Umberto Eco

Umberto Eco  nasce il  1932  e muore il  2016.  Passa alla storia come il filosofo/semiologo  dell’inganno, della comunicazione mascherata ed equivoca. Come già anticipato è sostenitore del pensiero debole, del pensiero critico  e pessimista, ma nella sua vita si è occupato di tutto, cinema, letteratura, accademia,  televisione, musica, spettacolo,  giornalismo,  fumetti, politica, bibliofilia e   traduzione.  Si impone alla notorietà  con la pubblicazione del suo  primo  romanzo Il nome della rosa, una storia  di delitti  oscuri ambientata nel medioevo dentro un ambiente monastico che viene con maestria dissacrato intorno al tema emblematico del riso ( inteso come voce del verbo ridere). Il libro diventa un best seller e finirà per essere da Eco  detestato a morte, perchè nessun romanzo a lui succeduto  potrà più  replicare  e competere con questo.   Emerge da subito il suo stile innovativo, controcorrente, sperimentatore e  conoscitore del   sistema dominante.

Per caso entra nei circuiti televisivi della Rai, che diventerà  per lui come una seconda casa e dove   arriverà a ricoprire un ruolo fondamentale nella sua carriera di uomo pubblico, versatile  e di critico/rinnovatore.  Il filosofo dichiara in più interviste di avere assistito a un progressivo declino della   qualità della comunicazione, che  nel tempo tutto è andato peggiorando e scadendo nel contenuto  e nella sostanza.  Leggi di odiens  la fanno da padrone sulle priorità contenutistiche  che vengono soffocate e sacrificate al dio denaro. L’avvento del digitale non ha contribuito  per se stesso a migliorare le cose, con la differenza che l’ignoranza di pochi è semmai diventata l’ignoranza di  molti, di quelli che non si fermano a riflettere e a leggere i messaggi nascosti/da decifrare.

Una delle emergenze che il filosofo denuncia è la totale assenza di memoria da parte soprattutto delle nuove generazioni; i giovani vivono dentro un circuito mediatico dove  regna il caos generale, la consumazione dell’attimo,  e sono venute a mancare le coordinate di fondo che ogni essere umano in quanto membro di una Storia  collettiva  in evoluzione   dovrebbe come minimo conservare. In pratica, i giovani non sanno collocare episodi storici fondamentali non solo nel giusto anno/periodo storico ma persino disconoscendone  le coordinate  di riferimento.  E’ come  avere in casa un letto a  testa in giù, una scala che non può essere nè salita nè scesa, insomma, un nulla di fatto.

Prima priorità quindi è Recuperare la storia e le sue coordinate fondamentali.  Per fare questo è importante avere un buon libro di testo ( in questo caso sia di storia che di filosofia),  che sia ricco di immagini come di sussidi audiovisivi e multimediali,  perchè e noto che aiutano l’apprendimento.  Lo studio della storia/filosofia   è contemporaneamente studio della geografia, ossia del mondo inteso nella sua spazialità e nella sua conformazione  territoriale, è ovvio.  No ai sussidi  rigidi, che seguono pedissequamente il programma, che si prefiggono di essere una specie di vangelo assoluto (e nello specifico critica il Lamanna). Il testo deve avere la funzione di avvicinare, incuriosire, stimolare, porre domande, alle quali l’alunno deve provvedere a dare le proprie risposte, altrimenti   la didattica viene persa di vista e perde in efficacia.  Eco non si lascia nemmeno  sfuggire   le potenzialità del multimediale in termini di ricaduta gnoseologica/apprenditiva, e si fa sperimentatore di nuove teorie della narrazione proprio grazie all’uso dei media,  oltre che un grande  sostenitore dell’open source e un grande entusiasmato   lettore di wikipedia, giusto per citare una delle maggiori fonti  editoriali  mediatiche.

Si pone contro i luoghi comuni che decide di combattere e di cui la scuola e non solo è ricolma;  è un pensatore fortemente europeista, ma curiosamente scopre la bellezza europea  solo dopo un suo viaggio in Usa; dall’altra parte dell’oceano   si accorge che gli americani guardano all’Europa come ad un gioiello a cui tendere  e verso cui ispirarsi, perchè  sanno che loro vengono da qui, e sanno che loro sono un nostro prolungamento, anche se poi hanno preso delle caratteristiche  proprie. E poi  siamo noi europei che dall’esterno ci rendiamo conto di quanto  in casa nostra   si  abbia molto di più che all’estero  non può essere trovato.

Anche se il  mondo è diventato  globale  non si deve perdere lo studio dei classici che secondo Eco devono rimanere testi OBBLIGATI.   Difende la  funzione dell’Erasmus  ed incoraggia l’avvento di una lingua condivisa dentro una realtà multilinguista   che dovrebbe diventare polilinguista.  Se i giovani odiano i classici è solo colpa  dei docenti che non hanno saputo trasmettere la loro insostituibilità.  Sappiamo  quanto Eco stesso fosse una grande conoscitore del Medioevo e quanto lui stesso sia stato uno studioso della classicità.  E poi ricordare il passato significa potere avere un futuro migliore.  Ma cosa ricordare?  e cosa selezionare dentro il mare magnum della rete che passa di tutto tra cui la stessa spazzatura   della sub cultura dominante?   Come sapere riconoscere un testo falso da uno  da  conservare?  Non lo si può fare senza prima averlo letto, e quindi è importante creare il senso critico che ci può proteggere dalla cattiva  comunicazione.

La prima cosa che va insegnata ai giovani è di leggere, qualunque cosa anche i fumetti vanno bene; un uomo che legge ne vale almeno  due.  Il momento della lettura dura tuttala vita, è un viaggio meraviglioso e personale, che ognuno può costruirsi come meglio crede.  I media aiutano nella diffusione del sapere, ma solo se ci facciamo i capitani di questo  cammino. Dentro questa diffusione della buona cultura  la televisione ha occupato ed occupa un ruolo di primo piano. Con il maestro Manzi  gli italiani  hanno imparato  a leggere e a scrivere(giusto per fare un esmpio);  avevamo una tv che faceva bene ai poveri e male ai ricchi, che molti ci invidiavano, come  altre cose che abbiamo nel tempo mandato alla deriva.

Oggi abbiamo una tv che fa male ai poveri e bene ai ricchi,    che intanto  i mezzi per formarsi li vanno a reperire altrove.   Popper ha molto scritto sulla teoria del complotto e come già detto altrove   ha molto  scritto del come fare buona televisione; esisterebbe una congiura che si adopera perchè tutto questo non  accada, ma di dette prove conplottiste   non è mai stato trovato molto. Semplicemente se un programma è cattivo bisogna sapere spegnere la tv, e diventare   critici cioè capaci di scegliere.   Insomma,  è ammesso cambiare idea.    Lui stesso che da giovane aveva frequentato le fila dell’Azione cattolica, studiando Tommaso d’Aquino perde la fede (secondo Eco  fortunatamente) e si rende conto  dell’inganno che alberga dietro  questo modo   errato di   credere. Sempre  senza con questo voler dare degli idioti alle intelligenze  religiose  che hanno il diritto di conservare il loro pensiero. L’alternativa alla cattiva tv (come alla cattiva fede)   può essere l’uso  critico della rete (come l’uso critico della fede).

Tornando al tema   del complotto,   sono esistite ed esistono forme di complotto conosciute,  anche editoriali;   la  più celebre tra tutte  riguarda la pubblicazione dei Savi di Sion, un testo che non ha nessun fondamento storico e scientifico, ma solo quello diffamatorio e propagandistico a  danno degli ebrei. Ma  non bisogna fare la fine di quello che urla Al lupo al lupo per ogni nonnulla;  il giorno che il lupo arriverà per davver nessuno più ci crederà.   La stessa rete è ricolma di teorie complottiste contro tutto e contro tutti, ma non per questo  bisogna darci credito.    Umberto Eco sostiene che in questo modo si perde di vista il  vero problema.  Una teoria complottista vera  prima o poi si rivela tale, mentre se tale volesse   rimanere, con i mezzi di segretamento e depistaggio esistenti,    non ci sarebbe verso di sventarla.    E poi c’è il complotto su ordinazione che ha lo  scopo di spostare il focus da un punto reale   verso un punto deviato.  Insomma, non mancano le bufale ed i complottisti di professione che devono  ricevere  il tempo  che   meritano. C’è tutta una letteratura che gioca sull’equivoco, sulle coincidenze, sulle supposizioni, sulle patologie  psichiatriche  di lettori paranoici e schizofrenici. Il filosofo dedica anche molto tempo al legame esistente tra  la cultura di massa e l’uso dei mass media nel periodo fascista,   dove passavano attraverso i programmi  e le immagini   selezionate i valori verso la tradizione, il rifiuto del modernismo, il culto dell’azione per l’azione, la paura delle differenze, l’appello alla frustrazionw  delle classi medie , lo stesso tema  del complotto, il machismo  e  il populismo qualitativo. Un uso mediatico della tv  praticamente mai uscito di scena.

In generale    è  risaputo che le buone notizie non vendono, sono le tragedie che fanno cassa, è la passione per il gossip, il pettegolezzo, l’ingiuria, il delitto, il malaffare, il malcostume,  il sospetto verso chi ci vive accanto…finendo per dominare sul buon senso  che   la macchina del fango  distrugge, inquina, corrompe, delegittima, discrimina. Dentro tutto questo al buon lettore  non rimane che la speranza che il buon giornalismo sopravviva. Lo  stesso gioco linguistico dell’alluccinazione e dell’inganno viene spesso usato anche da Eco nei suoi scritti, dove dichiara di divertirsi  a far dire ai suoi personaggi le cose più assurde,  dove però rimane  evidente che si sta facendo un gioco   rocambolesco,   dove si avvisa che  non bisogna credere  a nulla, dove si insegna  a  rimanere con le orecchie e gli occhi  bene aperti…

Alla fine emerge una grande considerazione da  parte di Eco per il nostro  mondo  Italia, che  non ha un sistema paese, che non ha un’unità di popolo, ma è ricco di  persone geniali  che tutto il mondo ci invidia e che molto hanno dato alla storia  del pensiero.  Per fare un esempio, il nikilismo ha attraversato sia l’Italia che la Germania, con la differenza che in Italia Leopardi ne ha fatto un motivo per essere migliori, la Germania lo ha preso per se stesso ed ha prodotto il nazismo. Insomma, noi avremo molte pecche  ma  abbiamo una forza straordinaria  che ci spinge a  risorgere meglio degli altri dalle varie catastrofi e prove di  resistenza.  E  nonostante noi stessi si sia ricchi  di delitti eccellenti e per nulla inventati, a partire dal caso Mattei, il caso Pinelli, Papa Luciani, Aldo Moro, Ambrosoli, Sindona,  Dalla Chiesa, Borsellino e Falcone,  Mafia capitale…tutti argomenti  fatti su misura per istigare le teorie complottiste  dove la realtà supera la fantasia.

Giuliano  Ferrara, il giornalista, accuserà Eco di fomentare l’odio e di essere di parte, trascurando l’insegnamento liberale di Kant, che avrebbe studiato  ma non compreso.  I suoi studenti invece lo adorano, lo ammirano e lo inseguono,  perchè Eco potrà essere criticato per la sua personalità diciamo senza dubbio partigiana (tutti gli uomini di carattere finiscono per esserlo),   ma   sempre senza dubbio  espressione  di  se stesso, genuinamente amante del dialogo diretto e senza velature,  lui che gli imbrogli li lasciava tutti  nelle parole dei suoi personaggi. Non si contano le onoreficienze  italiane  e    straniere da lui ricevute, le collaborazioni accademiche e le cittadinanze onorarie.   E poi nessuno ci vieta di seguirlo sul suo stesso cammino, rendendogli la stessa pariglia e lo stesso  sagace umorismo.

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Gadamer

Gadamer nasce  nel  1900  e muore il 13 marzo   2002, ultracentenario.  Passa alla storia come il teorico del Circolo ermeneutico gadameriano; allievo di Heidegger, autore di Verità e metodo, che scrive come sua unica opera all’età di sessant’anni  dopo essere andato in pensione. Da lì in avanti inizia la sua seconda vita di filosofo invitato nelle conferenze di tutto il mondo  per discutere della sua teoria  sull’interpretazione.

Dedica tutta la sua prima esistenza all’insegnamento;  multilinguista, finisce per diventare,  piccola curiosità,  cittadino onorario di Napoli,  e assiste come  testimone diretto allo sfascio della Germania che viene divisa in due fronti, quello occidentale e quello orientale. La Repubblica federale occidentale si risolleva partecipando al piano Marshall, ma la parte orientale rimane sotto il regime sovietico.

Nel 1989 assiste alla caduta del muro, un evento  storico di  liberazione/riunificazione  da un lato, e di distruzione/smantellamento  dall’altro.  Ha modo di  sviluppare    il concetto di verità che si rivela come certa e bella in quanto tale, dentro un’esperienza extrametodica; critica l’eccessivo rigorismo  delle scienze tradizionali  che tendono ad umiliare l’uomo relegandolo a conoscenza di grado inferiore.

Il suo libro si divide in tre parti; una dedicata all’arte, una alla storia e una al linguaggio. L’esperienza extrametodica (disprezzata dalla scienza)  è originaria e radicale, mentre quella metodica è rigorosa, ma non lascia spazio adeguato  alle tre parti sopra indicate  e che rappresentano  una  sezione importante  del vivere.  Gadamer prende lo spunto dallo stesso maestro, Heidegger, che aveva definito la  parola  come la casa dell’uomo dove abita la  poesia e la sua funzione  educatrice.  Il mondo è pieno di scienza come di spettacolo; lo spettacolo del mondo proviene dall’arte, non dalla scienza che ne  decifra l’apparire   senza leggerne la totalità.  Anche nella Storia accade la scienza dello Spirito contro la scienza della Natura; il pensiero tedesco è ricco di questo concetto dello Spirito, già con Hegel  che ne fa la sua monumentalità  rigorista. Gadamer non segue la via hegeliana ma vi contrappone   la via INTERPRETATIVA; significa che per comprendere un fatto storico occorre calarsi dentro le persone e i fatti che sono accaduti, e quindi interpretarli. In quanto al linguaggio, è la fonte delle leggi e le leggi sono testi che vanno a loro volta interpretati.

Gadamer  individua tre momenti salienti nella sviluppo della Storia:  l’Umanesimo italiano,  la Riforma protestante  ed il Romanticismo europeo.  Nel primo momento si passa dall’uomo medioevale all’uomo moderno; nel secondo momento l’uomo  si fa lui  stesso nella sua singolarità interprete della parola scritta, e quindi lui stesso sacerdote della sua vita (lo stesso Gadamer è protestante); nel  terzo momento  l’uomo  scientifico/uniformato  si  eleva  a uomo dello spirito, uomo originale, uomo creativo, uomo innovativo e scopritore  di sempre nuove forme di espressione, o meglio, di nuove chiavi di lettura ed interpretazione della storia. Il romanticismo tedesco  ha tre figure gigantesche di questo  romanticismo, che sono Marx, Nietzsche e Freud. Marx  per il campo storico/sociale, Nietzsche per la sua Volontà di potenza, Freud per il concetto di conscio/inconscio. Ognuno di loro ha indicato una via su come interpretare o la Storia, o il declino dell’Europa o il Ciò che non si vede ma c’è.

Dello stesso parere sarà Luigi Pareyson, un filosofo italiano, che  elabora una teoria personale sull’interpretazione, dove approfondisce il legame del singolo con la verità; dentro il processo interpretativo la verità in quanto se stessa non viene mai esaurita,  ma sempre rilanciata e condivisa; Gianni  Vattimo ed Umberto Eco saranno due degli allievi dello stesso Luigi  Pareyson, che però daranno radicalizzazioni pessimistiche approdando a quello che verrà definito  il Pensiero debole (che sarà approfondito negli articoli successivi).

Nè Pareyson nè Gadamer appartengono a questo circuito del pessimismo, ma l’ermeneutica cammina con le sue gambe oltre i loro stessi fondatori, e raggiunge apici drammatici e critici;  si è arrivati a quelli che sono detti i sette sensi dell’ermeneutica, ossia:  ogni fatto  che si va ad interpretare ha una  ESPRESSIONE,  ESECUZIONE, TRADUZIONE, CHIARIMENTO,  COMPRENSIONE, ERMENEUTICA DEL SOSPETTO ED IPERBOLE.  La prima era già di Aristotele, la sesta   è tipica delle filosofie postmoderne  che  sono inquinate dal concetto di demistificazione del reale, e la  settima  è quella che si è ereditata  da Nietzsche che sosteneva che i fatti  non esistono  ma esistono solo le loro   interpretazioni. Siamo in un mondo dove comprendersi è diventata un’impresa difficile.

Tornando a Gadamer, egli sostiene che  ogni singolo  elemento  presuppone la comprensione del tutto, che  l’essere che può venire compreso è linguaggio, ma che non  esiste solo il linguaggio/parola   ma che detto linguaggio multiforme   serve all’uomo per decifrare i vari e sempre più  oscuri   segni  della realtà  che vanno  oltre la parola.  Tuttavia  rimane un mondo fisico/psichico  che ci rimane ignoto e indomabile, indifferente e lontano. Senza per questo dovere cadere negli estremismi, come accadrà ad altri.

Il messaggio  di Gadamer è questo:  c’è un  mondo che vuole rimanere civile,  umano,  legato alla legge,  nonostante la follia dilagante. E quindi vuole essere una posizione ottimistica e ragionata,  e non pessimistica e irrazionale. Insomma, costruttivista.

Per finire, un focus  sul concetto  di CIRCOLO ERMENEUTICO:  ” Ogni interpretazione è influenzata dai nostri pregiudizi storici, nel senso che le nostre conoscenze che caratterizzano la comprensione del presente sono determinate da una continua stratificazione di nozioni che si formano grazie al costante dialogo tra l’opera e i suoi interpreti. Tale circostanza trova un’illustrazione nell’importante, e talvolta frainteso, concetto di “fusione degli orizzonti” (Horizontverschmelzung), il processo che porta il fruitore del testo all’interno del circolo ermeneutico, in cui si fondono due orizzonti: quello dell’interprete, formatosi entro la tradizione e la precomprensione del presente, e quella del testo, che porta con sé l’insieme di tutte le interpretazioni e tradizioni che ha vissuto.”  (definizione presa  da Wikipedia)  Per concludere, Gadamer parla di pregiudizio  non in un senso  negativo ma in un senso costruttivista,  dentro un processo in evoluzione  che  considera  il prima e il dopo,  l’agente che interpreta  e ciò  che è  il  frutto di ciò che è stato  a sua volta interpretato.

 

Foucault

Foucault  nasce nel 1926  e muore nel 1984. Un filosofo dell’altro ieri,  della scorsa settimana, potremmo dire, che ci parla di tutte le patologie di cui è afflitta la nostra modernità.  Passa alla  storia per il suo Coraggio di dire la verità (che paradossalmente  lui non  ritenne di potere esercitare   fino in fondo)  e  perchè incarna una sinistra dissidente, dove si dichiara  che ciascuno  è l’avversario  di qualcun’altro,  che in ogni individuo agisce la bramosia del potere, un potere che viene esercitato in tutte le sue forme e in tutti i suoi gradi,  affermazione che gli costerà qualche critica  per la sua  radicalizzazione. La  premessa  del filosofo (che è anche psicologo)  è quella strutturale, dove distingue la macrostruttura dalla microstruttura.  Dentro  la struttura che tutto contiene ogni singolo è ora dominatore e ora  dominato.  La stessa civiltà/società poggia sull’organizzazione del potere, come accade nella scuola, negli ospedali, nelle carceri, nello stesso Parlamento, nelle fabbriche ecc…

Senza il potere non ci sarebbe il controllo e senza il controllo ci sarebbe il caos. Da questa macrostruttura deriva tutto, il sapere buono come il sapere cattivo, la volontà di potenza positiva come lavolontà di potenza negativa.  Fatta questa introduzione sociologica e politica, oltre che storica,  Foucault  passa ad analizzare la soggettività e la diversità di ognuno, che è se stesso nel modo di pensare ed anche nell’orientamento sessuale. Foucault è un omosessuale (non dichiarato)  e non può trascurare o tacere un argomento che  evidentemente lo tocca da vicino. Parla molto anche della follia, che non è solo devianza ma anche potenzialità ed opportunità per il singolo: alla devianza si può opporre la resistenza e questo concetto del Resistere diventerà centrale nel suo pensiero.

Fino ad arrivare  alla svolta etica  dove si riflette sulla genealogia del soggetto morale, riprendendo Socrate e il concetto dell’avere cura di sè.  Così come Nietzsche aveva focalizzato il  tema della morte di Dio, Foucault  focalizza il tema della morte dell’uomo che ha rinunciato ad avere cura di sè buttandosi nella massa in maniera indeterminata. Studia l’uso del potere da parte delle massime Istituzioni che sono la Chiesa e lo Stato, entra a far parte del Partito comunista ma ci rimane  solo due anni,  quando  per le sue posizioni originali e fuori dagli schemi si crea molte avversità all’interno della stessa sinistra che lui in parte rappresenta. Si scontra con Sartre che rappresenta il volto pulito del partito, quello che non ha niente da nascondere e da rimproverarsi.

Studia la genealogia (che lui ribattezzerà in Archeologia)  del sapere dicendo che il sapere nasce dal sapere, da  se stesso, in un moto trasformativo continuo e inarrestabile. Questo sapere si manifesta attraverso il linguaggio che è un gioco linguistico alla Wittgenstein, dove le regole possono venire cambiate, interrotte, sospese, ma mai cancellate. Il compito del filosofo non è quello di dire cosa fare, chi essere, come essere, ma è quello di guidare il singolo a essere se stesso, nel suo bisogno di resistere al potere che lo vuole uniformare. Questo accade sempre, nel quotidiano, nella famiglia come sul lavoro, in chiesa come nel partito, nella vita intima come nel tempo libero. Si parla di filosofia giornalistica,  di ontologia dell’attualità,  di vocazione  filosofica, di interpellanza del reale,  di centralità dell’immanenza, cioè del sapere leggere il dato reale che sta accadendo sotto i nostri occhi, sotto il nostro naso.

Nella storia tutto iniza e finisce, ma è anche  vero che nulla sparisce del tutto, che qualcosa sopravvive del vecchio nel nuovo, resiste alla morte continuando  nel futuro,  magari dopo essersi trasformato. Il filosofo distingue un potere  pulito da  un potere sporco; quello pulito si occupa dell’anima/spirito   e quello sporco si occupa solo della materia.  La democrazia rappresentativa è in profonda crisi, il cittadino non crede più nel partito, nello Stato, ed il  neoliberalismo soffia un vento che suggerisce di diventare imprenditore di noi stessi.  Questo vento urla: Prenditi la tua libertà, fa quello che ti interessa,  impara a decentrare se occorre.  In questo modo Foucault si auspica un radicale cambiamento degli assetti politici organizzativi, come dire,  una rivoluzione interna alle strutture organizzative, interiore, innovativa, capace di buttare via il vecchio e di guardare al futuro, senza rimpianti e senza ingiustificati timori.

L’originalità di Foucault, per un esponente della sinistra libera,   è che si dichiara contrario alla psicanalisi, la quale non può dirci chi siamo e come dovremmo essere,sentire, fare…Alla figura dello psicanalista Foucault contrappone la figura del confidente, come dire, la vecchia figura rassicurante del Pastore presa dal retaggio cristiano,  però reinventata in chiave moderna.  Per tutta la vita si rifiuta di fare coming out, tenendo nel privato la sua identità sessuale,  come se fosse un tabù o comunque  un  dato della sua vita  propria e non dicibile.  Non per banale  mancanza di coraggio,  ma  per mancanza di convinzione;  forse perchè i tempi allora non erano ancora maturi per uscire allo scoperto come poi  qualche decennio dopo accadrà di poter fare.

Da qui la sua ossessione di sentirsi controllato, libero ma controllato,  libero ma condizionato. Ossessione che lo porterà a tentativi di  suicidio, fortunatamente non riusciti.   Da qui il rilancio deciso del suo volere sentirsi  imprenditore di se stesso, in barba alla ideologia dominante, contro un potere  oppressivo  che alla fine  non rinuncia mai ad avere l’ultima parola, ma anche noi abbiamo la facoltà di non  abbassare mai fino alla fine, la testa.

Tra le sue opere troviamo  Storia della follia nell’età classica,  Nascita della clinica, Le parole e le cose, L’archeologia del sapere, Sorvegliare e punire, Storia della sessualità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nietzsche

Nietzsche  nasce nel 1844 e muore nel 1900. Muore ma continua a vivere tra noi al pari di Socrate e Gesù. Filosofo controverso, prima disprezzato ed isolato, poi rincorso e celebrato; prima accusato d’essere stato l’ispiratore del nazismo, poi  recuperato come espressione stessa del ‘900, il secolo della tragedia assoluta, dell’uomo contro l’uomo e della morte di Dio.

Compie degli studi classici e filologici,  ama il mondo greco antico dove vi scopre bellezza, armonia, voglia di vivere, ed assume le due figure mitologiche   di Apollo e Dioniso  come i segni tangibili della complessità umana, in parte tendente al razionale, al controllato, al perfettibile,  e in parte tendente all’impulsività, alla creatività e alla ribellione; queste due forze si uniscono e da qui nasce la tragedia della vita, il vivere tragicamente ma proprio per questo  splendidamente.

La vita è fatta di scontri, lotte, disarmonie, desideri o idee insopprimibili per i quali  si deve essere pronti a tutto; l’uomo eletto   non può lasciarsi spegnere dentro convenzioni, modi di fare e  di dire, modi di pensare; deve essere se stesso, deve rivendicare con determinazione il suo posto ed il suo ruolo di Uomo nuovo, di Uomo Profeta.

Il tono di Nietzsche è provocatorio, critico nei confronti della filosofia dominante, del suo essere così bellamente accademica, bellamente composta, bellamente rigorista e  pretestuosa della propria infallibilità.  Il nemico primo della filosofia vera è   stato Socrate, responsabile  di avere voluto uccidere la tragedia, l’essere tragico/dannato/maledetto della vita che non è razionalità, che non è fare la cosa giusta, che non è rincorrere   una  verità  che non può essere colta. Almeno questa è la lettura a mio avviso distorta che fa il filosofo di Socrate.  L’unico personaggio della storia che Nietzsche riconosce eroico e degno di nota  è Gesù stesso,  che però non è stato compreso, che però ha dovuto consegnarsi alla morte, che però  è stato ipocritamente  immortalato dal cristianesimo che  per primo lo ha tradito andando a costruire una Chiesa che è tutto tranne che l’immagine stessa del Cristo in croce.

Forse Nietzsche ce l’ha tanto con Socrate proprio perchè di tutti i pensatori  a lui precedenti è stato l’unico che avrebbe saputo   tenergli testa, l’unico che  davanti alle sue provocazioni non si sarebbe scomposto  minimamente ma  avrebbe  iintrapreso  con  competenza   un dialogo  con il suo interlocutore, e chissà quale meraviglia  sarebbe potuta scaturire dal loro parlarsi,  al di là delle  disarmonie  e  indubbie   incompatibilità.

Nietzsche è come un bambino che davanti al re nudo grida al mondo  incartapecorito che il re non ha le mutande, che il re è senza vestiti, e non c’è verso di farlo tacere questo bambino che rappresenta la voce della verità e dell’innocenza, e quella degli altri la voce della menzogna e della malvagità.

Il filosofo si fa l’annunciatore rimasto inascoltato ( o  frainteso)  di un messaggio  scomodo, terribile, inquietante, che nessuno coglie nella sua lucidità, perchè è anticipatore di situazioni ancora a divenire, ancora in metamorfosi, ancora in preparazione e che nessuna mente sana avrebbe saputo/potuto  prevedere.  Nietzsche è se stesso fino in fondo oltre la sua stessa volontà e consapevolezza; come dire,  prigioniero del suo destino ma  artefice libero  del suo pensiero, di cui si assume fino in fondo la propria responsabilità.

Personaggio fuori dagli schemi, in ogni senso; solitario, battagliero, estremo, folle, inquieto, e nello stesso tempo ferreamente  irremovibile.  Verso la fine della sua vita folle lo divenne per davvero, della sua malattia nervosa si è potuto sapere poco  o quasi niente (forse una malattia genetica  ereditata),  si sa solo che sopraggiunge la figura della sorella  che lo assiste e che  si impadronirà/occuperà  dei suoi  ultimi scritti, di cui curerà la  pubblicazione post mortem. Ecco che  occorre discernere di queste ultime pubblicazioni  quanto fosse farina del sacco di Nietzsche e non piuttosto farina del sacco della sorella, che ne  diresse indubbiamente   gli orientamenti.

Il mondo politico e storico  ha voluto vedere in Nietzsche ora  un teorico  del superuomo di destra, ora  un teorico dell’oltre uomo di sinistra.  Il suo pensiero annunciatore di tragedia  si è consegnato come un libro aperto che andava continuato nella sua  scrittura,  e così il suo messaggio è continuato dopo di lui, oltre le sue stesse intenzioni, attraverso il suo concetto di Volontà di potenza e di Eterno ritorno.

Il maggiore studioso vivente  di Nietzsche,  Sossio Giametta,  sostiene che l’unico abbaglio del filosofo è stata la teoria dell’eterno ritorno.  Nietzsche non sa a quale santo votarsi, dopo avere  tolto di scena Socrate che detestava con tutto se stesso, e lo stesso Gesù, che a suo vedere si era autoeliminato,  rivelando   una ben palese verità: se vuoi avere la meglio in questo mondo, che è l’unico che ci viene dato, non ci si può fare degli agnelli, che saranno sbranati dai lupi, ma ci si deve fare dei giganti arditi e  desiderosi  di vincere.  Al   grido “Uomo sii te stesso”  e ancora “Ecce homo”,  ecco l’uomo nella sua nudità, nella sua essenza e potenzialità.

Chi   vive con la   paura morirà nella paura; chi vive nel coraggio morirà con coraggio. Ma perchè allora l’eterno ritorno? Eterno ritorno significa appunto avere vissuto invano, avere vissuto per tornare  al punto di partenza, non avere davanti a se una prospettiva e una via di fuga,  ma appunto l’incubo/condanna    di  retrocedere o rimanere sempre nella  stessa  condizione  anzichè potere spiccare il volo….

Fondamentali   le sue varie opere (oltre Ecce Homo già citata), dalla Gaia scienza a  Così parlò Zarathustra,  dalla Nascita della tragedia  a Considerazioni inattuali, nei cui saggi il filosofo si occupa soprattutto  della realtà del suo Paese e di quello che stava accadendo in Europa e sarebbe  minacciosamente   accaduto di lì a poco.

La nazificazione del pensiero niciano  è stato un passaggio  storico ad opera della estrema destra; siamo davanti a un pensatore antidemocratico, aristocratico, elitario, che incoraggia la forza e  l’ardimento, i sentimenti di lotta e conquista di una minoranza sopra la massa che è tale perchè lei stessa chiede d’essere guidata. Ma inneggiare ad Hitler  non era certo l’intenzione di Nietzsche. E poi il filosofo è dichiaratamente  filosemita e non antisemita.  Apprezza e riconosce al popolo ebraico  il   suo essere un popolo speciale e illuminato/predestinato.   Il filosofo in verità   pensava ad un Uomo Superiore Moralmente,  che sapesse ricorrere alla forza per imporsi in un mondo che i Gesù li manda in croce per  impotenza  e i Socrate li manda a morte  per difetto di calcolo.

Insomma, mai Nietzsche avrebbe   voluto  preannunciare il nazismo, che del resto sarebbe capitato anche senza di lui; è stato il nazismo  a  trovare nel filosofo  un  qualcosa   che ha voluto  indossare  a proprio  uso e consumo,  finendo per  creare   non l’Uomo Nuovo che il filosofo si attendeva,  ma  l’uomo macchina, l’uomo svuotato totalmente di umanità, l’uomo Gerarca, l’uomo carnefice e programmato   che guarda al mondo come a un recinto  abitato da due generi di esseri viventi:  quelli con l’anima degni di vivere, e quelli senza anima degni di morire, perchè riducibili a cose. Il nazismo si è inventato  il delitto non delitto,  l’annullamento delle coscienze,  lo svuotamento  del sentimento  umano  universale, la banalità del male (Hannah Arendt),  la  derisione  del dolore  che viene dichiarato  irrilevante.   Semplicemente. L’orrore  della destra nazista è stato questo. In quanto all’orrore della sinistra stalinista e non solo,  è qualcosa di simile/dissimile    che però  il mondo occidentale non ha avuto modo di vivere direttamente, quindi non ne ha inglobato  i germi e gli stessi anticorpi. Ecco perchè in Europa si è convintamente od obbligatoriamente  tutti antinazisti (e di pari passo antifascisti) ma affatto convintamente ed obbligatoriamente    antistalinisti o antisinistraestrema. Si crede che il comunismo si è fatto fuori da sè ma invece ha solo spostato le sue mire da un campo statalista/esteriore/ideologico    verso un campo psicologico/interiore/burocratico.

Ne deriva    la rabbia dell’estrema destra che si trova discriminata  in ogni suo fugace  tentativo di riaffermarsi e di dire al mondo  “Io esisto e continuo ad esistere” , ma lo stesso non accade con l’estrema sinistra  che  rimane libera di manifestarsi  senza che nessuno se ne abbia ad accorgere o a potersi legittimamente   lamentare. Come accade alla sinistra di non venire più percepita come tale ma lei stessa  parte integrante del sistema obsoleto. E poi  l’uomo che stiamo imponendo nell’educazione  generalizzata  è quello  materialista, scientista, razionalista, tecnologico  e agglomerato. L’uomo messo nel gruppo e  omologato, uniformato, controllabile, sovrastrutturato,  decostruibile.

Agli occhi dell’occidente  la sinistra estrema e totalitaria deve ancora gettare  la sua maschera. E forse non la getterà mai,  perchè si è defilata  da se stessa  diventando lei stessa  capitalistica, indossando lei stessa una bella apparenza di facciata  e  mettendo una copertina  nuova  sopra l’altra ancora più sibillamente. Quello che non è stato possibile ad opera del nazismo  messo  drasticamente alla berlina  per merito  dello stesso  suo agire  storico,  è stato reso possibile  a quella  sinistra  “democratica” che in Europa ovest non  ha mai  esercitato la sua faccia cattiva,  vera,  pericolosa.  Da questa situazione sclerotica,   sono nate    filosofie  sempre più   criptate,  dominanti e   distaccate  dal sentimento del buon senso o senso comune.   Dentro esse e tra di esse   rimane vivo ed imperioso   il bisogno di  un pensiero capace di fare Rinascere l’Uomo Nuovo  e non  cammuffato.   O  forse a questo punto occorre dire  Nascere per la prima volta. Da qui l’attualità di Nietzsche che continua a vivere tra noi come  una  miccia   pronta   a tornare  accesa.  O a ricordarci  da dove  veniamo. Oltre il suo nikilismo  che non è di Nietzsche  ma dell’uomo rimasto vecchio, corrotto, vuoto.

Sono tematiche complesse  che richiederanno riprese, rivalutazioni, riconsiderazioni e ampliamenti.  Mi si voglia quindi intendere  in un senso  dialettico  e  affatto  definitivo.

Per  fortuna   le pagine di filosofia sono solo un aggancio da cui potere partire per personali e successivi  approfondimenti.

 

Newton

Newton nasce nel 1642, rappresenta forse il più avanzato scienziato degli antichi, o meglio ancora, il più evoluto alchimista  del tardo   medioevo.

Astronomo,  filosofo, matematico, fisico e quindi alchimista, ossia conoscitore dei riti magici o alchemici che sconfinano nella superstizione. Essendo  manipolatore del mercurio, si ammala di bipolarismo e lo stesso raggiungimento del successo gli causò molte contese e momenti di follia.  E’ stato Newton a scoprire il calcolo infinitesimale ma non lo rese pubblico. Quando arrivò  Leibniz con la sua stessa proclamazione che tale riteneva in buona fede, esplose una terribile contesa tra i due scienziati che ne uscirono praticamente    con i nervi distrutti. Al calcolo infinitesimale seguirà il calcolo  differenziale e integrale.

Per non sottoporsi allo stress  della pubblicazione  di molti suoi  scritti, decide di pubblicare utilizzando  degli anonimi. Le sue teorie sul moto, la gravità e la dinamica saranno riprese da Einstein.

Tra le sue maggiori scoperte si annoverail telescopio riflettore.  In  scienza fonda i 4 principi del Metodo Scientifico: 1 non ammettere spiegazioni superflue 2 Fenomeni uguali hanno cause uguali 3 le qualità uguali di corpi diversi sono universali  4  le ipotesi per esperimento sono valide fino a prova contraria

In ambito scientifico Newton superò di  gran lunga Cartesio  e solo il già citato Einstein riuscirà a superare Newton. Ancora oggi si usano le leggi newtoniane.

Visse una vita al limite della normalità, sembra  rimase vergine  fino alla fine dei suoi giorni,  e  fece parte anche di numerose sette segrete come i Rosacroce    sulle cui vicende  si spazia nella leggenda.

Personaggio complesso, dal carattere   spinoso e per nulla cordiale, ebbe in odio il cattolicesimo che sosteneva la trinità di Dio; alla falsità  trinitaria contrappose  il culto di Ario.

Moro, Campanella e Giordano Bruno

Mentre Machiavelli entra nel pensiero come il teorico della realpolitik, ossia come il sostenitore che la realtà non è che la conseguenza di precise scelte politiche e la  conseguenza di precisi fatti storici, il tutto finalizzato ad ottenere uno Stato forte capace di conservare il suo potere in uno scenario internazionale, per il bene stesso dello Stato e del suo Principe che  lo governa, Moro, Campanella e Giordano Bruno, tutti più o meno  contemporanei di quel periodo storico (il 1500),   entrano  nel pensiero come  esaltatori di quel sentimento  irrazionale, fantastico  e spavaldo   che va sotto il nome di Utopia.

Agli uomini utopici piace l’assurdo, piace immaginare quello che non c’è ma potrebbe esserci se solo gli uomini lo volessero davvero. Non è qunque corretto parlare di assurdo, o meglio, nel definirlo tale si   prende atto che i sogni rimangono spesso sogni senza tradursi in realtà.

La stessa sorte del resto capitò persino allo stesso Machiavelli,  che desiderando il successo del suo Principe, dovette constatarne il fallimento  o comunque la complessità degli elementi messi in gioco.

Tommaso Moro scrive per l’appunto un’opera intitolandola  Utopia; non è un trattato alla Machiavelli, ma un’opera fantastica che descrive una società immaginata dove tutto risulta essere perfetto e funzionante. In questa meravigliosa comunità tutti hanno il loro posto, ognuno viene rispettato, non esiste la violenza, la sopraffazione, l’ingiustizia e la povertà.

L’esigenza di scrivere un testo tanto diverso  dalla realtà nasce proprio da un bisogno morale e spirituale   di  recuperare l’uomo e la società all’idea di una comunità più giusta, più a misura d’uomo. Dove tutto nella realtà ci porta davanti a situazioni estreme e poco generose, al buon  cittadino  non rimane che  il tentativo di potere almeno sognare, fantasticare, a costo di palesi  illusioni che però tali si rivelano  solo per difetto  umano.

E’ come se Moro ci dicesse “Il passato lo abbiamo buttare via tutto, ma il futuro è ancora da scrivere, forse nel futuro qualcosa di buono accadrà, forse c’è ancora speranza,  e comuque io mi dissocio da questo scenario che non mi appartiene, e consegno la mia speranza al domani”.

Volontario  Atto di denuncia, dunque, dietro i racconti fantastici e allegorici.

Di ben maggiore   coraggio/vigore  dovrà munirsi    l’intervento di  Tommaso Campanella;  il contesto di riferimento differisce sostanzialmente per la ragione che Campanella è innanzitutto  un frate  domenicano che ha un trascorso politico rivoluzionario,  di natura  per così dire un uomo d’azione e non solo di preghiera. Tommaso Moro era un giurista cresciuto nel linguaggio della diplomazia, e nel nome stesso dell’arte diplomatica aveva visto compiersi  con suo sommo disgusto   i più tristi delitti. Delitti che lo portano ad una maturazione opposta.

Camapanella di contro  corre il rischio gravissimo di venire consegnato alla Tortura della Sacra Inquisizione, per le sue idee panteistiche e blasfeme,   quindi   per sottrarsi a questa misera fine   si finge (da buon giullare  e  teatrante quale era) privo di senno, incapace di intendere e di volere. Gli fu risparmiata la morte in cambio del suo annullamento  sulla scena del mondo. Il suo riscatto  sarà  quello di   scrivere  il romanzo La città del sole, dove ripercorre in chiave fantastica   lo stesso progetto già  raccontato in forme ovviamente diverse dal celebre Moro.

Anche Campanella si rifugia nella fantasia, ma aggiunge alla stessa (per necessità) un ingrediente in più, cioè quello della follia apparente.

La sua opera inneggia alla pace, alla tolleranza, alla comunanza dei beni, persino delle donne;  naturalmente il suo testo non vedrà mai la luce se non dopo la sua morte e per opera dei suoi stessi collaboratori e difensori d’animo.   Oltretutto  scrive il testo    proprio durante la sua prigionia,  e non fu quindi la sua stessa opera a causargli l’internamento  per ben 27 lunghi anni. Anzi, l’opera nasce come la sua spontanea reazione al suo stato assurdo e insopportabile  di prigioniero. E’ lo scrivere stesso che impedisce al Campanella di diventare pazzo per davvero.  Una storia davvero al limite del paradosso, ma che ci consegna un capolavoro  dell’umanesimo cinquecentesco.

Magari non condivisibile in tutto, magari troppo con accenti comunistici e panteistici del tutto discutibili,  ma  senza dubbio  un’opera d’eccellenza  e una generosa testimonianza creativa e liberatrice.

Chiude la serie degli utopici il celebre e più sfortunato Giordano Bruno; anche lui monaco, anche lui domenicano, anche lui anticonformista come Campanella.  Nonostante un sistema educativo e direttivo che li obbligava a comportamenti   autocensuranti e obbligati allo standard imposto dalla gerarchia,  Bruno  ignora ogni  possibile divieto  e consiglio ad essere prudente e conciliante.

L’unica forma di consiglio che accetta come ragionevole è quella di seguire il suo stesso modo di intendere il mondo, la realtà e il cosmo, tutte posizioni intellettuali che lo portano alla inevitabile accusa di  eresia e al suo relegarsi a un progetto utopico.  Di fronte all’invito a  ritrattare le sue posizioni, fermamente  si rifiuta, consegnandosi al rogo. Galileo Galilei evitò lo stesso trattamento solo perchè accettò di fare atto  di apostasia, che ci consegna uno scienziato ormai anziano e malato, quasi  cieco, e ridotto all’umiliazione.

In che senso si può legare la figura scientifica e del tutto razionale  di Bruno con  le altre due figure del tutto diverse da questa? Oltre al secolo intero che li unisce e nello stesso tempo li separa,   i tre autori si  legano per  l’inseguimento  comune e  determinato di un sogno, di una convinzione, di un ideale, di una ragione conoscitiva fisica o metafisica che  avrebbe superato  gli ostacoli  del tempo; personalità   che in quanto tali presentavano caratteri avanguardistici e in conflitto con la contemporaneità.

Figure leggendarie o  chiamate al centro della scena, e nello stesso tempo  assolutamente reali e  specifiche  che dimostrano come  basti la volontà per  permettere la realizzazione  di idee che possono col tempo distruggere  le resistenze ed ogni genere di opposizione. Oggi siamo tutti convinti che Bruno aveva ragione. Come aveva ragione Campanella a sognare una società equilibrata ed armonica (pur con tutti i distinguo del caso). Come aveva ragione  Moro a rifugiarsi nel sogno  di Utopia   per  invitare gli uomini  a non arrendersi alle brutture  del mondo.

E fortunatamente l’Utopia è sopravvissuta. O forse la fortuna non centra proprio nulla….