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Heidegger

Heidegger nasce nel 1889    e muore nel  1976.

« Da sempre – scrive Jaspers- i filosofi tra loro contemporanei si incontrano in alta montagna, sopra un vasto altopiano roccioso. Da lassù lo sguardo spazia sulle montagne nevose e ancora più in basso sulle valli abitate dagli uomini e sull’orizzonte lontano e in ogni dove sotto il cielo. Là, il sole e le stelle sono più lucenti che in qualsiasi altra parte. E l’aria è talmente pura che dissolve ogni opacità, talmente fredda che non lascia levarsi alcun fumo, talmente limpida che uno slancio del pensiero si diffonde in spazi immensi. […] Oggi sembra che su questo altopiano non ci sia nessuno da incontrare. Ho avuto l’impressione […] di incontrarne uno soltanto e – tranne lui – nessun altro. Quest’uomo però è stato un mio cavalleresco avversario: le potenze che noi servivamo, infatti, erano irriducibili tra loro. Presto apparve evidente che noi non potevamo affatto parlare uno con l’altro. E così la gioia si trasformò in dolore, un dolore particolarmente inconsolabile, come se si fosse perduta una possibilità che sembrava prossima, a portata di mano. Così è andata tra me e Heidegger. Per questo trovo insopportabili, senza alcuna eccezione, tutte le critiche che egli ha subito: lassù, infatti, su quell’altopiano, non avrebbero trovato posto. Per questo vado alla ricerca della critica che diventa reale nella sostanza del pensiero stesso, alla ricerca della lotta che rompe l’assenza di comunicazione dell’inconciliabile, della solidarietà che lassù – trattandosi di filosofia – è ancora possibile anche tra chi è più estraneo. Una critica e una lotta intese in questo senso sono forse possibili, eppure vorrei, per così dire, tentare di catturarne l’ombra »

Questo testo di addio che  il filosofo  Jaspers  dedica ad  Heidegger  poco prima di morire ci racconta di un sodalizio filosofico ed intellettuale  che  era esistito tra l’inarrivabile  compagno  di  pensiero  e lo stesso  amico   esistenzialista.  Ma non può essere compreso senza conoscerne i precedenti.

Tutto accade tra il  maggio  1933 e la primavera del   1934;  Heidegger viene insignito del rettorato dell’università di Friburgo,  dopo che era stato di Husserl, il suo maestro, e dopo che il  suo predecessore ne fosse stato destituito per incapacità. Heidegger accetta pressochè obbligato   tra  le insistenze generali, ma le sue perplessità sulla cosa non mancano;  si ritiene da subito inadeguato a questo ruolo, lui che non aveva mai fatto politica  e non sie era mai  occupato di  amministrazione  e burocrazia. Tiene un discorso  che chiaramente appoggia l’avvento del nazionalsocialismo intorno al quale si stava costruendo tutto l’apparato nazista  che ben presto porterà alla nazificazione  della  Germania  con al governo  Hitler, ma che nel suo intento nobile  voleva solo dare lustro e dare un’opportunità  all’Università  in quanto tale e in quanto  Istituzione  sovrana,  vista come  un’importante  protagonista che avrebbe potuto dare il suo contributo  alla necessaria organizzazione  tecnica  e scientifica di tutti i saperi; peccato che il filosofo parlasse al vento, all’aria, a vuoto.  Il discorso  Croce lo  giudicò,  dopo averlo letto,  superficiale e inappropriato. Ma ormai la frittata era stata combinata, ed il  nome  di uno dei più grandi  filosofi  del ‘900   è rimasto compromesso e macchiato. Non solo il suo nome, ma anche  il ruolo legittimo  della filosofia  di fronte alla società  e alle sue  imperiose necessità.

Avendo Hitler un chiarissimo intento antisemita e avendo già precluso l’accesso e la permanenza di  professori ebrei  nelle cariche  universitarie e non solo,  lo stesso Jaspers, di origine ebrea,  era stato costretto ad allontanarsi  tra  l’impotenza  dello stesso  Heidegger, tutto preso  dalla propria carica  e  convinto  che il suo ruolo avrebbe potuto   in qualche modo lasciare un segno utile al Paese e alla sua  costruzione civile.  L’errore inappellabile di Heidegger poi sarà quello di entrare nelle file del nazionalsocialismo, come membro pubblico   dell’apparato nazista. Indubbiamente un atto a lui obbligato, visto la carica che rivestiva,  ma che non lo  discolpa dalla responsabilità di non avere mai detto una sola parola, prima della morte e dopo la fine della dittatura,  contro quel periodo, contro il suo essere stato nazista ( forse per orgoglio?).  Insomma, con Heidegger la filosofia ai suoi massimi vertici si macchia di una caduta  che  con molta difficoltà  riuscirà  in  qualche modo   a recuperare.  E che comunque ebbe il prezzo certo di un’amicizia distrutta  tra gli alti e bassi  della sua faticosa ripresa. Naturalmente non si tratta banalmente  di un’amicizia andata in fumo,  ma della desolante  impossibilità di dialogo  che si viene a creare  quando  due punti di analisi  arrivano a divergere  diventando  inconciliabili.

Che lo stesso Heidegger poi non piacesse allo stesso nazismo è addirittura arci noto; non piaceva il suo essere così poco uomo d’azione, così poco uomo di partito  o infiammatore di adunate  popolari;  non piace il suo linguaggio  cattedratico  e per nulla  militante  che  affatto soddisfava  il  bisogno di  propaganda  nazionale,  insomma, il suo essere se stesso aldilà di quello che potevano essere i suoi metafisici    e per l’appunto filosofici discorsi,  che nulla piacevano ai gerarchi e agli ideologisti  del regime.  Il rettorato dura poco meno di  un anno, ed Heidegger si dimette  per incompatibilità con il clima politico e intollerante  che gli stava facendo una pressione continua.  Torna ad insegnare,  ma sono anni difficili, ormai compromessi,  che nemmeno  troveranno una  facile risalita dopo il ’45, quando il filosofo di  Essere e Tempo  viene accusato apertamente d’essere stato nazista. In questo periodo di lunga crisi H. si mette in un volontario isolamento  dove riesce a elaborare lo sviluppo del suo pensiero. Riflette sul rapporto della tecnica  con l’uomo, dove la tecnica domina e riduce l’uomo a cosa da dominare. Riflette sul linguaggio definendolo la casa dell’essere dove abita   l’uomo, andando ad assumere toni mistici.

Indubbiamente H.  aveva  compiuto un errore di valutazione di fondo; aveva creduto   che il nazionalsocialismo avrebbe impedito l’avvento del bolscevismo in Europa e in Germania, pericolo incombente  e temuto da più parti. Per ostacolare questa possibilità esterna    non  riesce a dare il giusto peso  a quello stesso  regime  diddatoriale  presente nel seno  stesso  del paese. Persino davanti alla liberazione e alla fine del regime  Heidegger accoglierà con un certo  scontento  ideologico  il fatto storico  d’essere stati  salvati proprio dai bolscevichi   e dagli sgherri  americani…

L’amico Jaspers sopravvissuto a quel tempo    inizialmente avrà verso di    lui un comportamento molto duro, ma poi  tenterà nei suoi confronti un riavvicinamento, riconoscendo nell’antico compagno di riflessione   un uomo valido di pensiero;  tuttavia quando Heidegger fino alla fine si rifiuta di ammettere le sue responsabilità  dovendo fare critica verso quello che da parte sua apparve  come un comportamento  inadeguato,  allora si chiude definitivamente un’intesa e cade definitivo il silenzio.

Ma chi era Heidegger aldilà del suo essere stato nel posto sbagliato nel momento sbagliato?   Era ed è stato appunto uno dei massimi pensatori del ‘900, che merita d’essere  ripreso aldilà delle sue compromissioni con  una faccia  della Germania che il mondo intero ha messo   a testa in giù, per sempre.  Si può distinguere due Heidegger, quello prima del nazismo e quello dopo il nazismo. Quello di Essere e tempo, e quello di Ormai solo un Dio ci può salvare e Lettera  sull’umanesimo. H. parte dall’Essere per  definire l’essere. Domanda: cos’è l’essere?  Il contenuto è fatto dalla domanda (punto di partenza),del termine dativo  a chi si domanda (punto di mezzo), e del termine oggettivo sul   cosa si trova (punto di arrivo).

Dunque, la domanda  è Chi è l’essere, viene fatta all’ente che è perchè c’è l’esserci, che altrimenti  non  ci sarebbe interlocuzione,  e quello che viene trovato è il senso dell’essere.  Insomma, tutto ruota intorno alla parola Essere e tutto accade  dentro un tempo che è il tempo dell’esserci, dell’essere qui e ora. L’uomo è l’esserci che si  chiede chi è.  Lo fa perchè può farlo e solo lui tra glia esseri viventi può fare questo. Ne consegue che l’uomo è chiamato a dare un senso al suo esserci nel tempo, al suo essere gettato nell’esistenza (espressione già incontrata mentre si parlava dell’esistenzialismo di Sartre). Mentre Sartre è materialista e nega l’esistenza dell’essere ontologico ed ontico,  Heidegger è  per una concezione  non materialistica    dell’uomo, in quanto finalistica,   e non può prescindere dall’idea di  anima.  Il richiamo trova le sue radici in Parmenide, Platone, Aristotele, e poi in Pascl  e   Kierkegaard,    che ha fatto del concetto dell’angoscia  il centro della vita.    Per Heidegger quell’esserci   è la possibilità dell’esistenza, del proprio scegliere chi essere, come essere, perchè essere. Noi siamo un progetto, ciò che amiamo essere.   L’uomo ha da essere, è l’artefice del proprio destino. E sa che dovrà morire, che il suo progetto finirà, che il suo progetto  dipende da lui e dalla sua capacità di scelta.

L’ontica si occupa dell’essere particolare e l’ontologia  dell’essere universale.  L’esserci è l’essere nel mondo in rapporto con le cose, che sono mezzi messi a disposizione dell’uomo. In base a come la vita viene vissuta, essa può diventare autentica o non autentica.  Le cose vanno usate se servono, se non servono devono rimanere inutilizzate.  L’uomo deve prendersi cura delle cose,  di se stesso e degli altri, se si vuole la coesistenza.  La stessa coesistenza può essere autentica se ci si aiuta nel profondo,  o inautentica, se ci si aiuta solo in superficie,sulle cose, sulla vacuità, sulla chiacchiera.

Nel caso della vacuità si va incontro all’inganno, alla menzogna, all’equivoco. Il destino dell’uomo è la reificazione, e per combattere tale destino  occorre  dire no alla vita inautentica. Ecco il pessimismo di Heidegger,  che non crede nell’uomo e nella sua possibilità di salvarsi da solo. Di certamente autentico nella vita c’è solo la morte, allora occorre vivere nella morte, anticipando la morte stessa. Ma cosa significa?  L’anticipare la morte di Heidegger significa che dobbiamo saperla guardare in volto senza averne paura; l’angoscia si può controllare, la paura invece ci vince e ci distrugge. In quanto alla morte, si può vivere sempre e soltanto quella degli altri, mai la propria, che a sua volta diventa morte per gli altri che l’assistono.  L’anticipare la morte, concetto centrale per comprendere Heidegger,  è  l’essere consapevoli del proprio stato di morituri e farne un punto di forza.

Dopo gli eventi disastrosi del suo rettorato fallito, Heidegger si rifugia nell’esaltazione della poesia, attreverso le opere di Holderlin,  di cui elogia   la sua funzione di custode della vita, della verità, della bellezza, oltre lo sfascio della realtà che si è precipitata nella tecnologia  che ha ridotto l’essere a mezzo. La poesia è l’arte suprema che    permette  alla verità di svelarsi. E’ ciò che lascia accadere la verità. Seguono anche importanti studi su Nietzsche, che già abbiamo anticipato (vedere l’articolo su Nietzsche), visto da H. come l’ultimo dei filosofi della vecchia idea di metafisica e l’iniziatore  della nuova.

In  Ormai solo un Dio ci può salvare  ( dove in una intervista  il filosofo spiega fatto dopo fatto quello che accadde  in quegli anni terribili) e Lettera  sull’umanesimo      l’autore vuole  tirare le fila di una vita  spesa intorno a un progetto che è rimasto  inconcluso, spezzato, irrisolto.  Ma estremamente illuminante è proprio  l’intervista rilasciata sui fatti che incriminarono per una leggerezza di percorso   questo grande uomo di pensiero.  Qui se ne può trovare il testo integrale preso dalla pagina blog di Gabriella Giudici, che ringrazion fin d’ora  per la sua sentita passione d’insegnante.

Per concludere, mi sembra di potere affermare questo: il fallimento di Heidegger potrebbe rappresentare il fallimento di tutta la filosofia di quel tempo, che non seppe in nessuna maniera  far fronte alla follia hitleriana da un alto, come   alla follia bolscevica dall’altro.  Solo a guerra  finita,  ci fu il tempo e lo spazio delle riflessioni, delle denunce, delle confessioni, delle ammissioni di colpa e delle celebrazioni.  A volte nemmeno dopo.    Molto tempo verrà riconosciuto   alla memoria, al dovere di ricordare per non dimenticare e per non lasciare nell’ignoranza le generazioni  future che  non essendo state testimoni di quegli  eventi   sarebbero potute  entrare  nel loro compito di  uomini del futuro  senza le adeguate competenze  ed i giusti  saperi.  Heidegger ha cercato di spiegare che  lui non fece mai nulla di quello per cui fu accusato; non collaborò coi nazisti (non nel senso terribile che gli fu incriminato), non appoggiò la persecuzione  ebrea, non ruppe mai il suo legame con Husserl, nè con lo stesso Jaspers, nè con altri studenti ebrei con i quali continuò ad avere contatti, non bruciò mai in piazza i libri messi all’indice dal  regime, non fece mai nulla di tutto quanto gli sarà attribuito dalla maldicenza  e dalla calunnia.  Se poi le sue parole di discorso non furono comprese o equivocate da chi non volle capire, lui non   se ne è mai   ritenuto responsabile.  Lui stesso pagò a caro prezzo il suo non avere collaborato coi nazisti, perchè verrà da questi giudicato un professore inutile, mandato a zappare per le strade  e  umiliato  in ogni maniera  per la sua  inconsistenza  professionale.   E infine  non può nemmeno chiedere scusa al mondo d’essere stato nazista, visto che tutta la Germania in quei giorni celebrò il nazismo e non solo, e  tutte le massime esponenti europee lo celebrarono riconoscendolo come loro interlocutore. Come lui aveva cercato di fare.

Ecco,  questo  è il punto.  Di cosa è stato accusato allora  Heidegger? Di essersi fatto fotografare con i gerarchi, che lo immortalano  in quei dieci mesi che rimase  maldestramente e con grande sofferenza   al comando dell’Università?  Immagini storiche    che  bruciano  come un deserto in fiamme.   E  in definitiva di avere accettato un incarico dal quale non poteva uscirne  integro.  Avrebbe dovuto dire di no, e basta. Un semplice no, chiaro, preciso, inequivocabile, perentorio, inappellabile.   Quando  la filosofia ha il dovere di dire di no.

 

 

 

Comte, Darwin, Spencer

Il secolo è sempre il 1800, in pieno clima illuminista e scientista. L’oggetto di principale attenzione è il progresso. I campi di applicazione spaziano dall’etica    alla scienza astratta e concreta.

Comte, definibile l’Hegel della scienza, nutre una fede incrollabile nel progresso, e  si prefigge di inserire conoscenze ritenute tradizionalmente non sistemizzabili/classificabili   dentro un unico grande impianto gnoseologico, ma per fare questo ricorre a delle forzature  che  finiscono   per snaturare gli scopi primi di ogni ambito  culturale.  Per esempio, classifica l’etica come la settima scienza del sapere,  con la pretesa/intenzione  di attribuire all’etica un controllo effettivo e comunitario, ovviamente da parte della comunità scientifica.  Siamo totalmente lontani da quello che farà Bergson che anzichè ridurre l’etica alla  ragione   nella speranza di  controllarla,  la eleva  a  non scienza  ed  a coscienza  della storia.

In politica è contrario alla democrazia che lui intende come caos, credendo invece nela sociocrazia, cioè nella divisione naturale degli uomini.  LA SCIENZA  è superiore all’etica, nel senso che ciò che conta è la conoscenza pura, secondo un principio economico elementare, ossia raggiungere il maggior  risultato con il minos sforzo.

Comte (1798-1857)  rimane figlio del suo tempo,  e ragiona  come uno scienziato che però si va ad occupare non solo di fisica, astronomia, biologia,  matematica ecc…,  ma anche di sociologia, sconfinando in ambiti non riducibili alla scienza. Divide la sociologia in statica e in dinamica; nella statica  si conosce come la classe sociale/politica    sostiene l’idea centrale del suo tempo, nella dinamica si conosce come la classe sociale/politica   intuisce idee di cambiamento, andando a permettere/determinare la fine di epoche e l’avvento di epoche nuove. Nel suo fanatismo/dogmatismo   arrivaa teorizzare un calendario scientifico,  Dentro questo culto della scienza si arriva a spezzare l’unità tra scienza e filosofia, o meglio, l’armonia, e le conseguenze diventano devastanti. Una tra tutte sarà  il programma di eugenetica  T4  teorizzato dal nazismo durante il suo decorso storico.

Darwin (1809-1882), l’altro grande  scienziato positivista del tempo,  è diventato celebratissimo per la sua teoria della specie e per quello che va sotto il nome di teoria evoluzionistica. Studiando direttamente la capacità degli animali in contesti diversi attraverso  il loro  spirito di adattamento al territorio, arriva a legiferare  il concetto di evoluzione della specie, un’evoluzione biologica e naturale, lenta ma inarrestabile, determinata e regolamentata dall’istinto di sopravvivenza. Ciò che però lo rende celebre è il suo ipotizzare che lo stesso uomo cosiddetto sapiens sapiens deriva dal suo progenitore animale, ossia dalla scimmia.  Questa dichiarazione lo impone all’attenzione mondiale e ovviamente all’agitazione  generale dei più diversi  ideologismi  che si schierano ora a favore ora contro. Nasce legittima la domanda da un milione di dollai: può l’uomo essere valutato e studiato come un qualsiasi membro animale?

Il suo successore Spencer  (1820-1903), meno fanatico nei confronti di Comte,   allarga il principio di evoluzionismo   naturale alla storia, ossia all’ambito  sociologico/antropologico/politico,  perchè le specie viventi si evolvono in quantità ma anche in qualità, diventando sempre più complesse e sofisticate. Per esse occorre valutare l’organizzazione e la differenziazione. Anche  la storia appartiene a quei saperi visibili e quindi controllabili/verificabili. Di ogni ambito non visibile invece  non si può avere nessuna conoscenza certa,  ma  la stessa legge dell’inconoscibile viene inserita dentro un sistema che si ammanta di romanticismo.   Dichiara una sepcie di legge universale  che prevede l’inconoscibile, dividendo il sapere in due ambiti, quello della scienza e quello della religione.

La scienza si occupa del fenomenico e la  religione del noumenico (mistero).  No n c’è inconciliabilità ed ognuno fa il suo. I due am biti se si invadono vanno incontro a scontri.  La filosofia è invece conoscenza unificata che deve dettare principi generalissimi  sulle scienze, e in questo si ricollega a Comte,  definendo la filosofia sintesi e la scienza analisi.

I tre principi  universali  che tutto governano sono: la materia è indistruttibile,  il movimento è forza, la forza è persistente. La macro legge che tutto contiene è quella evoluzionistica. I passaggi possibili sono tre, dall’indefinito  al definito,  dall’incoerente al coerente e dall’eterogeneo all’omogeneo. Ritorna la tendenza hegeliana a volere essere onnicomprensivo, anche se Spencer ne è inconsapevole.

Sono tutti principi che abbiamo visto nascere nel mondo greco, che già  distingueva con Platone ed Aristotele ciò che riguarda  la scienza (il mondo fenomenico)  e ciò che riguarda l’Idea (il mondo noumenico). Dopo di loro ognuno ha  scelto se essere più platonico o più aristotelico. Il positivismo è un figlio dell’aristotelismo, il quale Aristotele non aveva mai dichiarato che lo spirito non esiste e non lavora nella storia.

Il principio di fondo di questo studio delicato   rimane sempre lo stesso ed è  elementare nel suo funzionamento: il più forte vince sul più debole. Non dimentichiamoci che dall’evoluzionismo deriverà la teoria razzista di dividere il genere umano in razze superiori ed inferiori, pratica comprensibile    laddove si volesse ridurre l’uomo a essere animale e non spirituale.

Traducendo il tutto in ambito storico, se ci si deve chiedere chi tra il liberalismo ed il socialismo potrà avere la meglio, la risposta è semplice,  sarà la storia a dirlo, dimostrando nei fatti chi tra i due pensieri ha il dna o la struttura propria vincente. Il rischio evidente è quello di semplificare, banalizzare  o distorcere.

Spencer parla di fondare un sistema di filosofia sintetica,  che includa la psicologia, la biologia, la sociologia e l’etica. Insomma,  niente di nuovo sotto il sole, nonostante  le novità  di indubbio  interesse e di enorme ricaduta   morale, nel senso critico del termine.

Questi tre filosofi rappresentano il pensiero positivista dell’800, ereditando e continuando il pensiero razionalista/empirista di Cartesio, Locke e Hume.  Contro di essi si schiereranno i cosiddetti antipositivisti, appartenenti al pensiero spiritualista o vitalista, in primis Bergson e Nietzsche.

 

 

Feuerbach

Feurbach nasce nel 1804 e muore nel 1872. Per generalizzazione si può considerare l”800  l’inizio della filosofia contemporanea, così come con il 1500 per generalizzazione si fa iniziare la filosofia  moderna.

Sempre tenendo conto di come sia riduttivo e poco legittimato tracciare degli scomparti rigidi per natura, che alla fine  reclamano di intrecciarsi in continuazione.

Premessa questa osservazione banale,  si può definire Feuerbach il filosofo che ebbe la presunzione di criticare Hegel, dicendo che non avesse fatto altro che mettere la filosofia al posto della teologia, e di  far fare alla metafisica filosofica  quello che il dogmatismo  religioso aveva fatto del pensiero umano.

Per intenderci, Hegel sostiene che il Pensiero è l’Essere. Feuerbach sostiene che l’Essere è il pensiero. L’Essere diventa il soggetto, e l’unico essere esistente al mondo è l’uomo stesso. Dio non è che un essere inventato dall’uomo, vuoi per paura, vuoi per calcolo, mentre di certo l’uomo è Essere a se stesso.  E’ l’uomo il Dio di se stesso.  Da questa geniale intuizione deriverà Nietzsche, e da Nietzsche deriverà il concetto di morte di Dio.

Ma torniamo a Feuerbach. L’errore del cristianesimo inteso come la religione più evoluta in assoluto è stato di avere fatto fare a Dio quello che solo l’uomo può fare di se stesso, o meglio,  quello che nemmeno  l’uomo  saggio  farebbe a se stesso, alienando così la natura stessa umana che da protagonista ed assoluta si è ritrovata asservita a despodestata. Occorre rimettere l’Uomo al suo posto. Tutto l’amore di cui l’uomo è capace è quello che può mettere l’uno al servizio dell’altro, è quello che può accadere tra due esseri umani, di pari grado, di pari dignità, di pari potenza.

Il Dio estraneo della religione ha finito per indebolire l’uomo stesso, per condannarlo, per  sminuirlo, per impoverirlo. Ma è l’uomo che permette/crea  Dio e non Dio che permette/crea  l’uomo.

La sua opera L’essenza del cristianesimo diventa un Manifesto della sinistra post hegeliana.

Mettendo il soggetto con tutte le sue pulsioni, sensazioni e volontà alla base della conoscenza stessa,  viene smantellato l’impianto  intellettualistico e gerarchico  che Hegel  si era orgogliosamente  preoccupato di costruire.

Insomma, tornano a riaprirsi infinite porte  che sembravano  essere state chiuse.

Locke

Dopo Hobbes che  teorizza  l’assolutismo politico  ed il concetto di contrattualismo  a garanzia  della pace  gestita con la forza del terrore,  non poteva che seguire un filosofo   più  schierato dalla parte della difesa dei diritti naturali;  ecco allora Locke che viene definito il padre del giusnaturalismo.

Per Locke  (1632-1704) l’uomo non è un essere portato inevitabilmente alla violenza, ma un essere con cui si può ragionare,  che è portato a trovare accordi, mediazioni, e che con le giuste leggi  può  regolamentare il pericoloso sentimento della vendetta,  causa prima di tutti i mali

Le persone dentro un sistema regolamentato non possono  arrivare a farsi giustizia da sè; dentro il Pactus societatis  ci sono due momenti,  ossia quello del pactus  unionis  e quello del  pactus  subizionis. Questi due  momenti mentre in Hobbes coincidono, qui rimangono separati. Lo Stato serve i cittadini e i cittadini servono lo Stato, ma nel momento che il Principe messo a cape del governo dai cittadini non dovesse più dimostrarsi degno di coprire il suo posto, allora è giusto tornare alla legge e permettere la sostituzione di questo usurpatore e di questo traditore.

Insomma, stiamo parlando di un patto reversibile, condizionato, controllabile, e quindi  revocabile.  Da qui la nascita del concetto di democrazia.  No all’Assolutismo, no al Potere dittatoriale che può trasformarsi impunemente in un regime di terrore. C’è uno stato di diritto che impone dei limiti.

Ogni diritto naturale   diventa un diritto politico attraverso le leggi. Le leggi devono garantire la libertà di  religione, coscienza, opinione; da qui  deriveranno i primi  movimenti  di pensiero  a difesa del diritto  di resistenza, di ribellione e di disobbedienza.

La stessa teoria della conoscenza viene costruita intorno al concetto di idea che è alla base dello stesso Codice  legislativo.  Tutte le idee derivano dall’esperienza; esse possono essere semplici o complesse e derivare da sensi interni o esterni.  E’ l’idea che lega l’io alla realtà ed è l’idea che  esprime le qualità della  vita che possono essere primarie o secondarie.

Le qualità primarie si occupano della sostanza e quelle secondarie  della forma.

Lo strumento di espressione/comunicazione è il linguaggio.

Società complessa

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