Heidegger

Heidegger nasce nel 1889    e muore nel  1976.

« Da sempre – scrive Jaspers- i filosofi tra loro contemporanei si incontrano in alta montagna, sopra un vasto altopiano roccioso. Da lassù lo sguardo spazia sulle montagne nevose e ancora più in basso sulle valli abitate dagli uomini e sull’orizzonte lontano e in ogni dove sotto il cielo. Là, il sole e le stelle sono più lucenti che in qualsiasi altra parte. E l’aria è talmente pura che dissolve ogni opacità, talmente fredda che non lascia levarsi alcun fumo, talmente limpida che uno slancio del pensiero si diffonde in spazi immensi. […] Oggi sembra che su questo altopiano non ci sia nessuno da incontrare. Ho avuto l’impressione […] di incontrarne uno soltanto e – tranne lui – nessun altro. Quest’uomo però è stato un mio cavalleresco avversario: le potenze che noi servivamo, infatti, erano irriducibili tra loro. Presto apparve evidente che noi non potevamo affatto parlare uno con l’altro. E così la gioia si trasformò in dolore, un dolore particolarmente inconsolabile, come se si fosse perduta una possibilità che sembrava prossima, a portata di mano. Così è andata tra me e Heidegger. Per questo trovo insopportabili, senza alcuna eccezione, tutte le critiche che egli ha subito: lassù, infatti, su quell’altopiano, non avrebbero trovato posto. Per questo vado alla ricerca della critica che diventa reale nella sostanza del pensiero stesso, alla ricerca della lotta che rompe l’assenza di comunicazione dell’inconciliabile, della solidarietà che lassù – trattandosi di filosofia – è ancora possibile anche tra chi è più estraneo. Una critica e una lotta intese in questo senso sono forse possibili, eppure vorrei, per così dire, tentare di catturarne l’ombra »

Questo testo di addio che  il filosofo  Jaspers  dedica ad  Heidegger  poco prima di morire ci racconta di un sodalizio filosofico ed intellettuale  che  era esistito tra l’inarrivabile  compagno  di  pensiero  e lo stesso  amico   esistenzialista.  Ma non può essere compreso senza conoscerne i precedenti.

Tutto accade tra il  maggio  1933 e la primavera del   1934;  Heidegger viene insignito del rettorato dell’università di Friburgo,  dopo che era stato di Husserl, il suo maestro, e dopo che il  suo predecessore ne fosse stato destituito per incapacità. Heidegger accetta pressochè obbligato   tra  le insistenze generali, ma le sue perplessità sulla cosa non mancano;  si ritiene da subito inadeguato a questo ruolo, lui che non aveva mai fatto politica  e non sie era mai  occupato di  amministrazione  e burocrazia. Tiene un discorso  che chiaramente appoggia l’avvento del nazionalsocialismo intorno al quale si stava costruendo tutto l’apparato nazista  che ben presto porterà alla nazificazione  della  Germania  con al governo  Hitler, ma che nel suo intento nobile  voleva solo dare lustro e dare un’opportunità  all’Università  in quanto tale e in quanto  Istituzione  sovrana,  vista come  un’importante  protagonista che avrebbe potuto dare il suo contributo  alla necessaria organizzazione  tecnica  e scientifica di tutti i saperi; peccato che il filosofo parlasse al vento, all’aria, a vuoto.  Il discorso  Croce lo  giudicò,  dopo averlo letto,  superficiale e inappropriato. Ma ormai la frittata era stata combinata, ed il  nome  di uno dei più grandi  filosofi  del ‘900   è rimasto compromesso e macchiato. Non solo il suo nome, ma anche  il ruolo legittimo  della filosofia  di fronte alla società  e alle sue  imperiose necessità.

Avendo Hitler un chiarissimo intento antisemita e avendo già precluso l’accesso e la permanenza di  professori ebrei  nelle cariche  universitarie e non solo,  lo stesso Jaspers, di origine ebrea,  era stato costretto ad allontanarsi  tra  l’impotenza  dello stesso  Heidegger, tutto preso  dalla propria carica  e  convinto  che il suo ruolo avrebbe potuto   in qualche modo lasciare un segno utile al Paese e alla sua  costruzione civile.  L’errore inappellabile di Heidegger poi sarà quello di entrare nelle file del nazionalsocialismo, come membro pubblico   dell’apparato nazista. Indubbiamente un atto a lui obbligato, visto la carica che rivestiva,  ma che non lo  discolpa dalla responsabilità di non avere mai detto una sola parola, prima della morte e dopo la fine della dittatura,  contro quel periodo, contro il suo essere stato nazista ( forse per orgoglio?).  Insomma, con Heidegger la filosofia ai suoi massimi vertici si macchia di una caduta  che  con molta difficoltà  riuscirà  in  qualche modo   a recuperare.  E che comunque ebbe il prezzo certo di un’amicizia distrutta  tra gli alti e bassi  della sua faticosa ripresa. Naturalmente non si tratta banalmente  di un’amicizia andata in fumo,  ma della desolante  impossibilità di dialogo  che si viene a creare  quando  due punti di analisi  arrivano a divergere  diventando  inconciliabili.

Che lo stesso Heidegger poi non piacesse allo stesso nazismo è addirittura arci noto; non piaceva il suo essere così poco uomo d’azione, così poco uomo di partito  o infiammatore di adunate  popolari;  non piace il suo linguaggio  cattedratico  e per nulla  militante  che  affatto soddisfava  il  bisogno di  propaganda  nazionale,  insomma, il suo essere se stesso aldilà di quello che potevano essere i suoi metafisici    e per l’appunto filosofici discorsi,  che nulla piacevano ai gerarchi e agli ideologisti  del regime.  Il rettorato dura poco meno di  un anno, ed Heidegger si dimette  per incompatibilità con il clima politico e intollerante  che gli stava facendo una pressione continua.  Torna ad insegnare,  ma sono anni difficili, ormai compromessi,  che nemmeno  troveranno una  facile risalita dopo il ’45, quando il filosofo di  Essere e Tempo  viene accusato apertamente d’essere stato nazista. In questo periodo di lunga crisi H. si mette in un volontario isolamento  dove riesce a elaborare lo sviluppo del suo pensiero. Riflette sul rapporto della tecnica  con l’uomo, dove la tecnica domina e riduce l’uomo a cosa da dominare. Riflette sul linguaggio definendolo la casa dell’essere dove abita   l’uomo, andando ad assumere toni mistici.

Indubbiamente H.  aveva  compiuto un errore di valutazione di fondo; aveva creduto   che il nazionalsocialismo avrebbe impedito l’avvento del bolscevismo in Europa e in Germania, pericolo incombente  e temuto da più parti. Per ostacolare questa possibilità esterna    non  riesce a dare il giusto peso  a quello stesso  regime  diddatoriale  presente nel seno  stesso  del paese. Persino davanti alla liberazione e alla fine del regime  Heidegger accoglierà con un certo  scontento  ideologico  il fatto storico  d’essere stati  salvati proprio dai bolscevichi   e dagli sgherri  americani…

L’amico Jaspers sopravvissuto a quel tempo    inizialmente avrà verso di    lui un comportamento molto duro, ma poi  tenterà nei suoi confronti un riavvicinamento, riconoscendo nell’antico compagno di riflessione   un uomo valido di pensiero;  tuttavia quando Heidegger fino alla fine si rifiuta di ammettere le sue responsabilità  dovendo fare critica verso quello che da parte sua apparve  come un comportamento  inadeguato,  allora si chiude definitivamente un’intesa e cade definitivo il silenzio.

Ma chi era Heidegger aldilà del suo essere stato nel posto sbagliato nel momento sbagliato?   Era ed è stato appunto uno dei massimi pensatori del ‘900, che merita d’essere  ripreso aldilà delle sue compromissioni con  una faccia  della Germania che il mondo intero ha messo   a testa in giù, per sempre.  Si può distinguere due Heidegger, quello prima del nazismo e quello dopo il nazismo. Quello di Essere e tempo, e quello di Ormai solo un Dio ci può salvare e Lettera  sull’umanesimo. H. parte dall’Essere per  definire l’essere. Domanda: cos’è l’essere?  Il contenuto è fatto dalla domanda (punto di partenza),del termine dativo  a chi si domanda (punto di mezzo), e del termine oggettivo sul   cosa si trova (punto di arrivo).

Dunque, la domanda  è Chi è l’essere, viene fatta all’ente che è perchè c’è l’esserci, che altrimenti  non  ci sarebbe interlocuzione,  e quello che viene trovato è il senso dell’essere.  Insomma, tutto ruota intorno alla parola Essere e tutto accade  dentro un tempo che è il tempo dell’esserci, dell’essere qui e ora. L’uomo è l’esserci che si  chiede chi è.  Lo fa perchè può farlo e solo lui tra glia esseri viventi può fare questo. Ne consegue che l’uomo è chiamato a dare un senso al suo esserci nel tempo, al suo essere gettato nell’esistenza (espressione già incontrata mentre si parlava dell’esistenzialismo di Sartre). Mentre Sartre è materialista e nega l’esistenza dell’essere ontologico ed ontico,  Heidegger è  per una concezione  non materialistica    dell’uomo, in quanto finalistica,   e non può prescindere dall’idea di  anima.  Il richiamo trova le sue radici in Parmenide, Platone, Aristotele, e poi in Pascl  e   Kierkegaard,    che ha fatto del concetto dell’angoscia  il centro della vita.    Per Heidegger quell’esserci   è la possibilità dell’esistenza, del proprio scegliere chi essere, come essere, perchè essere. Noi siamo un progetto, ciò che amiamo essere.   L’uomo ha da essere, è l’artefice del proprio destino. E sa che dovrà morire, che il suo progetto finirà, che il suo progetto  dipende da lui e dalla sua capacità di scelta.

L’ontica si occupa dell’essere particolare e l’ontologia  dell’essere universale.  L’esserci è l’essere nel mondo in rapporto con le cose, che sono mezzi messi a disposizione dell’uomo. In base a come la vita viene vissuta, essa può diventare autentica o non autentica.  Le cose vanno usate se servono, se non servono devono rimanere inutilizzate.  L’uomo deve prendersi cura delle cose,  di se stesso e degli altri, se si vuole la coesistenza.  La stessa coesistenza può essere autentica se ci si aiuta nel profondo,  o inautentica, se ci si aiuta solo in superficie,sulle cose, sulla vacuità, sulla chiacchiera.

Nel caso della vacuità si va incontro all’inganno, alla menzogna, all’equivoco. Il destino dell’uomo è la reificazione, e per combattere tale destino  occorre  dire no alla vita inautentica. Ecco il pessimismo di Heidegger,  che non crede nell’uomo e nella sua possibilità di salvarsi da solo. Di certamente autentico nella vita c’è solo la morte, allora occorre vivere nella morte, anticipando la morte stessa. Ma cosa significa?  L’anticipare la morte di Heidegger significa che dobbiamo saperla guardare in volto senza averne paura; l’angoscia si può controllare, la paura invece ci vince e ci distrugge. In quanto alla morte, si può vivere sempre e soltanto quella degli altri, mai la propria, che a sua volta diventa morte per gli altri che l’assistono.  L’anticipare la morte, concetto centrale per comprendere Heidegger,  è  l’essere consapevoli del proprio stato di morituri e farne un punto di forza.

Dopo gli eventi disastrosi del suo rettorato fallito, Heidegger si rifugia nell’esaltazione della poesia, attreverso le opere di Holderlin,  di cui elogia   la sua funzione di custode della vita, della verità, della bellezza, oltre lo sfascio della realtà che si è precipitata nella tecnologia  che ha ridotto l’essere a mezzo. La poesia è l’arte suprema che    permette  alla verità di svelarsi. E’ ciò che lascia accadere la verità. Seguono anche importanti studi su Nietzsche, che già abbiamo anticipato (vedere l’articolo su Nietzsche), visto da H. come l’ultimo dei filosofi della vecchia idea di metafisica e l’iniziatore  della nuova.

In  Ormai solo un Dio ci può salvare  ( dove in una intervista  il filosofo spiega fatto dopo fatto quello che accadde  in quegli anni terribili) e Lettera  sull’umanesimo      l’autore vuole  tirare le fila di una vita  spesa intorno a un progetto che è rimasto  inconcluso, spezzato, irrisolto.  Ma estremamente illuminante è proprio  l’intervista rilasciata sui fatti che incriminarono per una leggerezza di percorso   questo grande uomo di pensiero.  Qui se ne può trovare il testo integrale preso dalla pagina blog di Gabriella Giudici, che ringrazion fin d’ora  per la sua sentita passione d’insegnante.

Per concludere, mi sembra di potere affermare questo: il fallimento di Heidegger potrebbe rappresentare il fallimento di tutta la filosofia di quel tempo, che non seppe in nessuna maniera  far fronte alla follia hitleriana da un alto, come   alla follia bolscevica dall’altro.  Solo a guerra  finita,  ci fu il tempo e lo spazio delle riflessioni, delle denunce, delle confessioni, delle ammissioni di colpa e delle celebrazioni.  A volte nemmeno dopo.    Molto tempo verrà riconosciuto   alla memoria, al dovere di ricordare per non dimenticare e per non lasciare nell’ignoranza le generazioni  future che  non essendo state testimoni di quegli  eventi   sarebbero potute  entrare  nel loro compito di  uomini del futuro  senza le adeguate competenze  ed i giusti  saperi.  Heidegger ha cercato di spiegare che  lui non fece mai nulla di quello per cui fu accusato; non collaborò coi nazisti (non nel senso terribile che gli fu incriminato), non appoggiò la persecuzione  ebrea, non ruppe mai il suo legame con Husserl, nè con lo stesso Jaspers, nè con altri studenti ebrei con i quali continuò ad avere contatti, non bruciò mai in piazza i libri messi all’indice dal  regime, non fece mai nulla di tutto quanto gli sarà attribuito dalla maldicenza  e dalla calunnia.  Se poi le sue parole di discorso non furono comprese o equivocate da chi non volle capire, lui non   se ne è mai   ritenuto responsabile.  Lui stesso pagò a caro prezzo il suo non avere collaborato coi nazisti, perchè verrà da questi giudicato un professore inutile, mandato a zappare per le strade  e  umiliato  in ogni maniera  per la sua  inconsistenza  professionale.   E infine  non può nemmeno chiedere scusa al mondo d’essere stato nazista, visto che tutta la Germania in quei giorni celebrò il nazismo e non solo, e  tutte le massime esponenti europee lo celebrarono riconoscendolo come loro interlocutore. Come lui aveva cercato di fare.

Ecco,  questo  è il punto.  Di cosa è stato accusato allora  Heidegger? Di essersi fatto fotografare con i gerarchi, che lo immortalano  in quei dieci mesi che rimase  maldestramente e con grande sofferenza   al comando dell’Università?  Immagini storiche    che  bruciano  come un deserto in fiamme.   E  in definitiva di avere accettato un incarico dal quale non poteva uscirne  integro.  Avrebbe dovuto dire di no, e basta. Un semplice no, chiaro, preciso, inequivocabile, perentorio, inappellabile.   Quando  la filosofia ha il dovere di dire di no.

 

 

 

Maestro Eckhart

Con Maestro Eckhart  (1260- 1328)  la lunga parabola medioevale   arriva al suo vertice.

Qualcuno ha scritto o detto  che il Medioevo è stato il periodo più lungo che il mondo occidentale abbia  mai vissuto, aggiungendo l’ipotesi che forse ci si è sbagliati a volerlo estendere dai primi secoli d.c. fino al 1400. A dire il vero si continua a parlare di Medioevo anche nel ‘500 e nel ‘600   d.c. (in questo caso si dice basso medioevo),  cominciando a parlare di era moderna solo con il 1700, il secolo rivoluzionario dei lumi e del trionfo della ragione secolare.

Diciamo che  verso il 1400 con la rinascita  estesa  dei comuni e del commercio  si diffonde in maniera naturale  un certo spirito umanistico che prima di allora con la struttura feudale  era rimasto impedito e  imprigionato.

Prima di entrare negli abissi e splendori dell’umanità liberata dalle catene della teologia  prevaricatrice, il pensiero religioso ci regala una perla preziosa come  quella dell’eckhartismo.  Il monaco tedesco comprende che  occorre recuperare  il corpo spirituale che solo  ci può permettere di governare il corpo fisico ed emozionale.

Per intenderci, tra il cavallo che guida il carro sormontato dal signore che lo  conduce, il corpo spirituale sarebbe proprio quel signore che ne sta al controllo. Per via comune e superficiale ci si riduce ad identificarsi con il cavallo o con il carro che separa il signore dalla parte più fisica e materiale della vita.

Eckhart parla di sapere essere la verità, ma questo è possibile solo attraverso  lo Spirito e non attraverso la ragione.

La Verità in quanto tale non è mediata da nulla, appare nella sua bellezza assoluta senza intralci  di troppo. E’ un abbaglio, una folgorazione, un attimo di assoluto incanto che non può venire equivocato o frainteso.

Ed è accessibile solo ai mistici,  a chi ha  gli occhi giusti per vederla.

Nell’attimo della folgorazione Dio diventa me ed io divento Dio, identità assoluta.

E’ un pensiero estremista, radicale, difficile da seguire, prorio come lo sono i suoi protagonisti.

La condizione iniziale che può permettere questo salto, questo passaggio, questa illuminazione, è senza dubbio uno stato di pace e di  serenità priva di odio e di rancore.

Questo stato di pace e di armonia sta già dentro l’uomo, occorre che l’uomo ne diventi consapevole. Occorre che l’uomo si faccia mezzo, strumento, tramite.

Se si pensa che è necessario desiderare qualcosa  che non si possiede, si è già su una strada falsa che non può portare a nulla di buono.

Con Eckhart tornano i temi neoplatonici;  ben presto la sua fama di mistico perfetto si diffonde ovunque creandogli anche qualche problema con la gerarchia dominante. Il suo estremismo gli causa anche  sospetti  di ateismo, ma la sua orgine    aristocratica ed il suo essere domenicano lo proteggono da situazioni spiacevoli.

Sul piano linguistico contribuisce a formare la lingua tedesca; è possibile paragonarlo al Dante della situazione, contribuendo a formare una coscienza  nazionale. tedesca.

Parola di Dio

Parola  di Dio è  la storia  di un giovane studente  che si trova in piena crisi  esistenziale, contrariato da  una  realtà  che vive in pieno irrazionalismo   il suo  essere senza  Dio e senza valori.

Bibbia alla mano, si affonda nella sua lettura letterale,  uno studio sconvolgente  e pericoloso  che  lo porta  ad un progressivo  isolamento  fino ad una radicale  contestazione   della stessa  chiesa ortodossa,  della quale  fa parte, e della stessa    scuola,   che   insegna  verità  scientifiche   che nulla hanno a che fare con i fondamenti teologici.

Il  giovane protagonista vive con la madre divorziata, una donna semplice che non sa come  interagire con il figlio;  ben presto   viene indotta dal  suo  estremismo   ad  assumere comportamenti  di  assoggettamento  alle parole dei  vangeli.

A  scuola  Ivan si scontra con tutti i compagni, che al contrario di lui  vivono una vita normale e per nulla condizionata da crisi mistiche o religiose che siano.

C’è solo un compagno   con cui finisce per fare amicizia,  un’amicizia  legata al fatto che  l’amico soffre di un difetto ad  una gamba, storpiaggine che lo espone ad  essere spesso  bullizzato;  il primo moto verso di lui è di compassione, se si vuole.

Il giovane  promette all’amico  che  avrebbe cercato di aiutarlo, magari con la preghiera verso Dio,   al fine di  indurre   il Signore    a potere compiere una guarigione miracolosa sulla sua gamba.

Tra i due ragazzi nasce una sorta di complicità,   ma  il compagno  storpio  commette l’errore  di manifestargli tendenze omosessuali, proprio quelle  colpe   vergognose   che la bibbia condanna senza mezze misure.

Prima di arrivare alla tragica fine,  Ivan ha  modo di scontrarsi direttamente con la sua insegnante di biologia, una docente assolutamente   in linea con lo standard  professionale e  che   avrebbe avuto   la legittima  pretesa l   di fare  lezioni scientifiche sull’evoluzionismo  e  sulle leggi della fisica, chimica e di  tutto quel che ne consegue.

Il suo obiettivo è quello di insegnare ai ragazzi l’educazione sessuale al fine di  educarli ad assumere comportamenti  amorosi corretti e non a rischio.

Si trova  davanti lo scontro  di totale rifiuto di  Ivan,  che trasforma ogni tentativo di lezione in una vera e propria  pagliacciata  teatrale.

Ne nasce un conflitto   serio  tra la preside della scuola e la docente, che viene accusata di non sapere prendere il ragazzo e di proporre lezioni troppo  esplicite  e   provocatorie.  La stessa questione finisce per mettere in crisi la stessa vita sentimentale della giovane professoressa, ormai troppo emotivamente presa da questa situazione a dir  poco  complicata.

Tutto il corpo scolastico finisce per schierarsi  dalla   parte dello  studente,  che  viene visto come la parte più debole che va protetta; nessuno si avvede della vera follia  che alberga nell’animo di Ivan, il quale è arrivato a macchinare una strategia per eliminare la  povera  professoressa, colpevole d’essere  oppositiva  verso  prese di posizione  dettate  da credi personali  che non dovrebbero mai schierarsi  verso forme di radicalismo.

Il piano  diabolico immaginato per eliminare la rivale    prevederebbe  di  inscenare un incidente con la moto, sabotandone   il sistema frenante.

Durante una riunione straordinaria dove tutte le parti vengono convocate a trovare   una soluzione, la povera docente che si sente sempre più sotto accusa,  finisce per dare uno schiaffo ad Ivan, e a seguito di questo gesto  del resto  fomentato da uno stato di esasperazione,  la preside decide di licenziarla.

L’insegnante   sta per andarsene, come intontita dalla   decisione   a sorpresa, ma mentre scende le scale per abbandonare l’Istituto incontra l’immagine di  Stefan  tutta vestita di bianco,o meglio, la sua figura  incorperea   il cui corpo  è stato  da poco prima  ucciso    da Ivan con un colpo di pietra sulla testa.

Ne rimane stupita. Anche lo spettatore rimane  stupito.  E’ l’unico colpo di luce di una storia buia  che minaccia  tragedia fin dall’esordio.   E’ curioso che  proprio una materialista  dentro un film materialista dove l’unico ad avere fede è uno squilibrato che crede d’averla,  la fede,   arrivi ad avere questea capacità    sensitiva    paranormale.

Una voce sulle scale   proveniente  da quella immagine  le aveva detto d’essere stato ucciso da Ivan e che presto sarebbe toccato a lei.

Allora   ritorna sui suoi passi. Decide di non abbandonare il suo incarico  che lei sapeva avere svolto  con assoluta professionalità.

Con la forza    della disperazione   si inchioda le scarpe nel pavimento di un’aula  e  vi si pianta dentro  in segno di protesta.

Il tutto finisce con una inquadratura  della cinepresa sul povero corpo di Stefan, straziato  per avere scelto un compagno sbagliato.

Il film offre numerosi spunti di riflessione;  l’incapacità   delle istituzioni  di individuare e recuperare comportamenti  malati,   l’incapacità delle famiglie  di  interagire con le malattie mentali, la fragilità dei giovani che finiscono per    veicolare i loro possibili talenti  dentro   situazioni  estreme senza possibili   vie di fuga.  Ma anche   la fatica  dei docenti  di  riuscire    a non farsi travolgere  da situazioni così   estreme ma nemmeno  tanto improbabili.

Drammatico,  forse estremo, ma   interessante.

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