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Lezione doc su Platone

Lo stile di Antonio Gargano è decisamente più accademico, ma rimane uno stile molto comprensibile e con il valore aggiunto di creare intrecci con altri pensieri e di muovere a riflessioni continue….perfetto per gli studenti liceali.. I video sono due ed articolati.

Lezioni doc su Kant

Scusatemi, a mio avviso chi guarda questi 4 video si può fare uno schematismo serio e preciso oltre che guidato sul pensiero di Kant.

Già soltanto seguendo il primo si può arrivare ad avere una valida base in merito l’Idealismo kantiano e quello che lui ha rappresentato nella storia del pensiero.

Certo, bisogna essere minimamente dentro il mondo metafisico, altrimenti ci si può perdere.

E’ rivolto agli studenti che stanno facendo filosofia presso i licei.  O a chiunque abbia interesse al mondo delle idee e della conoscenza.  Buona visione….graduale.

Lezione doc su Hegel

Rappresenta una pillola per capire il complesso e così fondamentale pensiero hegeliano.

Chi si accontenta….gode.

Il bisogno di futuro

Nietzsche

Nietzsche è l’anello di arrivo di questo discorso intorno ai grandi della filosofia.

Si era partiti con Platone ed Aristotele, due maestri  antichi che a nessuno verrebbe in mente di definire sbagliati o mancanti.  Quindi abbiamo visto  Cartesio, Kant ed Hegel, tre capisaldi dello sviluppo della speculazione filosofica moderna, che a nessuno verrebbe in mente di giudicare come ideologici, proprio loro che si prefiggono di gettare alle ortiche i dogmi, le costruzioni mentali prive di fondamento ed  infine  ogni forma di sapere dilettantistico.

Ecco che invece arriva questo pensatore antisistemico, vitalistico ed irrazionalista, che non ragiona per schemi  dati per amovibili,  ma per intuizione,  che si prende l’onere e l’onore di dire al mondo “La filosofia fino ad oggi  è stata solo  menzogna, il vero pensiero  è un’altra cosa, ha un’altra funzione, che non è quella teoretica od etica, gnoseologica o logica, bensì quella pulsionale dell’essere umano  in quanto essere libero, creativo, ardente, imprevedibile, vitale  e  signore di se stesso.”

Secondo Nietzsche  Socrate è responsabile di avere  ucciso il pensiero imprigionandolo dentro le briglie della Ragione, avrebbe  ucciso la vita,  identificandola  nell’idea unica di Verità, e tutti addosso alle presunte false verità, alla negazione del vero possibile, che è come dire a chi si impegna di ricercare la sua strada    che non  esiste  la certezza di nulla, che tutti alla fine si porta una maschera, perché la vita stessa è imprevedibilità, necessità di capirsi  noi stessi, è bisogno istintivo e inconscio, è  ricerca del sublime, di quello che il filosofo arriverà a chiamare l’uomo nuovo. Anticipa  per certi aspetti  Freud, che infatti sarà  come lui il terzo autore del sospetto.  Ma andiamo per gradi.

La lettura del “Mondo come volontà e rappresentazione” gli apre gli occhi. Schopenhauer gli fa capire che  non esistono schemi   immodificabili e sovrani, ma solo sovrastrutture determinate da chi le seleziona  o le costruisce, che si impongono per luoghi comuni e per tradizione, per interessi di parte e per convenzioni.  La realtà è interpretabile, può assumere molti aspetti, dipende dall’angolatura da  cui si guarda.  Queste sovrastrutture, continua Nietzsche, (la parola sovrastruttura era stata  decodificata soprattutto da Marx, che è il primo  autore del sospetto),  ci vogliono solo tenere legati ad un’idea dominante di Verità, e questo non va bene perché in questo modo non ci diciamo come stanno veramente le cose, cadiamo nell’inganno   e per l’appunto nell’ennesima ideologia mascherata di rivelazione. Quello che il filosofo del nihilismo  non fa proprio  del suo maestro, è l’ idea di  astensione dalla vita, con l’invito a praticare o l’arte, o la compassione, o il nirvana, le tre uniche attività che non possono causare danni  irreparabili. Non si deve, invece, fuggire dal problema, ma affrontarlo.

La  sua  prima  opera, La nascita della tragedia,      è  la critica a tutto questo. Oltre alla visione apollinea della vita che ricerca l’armonia esiste la visione dionisiaca che ricerca l’esplosione di ogni slancio che possa apportare il proprio contributo  innovativo  allo scenario del mondo.

Segue “Considerazioni inattuali” che sono la sua critica alla Storia vista come un inarrestabile progresso, un’eredità che ci sta addosso come una condanna, secondo l’idea lineare del tempo, che invece è circolare, cioè è un eterno ritorno di fatti, dei quali  dobbiamo farci carico in un senso innovativo, accettando la natura umana per quello che è, una natura finita ma fatta per l’infinito, quindi accettando il rischio.  Dentro il gioco della vita  non c’è nessun Dio che può venire in nostro soccorso (quando  c’era lo abbiamo messo in croce), né alcuna Legge  che possa salvarci  dal non cadere in qualche baratro (Kant si illudeva). C’è solo la nostra volontà di potenza, che ci chiede d’essere rispettata e non mortificata.

Per comprendere   meglio sarebbe utile sostituire la parola potenza con la parola vita.  La potenza  ci fa subito pensare alla violenza, alla sopraffazione, che è quello che ha fatto il nazismo  che  non è per nulla una creazione imputabile  a Nietzsche.  Forte invece   l’ anti hegelismo  del pensatore  che aveva fatto della Storia la sola ragion d’essere. E’ chiaro il rovesciamento dei valori: là dominava lo spirito assoluto, qui domina il soggetto; là dominava la dialettica, qui domina l’atto creativo e singolare, capace di spezzare ogni schema, di rigenerarsi,  di modificare il corso degli eventi affatto ineluttabili.

E infatti la storiografia dopo di N.  diventa critica verso se stessa, diventa Monumentale, ossia fatta  di grandi personalità singolari  più che di lunghi periodi storici incasellati.

L’opera successiva del pensatore sarà “Umano troppo umano“. E’ il testo che continua  la pars destruens del filosofo verso tutta la metafisica precedente. Dopo avere criticato Hegel, Socrate e lo stesso illuminismo che aveva deificato la Ragione, adesso critica  specificatamente   la metafisica  artistica (Schopenhauer),  etica (Kant)  e religiosa,  che hanno   cercato di creare ideali che non esistono nella realtà. Non esiste l’uomo artista e sognatore,  che cerca di controllarsi  o illuminato, che si eleva alla santità  (se non in casi eccezionali);  esiste solo l’uomo egoista che tende alla sopraffazione dell’altro. Contro questo scenario il filosofo deve offrire se stesso come colui che è chiamato ad essere aristocraticamente distaccato. Sarebbe lui stesso questo filosofo, il veggente che precorre il tempo che deve ancora venire, e che porta il peso della solitudine. Si parla di veggenza perchè N. ha la forza di prevedere il futuro, ma non è una previsione illogica e irrazionale, è un calcolo intuitivo che ha i suoi fondamenti.

Il linguaggio comincia a diventare aforistico, enigmatico,  tipico di una filosofia  irrazionalista che si prefigge di mettere a tacere la ridicola presunzione della Ragione. Per irrazionalismo non si vuole intendere qualcosa di non ragionevole, ma qualcosa che viene letto tra le righe, tra i non detti, tra i non messi a fuoco,  ma che già appartengono alla vita nella sua totalità.

Seguono “Aurora” e la “Gaia scienza” che concludono la pars destruens  del suo pensiero, detta anche Filosofia del mattino. E’ qui che si cita la famosa frase che proclama la morte di Dio. E’ l’uomo che ha ucciso Dio ed ora è rimasto solo, quindi abbandonato a se stesso nel nulla. Da qui la parola Nichilismo che era già stata utilizzata da Dostoevskij, Stirner e Turgenev. Il nichilismo non l’ha inventato lui.   Anzi,  è una parola che compare nella Bibbia,  anche se sotto forma diversa.  Il filosofo non fa che  TRASVALUTARLA, ossia la recupera e la fa propria. Passa da un nichilismo passivo ad un nichilismo attivo.  Se i valori sono morti, non rimane che inventarne di nuovi, ricominciare da questa caduta per dare inizio ad una nuova era. Ecco l’inizio teoretico del Superuomo  che però è stato già definito da Vattimo  Oltre uomo, per non confonderlo con il superomismo d’annunziano e fascista.

Si arriva a “Così parlò Zarathustra” che parla di ETERNO RITORNO, UOMO NUOVO e VOLONTA’ DI POTENZA/VITA. Concetti già introdotti ma che approfondiamo.

Letteralmente l’eterno ritorno è il ripetersi della propria vita all’infinito, istante dopo istante, nel senso che se si dovesse rinascere si finirebbe per rifare le stesse scelte. Non c’è passato presente e futuro, il Cristianesimo non  attende l’avvento di Dio, la Storia non attende il compimento dello Spirito, il Comunismo non accadrà quando sarà tempo che accada. Ci sono solo i singoli e la loro piccola grande storia assoluta.

L’eterno ritorno  è quindi un modo per invogliare le persone  a scegliere bene, dando peso ad ogni istante, perché  non ci sono due possibilità,  ma una sola imperdibile   occasione. Il cogli l’attimo, insomma.

Per fare questo ci vuole un Oltre uomo, l’uomo nuovo,  e ci vuole Volontà di potenza, che preferisco chiamare volontà di  vita,  ossia la capacità creativa, virile e coraggiosa   di affrontare l’esistenza.  Questa è l’etica di Nietzsche e la sua pars costruens.  Un’etica nuova nel mare aperto del cosmo.

Non esistono legami, fatti incatenanti, ma solo capacità interpretative del presente.  Ecco l’originalità, ecco la forza espressa  in termini completamente innovativi e senza dubbio destabilizzanti.

Il pastorello si salva dal nulla  mordendo la testa al serpente che vuole intrappolarlo.  E’ l’immagine simbolica che il filosofo  utilizza dentro il testo.

E’  anche vero che a questo punto il pensiero di Nietzsche raggiunge l’apice del suo essere critico. L’obiettivo principe che N.   vuole distruggere è Hegel  e tutto il suo sistema. E’ Hegel  tutto quello che deve essere superato (più che Kant, più che Rousseau, più che Schopenhauer). E  il mondo intorno a lui è tutto hegeliano, è assolutamente hegeliano. Come fare?  Come uscirne? Come preparare il mondo al cambiamento?

Si può immaginare la totale solitudine di Nietzsche, solitudine filosofica e solitudine umana, che diventerà assoluta con la veniente malattia che lo travolgerà.

L’eredità che lascia è questa solitudine. Davanti alla vita ognuno di noi è solo con se stesso. Non c’è Stato, non c’è Chiesa, non c’è Legge che ci possa dare ancoraggi.  Nietzsche aveva previsto il crollo della civiltà, una società destinata al tramonto,  e così è stato con l’avvento dei totalitarismi e delle pagine più orride che l’umanità si sia mai trovata a vivere.

Il suo pensiero si chiude con una rinnovata  critica al cristianesimo (di cui salva solo la figura di Gesù, che per lui è un Profeta che nessuno però ha capito), perché è definita la morale del  risentimento.   I deboli si prendono la rivincita sui forti, ricorrono  alla religione  per giustificare le loro incapacità a vivere  e per confortare la loro sofferenza   con l’idea della vita futura dove loro saranno premiati contro gli altri che saranno condannati alle loro colpe. Questa è una religione che condanna al dolore, alla rassegnazione,  che condanna all’immobilismo, dove   non c’è nessuna possibilità di autentica  gioia.

Di pari veduta era stato Spinoza, che infatti è un filosofo ammirato da Nietzsche, insieme ad Eraclito.

A questo punto del discorso  diventa  opportuno  riprendere il tema dell’Essere, per valutarne l’effettiva inutilità o l’effettiva morte.

Non si può fare questa riflessione  senza ripartire da Heidegger, il successivo grande del pensiero, che ci rimanda ad Husserl, definito da Cacciari il solo vero filosofo del 900.

Kant ed Hegel

Kant passa alla storia come il filosofo che prende coscienza del limite, di quello che sveglia la filosofia da un sonno dogmatico che evidentemente il genio di Cartesio non aveva contribuito a risolvere veramente. Lui ci dice  che esiste il FENOMENO ed il NOUMENO (le vecchie res cogitans e res extensa di Descartes) di cui il fenomeno può essere indagato con le categorie dell’intelletto ma del noumeno, che non è esperibile e verificabile, non si può dire nulla. Fin qui nulla di nuovo.

Il salto di qualità che lui dichiara possibile grazie alla filosofia di Hume che aveva radicalizzato la filosofia di Locke, è la CRITICA che lui muove al positivismo  e all’illuminismo che si stavano già illudendo d’essere inarrestabili nel loro  progresso e di essere auto-bastanti. Nell’atto del conoscere non conta tanto l’esperienza quanto gli strumenti interni l’atto del conoscere che permettono questo avvenimento. Questi strumenti si chiamano SPAZIO E TEMPO, che sono intuizioni pure, esattamente come il cogico ergo sum cartesiano, cioè auto-evidenti. Tutto ciò che si conosce accade in uno spazio e in un tempo. E le domande di partenza di Kant sono quattro: come è possibile la matematica pura, come è possibile la fisica pura, come è possibile la metafisica come bisogno, come è possibile la metafisica come scienza.

Risposte: la matematica pura esiste come astrazione, con cui l’uomo misura la realtà, come dire, è un linguaggio universale che la ragione applica al conoscibile. La fisica è il luogo naturale  dove la matematica viene applicata. La metafisica è dentro l’uomo che si pone naturalmente domande volte verso l’infinito. Però non è una scienza, è un tendere verso. Per primo dice che c’è qualcosa che si chiama scienza e qualcosa che si chiama metafisica, cioè non scienza.

Le sue opere portano sempre la parola CRITICA, per sottolineare che la filosofia è per natura indagatoria, dubbiosa, e nello stesso tempo metodica, sistematica. C’è molto Cartesio in tutto questo. Critica della Ragion pura (Conoscenza)  che diventa Critica della Ragion pratica (Etica). Poi diventa Critica del giudizio (Estetica) con l’idea del bello, l’impulso creativo. Infine l’idea politica fondamentalmente liberale  che aspira alla pace tra tutti i popoli.

Viene fuori l’anima di Kant, il suo pallino fisso non è la Fisica e il fenomeno, che lascia agli scienziati, ma la Metafisica con il noumeno, il solo  vero campo che spetta alla filosofia. Cartesio lo aveva trascurato. Ecco che l’io penso statico qui diventa l’io penso dinamico.

Dalle quattro domande iniziali Kant arriva alle quattro domande finali   ossia il che cosa posso sapere, che cosa devo fare, che cosa posso sperare, che cos’è l’uomo. Nessuno filosofo non mistico si era posto queste domande prima di Kant. Il filosofo  vuole porre la questione etica in quanto uomo e non in quanto credente o religioso. Lui dice: “Non devo per forza appartenere ad una religione per aspirare di comportarmi in maniera etica, devo invece potere aspirare d’essere un uomo giusto solo e proprio in quanto uomo”

Tombola. Kant aveva già capito tutto. Le religioni sono scelte personali dei singoli, ma la Giustizia è una necessità antropologica dei popoli. Le religioni sono atti di fede (se vissute correttamente) ma il rispetto della Legge e la ricerca del Bene è già dentro ogni uomo che aspiri a definirsi tale.

Non può essere imposta dall’esterno, nessuna legge mi può obbligare a comportarmi bene, però può e deve essere voluta dal singolo, se vuole vivere in pace con se stesso e gli altri. Ecco che Kant arriva ai tre Imperativi o Regole universali che dicono: Agisci come se tutti fossero come te, Agisci come se ogni persona fosse un fine e non solo un mezzo, Agisci liberamente nel rispetto del mondo.

Insomma, un pò come la regola cristiana del non fare agli altri quello che non vorresti facessero a te. Ma la genialata di Kant è che lui dice che non c’è bisogno di appartenere ad una religione per essere corretti, sei TU in quanto essere umano che devi sapere quel che è giusto fare.

I suoi diretti ispiratori sono Rousseau e Voltaire, che gli avevano aperto la strada del romanticismo come pensiero rivoluzionario e volto al compimento della felicità.

Ma quale felicità? Non certo quella degli sciocchi o degli illusi. La felicità è una cosa seria che può richiedere molta molta fatica, e non è per nulla spontanea.

Per Kant Dio non può essere dimostrato, ma solo sperato/desiderato. Se Dio fosse dimostrabile, l’uomo sarebbe condannato a comportarsi bene e non sarebbe più libero. La libertà sta proprio nel diritto di scegliere  (Pascal avrebbe detto di scommettere); se poi dopo la morte si dovesse scoprire che Dio esiste, tanto meglio, tutto di guadagnato. Ma Dio deve rimanere un dubbio fino alla fine. Almeno per l’agnostico.

Sulla sua tomba volle che fosse scritto “Ho vissuto con la legge morale dentro di me ed il cielo stellato fuori di me”, come dire “Ho vissuto in pace”.

Cosa aggiungere? Kant amava la vita ed amava il suo lavoro, amava l’ordine che è il luogo naturale della pace, amava la pratica del Bene e potersi definire una brava persona.

Dopo di lui arriva Hegel, di tutt’altra pasta e formazione, ma che rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia. Hai voglia di superare i dualismi, le contraddizioni,  ma alla fine è sempre con il diverso  che si deve andare a fare i conti.

Hegel è noto per essere stato un pensatore difficile da seguire, perchè ha l’ambizione di porsi come il fondatore della VERA FILOSOFIA. Ambizione non da ridere, si potrebbe dire.

Per ogni branca del sapere lui ha la pretesa di dire la sua, mette tutto lo scibile dentro un MACRO SISTEMA che tutto comprende, e lo fa attraverso qualcosa che lui chiama DIALETTICA.

Il suo ispiratore è Fichte, che già aveva parlato di tesi, antitesi e sintesi, ma Hegel la porta al suo massimo livello. Esporre Hegel nel suo compendio non è il mio scopo, non lo si fa nemmeno a scuola e poi non vorrei fare addormentare il lettore;  il mio scopo è fare capire perché Hegel è diventato parte integrante del nostro mondo tanto che ancora oggi si parla di scuole hegeliane e di visione hegeliana del mondo.

La genialata di Hegel (e che  fortuna che esistono i geni) è che praticamente lui ci dice: ciò che conta della conoscenza non è capire le singole cose, ma capire il sistema, il tutto, dentro il quale le singole cose divengono (ricorda Eraclito). Tutto è un processo, una lotta, uno scontro, perché il soggetto si misura con gli oggetti o soggetti altri e deve arrivare ad un’intesa. Facile ravvedere nel soggetto la tesi (momento dello spirito soggettivo, della propria volontà), nell’oggetto l’antitesi (momento dello spirito oggettivo,  della negazione, dell’alienazione), e nell’accordo finale la sintesi  (momento dello spirito assoluto). Questo cammino accade nella famiglia come accade nello Stato che non è che una grande famiglia. Ci sono le regole e bisogna rispettarle in quanto esseri razionali (lo diceva anche Kant). A tutto questo  Hegel  infine  conferisce il nome di STORIA, che è il compimento dello spirito assoluto.

Nella storia accade quel che deve accadere, ossia è sempre il più forte che avanza, che altrimenti perderebbe. La storia quindi progredisce anche quando non sembrerebbe, anche quando il costo di questo progresso appare alto e privo di senso. Ogni uomo è una pedina in mano a un GARANTE  che è lo STATO, uno Stato forte, sovrano, etico, cioè perfetto, anche se è fallibile. Locke e Hobbes vengono buttati nel cestino, loro parlavano di discutere o di accettare contratti, qui invece c’è la complessa MACCHINA GOVERNATIVA  che procede da se stessa, grazie alla sua forza che è la BUROCRAZIA,  senza bisogno di consenso.

La vita va guardata da questa angolatura, dall’alto. I minuscoli operai che si animano nella fatica di vivere non hanno valore in sé, nessuno si ricorderà di loro nel tempo; sono solo i grandi uomini, i condottieri, che la storia ricorderà e celebrerà, perché nei capi lo spirito assoluto si compie.

Tutti abbiamo lo scopo di servire la realizzazione dello spirito assoluto, e questo è di per sé  degno d’essere vissuto.  Quindi il RAZIONALE E’ IL REALE.

Senza rendersene conto Hegel pone le premesse dei totalitarismi che esploderanno nel 900.

Nessuno se ne accorge subito, tranne uno, Schopenhauer, il maestro di Nietzsche, che infatti lo critica e gli dà del ciarlatano.

Mentre  Hegel insegna all’Università il mondo si sente tutto hegeliano. Tutti si riconoscono in questo pensatore che entra nel vivo della vita reale, mentre le lezioni di Schopenhauer vanno deserte; Hegel piace, convince, conquista, perché entra  nel vivo della politica cioè della vita reale, fa della filosofia uno strumento di organicità,  mette il pensiero ad una finalità pratica,  non parla più solo di essere e non essere, di come si conosce e come può essere dimostrata l’esistenza di Dio, di cosa sia il sommo bene  e come si possa realizzarlo, in quanto  parla di tutto tutto tutto  questo e lo mette dentro un sistema.

Come Kant mette la religione sotto la filosofia, in quanto la religione è un atto di fede, ma la filosofia è un atto di ragione. E ciò che conta è sapere d’essere dalla parte della RAGIONE.

Poi c’è posto anche per la religione, ovviamente, che naturalmente fa parte della DIALETTICA che tutto include, non lascia fuori nulla, non trascura nessun passaggio del complicatissimo e articolatissimo impianto globale. Hegel non vuole certo farsi trovare impreparato.

La logica è sempre la stessa, tutto viene inglobato e superato. In altre parole, Napoleone doveva vincere fino a che il suo spirito avesse esaurito il suo compito, Gesù doveva morire per diventare  un segno  di  superamento della morte, la Germania era chiamata a diventare una Nazione che sarebbe stata    celebrata per la sua forza che gli altri popoli non avevano,  e via di questo passo…

Si parla di GIUSTIFICAZIONISMO   della storia. Mentre Platone spese la vita per mettere i filosofi a capo della politica, Hegel spende la vita a mettere la politica a capo della filosofia. Il cerchio si chiude.

Adesso capite perché si dice che dopo Hegel siamo diventati tutti hegeliani? Questo pensatore cercando di portare la filosofia al suo massimo sviluppo, ha però contestualmente inferto alla stessa un colpo mortale dal quale  è difficile trovare vie di ripresa.

Questa ricerca di una filosofia nuova e diversa, pura e rigenerante, ancora capace di sognare/creare senza però illudersi,  arriverà con Nietzsche, appunto. E non saranno fiori senza spine.

Questo sarà il tema del prossimo articolo.