Giambattista Vico

Con Giambattista Vico ( 1668- 1744)  nasce il concetto di storiografia  moderna  che lui chiama con  consapevolezza  e intento pedagogico  la Scienza nuova.  Individua  nel tempo tre epoche: nella prima l’uomo  sentiva senza percepire, cioè senza elaborare; nella seconda l’uomo ha  cominciato a percepire in maniera confusa ed emotiva; nella terza, che è quella attuale di Vico, l’uomo comincia a percepire in maniera ragionata.

Lo scienziato storico e credente (siamo in un momento in cui  non appare ancora sensatamente possibile  scindere l’essere storico con l’avere l’idea di Dio,  che il mondo  l’ha creato, pensato, progettato)  percepisce la presenza della Provvidenza divina che guida lo sviluppo stesso dell’umanità e che può intervenire nei fatti attraverso la messa a disposizione dell’uomo  civile; tutto quello che accade o potrebbe accadere non avviene per caso, ma avviene per un disegno misterioso  che l’uomo potrebbe rendere attuabile  interagendo con il disegno divino. In altre parole, la Storia non è solo in mano  agli uomini e alle loro decisioni  ( per fortuna, secondo Vico), ma  se si vuole lo sviluppo  ed il progresso  occorre avere in mente   quello che Vico chiama una Teologia civile e ragionata.

Teologia perchè non possiamo togliere la parola Dio dalla storia; civile perchè  è messa in opera dalla società civile e non certo dalla semplice opera di Dio; ragionata perchè non è poetica, non si tratta di fare delle fantasie, ma si tratta di interpretare gli accadimenti e quindi il cammino stesso della storia.

Vico insiste tanto sulla Provvidenza divina quanto sulla forza creatrice dell’uomo stesso che  si fa protagonista, autore, libero pensatore e costruttore  del mondo, in  collaborazione   con la provvidenza medesima, sempre se si vuole rincorrere fini di giustizia, unità e  sviluppo.

Insomma, il quadro è chiaro; la storia si è evoluta e da un mondo in cui si agiva per istinto e per riflesso, si è arrivati attraverso un mondo mitologico e fantasioso  ad una storia adulta, non più infante o  spensierata, dove l’uomo civile è diventato consapevole del proprio ruolo  ma soprattutto  dove  diventa importante  impedire  il ritorno delle barbarie o  della stessa mitologia  che ha esaurito la sua funzione  nel tempo  del suo massimo  sviluppo, il mondo greco.

Vico non può certo ignorare la presenza della violenza nella storia, e soprattutto gli episodi di intolleranza che certo la stessa Chiesa ha perpetrato nei confronti della stessa umanità.  Come li giustifica?  Sostenendo  che  può accadere da parte delle stesse autorità  religiose di cadere in errore, perchè l’uomo è  limitato  e responsabile di atti di brutalità  e  corruzione.  La lettura di Vico è profonda, idealistica, platonica, e nello stesso tempo ragionata e per questo illuminata. Vico crea un ponte tra il ‘600 e quello che sarà il ‘700, ma sarà solo nel 1800 e nel 1900  che verrà scoperta e  proclamata  la sua fama e la sua  importanza. Verrà ripreso da Hegel, dagli immanentisti, dai positivisti e dallo stesso marxismo; nonostante la sua evidente struttura conservatrice e anticartesiana,  Vico rappresenta il precursore geniale della stessa sociologia, psicologia e filosofia della storia e del diritto. Del resto lo stesso Cartesio che nel 1700 avrà grande spazio accanto a Newton,  dimostrò dei punti di debolezza, là dove lasciava  scoperto  il bisogno tutto umano ed ineliminabile    di  trascendenza  e di  spiritualismo.

Per concludere, Vico ebbe la forza di resistere al tempo dei lumi che soffiava sotto le braci e che faceva presagire che la storia stava andando verso tutt’altre direzioni,  lontano dall’idea di provvidenza e di  conciliazione  tra Dio e l’uomo.  Vico era un uomo straordinariamente moderno nel suo spirito di volere e pensare un mondo libero e in evoluzione, ma non affatto disposto a   dismettere l’abito del religioso, di chi ancora sente e percepisce e valuta in armonia di senso, fantasia e ragione, e nel rispetto del vero  che è ben più che il semplice certo,   che Dio  c’è, che Dio è forza, che Dio è  dentro di noi  e non  in qualche luogo  non si sa  dove, non si sa perchè…

 

 

 

La storia inoltre ci insegna il culto dei morti, il culto del passato, il culto  della Memoria  del passato, senza il quale non ci può essere nessun reale futuro.

 

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Calvino

I due grandi protagonisti del Protestantesimo  sono stati Lutero e Calvino.

Calvino nasce in Francia nel 1509 e muore nel 1564 ; proviene da una famiglia aderente al puritanesimo  e  si occupa  al pari di Lutero di contrapporre alla Istituzione cattolica  dominante  ed intransigente   un nuovo modo di pensare più democratico e meno gerarchico.

I principi  di detta teoria calviniana sono assai semplici: Dio è l’unico assoluto regnante, il peccato si arroga di regnare al suo posto, ma gli uomini di fede possono contrastare questa situazione di  sopraffazione ricorrendo ad una morale rigorosa, libera dalle liturgie ecclesiastiche che sono solo vuota apparenza  e  attenta  alla semplice glorificazione  del Padre, per la cui benedizione ogni opera rivolta al bene può essere benedetta.

Nel 1541 si trasferisce a Ginevra, vi fonda  la Compagnia dei pastori  e indice un Concistoro che ben presto porta al fiorire di numerose iniziative  pubbliche e collettive  facendo di Ginevra la capitale del protestantesimo.

I compiti del Concistoro consistevano nel controllo dell’ortodossia religiosa e della moralità pubblica e la massima pena che esso poteva infliggere era una sanzione di natura esclusivamente ecclesiastica, non civile, la scomunica, consistente nell’esclusione dalle quattro Cene del Signore che venivano celebrate annualmente.

Dalla  Svizzera la fama di Calvino si espande nel nord Europa  dove fioriscono numerose comunità  calviniste.

Nel 1559 termina la sua opera letteraria  più importante,  “L’istituzione della religione cristiana”,   dopo un lungo periodo di elaborazione; i cardini di questa dottrina potrebbero essere così sintetizzati:  Dio è perfezione  e può essere percepito da tutti, però può essere conosciuto solo grazie all’intervento della grazia,  di fronte alla quale gli uomini sono predestinati. Non è consigliabile raffigurare Dio (questo causò una vera lotta alla iconografia sacra), e di Dio occorre credere nella sua Trinità.  Dio è Padre, Figlio e Spirito santo, ma non è  ovviamente una sola persona con tre teste; è la stessa persona ma distinta  in tre  presenze.

Accusa il cattolicesimo di avere inventato articoli di fede inserendoli a proprio arbitrio nella dottrina cristiana.  Sostiene la centralità della Sacra Scrittura che appunto proprio perchè fondamentale per l’uomo  non può essere abusata o rivista o corretta secondo motivi del tutto illegittimi.

Di tutti i sacramenti riconosciuti dalla Chiesa cattolica accetta solo il battesimo e la santa comunione; tutti gli altri sono secondo il suo pensiero   frutto della Chiesa medioevale e sono tutti arbitrari e contestabili. Il rito della comunione viene dissociato dal concetto di transustanziazione, ritenuto forzato  ed eccessivo.

In  accordo con Lutero rigetta la pratica delle indulgenze e mette al centro della salvezza solo la fede ed il concetto agostiniano di grazia.

Il Concistoro opera nel tempo attraverso il suo organismo costituitosi in un Consiglio detto degli anziani,  che nel tempo non si rivelò ovviamente   esente da errori di valutazione,  dimostrando  che anche all’interno delle conformazioni protestanti   ci sono stati episodi di intolleranza e di  condanna  del tutto discutibili. Dette responsabilità vanno imputate ai diretti  responsabili,  e non allo stesso Calvino  che di detto Consiglio disciplinare non faceva  personalmente  parte.

Si potrebbe semmai ritenere responsabile Calvino del suo stesso  rigorismo filosofico/religioso messo   a capo del suo stesso pensiero.  Si vive solo per glorificare Dio, tutto il resto è da condannarsi. La morte è da intendersi come una liberazione dalle pene della vita, e dalle fatiche a cui si viene chiamati per la glorificazione  stessa della Chiesa. I rapporti tra Stato e Chiesa sono stretti, nel senso che  dovrebbero camminare all’unisono, ma se questo non dovesse accadere per impedimenti storici,  la Chiesa deve proseguire  diretta  e in autonomia   verso  i propri insegnamenti.

I  rapporti tra  luterani  e calvinisti sono stati nel tempo  diversificati, ora positivi, ora in lotta, in stretta   corrispondenza con gli eventi locali, con i Principi al potere e con le esigenze  varie di collaborazione od opposizione contestuali

Per Calvino  il successo economico  della persona era un segno evidente di predestinazione. Da qui si intravede lo stretto legame tra protestantesimo   e capitalismo (Weber).  Ciò che differisce il calvinismo dal luteranesimo è l’assenza di misticismo. Calvino porta alle estreme conseguenze le premesse luterane’  ma rimane Lutero  l’humus  storico  che ci permette   di capire  quello che  questa Riforma religiosa e politica  si prefigge  di  realizzare.

 

 

 

 

 

Maestro Eckhart

Con Maestro Eckhart  (1260- 1328)  la lunga parabola medioevale   arriva al suo vertice.

Qualcuno ha scritto o detto  che il Medioevo è stato il periodo più lungo che il mondo occidentale abbia  mai vissuto, aggiungendo l’ipotesi che forse ci si è sbagliati a volerlo estendere dai primi secoli d.c. fino al 1400. A dire il vero si continua a parlare di Medioevo anche nel ‘500 e nel ‘600   d.c. (in questo caso si dice basso medioevo),  cominciando a parlare di era moderna solo con il 1700, il secolo rivoluzionario dei lumi e del trionfo della ragione secolare.

Diciamo che  verso il 1400 con la rinascita  estesa  dei comuni e del commercio  si diffonde in maniera naturale  un certo spirito umanistico che prima di allora con la struttura feudale  era rimasto impedito e  imprigionato.

Prima di entrare negli abissi e splendori dell’umanità liberata dalle catene della teologia  prevaricatrice, il pensiero religioso ci regala una perla preziosa come  quella dell’eckhartismo.  Il monaco tedesco comprende che  occorre recuperare  il corpo spirituale che solo  ci può permettere di governare il corpo fisico ed emozionale.

Per intenderci, tra il cavallo che guida il carro sormontato dal signore che lo  conduce, il corpo spirituale sarebbe proprio quel signore che ne sta al controllo. Per via comune e superficiale ci si riduce ad identificarsi con il cavallo o con il carro che separa il signore dalla parte più fisica e materiale della vita.

Eckhart parla di sapere essere la verità, ma questo è possibile solo attraverso  lo Spirito e non attraverso la ragione.

La Verità in quanto tale non è mediata da nulla, appare nella sua bellezza assoluta senza intralci  di troppo. E’ un abbaglio, una folgorazione, un attimo di assoluto incanto che non può venire equivocato o frainteso.

Ed è accessibile solo ai mistici,  a chi ha  gli occhi giusti per vederla.

Nell’attimo della folgorazione Dio diventa me ed io divento Dio, identità assoluta.

E’ un pensiero estremista, radicale, difficile da seguire, prorio come lo sono i suoi protagonisti.

La condizione iniziale che può permettere questo salto, questo passaggio, questa illuminazione, è senza dubbio uno stato di pace e di  serenità priva di odio e di rancore.

Questo stato di pace e di armonia sta già dentro l’uomo, occorre che l’uomo ne diventi consapevole. Occorre che l’uomo si faccia mezzo, strumento, tramite.

Se si pensa che è necessario desiderare qualcosa  che non si possiede, si è già su una strada falsa che non può portare a nulla di buono.

Con Eckhart tornano i temi neoplatonici;  ben presto la sua fama di mistico perfetto si diffonde ovunque creandogli anche qualche problema con la gerarchia dominante. Il suo estremismo gli causa anche  sospetti  di ateismo, ma la sua orgine    aristocratica ed il suo essere domenicano lo proteggono da situazioni spiacevoli.

Sul piano linguistico contribuisce a formare la lingua tedesca; è possibile paragonarlo al Dante della situazione, contribuendo a formare una coscienza  nazionale. tedesca.

Guglielmo d’Ockham

Fino allo scotismo la teologia intesa come unica e  vera forma di conoscenza attraversa   i suoi tempi migliori. Dopo questo apice che introduce nella sua originalità il pensiero mariano fino ad allora rimasto nell’ombra dopo  le espressioni  agostiniane,  ecco che arriva una vera e propria cesura. Pensare torna ad essere una questione  del’uomo secolare, dell’uomo di mondo che non per forza deve fare il religioso od occuparsi di fede.

Guglielmo d’Ockham  ( 1285-1347)  riporta in prima linea l’empirismo e ritorna a dire dopo il lungo ed aureo tempo greco che si conosce per esperienza, e dunque occorre rimanere saldi alla realtà, alla percezione, a ciò che si vede, sente, tocca, misura…

Sul fronte della teoria introduce l’attenzione al linguaggio; è con la parola che l’uomo conosce, si esprime, comunica, scrive  e ricerca. Il linguaggio è un codice, un segno, una convenzione che in quanto tale si evolve, non rimane immobile.

Si dice che Ockham è un nominalista, e che del nominalismo sostiene la parte sostanziale e cruenta; occorre usare le parole che servono, tendendo ad eliminare le parole di troppo, che per lo più possono generare solo confusione anzichè favorire la semplificazione. Da qui il detto  che ci è giunto dalla storia, ossia l’identificare il nominalismo di Ockham come ad un rasoio che recide il superfluo.

Di contrapposto Dio non è esperibile, non nel senso ordinario del termine; quindi si ha una teologia negativa, di lui possiamo dire solo che non si può conoscere e che di certo non è quello che di fatto ci circonda.

Non per questo Dio perde comunque di interesse, anzi. Si affianca tutta una corrente spirituale che riscopre l’importanza dell’ascesi, della mistica, della pregheira, del contatto diretto con l’invisibile e l’inconoscibile che si mostra solo per vie alternative.

La via prediletta per coltivare la propria religiosità è l’estasi, ed il filosofo che diverrà maestro di questo cammino sarà il suo contemporaneo   Maestro Eckhart.

Anselmo d’Aosta

Anselmo d’Aosta   (1033- 1109)  è entrato nella storia del pensiero medioevale grazie alla sua famosissima Prova Ontologica dell’esistenza di Dio. Con Tommaso si era creduto che ogni possibile concettualizzazione dell’esistenza  divina fosse stata sviscerata, ma ecco che Anselmo sposta l’attenzione da un piano diremmo fisico-naturalistico  verso un piano puramente metafisico  ed  exante. Dopo avere considerato   tra tutte le cinque vie che verranno  valutate da  Tommaso solo quella principe, cioè la exgradu ( Dio è il sommo grado di tutte le qualità e ovviamente manca completamente dei gradi che si rivolgono ai vizi, che competono solo gli esseri  imperfetti proprio in quanto imperfetti),  elabora  un secondo e ulteriore ragionamento.

Articola una  discussione tra due  dialoganti, uno credente e l’altro non credente; il primo chiede al secondo se crede e lui risponde di no, dicendo che Dio non esiste. Allora il credente gli risponde: “Tu ti contraddici da te stesso: se possiedi l’idea di Dio, dimostrando di concepirla, non puoi negargli la qualità dell’esistenza perchè ciò che è tutto  non può mancare della qualità prima che è l’esistere stesso. Se ne fosse privo sarebbe imperfetto, addirittura il  minore degli esseri minori, ma allora non sarebbe Dio, mentre dicendo Dio sappiamo bene, almeno teoricamente, che cosa intendiamo dire.”

La prova ontologica  viene accolta con entusismo  ma anche   contestata da più parti.

Il filosofo Gaunilone replica dicendo che posso anche avere l’idea di isola perfetta, ma non sto dicendo che questa isola esiste; Anselmo risponde che l’isola è una res, mentre Dio è un essere e dunque il paragone è improrio.

Lo stesso Kant  critica la presunta   prova ontologica sostenendo che Anselmo esprime una tautologia, ossia dicendo che Dio è Bene si dice contemporaneamente che Dio esiste.

La prova ontologica di per sè non rappresenterebbe nessuna prova  d’esistenza. Tuttavia approva lo sforzo tutto medioevale   di idealizzazione e di slancio propulsivo  verso la perfezione.

Non importa  concludere sull’esistenza di Dio;  sostituiamo alla parola Dio il suo uguale che è la parola Bene. Il bene in quanto tale non va cercato nella realtà stessa perchè è solo un Ideale, un desiderio, un amore, uno slancio, che dobbiamo conseguire e rendere il più possibile perfetto, il più possibile migliorabile.

Ecco  rappresentata la famosa prova ontologica  sull’esistenza di Dio, che evidentemente ancora non possedeva  quel dna  proprio e mistico    che l’avrebbe  aiutato   a    convincere. Sarà solo un pensatore  successivo che porterà il pensiero religioso  e in quanto tale ascetico,   ai suoi massimi livelli.

Agostino di Ippona

Con Agostino di Ippona  (  354- 430)  il pensiero filosofico cristiano acquista una propria autonomia e dignità. La teologia non è ancella della filosofia ma può divenire parte integrante della filosofia stessa, assumendo il termine di filosofia trascesa.

Per Platone e Plotino Dio non era un essere trascendente  e creatore, ma un’idea somma oppure il Principio  razionale di tutto  nominato l’Uno.

Per Agostino d’Ippona Dio diventa quel Padre fonte di vita e di liberazione dal Male  che le sacre scritture ci insegnano, ma più che l’Antico Testamento, intriso  com’è di un linguaggio violento e vendicatore,   ci rivolgiamo al Vangelo  e a tutta la patristica  e la scolastica  di cui Agostino è una delle perle preziose  accanto a quella di   Tommaso d’Aquino, Anselmo d’Aosta, Duns Scoto  e Guglielmo Ockman.

Il monaco  che prende come suo maestro il celebre  vescovo Ambrogio di Milano, è reduce da una lunga battaglia  verso il manicheismo, il pelagianesimo ed il donatismo; tutte correnti semi eretiche o comunque in contrasto  con quella che sarà la scelta finale del tormentato Agostino,  che con straordinario spirito moderno  anticipa la figura del religioso  che  rimane legato ai problemi del mondo  e che rimane legato alle pulsioni vitali che animano gli uomini normali  e  senzienti.

La sua celebre opera  Le confessioni introduce   con grande sconcerto dei  suoi contemporanei  l’elemento autobiografico e psicologico che fino ad allora era rimasto in sordina ed ignorato, se non quando evitato come   indegno.

Per Agostino l’anima è tutta bella, anche quando sbaglia, anche quando incespica nell’affannosa ricerca della luce;  nella sua limitatezza l’uomo è inevitabile inciampo che però può risollevarsi da una condizione di  imperfezione proprio grazie all’intervento divino,  a  quell’atto prodigioso che lui chiama Conversione.

Peccato e rinascita, richiesta di perdono e sentimenti di gratitudine e  riconoscenza;  sono questi i moti dello spirito agostiniano  che  presi nella loro contestualità antica  ci possono apparire  incredibilmente attuali.

Si fallor, sum;  credo quia absurdum; sono questi i celebri motti del filosofo  cristiano che  sono entrati nella storia del pensiero. Se fallisco è perchè sono; Dio non mi butta via solo   perchè sono  in difetto; lui mi ama tutto anche quando sbaglio. E ancora:  credo proprio perchè è assurdo credere, non certo con il soccorso della pura ragione.

Credere è abbandonarsi all’impossibile, all’incomprensibile, all’indimostrable; ecco la netta separazione tra le due realtà, i due mondi, le due visioni della vita.

O si guarda agli altri come a possibili interlocutori del nostro bisogno assoluto di pace e di bene, o si guarda agli altri  come a  nemici o ancora peggio animali o cose  prive di animosità   spirituale, e allora tutto diventa  possibile.

Il Male in Agostino non ha ancora il volto che riuscirà ad assumere nel Novecento;  per il  giovane  manicheo   alla disperata ricerca della verità  il male è semplicemente l’assenza di luce, l’assenza di  certezze, l’assenza  di  serenità interiore,  e di contro l’assenza di giustizia  nel mondo.

Questa possibilità del Bene si concretizza attraverso il dialogo con Dio, un dialogo quotidiano  a tu per tu con l’assoluto  che ci rende  possibili  alla pace e al raggiungimento di uno stato di  grazia.

Dentro tutto questo Cristo diventa un maestro interiore da coltivare  e scoprire nel tempo. Il cammino è quello che procede dal sensibile  verso la trascendenza..

L’uomo che compie il male  si trova nella condizione di allontanarsi dalla verità, ed il male fisico  è la conseguenza del male morale.  L’uomo compie il male perchè Dio lo ha fatto libero, e non avrebbe potuto farlo altrimenti  senza privarlo della sua   bellezza.

Il tempo è un concetto tutto umano che vive e conosce solo attraverso le categorie di tempo e spazio. Ma per Dio non esiste il prima e il dopo; Dio è oltre il tempo, è eternità, è contemporaneità di prima e di dopo.

L’umanità può vivere, evolversi, essere solo attraverso un prima, un durante e un dopo, fino a che si compie la vita tutta, perchè tutto inizia e tutto finisce, nel mondo.   C’è un concetto di linearità e non di eterno ritorno.

Non fare buon uso del tempo che ci viene dato significa semplicemente averlo buttato via, e con esso, la nostra  stessa unica occasione di vita.

 

Parola di Dio

Parola  di Dio è  la storia  di un giovane studente  che si trova in piena crisi  esistenziale, contrariato da  una  realtà  che vive in pieno irrazionalismo   il suo  essere senza  Dio e senza valori.

Bibbia alla mano, si affonda nella sua lettura letterale,  uno studio sconvolgente  e pericoloso  che  lo porta  ad un progressivo  isolamento  fino ad una radicale  contestazione   della stessa  chiesa ortodossa,  della quale  fa parte, e della stessa    scuola,   che   insegna  verità  scientifiche   che nulla hanno a che fare con i fondamenti teologici.

Il  giovane protagonista vive con la madre divorziata, una donna semplice che non sa come  interagire con il figlio;  ben presto   viene indotta dal  suo  estremismo   ad  assumere comportamenti  di  assoggettamento  alle parole dei  vangeli.

A  scuola  Ivan si scontra con tutti i compagni, che al contrario di lui  vivono una vita normale e per nulla condizionata da crisi mistiche o religiose che siano.

C’è solo un compagno   con cui finisce per fare amicizia,  un’amicizia  legata al fatto che  l’amico soffre di un difetto ad  una gamba, storpiaggine che lo espone ad  essere spesso  bullizzato;  il primo moto verso di lui è di compassione, se si vuole.

Il giovane  promette all’amico  che  avrebbe cercato di aiutarlo, magari con la preghiera verso Dio,   al fine di  indurre   il Signore    a potere compiere una guarigione miracolosa sulla sua gamba.

Tra i due ragazzi nasce una sorta di complicità,   ma  il compagno  storpio  commette l’errore  di manifestargli tendenze omosessuali, proprio quelle  colpe   vergognose   che la bibbia condanna senza mezze misure.

Prima di arrivare alla tragica fine,  Ivan ha  modo di scontrarsi direttamente con la sua insegnante di biologia, una docente assolutamente   in linea con lo standard  professionale e  che   avrebbe avuto   la legittima  pretesa l   di fare  lezioni scientifiche sull’evoluzionismo  e  sulle leggi della fisica, chimica e di  tutto quel che ne consegue.

Il suo obiettivo è quello di insegnare ai ragazzi l’educazione sessuale al fine di  educarli ad assumere comportamenti  amorosi corretti e non a rischio.

Si trova  davanti lo scontro  di totale rifiuto di  Ivan,  che trasforma ogni tentativo di lezione in una vera e propria  pagliacciata  teatrale.

Ne nasce un conflitto   serio  tra la preside della scuola e la docente, che viene accusata di non sapere prendere il ragazzo e di proporre lezioni troppo  esplicite  e   provocatorie.  La stessa questione finisce per mettere in crisi la stessa vita sentimentale della giovane professoressa, ormai troppo emotivamente presa da questa situazione a dir  poco  complicata.

Tutto il corpo scolastico finisce per schierarsi  dalla   parte dello  studente,  che  viene visto come la parte più debole che va protetta; nessuno si avvede della vera follia  che alberga nell’animo di Ivan, il quale è arrivato a macchinare una strategia per eliminare la  povera  professoressa, colpevole d’essere  oppositiva  verso  prese di posizione  dettate  da credi personali  che non dovrebbero mai schierarsi  verso forme di radicalismo.

Il piano  diabolico immaginato per eliminare la rivale    prevederebbe  di  inscenare un incidente con la moto, sabotandone   il sistema frenante.

Durante una riunione straordinaria dove tutte le parti vengono convocate a trovare   una soluzione, la povera docente che si sente sempre più sotto accusa,  finisce per dare uno schiaffo ad Ivan, e a seguito di questo gesto  del resto  fomentato da uno stato di esasperazione,  la preside decide di licenziarla.

L’insegnante   sta per andarsene, come intontita dalla   decisione   a sorpresa, ma mentre scende le scale per abbandonare l’Istituto incontra l’immagine di  Stefan  tutta vestita di bianco,o meglio, la sua figura  incorperea   il cui corpo  è stato  da poco prima  ucciso    da Ivan con un colpo di pietra sulla testa.

Ne rimane stupita. Anche lo spettatore rimane  stupito.  E’ l’unico colpo di luce di una storia buia  che minaccia  tragedia fin dall’esordio.   E’ curioso che  proprio una materialista  dentro un film materialista dove l’unico ad avere fede è uno squilibrato che crede d’averla,  la fede,   arrivi ad avere questea capacità    sensitiva    paranormale.

Una voce sulle scale   proveniente  da quella immagine  le aveva detto d’essere stato ucciso da Ivan e che presto sarebbe toccato a lei.

Allora   ritorna sui suoi passi. Decide di non abbandonare il suo incarico  che lei sapeva avere svolto  con assoluta professionalità.

Con la forza    della disperazione   si inchioda le scarpe nel pavimento di un’aula  e  vi si pianta dentro  in segno di protesta.

Il tutto finisce con una inquadratura  della cinepresa sul povero corpo di Stefan, straziato  per avere scelto un compagno sbagliato.

Il film offre numerosi spunti di riflessione;  l’incapacità   delle istituzioni  di individuare e recuperare comportamenti  malati,   l’incapacità delle famiglie  di  interagire con le malattie mentali, la fragilità dei giovani che finiscono per    veicolare i loro possibili talenti  dentro   situazioni  estreme senza possibili   vie di fuga.  Ma anche   la fatica  dei docenti  di  riuscire    a non farsi travolgere  da situazioni così   estreme ma nemmeno  tanto improbabili.

Drammatico,  forse estremo, ma   interessante.