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Sulle ali delle montagne

La storia per me totalmente sconosciuta di Antonia Pozzi mi ha affascinato  e fatto riflettere.

La  collega Veneziano Rossana ce la presenta in prima serata e la platea ascolta attentissima la vicenda  incredibile di questa donna sfortunata  e  piena di talento.

Antonia è l’unica figlia   di una famiglia aristocratica che vive tra il mondo che conta  e le montagne amatissime della sua infanzia, quelle della Grigna. Il suo luogo elettivo è Pasturo, un borgo semplice dove la piccola Antonia ha modo di ascoltare  il silenzio delle valli e le voci dell’anima.

Rivela fin da subito la sua propensione per la  scrittura, in modo particolare  verso la poesia, e dopo il liceo Manzoni di Milano  decide di iscriversi presso l’Università Statale  alla facoltà  di  filosofia.

E’ forse l’unica donna presente  in un ambiente ancora escluso al mondo femminile (e non solo),  ed   Antonia ne fa parte non perché figlia di famiglia altolocata, ma perché personalmente attratta dal mondo metafisico e dal mondo letterario che lo fa vivere.

Qui conosce il maestro Antonio  Banfi e la sua teoretica    , insieme a un ricco circolo di intellettuali promettenti e tutti dichiaratamente antifascisti. E’ questo l’humus culturale nel quale Antonia si riconosce, ma per fare questo deve mettersi contro il padre, dichiaratamente fascista e favorevole al clima di repressione che l’Italia sta vivendo in quegli anni.

Antonia non è una ribelle, ha un carattere conciliante, diremmo collaborativo, ma una sensibilità fuori del comune, schiacciata  tra i voleri contrastanti della sua famiglia.

Prima di arrivare agli studi superiori, durante l’esperienza  liceale conosce e s’innamora   del suo professore di latino e greco, uno dei più preparati classicisti  dell’epoca.  Incurante della notevole differenza d’età ( di venticinque anni più vecchio)  in Antonio Maria Cervi  la giovane  Antonia non vede solo un condiviso  amore per le lettere e per lo studio del mondo classico; ci vede anche un uomo,  l’ispiratore delle sue passioni  erotiche, un assoluto di  vita con cui pensa  avrebbe potuto costruire una famiglia, dal quale avrebbe voluto avere un figlio, insomma, un sogno molto normale, potremmo dire,  di una sconvolgente banalità…

Ma per questa giovane, di alto lignaggio, membro di una famiglia importante,  perfettamente integrata nel sistema retorico  allora dirompente e così diverso dal suo mondo interiore (sono gli anni che vanno dal 28  al 38), non era ammesso sposare uno qualunque, un semplice borghese, che per vivere aveva bisogno di lavorare come un qualunque impiegato, e che in dote avrebbe potuto portargli nulla, nemmeno un titolo…

Per la giovane è un dolore immenso, che accetta  per senso di  costrizione   verso la famiglia  (  il padre  minacciava di sfidare a duello il malcapitato) , che è ovvio non si può   aspettare da una loro figlia, l’unica, un motivo di scandalo o di disonore. Antonia ne esce di fatto  lacerata, ed è facile immaginare l’inizio di un malessere  interiore  che la porterà, dopo altre delusioni cocenti,   alla decisione finale. Il suo è comunque un mondo al maschile, dove la donna, per quanto capace ed altolocata, rimane relegata a cliche  e a stereotipi…

La nostra eroina romantica  è di per sé  piena di talenti, qualunque cosa intraprende o avvicina la trasforma in un progetto, in un’idea formativa in sviluppo, ed è così che tra un viaggio e l’altro finisce per  avvicinare altri mondi, altri modi di raccontare e descrivere  la vita. Lo fa fin da piccola attraverso la poesia,  ma poi  anche attraverso le varie  amicizie che andrà   tessendo tra le più varie condizioni sociali, e infine   lo farà   attraverso la fotografia, della quale ci ha lasciato  scatti significativi e irripetibili.

Dopo ogni avventura o scoperta di aspetti nuovi dell’esistenza, alcune  che fanno  parte   delle sue radici  e altre    allargate al mondo fuori della sua speciale condizione,  questa ragazza solare e generosa di natura,    ritorna sempre alle sue montagne, alla sua casa d’infanzia, alla figura della nonna materna,  che per lei è come un grembo  sempre pronto a riaccoglierla e a consolarla  sulle   sue pene, dai suoi dubbi, dal suo incurabile senso di solitudine.

Ci saranno  un paio di  compagni di viaggio   fugaci   che riusciranno ancora in qualche modo a interessarla,; un poeta come lei  con cui  troverà una speciale amichevole   intesa,  Remo Cantoni,  e un uomo diverso da lei, di estrazione popolare, un intelletuale di gran fascino, Dino Formaggio, con cui passerà un indimenticabile pomeriggio estivo   tra i papaveri rossi  delle campagne milanesi; questi  l’avvicinerà al mondo dei   contadini, dei semplici, degli ultimi,  un mondo che la sorprende e la strazia,  verso il quale Antonia rivolge le sue domande spirituali    destinate a rimanere senza risposta.

Antonia è a suo modo credente, ma la sua fede non le permette di uscire da una specie di dolore infinito che giorno dopo giorno sembra volerla riportare sempre  al punto iniziale, il momento irreparabile   della perdita amorosa, di un progetto di vita negato, di un respiro di pace piena   che in lei sente essere stato soffocato per sempre e ingiustamente.

Lo stesso maestro di pensiero,  il Banfi,  le proibisce di continuare a scrivere poesie, scambiando le sue parole liriche come un agire adolescenziale  poco costruttivo e degno di attenzione. Per Banfi è solo la prosa degna di considerazione, ancora non capendo che dietro il lirismo di Antonia c’è il rigore del pensiero, c’è tutta la sua tensione estetica ed etica che la sua ex  allieva  ben conosce e ha ben sviluppato e fatto proprio.

Per fortuna Antonia non lo ascolta, non potendo mai privarsi dell’unica arma che possiede per vincere il  dolore di vivere.

Nonostante la  poesia, unica forma di gioia personale  che la tiene in vita,  la poetessa   arriva a suicidarsi a 26 anni, decidendo di abbandonarsi tra il gelo delle valli ai piedi dei suoi monti, dove verrà raccolta in fin di vita. Con sé aveva  la sua lettera di addio, lucida e  rassegnata,  dove consegnava le sue ultime  volontà.  Chiedeva ai suoi cari e a chi l’avesse amata, nonostante tutto,  di non piangere per lei,  perché non era la morte una cosa da cui fuggire, soprattutto se seppellita di fronte ai suoi monti, quei  sassi  granitici e possenti che lei aveva percorso in lungo e in largo  e tanto fatto suoi, come carne della sua carne, respiro del suo respiro.

Ventisei   anni che sono bastati a consegnarci   un’artista della parola  di primo spessore;   non semplici versi più o meno belli e più o meno profondi,  i suoi,   ma tutto un credo spirituale e vigoroso, tormentato e insondabile,  un    indomabile impulso verso il bello, il buono, il giusto… contro ogni vuota retorica, obbligo di facciata, desiderio di apparire senza essere, o desiderio  di realizzare senza donarsi.

La sua grandezza  e celebrità  comincia proprio con la sua scelta di morire, di addormentarsi tornando alla terra, nel grembo del mondo che ogni giorno è sempre pronto a risorgere dalla sua cupa notte.

Cosa può ancora oggi raccontare Antonia ai giovani e alle giovani  che vengono invitati a scoprire la sua armonia di vita? Tutto, ovviamente, e infatti  alcuni di loro si sono sentiti desiderosi di rispondere all’appello del farsi  “poeti per un giorno”.

Anche loro hanno voluto tentare le loro strofe acerbe o più e meno mature. I loro versi sono stati sottoposti ad una giuria, che ha cercato di soppesarne la sostanzialità e la sconosciuta possibile bellezza. Forse tra loro c’è già una nuona Antonia Pozzi, e questo basterebbe a dare un senso al non senso.

Ecco, se dovessi intitolare una scuola, una via, una piazza, mi piacerebbe intitolarla ad Antonia Pozzi, che dopo tanto tanto tanto  dolore, lei che poteva avere tutto e di tutto (cioè dell’unica cosa importante) è stata privata,  lei che poteva  facilmente accontentarsi, avendo già molto,  ma che ha preteso per sè solo   il Vero o piuttosto  il  Niente,  ha deciso di addormentarsi come sfinita, come non più capace di camminare, lasciandoci  il suo grido sommesso che sembra chiamarci dal fondo del mondo  e dai prati verdi dei suoi boschi;  ci invita  a raccoglierci  silenziosamente sotto il cielo azzurro e splendente delle montagne, sotto le sue albe e i suoi tramonti, sotto il rumore dell’acqua che rivola tra  le zolle, sotto le coltri di neve biancastra e lucente;  quello stesso cielo che Antonia decise di raccontare nei suoi celebri versi.

Ecco riportate   alcune parole, quando le parole sono la vita stessa.  “Un destino”

Lumi e capanne
ai bivi
chiamarono i compagni.
A te resta
questa che il vento ti disvela
pallida strada nella notte:
alla tua sete
la precipite acqua dei torrenti,
alla persona stanca
l’erba dei pascoli che si rinnova
nello spazio di un sonno.
In un suo fuoco assorto
ciascuno degli umani
ad un’unica vita si abbandona.
Ma sul lento
tuo andar di fiume che non trova foce,
l’argenteo lume di infinite
vite – delle libere stelle
ora trema:
e se nessuna porta
s’apre alla tua fatica,
se ridato
t’è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua
questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti
ora accetti
d’esser poeta.

Qui potete leggere le sue poesie più belle…

 

 

 

 

Umberto Eco

Umberto Eco  nasce il  1932  e muore il  2016.  Passa alla storia come il filosofo/semiologo  dell’inganno, della comunicazione mascherata ed equivoca. Come già anticipato è sostenitore del pensiero debole, del pensiero critico  e pessimista, ma nella sua vita si è occupato di tutto, cinema, letteratura, accademia,  televisione, musica, spettacolo,  giornalismo,  fumetti, politica, bibliofilia e   traduzione.  Si impone alla notorietà  con la pubblicazione del suo  primo  romanzo Il nome della rosa, una storia  di delitti  oscuri ambientata nel medioevo dentro un ambiente monastico che viene con maestria dissacrato intorno al tema emblematico del riso ( inteso come voce del verbo ridere). Il libro diventa un best seller e finirà per essere da Eco  detestato a morte, perchè nessun romanzo a lui succeduto  potrà più  replicare  e competere con questo.   Emerge da subito il suo stile innovativo, controcorrente, sperimentatore e  conoscitore del   sistema dominante.

Per caso entra nei circuiti televisivi della Rai, che diventerà  per lui come una seconda casa e dove   arriverà a ricoprire un ruolo fondamentale nella sua carriera di uomo pubblico, versatile  e di critico/rinnovatore.  Il filosofo dichiara in più interviste di avere assistito a un progressivo declino della   qualità della comunicazione, che  nel tempo tutto è andato peggiorando e scadendo nel contenuto  e nella sostanza.  Leggi di odiens  la fanno da padrone sulle priorità contenutistiche  che vengono soffocate e sacrificate al dio denaro. L’avvento del digitale non ha contribuito  per se stesso a migliorare le cose, con la differenza che l’ignoranza di pochi è semmai diventata l’ignoranza di  molti, di quelli che non si fermano a riflettere e a leggere i messaggi nascosti/da decifrare.

Una delle emergenze che il filosofo denuncia è la totale assenza di memoria da parte soprattutto delle nuove generazioni; i giovani vivono dentro un circuito mediatico dove  regna il caos generale, la consumazione dell’attimo,  e sono venute a mancare le coordinate di fondo che ogni essere umano in quanto membro di una Storia  collettiva  in evoluzione   dovrebbe come minimo conservare. In pratica, i giovani non sanno collocare episodi storici fondamentali non solo nel giusto anno/periodo storico ma persino disconoscendone  le coordinate  di riferimento.  E’ come  avere in casa un letto a  testa in giù, una scala che non può essere nè salita nè scesa, insomma, un nulla di fatto.

Prima priorità quindi è Recuperare la storia e le sue coordinate fondamentali.  Per fare questo è importante avere un buon libro di testo ( in questo caso sia di storia che di filosofia),  che sia ricco di immagini come di sussidi audiovisivi e multimediali,  perchè e noto che aiutano l’apprendimento.  Lo studio della storia/filosofia   è contemporaneamente studio della geografia, ossia del mondo inteso nella sua spazialità e nella sua conformazione  territoriale, è ovvio.  No ai sussidi  rigidi, che seguono pedissequamente il programma, che si prefiggono di essere una specie di vangelo assoluto (e nello specifico critica il Lamanna). Il testo deve avere la funzione di avvicinare, incuriosire, stimolare, porre domande, alle quali l’alunno deve provvedere a dare le proprie risposte, altrimenti   la didattica viene persa di vista e perde in efficacia.  Eco non si lascia nemmeno  sfuggire   le potenzialità del multimediale in termini di ricaduta gnoseologica/apprenditiva, e si fa sperimentatore di nuove teorie della narrazione proprio grazie all’uso dei media,  oltre che un grande  sostenitore dell’open source e un grande entusiasmato   lettore di wikipedia, giusto per citare una delle maggiori fonti  editoriali  mediatiche.

Si pone contro i luoghi comuni che decide di combattere e di cui la scuola e non solo è ricolma;  è un pensatore fortemente europeista, ma curiosamente scopre la bellezza europea  solo dopo un suo viaggio in Usa; dall’altra parte dell’oceano   si accorge che gli americani guardano all’Europa come ad un gioiello a cui tendere  e verso cui ispirarsi, perchè  sanno che loro vengono da qui, e sanno che loro sono un nostro prolungamento, anche se poi hanno preso delle caratteristiche  proprie. E poi  siamo noi europei che dall’esterno ci rendiamo conto di quanto  in casa nostra   si  abbia molto di più che all’estero  non può essere trovato.

Anche se il  mondo è diventato  globale  non si deve perdere lo studio dei classici che secondo Eco devono rimanere testi OBBLIGATI.   Difende la  funzione dell’Erasmus  ed incoraggia l’avvento di una lingua condivisa dentro una realtà multilinguista   che dovrebbe diventare polilinguista.  Se i giovani odiano i classici è solo colpa  dei docenti che non hanno saputo trasmettere la loro insostituibilità.  Sappiamo  quanto Eco stesso fosse una grande conoscitore del Medioevo e quanto lui stesso sia stato uno studioso della classicità.  E poi ricordare il passato significa potere avere un futuro migliore.  Ma cosa ricordare?  e cosa selezionare dentro il mare magnum della rete che passa di tutto tra cui la stessa spazzatura   della sub cultura dominante?   Come sapere riconoscere un testo falso da uno  da  conservare?  Non lo si può fare senza prima averlo letto, e quindi è importante creare il senso critico che ci può proteggere dalla cattiva  comunicazione.

La prima cosa che va insegnata ai giovani è di leggere, qualunque cosa anche i fumetti vanno bene; un uomo che legge ne vale almeno  due.  Il momento della lettura dura tuttala vita, è un viaggio meraviglioso e personale, che ognuno può costruirsi come meglio crede.  I media aiutano nella diffusione del sapere, ma solo se ci facciamo i capitani di questo  cammino. Dentro questa diffusione della buona cultura  la televisione ha occupato ed occupa un ruolo di primo piano. Con il maestro Manzi  gli italiani  hanno imparato  a leggere e a scrivere(giusto per fare un esmpio);  avevamo una tv che faceva bene ai poveri e male ai ricchi, che molti ci invidiavano, come  altre cose che abbiamo nel tempo mandato alla deriva.

Oggi abbiamo una tv che fa male ai poveri e bene ai ricchi,    che intanto  i mezzi per formarsi li vanno a reperire altrove.   Popper ha molto scritto sulla teoria del complotto e come già detto altrove   ha molto  scritto del come fare buona televisione; esisterebbe una congiura che si adopera perchè tutto questo non  accada, ma di dette prove conplottiste   non è mai stato trovato molto. Semplicemente se un programma è cattivo bisogna sapere spegnere la tv, e diventare   critici cioè capaci di scegliere.   Insomma,  è ammesso cambiare idea.    Lui stesso che da giovane aveva frequentato le fila dell’Azione cattolica, studiando Tommaso d’Aquino perde la fede (secondo Eco  fortunatamente) e si rende conto  dell’inganno che alberga dietro  questo modo   errato di   credere. Sempre  senza con questo voler dare degli idioti alle intelligenze  religiose  che hanno il diritto di conservare il loro pensiero. L’alternativa alla cattiva tv (come alla cattiva fede)   può essere l’uso  critico della rete (come l’uso critico della fede).

Tornando al tema   del complotto,   sono esistite ed esistono forme di complotto conosciute,  anche editoriali;   la  più celebre tra tutte  riguarda la pubblicazione dei Savi di Sion, un testo che non ha nessun fondamento storico e scientifico, ma solo quello diffamatorio e propagandistico a  danno degli ebrei. Ma  non bisogna fare la fine di quello che urla Al lupo al lupo per ogni nonnulla;  il giorno che il lupo arriverà per davver nessuno più ci crederà.   La stessa rete è ricolma di teorie complottiste contro tutto e contro tutti, ma non per questo  bisogna darci credito.    Umberto Eco sostiene che in questo modo si perde di vista il  vero problema.  Una teoria complottista vera  prima o poi si rivela tale, mentre se tale volesse   rimanere, con i mezzi di segretamento e depistaggio esistenti,    non ci sarebbe verso di sventarla.    E poi c’è il complotto su ordinazione che ha lo  scopo di spostare il focus da un punto reale   verso un punto deviato.  Insomma, non mancano le bufale ed i complottisti di professione che devono  ricevere  il tempo  che   meritano. C’è tutta una letteratura che gioca sull’equivoco, sulle coincidenze, sulle supposizioni, sulle patologie  psichiatriche  di lettori paranoici e schizofrenici. Il filosofo dedica anche molto tempo al legame esistente tra  la cultura di massa e l’uso dei mass media nel periodo fascista,   dove passavano attraverso i programmi  e le immagini   selezionate i valori verso la tradizione, il rifiuto del modernismo, il culto dell’azione per l’azione, la paura delle differenze, l’appello alla frustrazionw  delle classi medie , lo stesso tema  del complotto, il machismo  e  il populismo qualitativo. Un uso mediatico della tv  praticamente mai uscito di scena.

In generale    è  risaputo che le buone notizie non vendono, sono le tragedie che fanno cassa, è la passione per il gossip, il pettegolezzo, l’ingiuria, il delitto, il malaffare, il malcostume,  il sospetto verso chi ci vive accanto…finendo per dominare sul buon senso  che   la macchina del fango  distrugge, inquina, corrompe, delegittima, discrimina. Dentro tutto questo al buon lettore  non rimane che la speranza che il buon giornalismo sopravviva. Lo  stesso gioco linguistico dell’alluccinazione e dell’inganno viene spesso usato anche da Eco nei suoi scritti, dove dichiara di divertirsi  a far dire ai suoi personaggi le cose più assurde,  dove però rimane  evidente che si sta facendo un gioco   rocambolesco,   dove si avvisa che  non bisogna credere  a nulla, dove si insegna  a  rimanere con le orecchie e gli occhi  bene aperti…

Alla fine emerge una grande considerazione da  parte di Eco per il nostro  mondo  Italia, che  non ha un sistema paese, che non ha un’unità di popolo, ma è ricco di  persone geniali  che tutto il mondo ci invidia e che molto hanno dato alla storia  del pensiero.  Per fare un esempio, il nikilismo ha attraversato sia l’Italia che la Germania, con la differenza che in Italia Leopardi ne ha fatto un motivo per essere migliori, la Germania lo ha preso per se stesso ed ha prodotto il nazismo. Insomma, noi avremo molte pecche  ma  abbiamo una forza straordinaria  che ci spinge a  risorgere meglio degli altri dalle varie catastrofi e prove di  resistenza.  E  nonostante noi stessi si sia ricchi  di delitti eccellenti e per nulla inventati, a partire dal caso Mattei, il caso Pinelli, Papa Luciani, Aldo Moro, Ambrosoli, Sindona,  Dalla Chiesa, Borsellino e Falcone,  Mafia capitale…tutti argomenti  fatti su misura per istigare le teorie complottiste  dove la realtà supera la fantasia.

Giuliano  Ferrara, il giornalista, accuserà Eco di fomentare l’odio e di essere di parte, trascurando l’insegnamento liberale di Kant, che avrebbe studiato  ma non compreso.  I suoi studenti invece lo adorano, lo ammirano e lo inseguono,  perchè Eco potrà essere criticato per la sua personalità diciamo senza dubbio partigiana (tutti gli uomini di carattere finiscono per esserlo),   ma   sempre senza dubbio  espressione  di  se stesso, genuinamente amante del dialogo diretto e senza velature,  lui che gli imbrogli li lasciava tutti  nelle parole dei suoi personaggi. Non si contano le onoreficienze  italiane  e    straniere da lui ricevute, le collaborazioni accademiche e le cittadinanze onorarie.   E poi nessuno ci vieta di seguirlo sul suo stesso cammino, rendendogli la stessa pariglia e lo stesso  sagace umorismo.

Foucault

Foucault  nasce nel 1926  e muore nel 1984. Un filosofo dell’altro ieri,  della scorsa settimana, potremmo dire, che ci parla di tutte le patologie di cui è afflitta la nostra modernità.  Passa alla  storia per il suo Coraggio di dire la verità (che paradossalmente  lui non  ritenne di potere esercitare   fino in fondo)  e  perchè incarna una sinistra dissidente, dove si dichiara  che ciascuno  è l’avversario  di qualcun’altro,  che in ogni individuo agisce la bramosia del potere, un potere che viene esercitato in tutte le sue forme e in tutti i suoi gradi,  affermazione che gli costerà qualche critica  per la sua  radicalizzazione. La  premessa  del filosofo (che è anche psicologo)  è quella strutturale, dove distingue la macrostruttura dalla microstruttura.  Dentro  la struttura che tutto contiene ogni singolo è ora dominatore e ora  dominato.  La stessa civiltà/società poggia sull’organizzazione del potere, come accade nella scuola, negli ospedali, nelle carceri, nello stesso Parlamento, nelle fabbriche ecc…

Senza il potere non ci sarebbe il controllo e senza il controllo ci sarebbe il caos. Da questa macrostruttura deriva tutto, il sapere buono come il sapere cattivo, la volontà di potenza positiva come lavolontà di potenza negativa.  Fatta questa introduzione sociologica e politica, oltre che storica,  Foucault  passa ad analizzare la soggettività e la diversità di ognuno, che è se stesso nel modo di pensare ed anche nell’orientamento sessuale. Foucault è un omosessuale (non dichiarato)  e non può trascurare o tacere un argomento che  evidentemente lo tocca da vicino. Parla molto anche della follia, che non è solo devianza ma anche potenzialità ed opportunità per il singolo: alla devianza si può opporre la resistenza e questo concetto del Resistere diventerà centrale nel suo pensiero.

Fino ad arrivare  alla svolta etica  dove si riflette sulla genealogia del soggetto morale, riprendendo Socrate e il concetto dell’avere cura di sè.  Così come Nietzsche aveva focalizzato il  tema della morte di Dio, Foucault  focalizza il tema della morte dell’uomo che ha rinunciato ad avere cura di sè buttandosi nella massa in maniera indeterminata. Studia l’uso del potere da parte delle massime Istituzioni che sono la Chiesa e lo Stato, entra a far parte del Partito comunista ma ci rimane  solo due anni,  quando  per le sue posizioni originali e fuori dagli schemi si crea molte avversità all’interno della stessa sinistra che lui in parte rappresenta. Si scontra con Sartre che rappresenta il volto pulito del partito, quello che non ha niente da nascondere e da rimproverarsi.

Studia la genealogia (che lui ribattezzerà in Archeologia)  del sapere dicendo che il sapere nasce dal sapere, da  se stesso, in un moto trasformativo continuo e inarrestabile. Questo sapere si manifesta attraverso il linguaggio che è un gioco linguistico alla Wittgenstein, dove le regole possono venire cambiate, interrotte, sospese, ma mai cancellate. Il compito del filosofo non è quello di dire cosa fare, chi essere, come essere, ma è quello di guidare il singolo a essere se stesso, nel suo bisogno di resistere al potere che lo vuole uniformare. Questo accade sempre, nel quotidiano, nella famiglia come sul lavoro, in chiesa come nel partito, nella vita intima come nel tempo libero. Si parla di filosofia giornalistica,  di ontologia dell’attualità,  di vocazione  filosofica, di interpellanza del reale,  di centralità dell’immanenza, cioè del sapere leggere il dato reale che sta accadendo sotto i nostri occhi, sotto il nostro naso.

Nella storia tutto iniza e finisce, ma è anche  vero che nulla sparisce del tutto, che qualcosa sopravvive del vecchio nel nuovo, resiste alla morte continuando  nel futuro,  magari dopo essersi trasformato. Il filosofo distingue un potere  pulito da  un potere sporco; quello pulito si occupa dell’anima/spirito   e quello sporco si occupa solo della materia.  La democrazia rappresentativa è in profonda crisi, il cittadino non crede più nel partito, nello Stato, ed il  neoliberalismo soffia un vento che suggerisce di diventare imprenditore di noi stessi.  Questo vento urla: Prenditi la tua libertà, fa quello che ti interessa,  impara a decentrare se occorre.  In questo modo Foucault si auspica un radicale cambiamento degli assetti politici organizzativi, come dire,  una rivoluzione interna alle strutture organizzative, interiore, innovativa, capace di buttare via il vecchio e di guardare al futuro, senza rimpianti e senza ingiustificati timori.

L’originalità di Foucault, per un esponente della sinistra libera,   è che si dichiara contrario alla psicanalisi, la quale non può dirci chi siamo e come dovremmo essere,sentire, fare…Alla figura dello psicanalista Foucault contrappone la figura del confidente, come dire, la vecchia figura rassicurante del Pastore presa dal retaggio cristiano,  però reinventata in chiave moderna.  Per tutta la vita si rifiuta di fare coming out, tenendo nel privato la sua identità sessuale,  come se fosse un tabù o comunque  un  dato della sua vita  propria e non dicibile.  Non per banale  mancanza di coraggio,  ma  per mancanza di convinzione;  forse perchè i tempi allora non erano ancora maturi per uscire allo scoperto come poi  qualche decennio dopo accadrà di poter fare.

Da qui la sua ossessione di sentirsi controllato, libero ma controllato,  libero ma condizionato. Ossessione che lo porterà a tentativi di  suicidio, fortunatamente non riusciti.   Da qui il rilancio deciso del suo volere sentirsi  imprenditore di se stesso, in barba alla ideologia dominante, contro un potere  oppressivo  che alla fine  non rinuncia mai ad avere l’ultima parola, ma anche noi abbiamo la facoltà di non  abbassare mai fino alla fine, la testa.

Tra le sue opere troviamo  Storia della follia nell’età classica,  Nascita della clinica, Le parole e le cose, L’archeologia del sapere, Sorvegliare e punire, Storia della sessualità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Russell

Russell  nasce nel   1872 e muore nel  1970. E’ gallese, aristocratico e subisce un’educazione puritana. Per un periodo della sua maturità visse   negli USA  ma poi tornò a vivere nel Galles. Ha avuto modo di conoscere molto bene la cultura americana, con la quale si scontra per le sue idee pacifiste e anticonvenzionali.  Favorevole al matrimonio come al divorzio, ma anche ai diritti gay, ma anche per una educazione innovativa e decisamente libertaria.   Si sposa per ben quattro volte; con la sua seconda moglie, la femminista  Dora Black, si impegna nella  gestione   di una scuola   sperimentale e libera, soprattutto sotto il profilo sessuale,  che però fallisce per ovvie  complicanze di vario genere.

Per le sue idee pacifiste   arrivò a subire   il carcere, di fronte al quale  rifiuta ogni genere di privilegio che gli  viene offerto per la sua condizione  fisica (ormai anziano)  e  di nascita ( membro della Camera dei Lords).  Partecia  alla Corte Russell (che prese il suo nome ) chiamata  in giudizio contro i crimini perpetrati nella guerra del Vietnam, dove collaborò  con il comunista Jean Paul Sartre, un altro importante interprete  del tempo e del razionalismo critico. Collaborò con Einstein  contro il militarismo nucleare e per il disarmo, pubblicando il Manifesto antinuclearista  che prese  il nome di entrambi, con   la differenza che  Einstein aveva collaborato alla creazione della bomba, per poi pentirsene. L’unica forma di guerra che può essere giustificata è quella che serve per ripristinare la pace (pacifismo relativo).  L’unica forma di armamento nucleare  sensato dovrebbe essere  con un intento  deterrente.  Fu  ostinatamente antimarxista (per  il suo dogmatismo al pari del capitalismo assoluto), antistalinista ( da cui temeva il diffondersi del comunismo  visto come un regime totalitario) e  poi anche  antinazista (quando comprese che il dialogo con Hitler non era possibile).

Condannò il comportamento americano per la gestione del delitto Kennedy; accusò i dirigenti politici di avere preferito  un facile   colpevole alla ricerca delle varie e complesse responsabilità.

Scrisse moltissimo di etica, morale  e matrimonio (per cui ebbe una decisa esperienza). Nel 1950 gli viene dato il nobel per la letteratura. Tra le sue opere  si cita    Storia della filosofia occidentale, I problemi della filosofia, Perchè sono cristiano e La  conquista  della felcità.

E   in filosofia, cosa fece Russell in filosofia?  Fu maestro di Wittgenstein e di Popper,  arguto matematico e sostenitore del metodo deduttivo  di controllo contro quello induttivo. Così spiegò la sua posizione: c’è un tacchino che tutte le mattine alle ore 9 riceve il suo pasto. E’ ragionevole concludere, ad opera del tacchino, che il tacchino pensasse di sè “Ogni giorno alle 9 io mangio”. Poi un giorno alle 9 fu invece sgozzato. La sua teoria si rivelò falsa.  Quel tacchino siamo ovviamente noi che veniamo tratti in inganno solo da  una realtà che è sempre temporanea, in evoluzione, e mai definitiva.

Russel fu il padre del neopositivismo, neoempirismo e  razionalismo critico.In epistemologia   sostiene che   l’uomo conosce dai dati sensoriali e non può avere un contatto diretto  coi dati fisici che rendono possibili i dati sensoriali. Ossia,   la conoscenza avviene  per dati  empirici, momentanei e soggettivi  che rimandano al dato esterno e reale, e non interno e ideale.   Persino la matematica non può essere ridotta a logica,  perchè nello scibile umano  non c’è niente  di assoluto. Si parla per questo del Paradosso di Russell.

Si occupò di filosofia del linguaggio e di filosofia analitica; nella prima teorizzò la teoria delle descrizioni, ossia per capire se una frase è vera occorre osservarla nella sua totalità e non nelle sue singole parti, per esempio la frase “L’attuale re di Francia è calvo”  risulta essere vera se esiste un re di Francia e se detto re è calvo, altrimenti è falsa, ma non  priva di senso, perchè la sua struttura logica  rimane sensata. Con Wittgenstein condivise la teoria dell’atomismo logico, ossia esistono proposizioni minime che non possono essere ulteriormente ridotte e che costituiscono i fatti atomici. Poi i due filosofi seguirono strade diverse. Per Wittgenstein Russell peccava di superficialità.

Sul fronte sociale ebbe una notevole influenza, sia per la sua presenza attiva, sia per  le sue lotte pacifiste continue, sia per il suo socialismo democratico, sia per la sua personalità eccentrica, coerente   e fuori del comune.

 

 

 

Croce

Croce nasce nel 1866 e muore nel 1952. Rappresenta uno dei più noti e significativi filosofi italiani  di tutti i tempi.  Identifica l’idealismo  in Italia  e  fonda l’Istituto italiano di studi storici, segnando un punto di svolta.  Il tema centrale è la storia intesa come  azione e pensiero.  Dopo  Croce ogni filosofo italiano e non solo  non potrà che  ripartire, in materia di idealismo,  dalle sue considerazioni.

In primis assegna all’arte un ruolo fondamentale; l’arte è autonoma  e non può essere in nessuna maniera strumentalizzata. Tra tutte le arti  un posto speciale spetta alla poesia che lui distingue in poesia, anti poesia  e non poesia. Naturalmente l’amore per la poesia si allarga a tutta la letteratura, che lui conosce  approfonditamente e a cui dedica tutta la sua vita.   Dell’estetica dice che è una linguistica in generale.  Croce è sagace, critico, imprevedibile e controcorrente; parla all’interno delle cose, si identifica con il narratore,  è scavatore dell’anima, scandagliatore  dei particolari  in apparenza  insignificanti.

Inizialmente legato ad una fede tradizionale, verso la giovinezza è portato ad abbandonarla. Un atto   luttuoso terribile arriva a sconvolgere la sua esistenza; perde tutta la sua famiglia  nell’evento sismico di Casamicciola del  1883, e quindi si trasferisce nella casa dei  parenti  Spaventa,  quella famiglia  che abbiamo già visto nominata come  interprete importante della  costruzione dell’unità  d’Italia.

Croce non  possiede una particolare vocazione politica, non è uomo d’azione ma di pensiero, anche se l’azione lui la vive proprio attraverso l’agire   del suo pensare.  Più la vita intorno a lui è movimentata e frenetica, più lui sente il bisogno di ritirarsinelle stenze della sua importante biblioteca di famiglia, fino a che ha modo di incontrare Labriola come docente universitario.

La conoscenza con Labroiola (anche lui importante protagonista  della politica del momento)  lo riconcilia con la fede. Sono gli anni in cui nasce in Italia il Partito socialista al  quale però non aderisce direttamente.  I suoi studi si allargano, legge Marx e approfondisce il materialismo storico al quale replica con la sua Critica al materialismo  storico. Inizia a collaborare con De Sanctis  e poi con Gentile che gli succederà  non con lo stesso  vigore  filosofico.  In questi anni scrive la Critica all’estetica. Non c’è momento che lo possa trovare in ozio; la sua giornata è fatta di lettura continua, riflessione e poi scrittura. Il suo stile viene definito meraviglioso, avvincente, unico,  e non per nulla conquista tutti.

Più Croce scrive, e più nascono in lui progetti pratici e concreti; fonda la Rivista letteraria,  inizia la sua Opera politica  e civile, scrive saggi su Hegel e Vico, fino a scontrarsi con i futuristi che  scrivevano sulla Voce. Dei futuristi, più che del futurismo, contesta l’agire irrazionale e impulsivo. E sulla guerra fu neutrale e non interventista.

Coerentemente  si schierò contro il fascismo (dopo i tragici fatti del delitto Matteotti)  dal quale prese le distanze,  anche dallo stesso Gentile ormai divenuto Ministro della Pubblica Istruzione;  si ritira  progressivamente a vita privata, senza comunque uscire di scena. La sua casa diventa  un luogo di incontro continuo, passaggio di intellettuali  (Giustino Fortunato fu uno dei tanti)  e giovani studenti desiderosi di misurarsi con il loro maestro.

Quando il fascismo ricorre apertamente a metodi spionistici e terroristici, progressivamente la sua casa si svuota, e si riduce a pochi fedelissimi e quasi intoccabili, come lo era lo stesso Croce per l’opinione pubblica del tempo.

Nel periodo del suo ritiro forzato, ma tanto congeniale al filosofo, proliferano le sue opere, dalla Storia di Napoli, alla Storia d’Italia, alla Storia d’Europa. E’ proprio Croce a fondare il Manifesto antifascista e nel periodo bellico che va dal 1940 fino alla fine  la sua casa di Sorrento, villa Tritone, diventa un punto di riferimento per  gli  intellettuali  liberali e  favorevoli  alla fine della dittatura. Il 14 luglio 1944    si ritira dalla vita pubblica, dopo avere partecipato  al Congresso antifascista che si tiene a Bari sempre nel 44.

Nel 1946   partecipa all’Assemblea costituente   e si schiera contro i Patti lateranensi, difendendo la scuola pubblica.  Critica il Partito comunista, che non appartiene al suo pensiero moderato e  idealistico/cattolico.  Quando gli propongono  la presidenza della Repubblica o la senatura a vita, rifiuta.

Nel 1947 inaugura l’Istituo nazionale di Ricerca e mette la sua importante biblioteca al servizio del pubblico, privato e istituzionale. A lui arrivarono 400 allievi/studiosi da tutto il mondo, attratti dal suo nome e dalla sua   forza di pensiero.

Nel 1949 compie il suo ultimo viaggio a Roma.

Nel 1952 muore serenamente nella sua casa, si dice con un senso di liberazione, andando a consegnare agli altri la sua memoria  e quello che lui senza dubbio ritenne il peso della vita, quella vita che esige rigore, diremmo noi in un senso moderno  “onestà intellettuale”.  Quello che  tanto necessiterebbe alla nostra attuale classe politica.

Il suo motto che lo identifica sarà “Ogni vera storia è storia contemporanea”, come a dire   che  quello che è stato di bello non muore mai, continua ad essere vivo e vero, ad insegnare e costruire nel tempo. Viceversa, quello che è stato di  falso,  non può durare nel tempo, prima o poi si scontra con la verità che esige la sua parte per venire alla luce.

Quando Croce ha dovuto scegliere da che parte stare, ha fatto la sua scelta  seria e silenziosa.  Poi il silenzio ha lavorato a gran voce.  Ha avuto la chiarezza di giudizio che è mancata a molti altri eccellenti filosofi, magari per certi  aspetti   più  interessanti di lui, ma  questo Croce è tutto nostro, tutto italiano.

 

 

Lutero

Il 1500  è il secolo  che diventa teatro di terribili dispute religiose e politiche. Se da un lato la Chiesa cattolica romana  impera sul mondo occidentale tra  una sempre più evidente decadenza  di costumi, dall’altro lato si impone la figura di un  religioso in terra germanica che nel 1517  pubblica  95 Tesi contro la Chiesa cattolica corrotta  e contro il sistema merceologico  delle Indulgenze.

Martin Lutero  (1483-1546))  parte dal principio che  ogni singolo uomo è il  sacerdote di se stesso, ogni singolo fedele si deve fare lettore e interprete della Bibbia e del suo insegnamento, con l’intento preciso  di rendersi responsabile diretto delle proprie azioni e con lo stretto legame che  unisce la vita terrena con la vita spirituale

Niente celibato per i preti, niente  separazione tra  potere religioso e potere temporale per i Principi, ma piuttosto stretta collaborazione.

Anche  il mondo cattolico è di fatto un mondo che ha mescolato i  principi religiosi con quelli secolari, ma mascherando e  mortificando   i secondi  dietro  una presunta superiorità  di quelli divini,  che per altro sono sempre esercitati da semplici uomini.   Il fondatore del Protestantesimo, che prende questo nome proprio in quanto vuole essere un’ aperta condanna ad un sistema  che Lutero giudica corrotto e malsano, vuole dare vita ad una seconda Chiesa, quella protestante, e per questo nel 1530  nasce la confessione  Augustana contro quella romana; nel 1531 nasce la Lega di  Smalcalda dove tutti i Principi protestanti  a capo delle loro terre si associano per prepararsi alla controffensiva del nemico, che infatti  non si fa attendere, dopo che tutti i Principi cattolici vengono obbligati  all’espulsione.

Eventi di ribellione popolare da parte dei contadini  accaduti in questi frangenti di forte cambiamento  non sono direttamente voluti da Lutero, ma sono la inevitabile conseguenza di quanto  le genti si rendono di per sè  autrici,  anche sotto il volere misterioso di Dio. Lutero prende le distanze da questo fenomeno e cerca di focalizzare la questione  sulla sua fondatezza  filosofica, storica e culturale, più che  rivoluzionaria nel nome della rivolta dei poveri.

Nel 1555 si arriva alla pace  di Augusta che sancisce   uno stato di tregua  tra la fazione  cattolica e quella protestante, imponendo il principio del “cuius regio eius religio”, ossia ad ogni regione si applichi   la propria religione.

In tutta risposta a queste immodificabili   trasformazioni   riformistiche  nasce e si impone la Controriforma,  cioè la reazione della Chiesa di Roma alla messa in dubbio del suo indiscusso primato  religioso e secolare in materia di  teologia  e dogmi.

Si ribadisce che la salvezza si ottiene attraverso la fede ma anche le opere, includendo tra queste le indulgenze medesime. Contro la stessa interna  decadenza morale che non può venire negata viene indetto il Concilio di Trento che dura dal 1545 al 1563 vedendo succedersi ben quattro Papi,  e  quindi nel 1564  viene proclamata la Professione di fede tridentina., che sostanzialmente disconosce quella  augustana.

Nel frattempo nel  1559  era partita  la severissima censura sui libri mandati all’Indice.  E’ solo linizio di una terribile controffensiva che il potere religioso romano   per opera di strumenti del tutto secolari   mette in atto nei confronti di tutto un sistema di pensiero che muoveva i suoi primi passi verso la propria naturale e legittima emancipazione.

E’ pur vero che autentiche spinte  rinnovatrici desiderano nel profondo una Chiesa più vera, più vicina ai dettami del Vangelo, più autenticamente al servizio degli ultimi, ed è in questo  clima  movimentato  che nascono nuovi ordini religiosi, come quello dei  Cappuccini, dei Filippini e dei Fatebenefratelli.

Nel 1540  era nato anche l’ordine dei Gesuiti, i cosiddetti soldati di Cristo,  che alla guida del loro ispiratore  Ignazio di Loyola,  si pone l’intento di difendere anche a costo della vita  il sentimento di assoluta fedeltà alla figura del Papa intesa  come l’unica e legittima   incarnazione stessa di Dio in terra.

E’ dentro questo clima  di guerra, di sospetto e di  violenza diffusa che persone autorevoli  si trovano costrette  a  esprimere il loro pensiero in maniera del tutto anonima o postuma, per evitare il rischio già conosciuto dell’Inquisizione.

Lo stesso celebre Torquato Tasso si trova a dovere ambientare la sua stessa famosa opera  “La Gerusalemme liberata” dentro un tempo storico  che lo salvaguardasse da possibili incriminazioni, ma utilizza i suoi stessi personaggi come  ispiratori in incognito   di sentimenti umanistici e liberatori, inneggianti uno stato  di pace e di tolleranza universale.  Lo stesso  Manzoni utilizzerà lo stesso escamotage   nei confronti dei suoi Promessi Sposi, per evitarsi complicazioni con lo Stato dominante.

 

 

Machiavelli

Machiavelli  si colloca nel pensiero  filosofico come il padre del pensiero politico, o meglio, il filosofo  che per primo si occupa in termini gnoseologici e dialettici  di quale possa essere l’arte del governo e dell’importanza di avere uno Stato forte ed unito  a capo di una  società civile.

Il suo capolavoro letterario sarà proprio  Il Principe,  opera che lui dedica a Lorenzo de Medici e che si prefigge  di entrare nella storia della letteratura moderna   come l’inizio di una nuova  visione  del tempo, una nuova visione   del sistema societario,  una nuova  lettura  delle leggi e dei principi che dovrebbero stare a capo  di una organizzazione  funzionale, efficiente e garante  di sviluppo  e di  pace.

Machiavelli è un uomo del suo tempo ma consapevole del fatto che le società possono cambiare, evolversi e naturalmente migliorare. E’ un convinto sostenitore di un’Italia  rigenerata, più unita, più forte, più  capace anche nello scenario europeo.

Per raggiungere questi obiettivi si schiera da una parte dello scacchiere, ma per sua sfortuna non  riesce ad avere gli eventi  che meglio lo avrebbero potuto sostenere, evidentemente ancora non maturi. Le varie divisioni e i diversi conflitti di parte  finiscono per vederlo esiliato e senza possibilità  di  ottenere  riconosciuti i suoi intenti vuoi ideologici, vuoi  organizzativi.

Tuttavia Machiavelli una forma di successo riesce ad ottenerla,  ed è proprio quella letteraria/storica/politica; il suo testo diventa un classico della  letteratura  ed il suo stile di pensiero  e di azione  arrivano a meritargli il titolo  omonimo  di machiavellismo.

In sostanza l’autore comprende lo stretto intreccio esistente tra il passato ed il presente, dal quale poi deriverà il futuro; nel passato c’è la storia che non può essere più modificata ma letta e interpretata nelle sue  qualità come nei suoi fallimenti;  se determinati fatti sono accaduti  è perchè determinate condizioni e comportamenti  li hanno permessi e prodotti.  Nel presente c’è la politica, cioè la possibilità tutta nuova  da parte di chi esercita   il dovere/potere  di agire nella maniera meglio profiqua,   limitatamente alle risorse in atto.  Esistono leggi umane e leggi psicologiche ( e non solo giuridiche e legislative)   che  un buon Principe non dovrebbe ignorare e che un buon  Principe dovrebbe sapere  riconoscere  ed applicare.  Lo stesso vale per la società e per tutto quell’apparato burocratico che gira intorno al Principe, che dovrebbe essere messo nelle condizioni di potere dare il meglio di sè.

In altre parole  ogni Stato o regione si causa il Principe che si merita,  in un certo senso, oppure si causa i successi o gli insuccessi che arriva a determinarsi.

Aldilà  dei punti deboli o discutibili  che  senza dubbio  fanno annoverare il Principe  tra i testi  da leggersi con cautela, per via di facili semplificazioni che può suggerire a un lettore  superficiale  e  sbrigativo,  e aldilà  dell’immediato successo  pratico  che in effetti venne a mancare,   Machiavelli,  rivalutato successivamente,   esprime lo spirito dell’uomo ormai maturo e pronto a farsi carico del suo destino, non solo sotto un profilo individuale, ma anche sotto un profilo collettivo.

 

Storie di monacanazione e altro…

A  scuola è tempo di Promessi Sposi e dunque   la collega  di materia  ha    ben pensato di portare gli alunni   a vedere una storica  produzione della Rai  che racconta magistralmente la  travagliata  vicenda.

Solo nelle scuole ormai si possono vedere di questi filmati,  perchè a casa propria  i ragazzi non lo farebbero  nemmeno se incatenati  sotto tortura.

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