cuore stesso di una civiltà dovrebbe invece essere conservare la pace ed alimentarla in ogni modo, contro il mettere in commercio messaggi di morte, di offesa, di distruzione, di provocazione, di esaltazione della  violenza.

Logiche di mercato e di odiens hanno la meglio sulle logiche educative e formative che dovrebbero sempre rimanere centrali nei professionisti che si occupano di comunicazione di massa. Si parla di Movimento dei pugni al quale andrebbe contrapposto  il Movimento  dei saggi, di chi si ferma a riflettere e valutare.

Se ci sono due tipi di società, quella governata dalla forza e quella governata dal diritto, è ovvio che una società  giusta deve perseguire il diritto e non la forza. Il liberalismo insegna che si è liberi di fare solo quello che non danneggia il nostro prossimo. Dentro il rispetto della legge ed il suo miglioramento  può solo  agire  l’essere democratico.

Il potere della  televisione  (tema centrale in Popper) va   controllato se si vuole evitarne la sua deriva; chi dice il contrario o è un truffatore o è un idiota.  Queste continue spinte popperiane  verso la necessità di controllare  la selezione dei programmi è detatta da una diretta osservazione che il filosofo ha modo di  compiere sugli stessi bambini, essendo lui stato insegnante di scuola primaria come di scuola secondaria.

Un bambino che assiste ad una scena violenta tende a chiudere gli occhi davanti alle scene più forti ed aggressive,  istintivamente, come forma di difesa davanti ad una immagine che non comprende, che rifiuta, che vorrebbe non vedere.  Questo ci deve dire ed insegnare qualcosa che invece si continua ad ignorare. Da qui la proposta di istituire  l’Istituto per la televisione e una   licenza per potere andare in TV. Questa licenza, se violata, può essere revocata, come accade ai medici che vengono inseriti in un Albo al cui Ordine un medico non corretto può venire cancellato e degradato dal suo ruolo. Ma anche come accade ai cattivi insegnanti che se colti a trasmettere insegnamenti negativi possono venire licenziati/sospesi, o come accade a tutte quelle categorie di lavoratori che vengono asservite a un Codice disciplinare e a un Giuramento  deontologico  ed etico.

Del  resto Popper è di fatto un’autorità indiscussa in materia; assiste alla nascita della grande comunicazione e la studia fin dall’inizio nel suo evolversi. Raffrontando la televisione dei primi decenni e quella che è diventata negli anni a divenire,  il filosofo  non può fare a meno di ravvisare un decadimento contenutivo, una minore cura nella scelta qualitativa dei programmi, ed un aumento paurosamente esponenziale dell’indice  di violenza ed aggressività. Sarà lo stesso indice di violenza presente nel mrxismo che  allontanerà Popper dal marxismo (come era accaduto nei confronti della psicanalisi), per avvicinarlo al già citato liberalismo e poi al neopositivismo. La sua opera più significativa sarà La società aperta e i suoi nemici.

Da vero insegnante non disconosce l’importanza dell’imparare dagli errori, però distingue  gli   errori rimediabili dagli errori irrimediabili. Per evitare  i secondi è necessario un sistema di controllo ma anche di autocontrollo, una specie di forma  autocensoria capace di dare l’esempio e di incoraggiare a fare sempre meglio. La democrazia funziona   quando si dà  delle regole e si impegna al rispetto di esse; che siano poche ma chiare  e incontrovertibili.  Si parla di fare due processi paralleli: uno per una società libera ed uno per una società controllabile. Ma come applicare il modello Popper?

Ecco in sintesi i passaggi salienti di questo modello:

  •  occorre contestare il  principio di   verificazione  (circolo di Vienna)
  • ad esso opporre il principio di falsificabilità distinto tra le teorie sceintifiche e le teorie non scientifiche
  • la scienza non è teleologica, cioè non ha un fine  prefissato
  • ma è una struttura che si erge sopra una vasta palude vischiosa
  • si procede dentro una ricerca continua per verosimiglianza
  • dove la scienza non è sinonimo di certezza ma di tentativo continuo verso il  veritiero
  • poichè la verità è sempre in cambiamento anche attraverso l’errore

In ambito culturale Popper contesta lo storicismo e l’olismo; il primo perchè nei fatti storici non vige il determinismo scientifico, il secondo perchè presuppone una società totalitaria  che si basa sul vantaggio della  società chiusa sopra lo  schiacciamento  del singolo.  Alle società chiuse   che si impongono con sistemi totalizzanti, gerachici e violenti  Popper preferisce le società aperte, non certo infallibili, ma meno violente,  non gerarchiche,  riformatrici, disposte al dialogo e  alla mediazione.

Insomma,  ne emerge un quadro  in parte contorto anche se si può respirarne  l’onestà intellettuale di fondo;  è l’idea di questa  presunta licenza abilitante per potere essere ammessi a fare  televisione, che ha lasciato un pò spiazzati i critici e gli addetti al settore.  Chi deciderebbe  chi  fare entrare  in questo ambitissimo circuito mediatico?  E  come impedire la libera espressione  che non può essere e non vuole         essere   sempre educativa ma piuttosto reale, e quindi piuttosto  critica nei contronti del reale?  Se le risposte utili possono venire solo o in primis dalla poliitca,  perchè la politica si sarebbe ridotta ad un circo  che sa dare di sè solo immagini  degradanti  e  imbarazzanti, dove la televisione continua a rimanere quel luogo dove impazza il terrore, l’osceno e l’esaltazione del crimine?

Sono le tante  domande rimaste aperte alle quale Popper cercava di dare un ordine.

Russell

Russell  nasce nel   1872 e muore nel  1970. E’ gallese, aristocratico e subisce un’educazione puritana. Per un periodo della sua maturità visse   negli USA  ma poi tornò a vivere nel Galles. Ha avuto modo di conoscere molto bene la cultura americana, con la quale si scontra per le sue idee pacifiste e anticonvenzionali.  Favorevole al matrimonio come al divorzio, ma anche ai diritti gay, ma anche per una educazione innovativa e decisamente libertaria.   Si sposa per ben quattro volte; con la sua seconda moglie, la femminista  Dora Black, si impegna nella  gestione   di una scuola   sperimentale e libera, soprattutto sotto il profilo sessuale,  che però fallisce per ovvie  complicanze di vario genere.

Per le sue idee pacifiste   arrivò a subire   il carcere, di fronte al quale  rifiuta ogni genere di privilegio che gli  viene offerto per la sua condizione  fisica (ormai anziano)  e  di nascita ( membro della Camera dei Lords).  Partecia  alla Corte Russell (che prese il suo nome ) chiamata  in giudizio contro i crimini perpetrati nella guerra del Vietnam, dove collaborò  con il comunista Jean Paul Sartre, un altro importante interprete  del tempo e del razionalismo critico. Collaborò con Einstein  contro il militarismo nucleare e per il disarmo, pubblicando il Manifesto antinuclearista  che prese  il nome di entrambi, con   la differenza che  Einstein aveva collaborato alla creazione della bomba, per poi pentirsene. L’unica forma di guerra che può essere giustificata è quella che serve per ripristinare la pace (pacifismo relativo).  L’unica forma di armamento nucleare  sensato dovrebbe essere  con un intento  deterrente.  Fu  ostinatamente antimarxista (per  il suo dogmatismo al pari del capitalismo assoluto), antistalinista ( da cui temeva il diffondersi del comunismo  visto come un regime totalitario) e  poi anche  antinazista (quando comprese che il dialogo con Hitler non era possibile).

Condannò il comportamento americano per la gestione del delitto Kennedy; accusò i dirigenti politici di avere preferito  un facile   colpevole alla ricerca delle varie e complesse responsabilità.

Scrisse moltissimo di etica, morale  e matrimonio (per cui ebbe una decisa esperienza). Nel 1950 gli viene dato il nobel per la letteratura. Tra le sue opere  si cita    Storia della filosofia occidentale, I problemi della filosofia, Perchè sono cristiano e La  conquista  della felcità.

E   in filosofia, cosa fece Russell in filosofia?  Fu maestro di Wittgenstein e di Popper,  arguto matematico e sostenitore del metodo deduttivo  di controllo contro quello induttivo. Così spiegò la sua posizione: c’è un tacchino che tutte le mattine alle ore 9 riceve il suo pasto. E’ ragionevole concludere, ad opera del tacchino, che il tacchino pensasse di sè “Ogni giorno alle 9 io mangio”. Poi un giorno alle 9 fu invece sgozzato. La sua teoria si rivelò falsa.  Quel tacchino siamo ovviamente noi che veniamo tratti in inganno solo da  una realtà che è sempre temporanea, in evoluzione, e mai definitiva.

Russel fu il padre del neopositivismo, neoempirismo e  razionalismo critico.In epistemologia   sostiene che   l’uomo conosce dai dati sensoriali e non può avere un contatto diretto  coi dati fisici che rendono possibili i dati sensoriali. Ossia,   la conoscenza avviene  per dati  empirici, momentanei e soggettivi  che rimandano al dato esterno e reale, e non interno e ideale.   Persino la matematica non può essere ridotta a logica,  perchè nello scibile umano  non c’è niente  di assoluto. Si parla per questo del Paradosso di Russell.

Si occupò di filosofia del linguaggio e di filosofia analitica; nella prima teorizzò la teoria delle descrizioni, ossia per capire se una frase è vera occorre osservarla nella sua totalità e non nelle sue singole parti, per esempio la frase “L’attuale re di Francia è calvo”  risulta essere vera se esiste un re di Francia e se detto re è calvo, altrimenti è falsa, ma non  priva di senso, perchè la sua struttura logica  rimane sensata. Con Wittgenstein condivise la teoria dell’atomismo logico, ossia esistono proposizioni minime che non possono essere ulteriormente ridotte e che costituiscono i fatti atomici. Poi i due filosofi seguirono strade diverse. Per Wittgenstein Russell peccava di superficialità.

Sul fronte sociale ebbe una notevole influenza, sia per la sua presenza attiva, sia per  le sue lotte pacifiste continue, sia per il suo socialismo democratico, sia per la sua personalità eccentrica, coerente   e fuori del comune.

 

 

 

Husserl

Husserl nasce nel  1859 ( la stessa data di Bergson e di Dewey)  e muore nel  1938.

Fu il maestro di Heidegger, che gli seguì  drammaticamente  nella carriera universitaria.

Costruisce un nuovo metodo di conoscenza, un nuovo modo di pensare il reale e di pensare l’astratto. Il principio è che il pensiero non sta in una torre  d’avorio ma dentro ciò che si vede. Parla di fenomenologia del pensiero, volendo calcare il suo essere immanente.

Per Husserl il mondo della vita è il centro, la verità va indagata per come  accade e non per come la crediamo essere o la vorremmo essere. Il compito primo della filosofia è di dire la verità, e se non riesce a farlo allora significa che ha fallito.

Come lo scetticismo dominante del suo tempo  che  rincorre il principio del tutto possibile e del nulla certo.  Le cose o sono o non sono. Nello stesso linguaggio ci si comunica grazie ad un ordine: la lettera m e la lettera a da sole non hanno un grande significato, ma se le mettiamo insieme secondo un preciso ordine vanno a formare la parola MA., che tutti possiamo capire.  E’ il problema dell’uno e dei molti. Come occorre leggere i dati del reale? La loro unità fanno una semplice somma o creano contemporaneamente cose nuove? Cose diverse? cose proprie? Si parla di linea continentale e analitica del pensiero. Di questa nuova filosofia  continentale ed analitica faranno parte l’esistenzialismo, il post strutturalismo, il post modernismo, la psicanalisi,  il decostruzionismo.

Husserl si lega alla Gestalt  che già aveva affrontato questo problema  della percezione che non è la semplice somma delle parti.   Per Husserl c’è un principio di priorità sia sul DATO  che sul COSTRUITO.

Cercherò di essere il più chiara possibile, perchè ammetto che Husserl è un passaggio ostico che va subito superato; il filosofo distingue la conoscenza diretta da uella  non diretta, ossia se ho davanti a me una casa di essa posso averne la conoscenza diretta, se non ce l’ho davanti ma solo mi viene descritta, allora ne ho una conoscenza mediata e meno precisa,  e soprattutto   indiretta.   Ogni atto del conoscere deve essere intenzionale cioè consapevole.

Le cogitaziones cioè i pensieri/percezioni   sono  puri atti  intenzionali della coscienza e   sono essenze,  non esistenze (che interessano più il lato empirico).   La fenomenologia ha uno scopo epistemologico, cioè  conoscitivo ed assoluto, aprioristico,  idealistico.  Tutto accade nella mente, e si parla infatti di filosofia della mente o di riduzione eidetica, all’idea interna.  Seguiranno la filosofia del lingauggio e le teorie sulle intelligenze  artificiali. Nonchè la stessa epistemologia  genetica del pedagogista Piaget, che studierà il funzionamento della mente del bambino.

Rimanendo su Husserl, il suo pensiero è tutto un oscillare tra psicologismo e logicismo, come se non fosse possibile scegliere una via eliminando totalmente l’altra; Husserl vuole essere rigorista e non cadere in pregiudizi così come aveva fatto il naturalismo  mortificando la coscienza, il vitalismo esaltando l’individuo, il relativismo negando ogni possibile scientificità. La fenomenologia  vuole essere l’analisi della coscienza  nella sua intenzionalità:  essa esamina tutti i modi in cui  qualcosa può essere dato   alla coscienza ed esamina la validità riconoscibile agli oggetti  di coscienza. Gli stessi maestri di Husserl saranno F.  Brentano e  B.  Bolzano.

La fenomenologia pretende di essere un ritorno alle cose, che devono tornare a parlare di sè senza più inquinamenti   ideologici  e stereotipi.  Per elencare,  la fenomenologia vuole essere intuitiva (parte dalla percezione), contemplativa (mette al centro l’idea), apofantica (svelatrice), rigorosa ( fondata su assoluti), soggettiva (l’io gioca un ruolo primo),  non-oggettiva (si rivolge alle essenze),  scienza delle origini/principi primi (garantiti dalla coscienza)  e  impersonale (vale per tutti).

Centrale in Husserl è la parola INTENZIONALITA’; l’intenzione  sta  a  significare la presenza della coscienza, della consapevolezza,  del volersi schierare, del voler prendere una posizione.  Tutta la vita è un continuo dover prendere una posizione.  La ragione è una disponibilità ed una disposizione. C’è la libertà di scegliere la giustezza. Non importa il mestiere che fai  ma importa  saperlo fare bene, con coscienza. Da questo indagare la mente  deriveranno le neuroscienze, e nasceranno  studi  sui neuroni specchio, sulla risonanza magnetica, sull’empatia.  Le idee stanno nelle cose,  le cose ci parlano, hanno una loro identità. Non è la mente che proietta forme, ma è il mondo che si manifesta  nella sua  essenza.  L’uomo deve rispettarlo, riconoscerlo. Non è l’idealismo kantiano  ma l’interrogativo socratico del sapersi mettere in dubbio.  No agli uomini di fatto  ma di   pensiero.  Uomini di coscienza  contro uomini di scienza.  E  non conta  il pensare bene, conta il fare bene quello che si è pensato bene. Tutto il mondo  è importante e merita d’essere conosciuto.

Husserl verrà ripreso e meglio approfondito dalla filosofia critica; tutto nasce dal fallimento della filosofia tradizionale che con il diktat  delle scienze e del suo  fallimentare positivismo   aveva ridotto l’uomo a semplice oggetto di studio  tra altri oggetti; il clima è quello post bellico, quindi è un generale interrogarsi   sul ruolo vero spettante  alla filosfia sopra la matematica e le scienze  tradizionali.

Domanda  che purtroppo Heidegger interpreterà  in un senso  catastrofico.

Sembra evidente che per la sua complessità Husserl ce lo ritroveremo da qui in avanti. Non si può capire chiuso in se stesso, bisogna  portarcelo  sempre disponibile nei cassetti della mente.  Almeno questo vale per me.

 

Comte, Darwin, Spencer

Il secolo è sempre il 1800, in pieno clima illuminista e scientista. L’oggetto di principale attenzione è il progresso. I campi di applicazione spaziano dall’etica    alla scienza astratta e concreta.

Comte si prefigge di inserire conoscenze ritenute tradizionalmente non sistemizzabili/classificabili   dentro un unico grande impianto gnoseologico, ma per fare questo ricorre a delle forzature  che  finiscono   per snaturare gli scopi primi di ogni ambito  culturale.  Per esempio, classifica l’etica come la settima scienza del sapere,  con la pretesa/intenzione  di attribuire all’etica un controllo effettivo e comunitario, ovviamente da parte della comunità scientifica.  Siamo totalmente lontani da quello che farà Bergson che anzichè ridurre l’etica alla  ragione   nella speranza di  controllarla,  la eleva  a  non scienza  ed  a coscienza  della storia.

Comte (1798-1857)  rimane figlio del suo tempo,  e ragiona  come uno scienziato che però si va ad occupare non solo di fisica, astronomia, biologia,  matematica ecc…,  ma anche di sociologia.  Divide la sociologia in statica e in dinamica; nella statica  si conosce come la classe sociale/politica    sostiene l’idea centrale del suo tempo, nella dinamica si conosce come la classe sociale/politica   intuisce idee di cambiamento, andando a permettere/determinare la fine di epoche e l’avvento di epoche nuove.

Darwin (1809-1882), l’altro grande  scienziato positivista del tempo,  è diventato celebratissimo per la sua teoria della specie e per quello che va sotto il nome di teoria evoluzionistica. Studiando direttamente la capacità degli animali in contesti diversi attraverso  il loro  spirito di adattamento al territorio, arriva a legiferare  il concetto di evoluzione della specie, un’evoluzione biologica e naturale, lenta ma inarrestabile, determinata e regolamentata dall’istinto di sopravvivenza. Ciò che però lo rende celebre è il suo ipotizzare che lo stesso uomo cosiddetto sapiens sapiens deriva dal suo progenitore animale, ossia dalla scimmia.  Questa dichiarazione lo impone all’attenzione mondiale e ovviamente all’agitazione  generale dei più diversi  ideologismi  che si schierano ora a favore ora contro. Nasce legittima la domanda da un milione di dollai: può l’uomo essere valutato e studiato come un qualsiasi membro animale?

Il suo successore Spencer  (1820-1903)   allarga il principio di evoluzionismo   naturale alla storia, ossia all’ambito  sociologico/antropologico/politico,  perchè le specie viventi si evolvono in quantità ma anche in qualità, diventando sempre più complesse e sofisticate. Per esse occorre valutare l’organizzazione e la differenziazione. Anche  la storia appartiene a quei saperi visibili e quindi controllabili/verificabili. Di ogni ambito non visibile non si può avere nessuna conoscenza certa. Sono tutti principi che abbiamo visto nascere nel mondo greco, che già  distingueva con Platone ed Aristotele ciò che riguarda  la scienza (il mondo fenomenico)  e ciò che riguarda l’Idea (il mondo noumenico). Dopo di loro ognuno ha  scelto se essere più platonico o più aristotelico. Il positivismo è un figlio dell’aristotelismo, il quale Aristotele non aveva mai dichiarato che lo spirito non esiste e non lavora nella storia.

Il principio di fondo di questo studio delicato   rimane sempre lo stesso ed è  elementare nel suo funzionamento: il più forte vince sul più debole. Non dimentichiamoci che dall’evoluzionismo deriverà la teoria razzista di dividere il genere umano in razze superiori ed inferiori, pratica legittima laddove si volesse ridurre l’uomo a essere animale e non spirituale.

Traducendo il tutto in ambito storico, se ci si deve chiedere chi tra il liberalismo ed il socialismo potrà avere la meglio, la risposta è semplice,  sarà la storia a dirlo, dimostrando nei fatti chi tra i due pensieri ha il dna o la struttura propria vincente. Il rischio evidente è quello di semplificare e banalizzare.

Spencer parla di fondare un sistema di filosofia sintetica,  che includa la psicologia, la biologia, la sociologia e l’etica. Insomma,  niente di nuovo sotto il sole, nonostante  le novità  di indubbio  interesse e di enorme  valore  morale.