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Il bisogno di futuro

Nietzsche

Nietzsche è l’anello di arrivo di questo discorso intorno ai grandi della filosofia.

Si era partiti con Platone ed Aristotele, due maestri  antichi che a nessuno verrebbe in mente di definire sbagliati o mancanti.  Quindi abbiamo visto  Cartesio, Kant ed Hegel, tre capisaldi dello sviluppo della speculazione filosofica moderna, che a nessuno verrebbe in mente di giudicare come ideologici, proprio loro che si prefiggono di gettare alle ortiche i dogmi, le costruzioni mentali prive di fondamento ed  infine  ogni forma di sapere dilettantistico.

Ecco che invece arriva questo pensatore antisistemico, vitalistico ed irrazionalista, che non ragiona per schemi  dati per amovibili,  ma per intuizione,  che si prende l’onere e l’onore di dire al mondo “La filosofia fino ad oggi  è stata solo  menzogna, il vero pensiero  è un’altra cosa, ha un’altra funzione, che non è quella teoretica od etica, gnoseologica o logica, bensì quella pulsionale dell’essere umano  in quanto essere libero, creativo, ardente, imprevedibile, vitale  e  signore di se stesso.”

Secondo Nietzsche  Socrate è responsabile di avere  ucciso il pensiero imprigionandolo dentro le briglie della Ragione, avrebbe  ucciso la vita,  identificandola  nell’idea unica di Verità, e tutti addosso alle presunte false verità, alla negazione del vero possibile, che è come dire a chi si impegna di ricercare la sua strada    che non  esiste  la certezza di nulla, che tutti alla fine si porta una maschera, perché la vita stessa è imprevedibilità, necessità di capirsi  noi stessi, è bisogno istintivo e inconscio, è  ricerca del sublime, di quello che il filosofo arriverà a chiamare l’uomo nuovo. Anticipa  per certi aspetti  Freud, che infatti sarà  come lui il terzo autore del sospetto.  Ma andiamo per gradi.

La lettura del “Mondo come volontà e rappresentazione” gli apre gli occhi. Schopenhauer gli fa capire che  non esistono schemi   immodificabili e sovrani, ma solo sovrastrutture determinate da chi le seleziona  o le costruisce, che si impongono per luoghi comuni e per tradizione, per interessi di parte e per convenzioni.  La realtà è interpretabile, può assumere molti aspetti, dipende dall’angolatura da  cui si guarda.  Queste sovrastrutture, continua Nietzsche, (la parola sovrastruttura era stata  decodificata soprattutto da Marx, che è il primo  autore del sospetto),  ci vogliono solo tenere legati ad un’idea dominante di Verità, e questo non va bene perché in questo modo non ci diciamo come stanno veramente le cose, cadiamo nell’inganno   e per l’appunto nell’ennesima ideologia mascherata di rivelazione. Quello che il filosofo del nihilismo  non fa proprio  del suo maestro, è l’ idea di  astensione dalla vita, con l’invito a praticare o l’arte, o la compassione, o il nirvana, le tre uniche attività che non possono causare danni  irreparabili. Non si deve, invece, fuggire dal problema, ma affrontarlo.

La  sua  prima  opera, La nascita della tragedia,      è  la critica a tutto questo. Oltre alla visione apollinea della vita che ricerca l’armonia esiste la visione dionisiaca che ricerca l’esplosione di ogni slancio che possa apportare il proprio contributo  innovativo  allo scenario del mondo.

Segue “Considerazioni inattuali” che sono la sua critica alla Storia vista come un inarrestabile progresso, un’eredità che ci sta addosso come una condanna, secondo l’idea lineare del tempo, che invece è circolare, cioè è un eterno ritorno di fatti, dei quali  dobbiamo farci carico in un senso innovativo, accettando la natura umana per quello che è, una natura finita ma fatta per l’infinito, quindi accettando il rischio.  Dentro il gioco della vita  non c’è nessun Dio che può venire in nostro soccorso (quando  c’era lo abbiamo messo in croce), né alcuna Legge  che possa salvarci  dal non cadere in qualche baratro (Kant si illudeva). C’è solo la nostra volontà di potenza, che ci chiede d’essere rispettata e non mortificata.

Per comprendere   meglio sarebbe utile sostituire la parola potenza con la parola vita.  La potenza  ci fa subito pensare alla violenza, alla sopraffazione, che è quello che ha fatto il nazismo  che  non è per nulla una creazione imputabile  a Nietzsche.  Forte invece   l’ anti hegelismo  del pensatore  che aveva fatto della Storia la sola ragion d’essere. E’ chiaro il rovesciamento dei valori: là dominava lo spirito assoluto, qui domina il soggetto; là dominava la dialettica, qui domina l’atto creativo e singolare, capace di spezzare ogni schema, di rigenerarsi,  di modificare il corso degli eventi affatto ineluttabili.

E infatti la storiografia dopo di N.  diventa critica verso se stessa, diventa Monumentale, ossia fatta  di grandi personalità singolari  più che di lunghi periodi storici incasellati.

L’opera successiva del pensatore sarà “Umano troppo umano“. E’ il testo che continua  la pars destruens del filosofo verso tutta la metafisica precedente. Dopo avere criticato Hegel, Socrate e lo stesso illuminismo che aveva deificato la Ragione, adesso critica  specificatamente   la metafisica  artistica (Schopenhauer),  etica (Kant)  e religiosa,  che hanno   cercato di creare ideali che non esistono nella realtà. Non esiste l’uomo artista e sognatore,  che cerca di controllarsi  o illuminato, che si eleva alla santità  (se non in casi eccezionali);  esiste solo l’uomo egoista che tende alla sopraffazione dell’altro. Contro questo scenario il filosofo deve offrire se stesso come colui che è chiamato ad essere aristocraticamente distaccato. Sarebbe lui stesso questo filosofo, il veggente che precorre il tempo che deve ancora venire, e che porta il peso della solitudine. Si parla di veggenza perchè N. ha la forza di prevedere il futuro, ma non è una previsione illogica e irrazionale, è un calcolo intuitivo che ha i suoi fondamenti.

Il linguaggio comincia a diventare aforistico, enigmatico,  tipico di una filosofia  irrazionalista che si prefigge di mettere a tacere la ridicola presunzione della Ragione. Per irrazionalismo non si vuole intendere qualcosa di non ragionevole, ma qualcosa che viene letto tra le righe, tra i non detti, tra i non messi a fuoco,  ma che già appartengono alla vita nella sua totalità.

Seguono “Aurora” e la “Gaia scienza” che concludono la pars destruens  del suo pensiero, detta anche Filosofia del mattino. E’ qui che si cita la famosa frase che proclama la morte di Dio. E’ l’uomo che ha ucciso Dio ed ora è rimasto solo, quindi abbandonato a se stesso nel nulla. Da qui la parola Nichilismo che era già stata utilizzata da Dostoevskij, Stirner e Turgenev. Il nichilismo non l’ha inventato lui.   Anzi,  è una parola che compare nella Bibbia,  anche se sotto forma diversa.  Il filosofo non fa che  TRASVALUTARLA, ossia la recupera e la fa propria. Passa da un nichilismo passivo ad un nichilismo attivo.  Se i valori sono morti, non rimane che inventarne di nuovi, ricominciare da questa caduta per dare inizio ad una nuova era. Ecco l’inizio teoretico del Superuomo  che però è stato già definito da Vattimo  Oltre uomo, per non confonderlo con il superomismo d’annunziano e fascista.

Si arriva a “Così parlò Zarathustra” che parla di ETERNO RITORNO, UOMO NUOVO e VOLONTA’ DI POTENZA/VITA. Concetti già introdotti ma che approfondiamo.

Letteralmente l’eterno ritorno è il ripetersi della propria vita all’infinito, istante dopo istante, nel senso che se si dovesse rinascere si finirebbe per rifare le stesse scelte. Non c’è passato presente e futuro, il Cristianesimo non  attende l’avvento di Dio, la Storia non attende il compimento dello Spirito, il Comunismo non accadrà quando sarà tempo che accada. Ci sono solo i singoli e la loro piccola grande storia assoluta.

L’eterno ritorno  è quindi un modo per invogliare le persone  a scegliere bene, dando peso ad ogni istante, perché  non ci sono due possibilità,  ma una sola imperdibile   occasione. Il cogli l’attimo, insomma.

Per fare questo ci vuole un Oltre uomo, l’uomo nuovo,  e ci vuole Volontà di potenza, che preferisco chiamare volontà di  vita,  ossia la capacità creativa, virile e coraggiosa   di affrontare l’esistenza.  Questa è l’etica di Nietzsche e la sua pars costruens.  Un’etica nuova nel mare aperto del cosmo.

Non esistono legami, fatti incatenanti, ma solo capacità interpretative del presente.  Ecco l’originalità, ecco la forza espressa  in termini completamente innovativi e senza dubbio destabilizzanti.

Il pastorello si salva dal nulla  mordendo la testa al serpente che vuole intrappolarlo.  E’ l’immagine simbolica che il filosofo  utilizza dentro il testo.

E’  anche vero che a questo punto il pensiero di Nietzsche raggiunge l’apice del suo essere critico. L’obiettivo principe che N.   vuole distruggere è Hegel  e tutto il suo sistema. E’ Hegel  tutto quello che deve essere superato (più che Kant, più che Rousseau, più che Schopenhauer). E  il mondo intorno a lui è tutto hegeliano, è assolutamente hegeliano. Come fare?  Come uscirne? Come preparare il mondo al cambiamento?

Si può immaginare la totale solitudine di Nietzsche, solitudine filosofica e solitudine umana, che diventerà assoluta con la veniente malattia che lo travolgerà.

L’eredità che lascia è questa solitudine. Davanti alla vita ognuno di noi è solo con se stesso. Non c’è Stato, non c’è Chiesa, non c’è Legge che ci possa dare ancoraggi.  Nietzsche aveva previsto il crollo della civiltà, una società destinata al tramonto,  e così è stato con l’avvento dei totalitarismi e delle pagine più orride che l’umanità si sia mai trovata a vivere.

Il suo pensiero si chiude con una rinnovata  critica al cristianesimo (di cui salva solo la figura di Gesù, che per lui è un Profeta che nessuno però ha capito), perché è definita la morale del  risentimento.   I deboli si prendono la rivincita sui forti, ricorrono  alla religione  per giustificare le loro incapacità a vivere  e per confortare la loro sofferenza   con l’idea della vita futura dove loro saranno premiati contro gli altri che saranno condannati alle loro colpe. Questa è una religione che condanna al dolore, alla rassegnazione,  che condanna all’immobilismo, dove   non c’è nessuna possibilità di autentica  gioia.

Di pari veduta era stato Spinoza, che infatti è un filosofo ammirato da Nietzsche, insieme ad Eraclito.

A questo punto del discorso  diventa  opportuno  riprendere il tema dell’Essere, per valutarne l’effettiva inutilità o l’effettiva morte.

Non si può fare questa riflessione  senza ripartire da Heidegger, il successivo grande del pensiero, che ci rimanda ad Husserl, definito da Cacciari il solo vero filosofo del 900.

UMBERTO SABA

SABA nato a Trieste il  1883 e morto il 1957 a Gorizia

Umberto Saba si presenta come un poeta ANTINOVECENTISTA.

In lui si possono trovare legami con Montale e con Ungaretti, che  erroneamente all’inizio vengono definiti Ermetici, ma invece verranno rivisti  come avanguardisti  sui generis  e con riferimenti  poetici estranei all’ermetismo.

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