Umberto Eco

Umberto Eco  nasce il  1932  e muore il  2016.  Passa alla storia come il filosofo/semiologo  dell’inganno, della comunicazione mascherata ed equivoca. Come già anticipato è sostenitore del pensiero debole, del pensiero critico  e pessimista, ma nella sua vita si è occupato di tutto, cinema, letteratura, accademia,  televisione, musica, spettacolo,  giornalismo,  fumetti, politica, bibliofilia e   traduzione.  Si impone alla notorietà  con la pubblicazione del suo  primo  romanzo Il nome della rosa, una storia  di delitti  oscuri ambientata nel medioevo dentro un ambiente monastico che viene con maestria dissacrato intorno al tema emblematico del riso ( inteso come voce del verbo ridere). Il libro diventa un best seller e finirà per essere da Eco  detestato a morte, perchè nessun romanzo a lui succeduto  potrà più  replicare  e competere con questo.   Emerge da subito il suo stile innovativo, controcorrente, sperimentatore e  conoscitore del   sistema dominante.

Per caso entra nei circuiti televisivi della Rai, che diventerà  per lui come una seconda casa e dove   arriverà a ricoprire un ruolo fondamentale nella sua carriera di uomo pubblico, versatile  e di critico/rinnovatore.  Il filosofo dichiara in più interviste di avere assistito a un progressivo declino della   qualità della comunicazione, che  nel tempo tutto è andato peggiorando e scadendo nel contenuto  e nella sostanza.  Leggi di odiens  la fanno da padrone sulle priorità contenutistiche  che vengono soffocate e sacrificate al dio denaro. L’avvento del digitale non ha contribuito  per se stesso a migliorare le cose, con la differenza che l’ignoranza di pochi è semmai diventata l’ignoranza di  molti, di quelli che non si fermano a riflettere e a leggere i messaggi nascosti/da decifrare.

Una delle emergenze che il filosofo denuncia è la totale assenza di memoria da parte soprattutto delle nuove generazioni; i giovani vivono dentro un circuito mediatico dove  regna il caos generale, la consumazione dell’attimo,  e sono venute a mancare le coordinate di fondo che ogni essere umano in quanto membro di una Storia  collettiva  in evoluzione   dovrebbe come minimo conservare. In pratica, i giovani non sanno collocare episodi storici fondamentali non solo nel giusto anno/periodo storico ma persino disconoscendone  le coordinate  di riferimento.  E’ come  avere in casa un letto a  testa in giù, una scala che non può essere nè salita nè scesa, insomma, un nulla di fatto.

Prima priorità quindi è Recuperare la storia e le sue coordinate fondamentali.  Per fare questo è importante avere un buon libro di testo ( in questo caso sia di storia che di filosofia),  che sia ricco di immagini come di sussidi audiovisivi e multimediali,  perchè e noto che aiutano l’apprendimento.  Lo studio della storia/filosofia   è contemporaneamente studio della geografia, ossia del mondo inteso nella sua spazialità e nella sua conformazione  territoriale, è ovvio.  No ai sussidi  rigidi, che seguono pedissequamente il programma, che si prefiggono di essere una specie di vangelo assoluto (e nello specifico critica il Lamanna). Il testo deve avere la funzione di avvicinare, incuriosire, stimolare, porre domande, alle quali l’alunno deve provvedere a dare le proprie risposte, altrimenti   la didattica viene persa di vista e perde in efficacia.  Eco non si lascia nemmeno  sfuggire   le potenzialità del multimediale in termini di ricaduta gnoseologica/apprenditiva, e si fa sperimentatore di nuove teorie della narrazione proprio grazie all’uso dei media,  oltre che un grande  sostenitore dell’open source e un grande entusiasmato   lettore di wikipedia, giusto per citare una delle maggiori fonti  editoriali  mediatiche.

Si pone contro i luoghi comuni che decide di combattere e di cui la scuola e non solo è ricolma;  è un pensatore fortemente europeista, ma curiosamente scopre la bellezza europea  solo dopo un suo viaggio in Usa; dall’altra parte dell’oceano   si accorge che gli americani guardano all’Europa come ad un gioiello a cui tendere  e verso cui ispirarsi, perchè  sanno che loro vengono da qui, e sanno che loro sono un nostro prolungamento, anche se poi hanno preso delle caratteristiche  proprie. E poi  siamo noi europei che dall’esterno ci rendiamo conto di quanto  in casa nostra   si  abbia molto di più che all’estero  non può essere trovato.

Anche se il  mondo è diventato  globale  non si deve perdere lo studio dei classici che secondo Eco devono rimanere testi OBBLIGATI.   Difende la  funzione dell’Erasmus  ed incoraggia l’avvento di una lingua condivisa dentro una realtà multilinguista   che dovrebbe diventare polilinguista.  Se i giovani odiano i classici è solo colpa  dei docenti che non hanno saputo trasmettere la loro insostituibilità.  Sappiamo  quanto Eco stesso fosse una grande conoscitore del Medioevo e quanto lui stesso sia stato uno studioso della classicità.  E poi ricordare il passato significa potere avere un futuro migliore.  Ma cosa ricordare?  e cosa selezionare dentro il mare magnum della rete che passa di tutto tra cui la stessa spazzatura   della sub cultura dominante?   Come sapere riconoscere un testo falso da uno  da  conservare?  Non lo si può fare senza prima averlo letto, e quindi è importante creare il senso critico che ci può proteggere dalla cattiva  comunicazione.

La prima cosa che va insegnata ai giovani è di leggere, qualunque cosa anche i fumetti vanno bene; un uomo che legge ne vale almeno  due.  Il momento della lettura dura tuttala vita, è un viaggio meraviglioso e personale, che ognuno può costruirsi come meglio crede.  I media aiutano nella diffusione del sapere, ma solo se ci facciamo i capitani di questo  cammino. Dentro questa diffusione della buona cultura  la televisione ha occupato ed occupa un ruolo di primo piano. Con il maestro Manzi  gli italiani  hanno imparato  a leggere e a scrivere(giusto per fare un esmpio);  avevamo una tv che faceva bene ai poveri e male ai ricchi, che molti ci invidiavano, come  altre cose che abbiamo nel tempo mandato alla deriva.

Oggi abbiamo una tv che fa male ai poveri e bene ai ricchi,    che intanto  i mezzi per formarsi li vanno a reperire altrove.   Popper ha molto scritto sulla teoria del complotto e come già detto altrove   ha molto  scritto del come fare buona televisione; esisterebbe una congiura che si adopera perchè tutto questo non  accada, ma di dette prove conplottiste   non è mai stato trovato molto. Semplicemente se un programma è cattivo bisogna sapere spegnere la tv, e diventare   critici cioè capaci di scegliere.   Insomma,  è ammesso cambiare idea.    Lui stesso che da giovane aveva frequentato le fila dell’Azione cattolica, studiando Tommaso d’Aquino perde la fede (secondo Eco  fortunatamente) e si rende conto  dell’inganno che alberga dietro  questo modo   errato di   credere. Sempre  senza con questo voler dare degli idioti alle intelligenze  religiose  che hanno il diritto di conservare il loro pensiero. L’alternativa alla cattiva tv (come alla cattiva fede)   può essere l’uso  critico della rete (come l’uso critico della fede).

Tornando al tema   del complotto,   sono esistite ed esistono forme di complotto conosciute,  anche editoriali;   la  più celebre tra tutte  riguarda la pubblicazione dei Savi di Sion, un testo che non ha nessun fondamento storico e scientifico, ma solo quello diffamatorio e propagandistico a  danno degli ebrei. Ma  non bisogna fare la fine di quello che urla Al lupo al lupo per ogni nonnulla;  il giorno che il lupo arriverà per davver nessuno più ci crederà.   La stessa rete è ricolma di teorie complottiste contro tutto e contro tutti, ma non per questo  bisogna darci credito.    Umberto Eco sostiene che in questo modo si perde di vista il  vero problema.  Una teoria complottista vera  prima o poi si rivela tale, mentre se tale volesse   rimanere, con i mezzi di segretamento e depistaggio esistenti,    non ci sarebbe verso di sventarla.    E poi c’è il complotto su ordinazione che ha lo  scopo di spostare il focus da un punto reale   verso un punto deviato.  Insomma, non mancano le bufale ed i complottisti di professione che devono  ricevere  il tempo  che   meritano. C’è tutta una letteratura che gioca sull’equivoco, sulle coincidenze, sulle supposizioni, sulle patologie  psichiatriche  di lettori paranoici e schizofrenici. Il filosofo dedica anche molto tempo al legame esistente tra  la cultura di massa e l’uso dei mass media nel periodo fascista,   dove passavano attraverso i programmi  e le immagini   selezionate i valori verso la tradizione, il rifiuto del modernismo, il culto dell’azione per l’azione, la paura delle differenze, l’appello alla frustrazionw  delle classi medie , lo stesso tema  del complotto, il machismo  e  il populismo qualitativo. Un uso mediatico della tv  praticamente mai uscito di scena.

In generale    è  risaputo che le buone notizie non vendono, sono le tragedie che fanno cassa, è la passione per il gossip, il pettegolezzo, l’ingiuria, il delitto, il malaffare, il malcostume,  il sospetto verso chi ci vive accanto…finendo per dominare sul buon senso  che   la macchina del fango  distrugge, inquina, corrompe, delegittima, discrimina. Dentro tutto questo al buon lettore  non rimane che la speranza che il buon giornalismo sopravviva. Lo  stesso gioco linguistico dell’alluccinazione e dell’inganno viene spesso usato anche da Eco nei suoi scritti, dove dichiara di divertirsi  a far dire ai suoi personaggi le cose più assurde,  dove però rimane  evidente che si sta facendo un gioco   rocambolesco,   dove si avvisa che  non bisogna credere  a nulla, dove si insegna  a  rimanere con le orecchie e gli occhi  bene aperti…

Alla fine emerge una grande considerazione da  parte di Eco per il nostro  mondo  Italia, che  non ha un sistema paese, che non ha un’unità di popolo, ma è ricco di  persone geniali  che tutto il mondo ci invidia e che molto hanno dato alla storia  del pensiero.  Per fare un esempio, il nikilismo ha attraversato sia l’Italia che la Germania, con la differenza che in Italia Leopardi ne ha fatto un motivo per essere migliori, la Germania lo ha preso per se stesso ed ha prodotto il nazismo. Insomma, noi avremo molte pecche  ma  abbiamo una forza straordinaria  che ci spinge a  risorgere meglio degli altri dalle varie catastrofi e prove di  resistenza.  E  nonostante noi stessi si sia ricchi  di delitti eccellenti e per nulla inventati, a partire dal caso Mattei, il caso Pinelli, Papa Luciani, Aldo Moro, Ambrosoli, Sindona,  Dalla Chiesa, Borsellino e Falcone,  Mafia capitale…tutti argomenti  fatti su misura per istigare le teorie complottiste  dove la realtà supera la fantasia.

Giuliano  Ferrara, il giornalista, accuserà Eco di fomentare l’odio e di essere di parte, trascurando l’insegnamento liberale di Kant, che avrebbe studiato  ma non compreso.  I suoi studenti invece lo adorano, lo ammirano e lo inseguono,  perchè Eco potrà essere criticato per la sua personalità diciamo senza dubbio partigiana (tutti gli uomini di carattere finiscono per esserlo),   ma   sempre senza dubbio  espressione  di  se stesso, genuinamente amante del dialogo diretto e senza velature,  lui che gli imbrogli li lasciava tutti  nelle parole dei suoi personaggi. Non si contano le onoreficienze  italiane  e    straniere da lui ricevute, le collaborazioni accademiche e le cittadinanze onorarie.   E poi nessuno ci vieta di seguirlo sul suo stesso cammino, rendendogli la stessa pariglia e lo stesso  sagace umorismo.

Gadamer

Gadamer nasce  nel  1900  e muore il 13 marzo   2002, ultracentenario.  Passa alla storia come il teorico del Circolo ermeneutico gadameriano; allievo di Heidegger, autore di Verità e metodo, che scrive come sua unica opera all’età di sessant’anni  dopo essere andato in pensione. Da lì in avanti inizia la sua seconda vita di filosofo invitato nelle conferenze di tutto il mondo  per discutere della sua teoria  sull’interpretazione.

Dedica tutta la sua prima esistenza all’insegnamento;  multilinguista, finisce per diventare,  piccola curiosità,  cittadino onorario di Napoli,  e assiste come  testimone diretto allo sfascio della Germania che viene divisa in due fronti, quello occidentale e quello orientale. La Repubblica federale occidentale si risolleva partecipando al piano Marshall, ma la parte orientale rimane sotto il regime sovietico.

Nel 1989 assiste alla caduta del muro, un evento  storico di  liberazione/riunificazione  da un lato, e di distruzione/smantellamento  dall’altro.  Ha modo di  sviluppare    il concetto di verità che si rivela come certa e bella in quanto tale, dentro un’esperienza extrametodica; critica l’eccessivo rigorismo  delle scienze tradizionali  che tendono ad umiliare l’uomo relegandolo a conoscenza di grado inferiore.

Il suo libro si divide in tre parti; una dedicata all’arte, una alla storia e una al linguaggio. L’esperienza extrametodica (disprezzata dalla scienza)  è originaria e radicale, mentre quella metodica è rigorosa, ma non lascia spazio adeguato  alle tre parti sopra indicate  e che rappresentano  una  sezione importante  del vivere.  Gadamer prende lo spunto dallo stesso maestro, Heidegger, che aveva definito la  parola  come la casa dell’uomo dove abita la  poesia e la sua funzione  educatrice.  Il mondo è pieno di scienza come di spettacolo; lo spettacolo del mondo proviene dall’arte, non dalla scienza che ne  decifra l’apparire   senza leggerne la totalità.  Anche nella Storia accade la scienza dello Spirito contro la scienza della Natura; il pensiero tedesco è ricco di questo concetto dello Spirito, già con Hegel  che ne fa la sua monumentalità  rigorista. Gadamer non segue la via hegeliana ma vi contrappone   la via INTERPRETATIVA; significa che per comprendere un fatto storico occorre calarsi dentro le persone e i fatti che sono accaduti, e quindi interpretarli. In quanto al linguaggio, è la fonte delle leggi e le leggi sono testi che vanno a loro volta interpretati.

Gadamer  individua tre momenti salienti nella sviluppo della Storia:  l’Umanesimo italiano,  la Riforma protestante  ed il Romanticismo europeo.  Nel primo momento si passa dall’uomo medioevale all’uomo moderno; nel secondo momento l’uomo  si fa lui  stesso nella sua singolarità interprete della parola scritta, e quindi lui stesso sacerdote della sua vita (lo stesso Gadamer è protestante); nel  terzo momento  l’uomo  scientifico/uniformato  si  eleva  a uomo dello spirito, uomo originale, uomo creativo, uomo innovativo e scopritore  di sempre nuove forme di espressione, o meglio, di nuove chiavi di lettura ed interpretazione della storia. Il romanticismo tedesco  ha tre figure gigantesche di questo  romanticismo, che sono Marx, Nietzsche e Freud. Marx  per il campo storico/sociale, Nietzsche per la sua Volontà di potenza, Freud per il concetto di conscio/inconscio. Ognuno di loro ha indicato una via su come interpretare o la Storia, o il declino dell’Europa o il Ciò che non si vede ma c’è.

Dello stesso parere sarà Luigi Pareyson, un filosofo italiano, che  elabora una teoria personale sull’interpretazione, dove approfondisce il legame del singolo con la verità; dentro il processo interpretativo la verità in quanto se stessa non viene mai esaurita,  ma sempre rilanciata e condivisa; Gianni  Vattimo ed Umberto Eco saranno due degli allievi dello stesso Luigi  Pareyson, che però daranno radicalizzazioni pessimistiche approdando a quello che verrà definito  il Pensiero debole (che sarà approfondito negli articoli successivi).

Nè Pareyson nè Gadamer appartengono a questo circuito del pessimismo, ma l’ermeneutica cammina con le sue gambe oltre i loro stessi fondatori, e raggiunge apici drammatici e critici;  si è arrivati a quelli che sono detti i sette sensi dell’ermeneutica, ossia:  ogni fatto  che si va ad interpretare ha una  ESPRESSIONE,  ESECUZIONE, TRADUZIONE, CHIARIMENTO,  COMPRENSIONE, ERMENEUTICA DEL SOSPETTO ED IPERBOLE.  La prima era già di Aristotele, la sesta   è tipica delle filosofie postmoderne  che  sono inquinate dal concetto di demistificazione del reale, e la  settima  è quella che si è ereditata  da Nietzsche che sosteneva che i fatti  non esistono  ma esistono solo le loro   interpretazioni. Siamo in un mondo dove comprendersi è diventata un’impresa difficile.

Tornando a Gadamer, egli sostiene che  ogni singolo  elemento  presuppone la comprensione del tutto, che  l’essere che può venire compreso è linguaggio, ma che non  esiste solo il linguaggio/parola   ma che detto linguaggio multiforme   serve all’uomo per decifrare i vari e sempre più  oscuri   segni  della realtà  che vanno  oltre la parola.  Tuttavia  rimane un mondo fisico/psichico  che ci rimane ignoto e indomabile, indifferente e lontano. Senza per questo dovere cadere negli estremismi, come accadrà ad altri.

Il messaggio  di Gadamer è questo:  c’è un  mondo che vuole rimanere civile,  umano,  legato alla legge,  nonostante la follia dilagante. E quindi vuole essere una posizione ottimistica e ragionata,  e non pessimistica e irrazionale. Insomma, costruttivista.

Per finire, un focus  sul concetto  di CIRCOLO ERMENEUTICO:  ” Ogni interpretazione è influenzata dai nostri pregiudizi storici, nel senso che le nostre conoscenze che caratterizzano la comprensione del presente sono determinate da una continua stratificazione di nozioni che si formano grazie al costante dialogo tra l’opera e i suoi interpreti. Tale circostanza trova un’illustrazione nell’importante, e talvolta frainteso, concetto di “fusione degli orizzonti” (Horizontverschmelzung), il processo che porta il fruitore del testo all’interno del circolo ermeneutico, in cui si fondono due orizzonti: quello dell’interprete, formatosi entro la tradizione e la precomprensione del presente, e quella del testo, che porta con sé l’insieme di tutte le interpretazioni e tradizioni che ha vissuto.”  (definizione presa  da Wikipedia)  Per concludere, Gadamer parla di pregiudizio  non in un senso  negativo ma in un senso costruttivista,  dentro un processo in evoluzione  che  considera  il prima e il dopo,  l’agente che interpreta  e ciò  che è  il  frutto di ciò che è stato  a sua volta interpretato.

 

Marleau-Ponty

Marleau-Ponty  nasce nel 1908  e muore nel 1961.  Passa alla storia come il teorico  della fenomenologia della percezione. Non si tratta di ridurre il sapere  al sentire ma di  ASSISTERE  all’EMERGERE del sapere.  L’uomo attraverso  le sue percezioni   non è solo materia  ma diventa movimento che si fa spirito. Il corpo è contemporaneamente sensorialità  ed espressione  del potere espressivo vivente.

Dentro un lungo percorso di attenzione verso le arti in genere,  il filosofo viene attratto in modo specifico  dalla pittura di Cezanne, giudicata  figurativamente molto espressiva, il cui stile rifugge continuamente il compiuto ed il saturo. L’immagine è sempre oltre  quello che si vede.   L’uomo  è  nell’esistere  e nell’essere un tutt’uno   con il suo corpo.  L’idea di corpo di M.P.  è diversa dall’idea di corpo di Husserl, alla cui  impostazione  rimane profondamente legata.   Complessità  e profondità del  filosofo  che  coglie uno stretto legame tra  corpo ed essere,  tra la cosa che appare  ed il soggetto al quale appare.

Esistenzialista di pensiero, ma ontologico-heideggariano, prendendo   le distanze dal materialismo di Sartre.  Filosofo, psicologo ed editorialista politico, lavora alla Sorbona e presso  la rivista Les Temps Modernes, almeno fino a che muore improvvisamente stroncato da un infarto cardiaco.

Del postulato fenomenologico di Husserl  che diceva   “Ogni coscienza è coscienza di qualche cosa”  arriva  al postulato   “Ogni  coscienza è coscienza percettiva.”    Il suo capolavoro   “Fenomenologia della percezione”   esce nel 1945.

Verso il linguaggio il filosofo distingue il lingauggio parlante dal linguaggio parlato. Il primo  è detto espressione prima  in quanto formalizzazione di un senso,  ed è il più importante; il secondo è detto  espressione seconda e rimanda al bagaglio linguistico.

“Sia i suoi lavori sulla corporeità che quelli sul linguaggio rivelano l’importanza, per la comprensione dell’espressività, del radicamento dell’individuo nel cuore del mondo vissuto. O meglio, questo radicamento include le dimensioni della storicità e dell’intersoggettività, che egli si sforza dunque di rendere intelligibili.”  In altre parole  l’uomo è una coscienza inserito  in un tutto.

“In La struttura del comportamento egli afferma in definitiva che il vero problema filosofico sta nel saper distinguere tra ciò che è struttura e ciò che è significato. L’altro da me, essendo strutturato come me, mi è accessibile purché io sappia cogliere il “significato” del suo comportamento.”

M.P.  sarà ripreso in seguito come tutti gli autori che si sono occupati di fenomenologia (Husserl in testa)

 

Foucault

Foucault  nasce nel 1926  e muore nel 1984. Un filosofo dell’altro ieri,  della scorsa settimana, potremmo dire, che ci parla di tutte le patologie di cui è afflitta la nostra modernità.  Passa alla  storia per il suo Coraggio di dire la verità (che paradossalmente  lui non  ritenne di potere esercitare   fino in fondo)  e  perchè incarna una sinistra dissidente, dove si dichiara  che ciascuno  è l’avversario  di qualcun’altro,  che in ogni individuo agisce la bramosia del potere, un potere che viene esercitato in tutte le sue forme e in tutti i suoi gradi,  affermazione che gli costerà qualche critica  per la sua  radicalizzazione. La  premessa  del filosofo (che è anche psicologo)  è quella strutturale, dove distingue la macrostruttura dalla microstruttura.  Dentro  la struttura che tutto contiene ogni singolo è ora dominatore e ora  dominato.  La stessa civiltà/società poggia sull’organizzazione del potere, come accade nella scuola, negli ospedali, nelle carceri, nello stesso Parlamento, nelle fabbriche ecc…

Senza il potere non ci sarebbe il controllo e senza il controllo ci sarebbe il caos. Da questa macrostruttura deriva tutto, il sapere buono come il sapere cattivo, la volontà di potenza positiva come lavolontà di potenza negativa.  Fatta questa introduzione sociologica e politica, oltre che storica,  Foucault  passa ad analizzare la soggettività e la diversità di ognuno, che è se stesso nel modo di pensare ed anche nell’orientamento sessuale. Foucault è un omosessuale (non dichiarato)  e non può trascurare o tacere un argomento che  evidentemente lo tocca da vicino. Parla molto anche della follia, che non è solo devianza ma anche potenzialità ed opportunità per il singolo: alla devianza si può opporre la resistenza e questo concetto del Resistere diventerà centrale nel suo pensiero.

Fino ad arrivare  alla svolta etica  dove si riflette sulla genealogia del soggetto morale, riprendendo Socrate e il concetto dell’avere cura di sè.  Così come Nietzsche aveva focalizzato il  tema della morte di Dio, Foucault  focalizza il tema della morte dell’uomo che ha rinunciato ad avere cura di sè buttandosi nella massa in maniera indeterminata. Studia l’uso del potere da parte delle massime Istituzioni che sono la Chiesa e lo Stato, entra a far parte del Partito comunista ma ci rimane  solo due anni,  quando  per le sue posizioni originali e fuori dagli schemi si crea molte avversità all’interno della stessa sinistra che lui in parte rappresenta. Si scontra con Sartre che rappresenta il volto pulito del partito, quello che non ha niente da nascondere e da rimproverarsi.

Studia la genealogia (che lui ribattezzerà in Archeologia)  del sapere dicendo che il sapere nasce dal sapere, da  se stesso, in un moto trasformativo continuo e inarrestabile. Questo sapere si manifesta attraverso il linguaggio che è un gioco linguistico alla Wittgenstein, dove le regole possono venire cambiate, interrotte, sospese, ma mai cancellate. Il compito del filosofo non è quello di dire cosa fare, chi essere, come essere, ma è quello di guidare il singolo a essere se stesso, nel suo bisogno di resistere al potere che lo vuole uniformare. Questo accade sempre, nel quotidiano, nella famiglia come sul lavoro, in chiesa come nel partito, nella vita intima come nel tempo libero. Si parla di filosofia giornalistica,  di ontologia dell’attualità,  di vocazione  filosofica, di interpellanza del reale,  di centralità dell’immanenza, cioè del sapere leggere il dato reale che sta accadendo sotto i nostri occhi, sotto il nostro naso.

Nella storia tutto iniza e finisce, ma è anche  vero che nulla sparisce del tutto, che qualcosa sopravvive del vecchio nel nuovo, resiste alla morte continuando  nel futuro,  magari dopo essersi trasformato. Il filosofo distingue un potere  pulito da  un potere sporco; quello pulito si occupa dell’anima/spirito   e quello sporco si occupa solo della materia.  La democrazia rappresentativa è in profonda crisi, il cittadino non crede più nel partito, nello Stato, ed il  neoliberalismo soffia un vento che suggerisce di diventare imprenditore di noi stessi.  Questo vento urla: Prenditi la tua libertà, fa quello che ti interessa,  impara a decentrare se occorre.  In questo modo Foucault si auspica un radicale cambiamento degli assetti politici organizzativi, come dire,  una rivoluzione interna alle strutture organizzative, interiore, innovativa, capace di buttare via il vecchio e di guardare al futuro, senza rimpianti e senza ingiustificati timori.

L’originalità di Foucault, per un esponente della sinistra libera,   è che si dichiara contrario alla psicanalisi, la quale non può dirci chi siamo e come dovremmo essere,sentire, fare…Alla figura dello psicanalista Foucault contrappone la figura del confidente, come dire, la vecchia figura rassicurante del Pastore presa dal retaggio cristiano,  però reinventata in chiave moderna.  Per tutta la vita si rifiuta di fare coming out, tenendo nel privato la sua identità sessuale,  come se fosse un tabù o comunque  un  dato della sua vita  propria e non dicibile.  Non per banale  mancanza di coraggio,  ma  per mancanza di convinzione;  forse perchè i tempi allora non erano ancora maturi per uscire allo scoperto come poi  qualche decennio dopo accadrà di poter fare.

Da qui la sua ossessione di sentirsi controllato, libero ma controllato,  libero ma condizionato. Ossessione che lo porterà a tentativi di  suicidio, fortunatamente non riusciti.   Da qui il rilancio deciso del suo volere sentirsi  imprenditore di se stesso, in barba alla ideologia dominante, contro un potere  oppressivo  che alla fine  non rinuncia mai ad avere l’ultima parola, ma anche noi abbiamo la facoltà di non  abbassare mai fino alla fine, la testa.

Tra le sue opere troviamo  Storia della follia nell’età classica,  Nascita della clinica, Le parole e le cose, L’archeologia del sapere, Sorvegliare e punire, Storia della sessualità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Heidegger

Heidegger nasce nel 1889    e muore nel  1976.

« Da sempre – scrive Jaspers- i filosofi tra loro contemporanei si incontrano in alta montagna, sopra un vasto altopiano roccioso. Da lassù lo sguardo spazia sulle montagne nevose e ancora più in basso sulle valli abitate dagli uomini e sull’orizzonte lontano e in ogni dove sotto il cielo. Là, il sole e le stelle sono più lucenti che in qualsiasi altra parte. E l’aria è talmente pura che dissolve ogni opacità, talmente fredda che non lascia levarsi alcun fumo, talmente limpida che uno slancio del pensiero si diffonde in spazi immensi. […] Oggi sembra che su questo altopiano non ci sia nessuno da incontrare. Ho avuto l’impressione […] di incontrarne uno soltanto e – tranne lui – nessun altro. Quest’uomo però è stato un mio cavalleresco avversario: le potenze che noi servivamo, infatti, erano irriducibili tra loro. Presto apparve evidente che noi non potevamo affatto parlare uno con l’altro. E così la gioia si trasformò in dolore, un dolore particolarmente inconsolabile, come se si fosse perduta una possibilità che sembrava prossima, a portata di mano. Così è andata tra me e Heidegger. Per questo trovo insopportabili, senza alcuna eccezione, tutte le critiche che egli ha subito: lassù, infatti, su quell’altopiano, non avrebbero trovato posto. Per questo vado alla ricerca della critica che diventa reale nella sostanza del pensiero stesso, alla ricerca della lotta che rompe l’assenza di comunicazione dell’inconciliabile, della solidarietà che lassù – trattandosi di filosofia – è ancora possibile anche tra chi è più estraneo. Una critica e una lotta intese in questo senso sono forse possibili, eppure vorrei, per così dire, tentare di catturarne l’ombra »

Questo testo di addio che  il filosofo  Jaspers  dedica ad  Heidegger  poco prima di morire ci racconta di un sodalizio filosofico ed intellettuale  che  era esistito tra l’inarrivabile  compagno  di  pensiero  e lo stesso  amico   esistenzialista.  Ma non può essere compreso senza conoscerne i precedenti.

Tutto accade tra il  maggio  1933 e la primavera del   1934;  Heidegger viene insignito del rettorato dell’università di Friburgo,  dopo che era stato di Husserl, il suo maestro, e dopo che il  suo predecessore ne fosse stato destituito per incapacità. Heidegger accetta pressochè obbligato   tra  le insistenze generali, ma le sue perplessità sulla cosa non mancano;  si ritiene da subito inadeguato a questo ruolo, lui che non aveva mai fatto politica  e non sie era mai  occupato di  amministrazione  e burocrazia. Tiene un discorso  che chiaramente appoggia l’avvento del nazionalsocialismo intorno al quale si stava costruendo tutto l’apparato nazista  che ben presto porterà alla nazificazione  della  Germania  con al governo  Hitler, ma che nel suo intento nobile  voleva solo dare lustro e dare un’opportunità  all’Università  in quanto tale e in quanto  Istituzione  sovrana,  vista come  un’importante  protagonista che avrebbe potuto dare il suo contributo  alla necessaria organizzazione  tecnica  e scientifica di tutti i saperi; peccato che il filosofo parlasse al vento, all’aria, a vuoto.  Il discorso  Croce lo  giudicò,  dopo averlo letto,  superficiale e inappropriato. Ma ormai la frittata era stata combinata, ed il  nome  di uno dei più grandi  filosofi  del ‘900   è rimasto compromesso e macchiato. Non solo il suo nome, ma anche  il ruolo legittimo  della filosofia  di fronte alla società  e alle sue  imperiose necessità.

Avendo Hitler un chiarissimo intento antisemita e avendo già precluso l’accesso e la permanenza di  professori ebrei  nelle cariche  universitarie e non solo,  lo stesso Jaspers, di origine ebrea,  era stato costretto ad allontanarsi  tra  l’impotenza  dello stesso  Heidegger, tutto preso  dalla propria carica  e  convinto  che il suo ruolo avrebbe potuto   in qualche modo lasciare un segno utile al Paese e alla sua  costruzione civile.  L’errore inappellabile di Heidegger poi sarà quello di entrare nelle file del nazionalsocialismo, come membro pubblico   dell’apparato nazista. Indubbiamente un atto a lui obbligato, visto la carica che rivestiva,  ma che non lo  discolpa dalla responsabilità di non avere mai detto una sola parola, prima della morte e dopo la fine della dittatura,  contro quel periodo, contro il suo essere stato nazista ( forse per orgoglio?).  Insomma, con Heidegger la filosofia ai suoi massimi vertici si macchia di una caduta  che  con molta difficoltà  riuscirà  in  qualche modo   a recuperare.  E che comunque ebbe il prezzo certo di un’amicizia distrutta  tra gli alti e bassi  della sua faticosa ripresa. Naturalmente non si tratta banalmente  di un’amicizia andata in fumo,  ma della desolante  impossibilità di dialogo  che si viene a creare  quando  due punti di analisi  arrivano a divergere  diventando  inconciliabili.

Che lo stesso Heidegger poi non piacesse allo stesso nazismo è addirittura arci noto; non piaceva il suo essere così poco uomo d’azione, così poco uomo di partito  o infiammatore di adunate  popolari;  non piace il suo linguaggio  cattedratico  e per nulla  militante  che  affatto soddisfava  il  bisogno di  propaganda  nazionale,  insomma, il suo essere se stesso aldilà di quello che potevano essere i suoi metafisici    e per l’appunto filosofici discorsi,  che nulla piacevano ai gerarchi e agli ideologisti  del regime.  Il rettorato dura poco meno di  un anno, ed Heidegger si dimette  per incompatibilità con il clima politico e intollerante  che gli stava facendo una pressione continua.  Torna ad insegnare,  ma sono anni difficili, ormai compromessi,  che nemmeno  troveranno una  facile risalita dopo il ’45, quando il filosofo di  Essere e Tempo  viene accusato apertamente d’essere stato nazista. In questo periodo di lunga crisi H. si mette in un volontario isolamento  dove riesce a elaborare lo sviluppo del suo pensiero. Riflette sul rapporto della tecnica  con l’uomo, dove la tecnica domina e riduce l’uomo a cosa da dominare. Riflette sul linguaggio definendolo la casa dell’essere dove abita   l’uomo, andando ad assumere toni mistici.

Indubbiamente H.  aveva  compiuto un errore di valutazione di fondo; aveva creduto   che il nazionalsocialismo avrebbe impedito l’avvento del bolscevismo in Europa e in Germania, pericolo incombente  e temuto da più parti. Per ostacolare questa possibilità esterna    non  riesce a dare il giusto peso  a quello stesso  regime  diddatoriale  presente nel seno  stesso  del paese. Persino davanti alla liberazione e alla fine del regime  Heidegger accoglierà con un certo  scontento  ideologico  il fatto storico  d’essere stati  salvati proprio dai bolscevichi   e dagli sgherri  americani…

L’amico Jaspers sopravvissuto a quel tempo    inizialmente avrà verso di    lui un comportamento molto duro, ma poi  tenterà nei suoi confronti un riavvicinamento, riconoscendo nell’antico compagno di riflessione   un uomo valido di pensiero;  tuttavia quando Heidegger fino alla fine si rifiuta di ammettere le sue responsabilità  dovendo fare critica verso quello che da parte sua apparve  come un comportamento  inadeguato,  allora si chiude definitivamente un’intesa e cade definitivo il silenzio.

Ma chi era Heidegger aldilà del suo essere stato nel posto sbagliato nel momento sbagliato?   Era ed è stato appunto uno dei massimi pensatori del ‘900, che merita d’essere  ripreso aldilà delle sue compromissioni con  una faccia  della Germania che il mondo intero ha messo   a testa in giù, per sempre.  Si può distinguere due Heidegger, quello prima del nazismo e quello dopo il nazismo. Quello di Essere e tempo, e quello di Ormai solo un Dio ci può salvare e Lettera  sull’umanesimo. H. parte dall’Essere per  definire l’essere. Domanda: cos’è l’essere?  Il contenuto è fatto dalla domanda (punto di partenza),del termine dativo  a chi si domanda (punto di mezzo), e del termine oggettivo sul   cosa si trova (punto di arrivo).

Dunque, la domanda  è Chi è l’essere, viene fatta all’ente che è perchè c’è l’esserci, che altrimenti  non  ci sarebbe interlocuzione,  e quello che viene trovato è il senso dell’essere.  Insomma, tutto ruota intorno alla parola Essere e tutto accade  dentro un tempo che è il tempo dell’esserci, dell’essere qui e ora. L’uomo è l’esserci che si  chiede chi è.  Lo fa perchè può farlo e solo lui tra glia esseri viventi può fare questo. Ne consegue che l’uomo è chiamato a dare un senso al suo esserci nel tempo, al suo essere gettato nell’esistenza (espressione già incontrata mentre si parlava dell’esistenzialismo di Sartre). Mentre Sartre è materialista e nega l’esistenza dell’essere ontologico ed ontico,  Heidegger è  per una concezione  non materialistica    dell’uomo, in quanto finalistica,   e non può prescindere dall’idea di  anima.  Il richiamo trova le sue radici in Parmenide, Platone, Aristotele, e poi in Pascl  e   Kierkegaard,    che ha fatto del concetto dell’angoscia  il centro della vita.    Per Heidegger quell’esserci   è la possibilità dell’esistenza, del proprio scegliere chi essere, come essere, perchè essere. Noi siamo un progetto, ciò che amiamo essere.   L’uomo ha da essere, è l’artefice del proprio destino. E sa che dovrà morire, che il suo progetto finirà, che il suo progetto  dipende da lui e dalla sua capacità di scelta.

L’ontica si occupa dell’essere particolare e l’ontologia  dell’essere universale.  L’esserci è l’essere nel mondo in rapporto con le cose, che sono mezzi messi a disposizione dell’uomo. In base a come la vita viene vissuta, essa può diventare autentica o non autentica.  Le cose vanno usate se servono, se non servono devono rimanere inutilizzate.  L’uomo deve prendersi cura delle cose,  di se stesso e degli altri, se si vuole la coesistenza.  La stessa coesistenza può essere autentica se ci si aiuta nel profondo,  o inautentica, se ci si aiuta solo in superficie,sulle cose, sulla vacuità, sulla chiacchiera.

Nel caso della vacuità si va incontro all’inganno, alla menzogna, all’equivoco. Il destino dell’uomo è la reificazione, e per combattere tale destino  occorre  dire no alla vita inautentica. Ecco il pessimismo di Heidegger,  che non crede nell’uomo e nella sua possibilità di salvarsi da solo. Di certamente autentico nella vita c’è solo la morte, allora occorre vivere nella morte, anticipando la morte stessa. Ma cosa significa?  L’anticipare la morte di Heidegger significa che dobbiamo saperla guardare in volto senza averne paura; l’angoscia si può controllare, la paura invece ci vince e ci distrugge. In quanto alla morte, si può vivere sempre e soltanto quella degli altri, mai la propria, che a sua volta diventa morte per gli altri che l’assistono.  L’anticipare la morte, concetto centrale per comprendere Heidegger,  è  l’essere consapevoli del proprio stato di morituri e farne un punto di forza.

Dopo gli eventi disastrosi del suo rettorato fallito, Heidegger si rifugia nell’esaltazione della poesia, attreverso le opere di Holderlin,  di cui elogia   la sua funzione di custode della vita, della verità, della bellezza, oltre lo sfascio della realtà che si è precipitata nella tecnologia  che ha ridotto l’essere a mezzo. La poesia è l’arte suprema che    permette  alla verità di svelarsi. E’ ciò che lascia accadere la verità. Seguono anche importanti studi su Nietzsche, che già abbiamo anticipato (vedere l’articolo su Nietzsche), visto da H. come l’ultimo dei filosofi della vecchia idea di metafisica e l’iniziatore  della nuova.

In  Ormai solo un Dio ci può salvare  ( dove in una intervista  il filosofo spiega fatto dopo fatto quello che accadde  in quegli anni terribili) e Lettera  sull’umanesimo      l’autore vuole  tirare le fila di una vita  spesa intorno a un progetto che è rimasto  inconcluso, spezzato, irrisolto.  Ma estremamente illuminante è proprio  l’intervista rilasciata sui fatti che incriminarono per una leggerezza di percorso   questo grande uomo di pensiero.  Qui se ne può trovare il testo integrale preso dalla pagina blog di Gabriella Giudici, che ringrazion fin d’ora  per la sua sentita passione d’insegnante.

Per concludere, mi sembra di potere affermare questo: il fallimento di Heidegger potrebbe rappresentare il fallimento di tutta la filosofia di quel tempo, che non seppe in nessuna maniera  far fronte alla follia hitleriana da un alto, come   alla follia bolscevica dall’altro.  Solo a guerra  finita,  ci fu il tempo e lo spazio delle riflessioni, delle denunce, delle confessioni, delle ammissioni di colpa e delle celebrazioni.  A volte nemmeno dopo.    Molto tempo verrà riconosciuto   alla memoria, al dovere di ricordare per non dimenticare e per non lasciare nell’ignoranza le generazioni  future che  non essendo state testimoni di quegli  eventi   sarebbero potute  entrare  nel loro compito di  uomini del futuro  senza le adeguate competenze  ed i giusti  saperi.  Heidegger ha cercato di spiegare che  lui non fece mai nulla di quello per cui fu accusato; non collaborò coi nazisti (non nel senso terribile che gli fu incriminato), non appoggiò la persecuzione  ebrea, non ruppe mai il suo legame con Husserl, nè con lo stesso Jaspers, nè con altri studenti ebrei con i quali continuò ad avere contatti, non bruciò mai in piazza i libri messi all’indice dal  regime, non fece mai nulla di tutto quanto gli sarà attribuito dalla maldicenza  e dalla calunnia.  Se poi le sue parole di discorso non furono comprese o equivocate da chi non volle capire, lui non   se ne è mai   ritenuto responsabile.  Lui stesso pagò a caro prezzo il suo non avere collaborato coi nazisti, perchè verrà da questi giudicato un professore inutile, mandato a zappare per le strade  e  umiliato  in ogni maniera  per la sua  inconsistenza  professionale.   E infine  non può nemmeno chiedere scusa al mondo d’essere stato nazista, visto che tutta la Germania in quei giorni celebrò il nazismo e non solo, e  tutte le massime esponenti europee lo celebrarono riconoscendolo come loro interlocutore. Come lui aveva cercato di fare.

Ecco,  questo  è il punto.  Di cosa è stato accusato allora  Heidegger? Di essersi fatto fotografare con i gerarchi, che lo immortalano  in quei dieci mesi che rimase  maldestramente e con grande sofferenza   al comando dell’Università?  Immagini storiche    che  bruciano  come un deserto in fiamme.   E  in definitiva di avere accettato un incarico dal quale non poteva uscirne  integro.  Avrebbe dovuto dire di no, e basta. Un semplice no, chiaro, preciso, inequivocabile, perentorio, inappellabile.   Quando  la filosofia ha il dovere di dire di no.