Feuerbach

Feurbach nasce nel 1804 e muore nel 1872. Per generalizzazione si può considerare l”800  l’inizio della filosofia contemporanea, così come con il 1500 per generalizzazione si fa iniziare la filosofia  moderna.

Sempre tenendo conto di come sia riduttivo e poco legittimato tracciare degli scomparti rigidi per natura, che alla fine  reclamano di intrecciarsi in continuazione.

Premessa questa osservazione banale,  si può definire Feuerbach il filosofo che ebbe la presunzione di criticare Hegel, dicendo che non avesse fatto altro che mettere la filosofia al posto della teologia, e di  far fare alla metafisica filosofica  quello che il dogmatismo  religioso aveva fatto del pensiero umano.

Per intenderci, Hegel sostiene che il Pensiero è l’Essere. Feuerbach sostiene che l’Essere è il pensiero. L’Essere diventa il soggetto, e l’unico essere esistente al mondo è l’uomo stesso. Dio non è che un essere inventato dall’uomo, vuoi per paura, vuoi per calcolo, mentre di certo l’uomo è Essere a se stesso.  E’ l’uomo il Dio di se stesso.  Da questa geniale intuizione deriverà Nietzsche, e da Nietzsche deriverà il concetto di morte di Dio.

Ma torniamo a Feuerbach. L’errore del cristianesimo inteso come la religione più evoluta in assoluto è stato di avere fatto fare a Dio quello che solo l’uomo può fare di se stesso, o meglio,  quello che nemmeno  l’uomo  saggio  farebbe a se stesso, alienando così la natura stessa umana che da protagonista ed assoluta si è ritrovata asservita a despodestata. Occorre rimettere l’Uomo al suo posto. Tutto l’amore di cui l’uomo è capace è quello che può mettere l’uno al servizio dell’altro, è quello che può accadere tra due esseri umani, di pari grado, di pari dignità, di pari potenza.

Il Dio estraneo della religione ha finito per indebolire l’uomo stesso, per condannarlo, per  sminuirlo, per impoverirlo. Ma è l’uomo che permette/crea  Dio e non Dio che permette/crea  l’uomo.

La sua opera L’essenza del cristianesimo diventa un Manifesto della sinistra post hegeliana.

Mettendo il soggetto con tutte le sue pulsioni, sensazioni e volontà alla base della conoscenza stessa,  viene smantellato l’impianto  intellettualistico e gerarchico  che Hegel  si era orgogliosamente  preoccupato di costruire.

Insomma, tornano a riaprirsi infinite porte  che sembravano  essere state chiuse.

Pascal

Non si può uscire dal ‘600 senza avere fatto un cenno a Pascal. Dire Pascal (1623-1662) significa dire Le ragioni del cuore, ossia quella seconda ragione che non segue la logica ma il sentimento, non un sentimento qualunque ma  uno capace di riempirci l’anima, lo spirito, il senso di  smarrimento  che si prova quando se ne rimane privi.

Pascal sembra un innamorato pazzo, un innamorato folle, ma questo suo innamorarsi  di Dio  inverità  nasce dalla consapevolezza di come sarebbe assurda una vita senza fede, senza luce, senza la possibilità della pace, della bellezza, della grazia, dell’amore tra l’uomo e Dio e tra gli stessi uomini.

A dire tutto questo non è un pensatore  squilibrato ed incapace di occuparsi d’altro nella vita; è uno scienziato a tutto tondo che aveva già fatto importanti scoperte in ambito scientifico e matematico. Sue sono infatti l’invenzione della calcolatrice che  sarà detta Pascalina,  suo  il teorema di Pascal detto anche il teorema delle coniche, suoi importanti studi  sui fluidi e sui  triangoli…

E’ un pensatore che avrebbe potuto avere una vita fastosa  e piena di onoreficienze, ma un giorno decide di lasciare le cose del mondo  per occuparsi delle cose di Dio, ritirandosi in un monastero, dentro la comunità di Port Royale.

Aderisce al giansenismo che sostiene la necessità d’essere rigorosi con se stessi  e  critici nei confronti di chi amministra  con leggerezza le vicende dello spirito. Questo movimento verrà annoverato dalla Controriforma cattolica tra i pensieri eretici perchè non asserviti alla teologia dominante  (che equivale a dire  che   i Francescani erano eretici perchè predicavano la povertà estrema), e Pascal verrà invitato dall’Inquisizione ad abbandonare  certe posizioni estreme  o giudicate pericolose; cosa che lui fece senza però   mai venire meno al suo principio interiore di fede.

Insomma, una questione di religione, ancora una volta, forse una delle ultime    prima di vedere il pensiero  moderno aprirsi totalmente alle nuove esigenze tutte umane e romantiche che vorranno occuparsi solo delle cose del mondo, già così complesso e ricco di stimoli da poter riempire comunque  spiriti  profondi  e segreti come quello di Pascal.

La sua opera maggiore, i Pensieri,  è diventata un classico intramontabile della letteratura; contro il divertimento, che Pascal giudica la più grande piaga del mondo,  il filosofo sostiene l’importanzadel silenzio, della meditazione, della preghiera, ma non un pregare alla superficie come è di molti falsi cristiani, bensì un pregare nelle pieghe dell’anima, nel sentire  interiore,  condannando quindi un modo del tutto esteriore e vuoto di professare il cristianesimo. Pascal  distingue anche il Dio dei filosofi dal Dio dei credenti. Il Dio dei filosofi  è un Dio pensato con la ragione, descritto con la ragione, come quello di Cartesio; ma Dio non può essere  pensato o compreso con la ragione della testa, ma solo con la ragione del cuore, come si diceva all’inizio di tutto questo discorso. Dio è una sfida, una provocazione, una scommessa che dobbiamo fare nostra. Insomma, è un azzardo, un rischio, un salto nel buio, di cui non c’è certezza di riuscita, ma è un salto di cui ne vale assolutamente la pena.

Tanto in geometria Pascal aveva avuto modo di sperimentare la perfezione ed eleganza dello spirito geometrico, tanto in  religione  Pascal invita ad avere lo spirito di finezza, cioè quel sapere vedere oltre, vedere dietro il velo che tutto sembra nascondere e che si lascia disvelare solo a chi bussa a quella porta nella volontà di vederla aperta.

Pascal conquista, nonostante non abbia fatto nulla per guadagnarsi un posto al sole, e forse proprio per questo. Sarà ripreso da  Rousseau, Heidegger, Kierkegaard, Schopenhauer, Manzoni, Dostoevskij ed altri celebri nomi…

 

 

Giambattista Vico

Con Giambattista Vico ( 1668- 1744)  nasce il concetto di storiografia  moderna  che lui chiama con  consapevolezza  e intento pedagogico  la Scienza nuova.  Individua  nel tempo tre epoche: nella prima l’uomo  sentiva senza percepire, cioè senza elaborare; nella seconda l’uomo ha  cominciato a percepire in maniera confusa ed emotiva; nella terza, che è quella attuale di Vico, l’uomo comincia a percepire in maniera ragionata.

Lo scienziato storico e credente (siamo in un momento in cui  non appare ancora sensatamente possibile  scindere l’essere storico con l’avere l’idea di Dio,  che il mondo  l’ha creato, pensato, progettato)  percepisce la presenza della Provvidenza divina che guida lo sviluppo stesso dell’umanità e che può intervenire nei fatti attraverso la messa a disposizione dell’uomo  civile; tutto quello che accade o potrebbe accadere non avviene per caso, ma avviene per un disegno misterioso  che l’uomo potrebbe rendere attuabile  interagendo con il disegno divino. In altre parole, la Storia non è solo in mano  agli uomini e alle loro decisioni  ( per fortuna, secondo Vico), ma  se si vuole lo sviluppo  ed il progresso  occorre avere in mente   quello che Vico chiama una Teologia civile e ragionata.

Teologia perchè non possiamo togliere la parola Dio dalla storia; civile perchè  è messa in opera dalla società civile e non certo dalla semplice opera di Dio; ragionata perchè non è poetica, non si tratta di fare delle fantasie, ma si tratta di interpretare gli accadimenti e quindi il cammino stesso della storia.

Vico insiste tanto sulla Provvidenza divina quanto sulla forza creatrice dell’uomo stesso che  si fa protagonista, autore, libero pensatore e costruttore  del mondo, in  collaborazione   con la provvidenza medesima, sempre se si vuole rincorrere fini di giustizia, unità e  sviluppo.

Insomma, il quadro è chiaro; la storia si è evoluta e da un mondo in cui si agiva per istinto e per riflesso, si è arrivati attraverso un mondo mitologico e fantasioso  ad una storia adulta, non più infante o  spensierata, dove l’uomo civile è diventato consapevole del proprio ruolo  ma soprattutto  dove  diventa importante  impedire  il ritorno delle barbarie o  della stessa mitologia  che ha esaurito la sua funzione  nel tempo  del suo massimo  sviluppo, il mondo greco.

Vico non può certo ignorare la presenza della violenza nella storia, e soprattutto gli episodi di intolleranza che certo la stessa Chiesa ha perpetrato nei confronti della stessa umanità.  Come li giustifica?  Sostenendo  che  può accadere da parte delle stesse autorità  religiose di cadere in errore, perchè l’uomo è  limitato  e responsabile di atti di brutalità  e  corruzione.  La lettura di Vico è profonda, idealistica, platonica, e nello stesso tempo ragionata e per questo illuminata. Vico crea un ponte tra il ‘600 e quello che sarà il ‘700, ma sarà solo nel 1800 e nel 1900  che verrà scoperta e  proclamata  la sua fama e la sua  importanza. Verrà ripreso da Hegel, dagli immanentisti, dai positivisti e dallo stesso marxismo; nonostante la sua evidente struttura conservatrice e anticartesiana,  Vico rappresenta il precursore geniale della stessa sociologia, psicologia e filosofia della storia e del diritto. Del resto lo stesso Cartesio che nel 1700 avrà grande spazio accanto a Newton,  dimostrò dei punti di debolezza, là dove lasciava  scoperto  il bisogno tutto umano ed ineliminabile    di  trascendenza  e di  spiritualismo.

Per concludere, Vico ebbe la forza di resistere al tempo dei lumi che soffiava sotto le braci e che faceva presagire che la storia stava andando verso tutt’altre direzioni,  lontano dall’idea di provvidenza e di  conciliazione  tra Dio e l’uomo.  Vico era un uomo straordinariamente moderno nel suo spirito di volere e pensare un mondo libero e in evoluzione, ma non affatto disposto a   dismettere l’abito del religioso, di chi ancora sente e percepisce e valuta in armonia di senso, fantasia e ragione, e nel rispetto del vero  che è ben più che il semplice certo,   che Dio  c’è, che Dio è forza, che Dio è  dentro di noi  e non  in qualche luogo  non si sa  dove, non si sa perchè…

 

 

 

La storia inoltre ci insegna il culto dei morti, il culto del passato, il culto  della Memoria  del passato, senza il quale non ci può essere nessun reale futuro.

 

Calvino

I due grandi protagonisti del Protestantesimo  sono stati Lutero e Calvino.

Calvino nasce in Francia nel 1509 e muore nel 1564 ; proviene da una famiglia aderente al puritanesimo  e  si occupa  al pari di Lutero di contrapporre alla Istituzione cattolica  dominante  ed intransigente   un nuovo modo di pensare più democratico e meno gerarchico.

I principi  di detta teoria calviniana sono assai semplici: Dio è l’unico assoluto regnante, il peccato si arroga di regnare al suo posto, ma gli uomini di fede possono contrastare questa situazione di  sopraffazione ricorrendo ad una morale rigorosa, libera dalle liturgie ecclesiastiche che sono solo vuota apparenza  e  attenta  alla semplice glorificazione  del Padre, per la cui benedizione ogni opera rivolta al bene può essere benedetta.

Nel 1541 si trasferisce a Ginevra, vi fonda  la Compagnia dei pastori  e indice un Concistoro che ben presto porta al fiorire di numerose iniziative  pubbliche e collettive  facendo di Ginevra la capitale del protestantesimo.

I compiti del Concistoro consistevano nel controllo dell’ortodossia religiosa e della moralità pubblica e la massima pena che esso poteva infliggere era una sanzione di natura esclusivamente ecclesiastica, non civile, la scomunica, consistente nell’esclusione dalle quattro Cene del Signore che venivano celebrate annualmente.

Dalla  Svizzera la fama di Calvino si espande nel nord Europa  dove fioriscono numerose comunità  calviniste.

Nel 1559 termina la sua opera letteraria  più importante,  “L’istituzione della religione cristiana”,   dopo un lungo periodo di elaborazione; i cardini di questa dottrina potrebbero essere così sintetizzati:  Dio è perfezione  e può essere percepito da tutti, però può essere conosciuto solo grazie all’intervento della grazia,  di fronte alla quale gli uomini sono predestinati. Non è consigliabile raffigurare Dio (questo causò una vera lotta alla iconografia sacra), e di Dio occorre credere nella sua Trinità.  Dio è Padre, Figlio e Spirito santo, ma non è  ovviamente una sola persona con tre teste; è la stessa persona ma distinta  in tre  presenze.

Accusa il cattolicesimo di avere inventato articoli di fede inserendoli a proprio arbitrio nella dottrina cristiana.  Sostiene la centralità della Sacra Scrittura che appunto proprio perchè fondamentale per l’uomo  non può essere abusata o rivista o corretta secondo motivi del tutto illegittimi.

Di tutti i sacramenti riconosciuti dalla Chiesa cattolica accetta solo il battesimo e la santa comunione; tutti gli altri sono secondo il suo pensiero   frutto della Chiesa medioevale e sono tutti arbitrari e contestabili. Il rito della comunione viene dissociato dal concetto di transustanziazione, ritenuto forzato  ed eccessivo.

In  accordo con Lutero rigetta la pratica delle indulgenze e mette al centro della salvezza solo la fede ed il concetto agostiniano di grazia.

Il Concistoro opera nel tempo attraverso il suo organismo costituitosi in un Consiglio detto degli anziani,  che nel tempo non si rivelò ovviamente   esente da errori di valutazione,  dimostrando  che anche all’interno delle conformazioni protestanti   ci sono stati episodi di intolleranza e di  condanna  del tutto discutibili. Dette responsabilità vanno imputate ai diretti  responsabili,  e non allo stesso Calvino  che di detto Consiglio disciplinare non faceva  personalmente  parte.

Si potrebbe semmai ritenere responsabile Calvino del suo stesso  rigorismo filosofico/religioso messo   a capo del suo stesso pensiero.  Si vive solo per glorificare Dio, tutto il resto è da condannarsi. La morte è da intendersi come una liberazione dalle pene della vita, e dalle fatiche a cui si viene chiamati per la glorificazione  stessa della Chiesa. I rapporti tra Stato e Chiesa sono stretti, nel senso che  dovrebbero camminare all’unisono, ma se questo non dovesse accadere per impedimenti storici,  la Chiesa deve proseguire  diretta  e in autonomia   verso  i propri insegnamenti.

I  rapporti tra  luterani  e calvinisti sono stati nel tempo  diversificati, ora positivi, ora in lotta, in stretta   corrispondenza con gli eventi locali, con i Principi al potere e con le esigenze  varie di collaborazione od opposizione contestuali

Per Calvino  il successo economico  della persona era un segno evidente di predestinazione. Da qui si intravede lo stretto legame tra protestantesimo   e capitalismo (Weber).  Ciò che differisce il calvinismo dal luteranesimo è l’assenza di misticismo. Calvino porta alle estreme conseguenze le premesse luterane’  ma rimane Lutero  l’humus  storico  che ci permette   di capire  quello che  questa Riforma religiosa e politica  si prefigge  di  realizzare.