Galileo Galilei

Si è parlato di  Giordano Bruno e della sua misera fine  accaduta nel 1600, a inizio nuovo secolo.

Galileo Galilei (1564-1642) è lo scienziato  che meglio eredita la visione matematica, scientifica  e sperimentale  che Bruno  aveva cercato di  comunicare al mondo, senza successo.

Fondamentale risulterà essere la scoperta dell’uso del canocchiale che attraverso la smerigliatura delle lenti  permetterà al più celebre scrittore italiano di quel tempo  di fare scoperte sensazionali ed assolutamente fuori  dalla logica dominante.

Mettendo in crisi il sistema  tolemaico il maestro riprende il sistema copernicano  che mette il sole al centro contro il geocentrismo e contro quindi la tradizione.

La sua appassionata ricerca  astronomica e non solo    si svolge  tra la libera Padova  protetta da Venezia e  la meno libera Toscana,  alla forsennata   ricerca della protezione medicea,   ma troppo vicina allo stato della Chiesa  che di sicuro non vede di buon occhio gli scritti e gli esperimenti galileiani.

Anche la vita privata di Galilei non  gli semplifica i rapporti con le gerarchie ecclesiastiche; convive fuori  da un legame regolare   con una  collaboratrice da cui deriveranno tre figlie, due delle quali andranno monache non  potendo aspirare  a fare  dei buoni matrimoni.

Di questa relazione filiare  è rimasto un ampio e illuminante carteggio,  che molto ci racconta   del carattere, della personalità e della sofferenza  umana  fuori dagli occhi indiscreti   dei suoi  usurpatori.

La casa di Galileo si trasforma  nel tempo in  un vero e proprio laboratorio  vivente, un continuo andirivieni di studenti  e di colleghi    ormai attirati dalla fama dello sperimentatore,  che   si occupa non solo di astronomia ma anche di medicina, di dinamica e naturalmente di matematica.

Scrivendo il suo celebre Sidereus Nuncius (opera letteraria e non solo sceintifica  che lo fanno entrare nel novero dei grandissimi scrittori)   si autocondanna  all’esilio. Proprio il massimo momento della sua fortuna  scientifica e professionale arriva a  coincidere  con l’inizio   della sua stessa disgrazia umana e   personale; è una lenta ma inesorabile parabola al negativo,  dove gli entusiami e gli applausi scatenati  dalla potenza  dei fatti  vengono smorzati   insidiosamente  dai dubbi e dalle invidie che gli piombano addosso da ogni dove;  dopo le prime e  aperte accuse  di eresia,  per evitarsi il rogo già occorso al collega Bruno, verrà costretto ad un umiliante atto di apostasia.

Si aggiungeranno   problemi di salute, di solitudine, e anche di povertà.

Solo dopo circa   quattro secoli   il nome di quest’ uomo di  Scienza  che rimase comunque  profondamente credente  fino alla fine,  nonostante  quello che la Chiesa  era arrivata a causargli,  verrà ristabilito con tutti gli onori  a lui spettanti.

La Chiesa ha dovuto comprendere che  non si può leggere il mondo con le parole della Sacra  Scrittura, e che le due   realtà devono rimanere profondamente  distinte.

Ha dichiarato le sue scuse, forse  diremmo troppo tardi,  quando ormai  l’Istituto religioso nel mondo occidentale ha perso   gran parte  del suo potere e della sua  credibilità.  Ma Galileo ne sarebbe stato felice, anzi,  mi piace immaginarlo assai soddisfatto  di sapere che a lui si guarda oggi   come ad un celebre ed unico, assoluto  e amato  ricercatore,  che appunto onoriamo come il padre del  metodo scientifico.

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Moro, Campanella e Giordano Bruno

Mentre Machiavelli entra nel pensiero come il teorico della realpolitik, ossia come il sostenitore che la realtà non è che la conseguenza di precise scelte politiche e la  conseguenza di precisi fatti storici, il tutto finalizzato ad ottenere uno Stato forte capace di conservare il suo potere in uno scenario internazionale, per il bene stesso dello Stato e del suo Principe che  lo governa, Moro, Campanella e Giordano Bruno, tutti più o meno  contemporanei di quel periodo storico (il 1500),   entrano  nel pensiero come  esaltatori di quel sentimento  irrazionale, fantastico  e spavaldo   che va sotto il nome di Utopia.

Agli uomini utopici piace l’assurdo, piace immaginare quello che non c’è ma potrebbe esserci se solo gli uomini lo volessero davvero. Non è qunque corretto parlare di assurdo, o meglio, nel definirlo tale si   prende atto che i sogni rimangono spesso sogni senza tradursi in realtà.

La stessa sorte del resto capitò persino allo stesso Machiavelli,  che desiderando il successo del suo Principe, dovette constatarne il fallimento  o comunque la complessità degli elementi messi in gioco.

Tommaso Moro scrive per l’appunto un’opera intitolandola  Utopia; non è un trattato alla Machiavelli, ma un’opera fantastica che descrive una società immaginata dove tutto risulta essere perfetto e funzionante. In questa meravigliosa comunità tutti hanno il loro posto, ognuno viene rispettato, non esiste la violenza, la sopraffazione, l’ingiustizia e la povertà.

L’esigenza di scrivere un testo tanto diverso  dalla realtà nasce proprio da un bisogno morale e spirituale   di  recuperare l’uomo e la società all’idea di una comunità più giusta, più a misura d’uomo. Dove tutto nella realtà ci porta davanti a situazioni estreme e poco generose, al buon  cittadino  non rimane che  il tentativo di potere almeno sognare, fantasticare, a costo di palesi  illusioni che però tali si rivelano  solo per difetto  umano.

E’ come se Moro ci dicesse “Il passato lo abbiamo buttare via tutto, ma il futuro è ancora da scrivere, forse nel futuro qualcosa di buono accadrà, forse c’è ancora speranza,  e comuque io mi dissocio da questo scenario che non mi appartiene, e consegno la mia speranza al domani”.

Volontario  Atto di denuncia, dunque, dietro i racconti fantastici e allegorici.

Di ben maggiore   coraggio/vigore  dovrà munirsi    l’intervento di  Tommaso Campanella;  il contesto di riferimento differisce sostanzialmente per la ragione che Campanella è innanzitutto  un frate  domenicano che ha un trascorso politico rivoluzionario,  di natura  per così dire un uomo d’azione e non solo di preghiera. Tommaso Moro era un giurista cresciuto nel linguaggio della diplomazia, e nel nome stesso dell’arte diplomatica aveva visto compiersi  con suo sommo disgusto   i più tristi delitti. Delitti che lo portano ad una maturazione opposta.

Camapanella di contro  corre il rischio gravissimo di venire consegnato alla Tortura della Sacra Inquisizione, per le sue idee panteistiche e blasfeme,   quindi   per sottrarsi a questa misera fine   si finge (da buon giullare  e  teatrante quale era) privo di senno, incapace di intendere e di volere. Gli fu risparmiata la morte in cambio del suo annullamento  sulla scena del mondo. Il suo riscatto  sarà  quello di   scrivere  il romanzo La città del sole, dove ripercorre in chiave fantastica   lo stesso progetto già  raccontato in forme ovviamente diverse dal celebre Moro.

Anche Campanella si rifugia nella fantasia, ma aggiunge alla stessa (per necessità) un ingrediente in più, cioè quello della follia apparente.

La sua opera inneggia alla pace, alla tolleranza, alla comunanza dei beni, persino delle donne;  naturalmente il suo testo non vedrà mai la luce se non dopo la sua morte e per opera dei suoi stessi collaboratori e difensori d’animo.   Oltretutto  scrive il testo    proprio durante la sua prigionia,  e non fu quindi la sua stessa opera a causargli l’internamento  per ben 27 lunghi anni. Anzi, l’opera nasce come la sua spontanea reazione al suo stato assurdo e insopportabile  di prigioniero. E’ lo scrivere stesso che impedisce al Campanella di diventare pazzo per davvero.  Una storia davvero al limite del paradosso, ma che ci consegna un capolavoro  dell’umanesimo cinquecentesco.

Magari non condivisibile in tutto, magari troppo con accenti comunistici e panteistici del tutto discutibili,  ma  senza dubbio  un’opera d’eccellenza  e una generosa testimonianza creativa e liberatrice.

Chiude la serie degli utopici il celebre e più sfortunato Giordano Bruno; anche lui monaco, anche lui domenicano, anche lui anticonformista come Campanella.  Nonostante un sistema educativo e direttivo che li obbligava a comportamenti   autocensuranti e obbligati allo standard imposto dalla gerarchia,  Bruno  ignora ogni  possibile divieto  e consiglio ad essere prudente e conciliante.

L’unica forma di consiglio che accetta come ragionevole è quella di seguire il suo stesso modo di intendere il mondo, la realtà e il cosmo, tutte posizioni intellettuali che lo portano alla inevitabile accusa di  eresia e al suo relegarsi a un progetto utopico.  Di fronte all’invito a  ritrattare le sue posizioni, fermamente  si rifiuta, consegnandosi al rogo. Galileo Galilei evitò lo stesso trattamento solo perchè accettò di fare atto  di apostasia, che ci consegna uno scienziato ormai anziano e malato, quasi  cieco, e ridotto all’umiliazione.

In che senso si può legare la figura scientifica e del tutto razionale  di Bruno con  le altre due figure del tutto diverse da questa? Oltre al secolo intero che li unisce e nello stesso tempo li separa,   i tre autori si  legano per  l’inseguimento  comune e  determinato di un sogno, di una convinzione, di un ideale, di una ragione conoscitiva fisica o metafisica che  avrebbe superato  gli ostacoli  del tempo; personalità   che in quanto tali presentavano caratteri avanguardistici e in conflitto con la contemporaneità.

Figure leggendarie o  chiamate al centro della scena, e nello stesso tempo  assolutamente reali e  specifiche  che dimostrano come  basti la volontà per  permettere la realizzazione  di idee che possono col tempo distruggere  le resistenze ed ogni genere di opposizione. Oggi siamo tutti convinti che Bruno aveva ragione. Come aveva ragione Campanella a sognare una società equilibrata ed armonica (pur con tutti i distinguo del caso). Come aveva ragione  Moro a rifugiarsi nel sogno  di Utopia   per  invitare gli uomini  a non arrendersi alle brutture  del mondo.

E fortunatamente l’Utopia è sopravvissuta. O forse la fortuna non centra proprio nulla….

Parola di Dio

Parola  di Dio è  la storia  di un giovane studente  che si trova in piena crisi  esistenziale, contrariato da  una  realtà  che vive in pieno irrazionalismo   il suo  essere senza  Dio e senza valori.

Bibbia alla mano, si affonda nella sua lettura letterale,  uno studio sconvolgente  e pericoloso  che  lo porta  ad un progressivo  isolamento  fino ad una radicale  contestazione   della stessa  chiesa ortodossa,  della quale  fa parte, e della stessa    scuola,   che   insegna  verità  scientifiche   che nulla hanno a che fare con i fondamenti teologici.

Il  giovane protagonista vive con la madre divorziata, una donna semplice che non sa come  interagire con il figlio;  ben presto   viene indotta dal  suo  estremismo   ad  assumere comportamenti  di  assoggettamento  alle parole dei  vangeli.

A  scuola  Ivan si scontra con tutti i compagni, che al contrario di lui  vivono una vita normale e per nulla condizionata da crisi mistiche o religiose che siano.

C’è solo un compagno   con cui finisce per fare amicizia,  un’amicizia  legata al fatto che  l’amico soffre di un difetto ad  una gamba, storpiaggine che lo espone ad  essere spesso  bullizzato;  il primo moto verso di lui è di compassione, se si vuole.

Il giovane  promette all’amico  che  avrebbe cercato di aiutarlo, magari con la preghiera verso Dio,   al fine di  indurre   il Signore    a potere compiere una guarigione miracolosa sulla sua gamba.

Tra i due ragazzi nasce una sorta di complicità,   ma  il compagno  storpio  commette l’errore  di manifestargli tendenze omosessuali, proprio quelle  colpe   vergognose   che la bibbia condanna senza mezze misure.

Prima di arrivare alla tragica fine,  Ivan ha  modo di scontrarsi direttamente con la sua insegnante di biologia, una docente assolutamente   in linea con lo standard  professionale e  che   avrebbe avuto   la legittima  pretesa l   di fare  lezioni scientifiche sull’evoluzionismo  e  sulle leggi della fisica, chimica e di  tutto quel che ne consegue.

Il suo obiettivo è quello di insegnare ai ragazzi l’educazione sessuale al fine di  educarli ad assumere comportamenti  amorosi corretti e non a rischio.

Si trova  davanti lo scontro  di totale rifiuto di  Ivan,  che trasforma ogni tentativo di lezione in una vera e propria  pagliacciata  teatrale.

Ne nasce un conflitto   serio  tra la preside della scuola e la docente, che viene accusata di non sapere prendere il ragazzo e di proporre lezioni troppo  esplicite  e   provocatorie.  La stessa questione finisce per mettere in crisi la stessa vita sentimentale della giovane professoressa, ormai troppo emotivamente presa da questa situazione a dir  poco  complicata.

Tutto il corpo scolastico finisce per schierarsi  dalla   parte dello  studente,  che  viene visto come la parte più debole che va protetta; nessuno si avvede della vera follia  che alberga nell’animo di Ivan, il quale è arrivato a macchinare una strategia per eliminare la  povera  professoressa, colpevole d’essere  oppositiva  verso  prese di posizione  dettate  da credi personali  che non dovrebbero mai schierarsi  verso forme di radicalismo.

Il piano  diabolico immaginato per eliminare la rivale    prevederebbe  di  inscenare un incidente con la moto, sabotandone   il sistema frenante.

Durante una riunione straordinaria dove tutte le parti vengono convocate a trovare   una soluzione, la povera docente che si sente sempre più sotto accusa,  finisce per dare uno schiaffo ad Ivan, e a seguito di questo gesto  del resto  fomentato da uno stato di esasperazione,  la preside decide di licenziarla.

L’insegnante   sta per andarsene, come intontita dalla   decisione   a sorpresa, ma mentre scende le scale per abbandonare l’Istituto incontra l’immagine di  Stefan  tutta vestita di bianco,o meglio, la sua figura  incorperea   il cui corpo  è stato  da poco prima  ucciso    da Ivan con un colpo di pietra sulla testa.

Ne rimane stupita. Anche lo spettatore rimane  stupito.  E’ l’unico colpo di luce di una storia buia  che minaccia  tragedia fin dall’esordio.   E’ curioso che  proprio una materialista  dentro un film materialista dove l’unico ad avere fede è uno squilibrato che crede d’averla,  la fede,   arrivi ad avere questea capacità    sensitiva    paranormale.

Una voce sulle scale   proveniente  da quella immagine  le aveva detto d’essere stato ucciso da Ivan e che presto sarebbe toccato a lei.

Allora   ritorna sui suoi passi. Decide di non abbandonare il suo incarico  che lei sapeva avere svolto  con assoluta professionalità.

Con la forza    della disperazione   si inchioda le scarpe nel pavimento di un’aula  e  vi si pianta dentro  in segno di protesta.

Il tutto finisce con una inquadratura  della cinepresa sul povero corpo di Stefan, straziato  per avere scelto un compagno sbagliato.

Il film offre numerosi spunti di riflessione;  l’incapacità   delle istituzioni  di individuare e recuperare comportamenti  malati,   l’incapacità delle famiglie  di  interagire con le malattie mentali, la fragilità dei giovani che finiscono per    veicolare i loro possibili talenti  dentro   situazioni  estreme senza possibili   vie di fuga.  Ma anche   la fatica  dei docenti  di  riuscire    a non farsi travolgere  da situazioni così   estreme ma nemmeno  tanto improbabili.

Drammatico,  forse estremo, ma   interessante.

Il dolore che insegna

Gandhi diceva: “L’uomo è un allievo. Il dolore il suo maestro”

Come dire che non si impara nulla se non dal dolore, dalla sofferenza, da quello che ci segna, che ci solca, come un campo ch viene arato per essere preparato alla semina, alla cui fioritura seguirà il raccolto.

In una società dove il dolore è sinonimo di infelicità e di insuccesso, è difficile pensare che questo  strumento  possa risultare così prezioso, eppure lo è, così come è vero  che domani  il sole sorgerà dopo una notte di luna.   Lo stesso atto del nascere è associato a un momento ricco di dolore,  come ogni tappa della crescita   è  associata a un momento  di difficoltà  che solo quando superata  si trasforma in  positività.

E’ risaputo   ci siano dolori immensamente grandi  ed altri più sopportabili, ordinari,  ma sono solo i dolori immensamente grandi che ci trasformano. Sempre in meglio, se del dolore accettiamo l’imponderabilità.

Marco è un padre  che una notte viene svegliato da una telefonata.

La voce dalla’altra parte del filo  gli dice che deve correre al fiume, dove è successo qualcosa a suo figlio Giulio.

Il padre corre al fiume e vede suo figlio dentro le acque gelide tra i rivoli del corso, ormai morto, da dove si è buttato mezz’ora prima sotto l’effetto di una terribile  droga allucinogena.

Giulio era un ragazzo bellissimo, di soli sedici anni, solare, pieno di voglia di vivere.  Era una delle sue prime feste  a cui cominciava a partecipare, lui insieme agli altri compagni tutti più grandi.

Semplicemente  aveva    voluto provare  quella cosa che prendevano tutti, per non sentirsi da meno,  che intanto non poteva certo fargli nessun danno   irreparabile.

L’amico vicino, vedendolo sballato, gli consiglia di non andare subito a casa, e per tirare una certa ora abbandonano  il gruppo  e finiscono camminando sulle rive del fiume.

Giulio quel fiume lo conosce bene , ci andava con suo padre da bambino; esattamente dieci anni prima ci era stato a gettarci dentro un pesciolino rosso, desideroso di volergli regalare la libertà.

Appena liberato, il pesciolino riesce a fare pochi metri, per finire mangiato dal becco di un’anatra.

A quella vista   Giulio si era messo a urlare , a piangere disperato, a tirar pugni al padre che anzichè   comprendere   era scoppiato a ridere, come a volere ridimensionar e il dispiacere incontenibile del povero figlio.

Adesso sarà proprio lui quel pesciolino, che  appena vede le acque del fiume   dice all’amico: “Io mi devo buttare dentro” e non finisce la frase che lui si è già buttato, sotto lo sguardo esterrefatto  dell’amico che rimane senza  la  capacità di fermarlo, senza  il tempo di potere fa re qualcosa…

Se non doversi fare carico  della terribile consegna.

La prima cosa che viene in mente a Marco, nel vedere il suo Giulio  morto nell’acqua, è di buttarsi dentro anche lui, come per volere raggiungere  quel corpo ormai primo di vita,  ma che invece a lui ritorna in mente bellissimo, come ancora vivo, come lo aveva lasciato poche ore prima, poche ore da    quel momento che ormai avevano segnato per sempre la sua normalità spazzata via.

E poi Marco ha altre due figlie, una moglie, una vita  a cui ancora rispondere, anche nel nome di suo figlio morto.

Dopo quell’evento, quella notte, quell’istante  di sconvolgimento assoluto,  Marco ha perso con Giulio,  anche   almeno due  paure che prima conservava:   la paura del giudizio degli altri, e la paura di morire.

Ha perso anche il bisogno di portare addosso l’ orologio. Come a volere  cancellare l’idea del tempo  che è quel tempo in cui una persona è chiamata a smettere di vivere per una ragione assurda.

Se si ha il modo di dovere sopravvivere  a  cataclismi  come possono essere la morte di un figlio per droga (ma anche per altra ragione), allora si capisce che  la nostra esistenza è un assoluto mistero,  che siamo  esseri  sconosciuti nelle mani  di un artista che tesse la sua tela, e noi possiamo solo rendercene conto, e farci  espressione della meraviglia del creato, un creato non certo indifferente ai nostri bisogni e ai nostri dolori, ma perfettamente   consapevole  di quello che deve essere  il nostro modo di vivere  e di guardare alla vita. Sempre, nonostante tutto.

Da quel terribile giorno,  Marco gira per le scuole  a raccontare la sua storia, a raccontare ai ragazzi che è stupido assumere droghe che ci possono rubare tutto senza che noi  nemmeno  ce  ne rendiamo  conto…

Accanto alla droga  oggi c’è anche la rete, che rischia  di rubarci il nostro essere, la nostra ricerca della felicità, che Marco preferisce chiamare serenità,  visto che la felicità  spesso non è possibile, o quanto meno è  fragile e breve come il volo di una   farfalla.

Impariamo a dire no alla droga, un conto è farsi una fumata di quelle  “controllate”, un conto è andare in discoteca e accettare di mettersi in bocca sostanze mortali e devastanti.

Impariamo a dire di no alla violenza, un conto  è perdere la pazienza in un momento di tensione dove ci viene da dire cose sconvenienti che assolutamente non pensiamo,  un conto è prendere una persona del gruppo incapace di difendersi e sopraffarla  con la nostra  arroganza e  malvagità.

Come è successo a scuola in questi giorni,  quando i ragazzi senza riflettere hanno messo  in campo strategie aggressive  a danno di  una  persona   assolutamente pacifica  che chiedeva   solo di fare il  proprio  compito,  di essere lasciate tranquilla,  così come ognuno di noi dovrebbe conoscere il proprio compito  e sapere  controllarsi.

Insegnare è  anche questo. Raccontarsi la verità.  Pretendere che qualcuno ci ascolti. Pretendere di non farsi  sopraffare dal dolore, dalla fatica,  dalla mancanza di mezzi e dalla  mancanza di rispetto.

Per Marco suo figlio non è mai morto, almeno non del tutto. Della sua memoria ha fatto il suo scopo di vita, e parlando  di dolore e di morte ingiusta, questo padre non fa altro che parlare della vita, della pazza   voglia di vivere  che alberga dentro ognuno di noi,  che qualunque giovane ancora vivo, ancora ignaro, ancora  inconsapevole,   può rendersi  conscio  dei rischi che corre ogni qualvolta  che si mette a sperimentare un qualsivoglia tipo di droga, o un qualsivoglia tipo di  bravata, un qualsivoglia   desiderio  di scegliere la strada   più  facile solo perchè  non si è nemmeno pensato a quella   più giusta…