Il pragmatismo americano

In filosofia non siamo tutti interioristi, idealisti e spiritualisti, anzi, la filosofia si è sempre divisa in due grandi fiumi  che hanno  acque ben differenti dentro di sè, o meglio, le cui acque vengono utilizzate in maniera profondamente differente.

Il pragmatismo americano di fine 800 e di primo  novecento  è tra quelle filosofie cosiddette dell’azione; ciò che conta è potere ottimizzare subito qualcosa per vederne in tempi  brevi i suoi frutti o interessi. Per la precisione è una filosofia della prassi, cioè conta quello che andiamo facendo e non solo teorizzando.  Il pensare una cosa significa andare a fare quella   cosa. Orbene,  se si ha l’intenzione di costruire una casa  nel giro di  poco tempo si potrà vedere costruita  quella casa. Se si ha l’intenzione di costruire un  modo di vivere e di essere,  occorrerà tutta una vita intera per andare a vedere il risultato realizzato. Il pragmatismo non avrebbe  tutto questo tempo, è u n giovane che corre di fretta, oggi qui domani là, chissà dove.

Certo non manca di metodo: che è sempre lo stesso, deduzione, induzione e abduzione. C’è una curiosità, un dubbio (non nel senso amletico ma scientifico) e allora scatta la ricerca;  in ogni modo l’uomo è sempre chiamato a decidere,  ad applicare il metodo scientifico in modo da potere verificare il suo pensiero, le sue probabilità di successo. Nella vita non ci sono certezze che tali rimangono, ma solo  credenze che si trasformano in altre credenze dentro un circolo continuo.

I primi   interpreti del pragmatismo saranno Charles  Pierce e William James.  Questo secondo  sottolineerà l’importanza   del comportamento consapevole contro quello meccanico.  Senza mai perdere l’aggancio utilitaristico di fondo del pragmatico.

Per intenderci, avere il pensiero   che Dio esiste potrebbe solo significare  una ricerca scientifica più serena, e nulla più.  Come dire, l’animo umano rimane umano, rimane se stesso, attaccato alla vita pratica e molto poco alla vita ascetica, sempre che si possa ritenere  razionale.  Si sottolinea  piuttosto la spinta emotiva e motivazionale che potrebbe arrecare  successo   all’azione   l’esercizio  del sentimento del credere.

Però i pragmatici non sono solo dei freddi calcolatori; se vanno ad applicare il loro credo  pragmatico   in un settore sociale come quello dell’istruzione e dell’insegnamento,   ecco che  tutto il credo  in  sè possibilistico   si trasforma in un ardente progetto che coinvolge la collettività,  che coinvolge le istituzioni, che  a loro volta coinvolgono  le famiglie e così di seguito, dentro una  logica del partecipare, del lasciarsi coinvolgere, del far fare e dell’imparare facendo. John  Dewey  sarà il massimo esponente del pragmatismo pedagogico e sociale   in America.

Dal suo canto  individua nel bambino il bisogno di avere delle abitudini che consolidano il suo apprendere, mentre nell’adulto  sono necessari continui impulsi intellettivi   che lo spingano a sapere  rinnovarsi, per non cadere nella vuota  ripetizione.  Per Dewey la società è una continua scommessa; non ci sono fini che non possano diventare mezzi e viceversa.  Per esempio, un oggetto artistico è contemporaneamente bello ma anche utile, per la sua ricaduta collettiva.  L’arte si distingue dalla non arte perchè la prima è espressiva mentre la secona è produttiva.  Ma  nella vita ci vogliono entrambi, l’espressione quanto la produzione.

E’ tutta una questione di organizzazione sociale;  occorre fare delle scelte che valorizzino e  stimolino  la cosa giusta al momento giusto.   La filosofia ha il compito di influenzare  gli indirizzi  generali messi in pratica,  così come la religione  deve uscire dai suoi recinti (che sarebbero le chiese)  per diventare moralità toccata dall’emozione.

Insomma, non male per un pragmatico.

 

 

 

 

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Ficthe

Ficthe nasce nel 1762 e muore nel 1814. Maggiore di neanche un decennio di Hegel, il quale ripartirà dal suo idealismo  illuminato, trasformandolo.

Ficthe dal suo canto riparte da Kant. Non solo riparte dal maestro ma in qual modo arriva a superarlo, arrivando a conservarne l’impianto messo però a rovescio.  Spieghiamoci meglio.

Kant in effetti ci aveva parlato di mettere la legge morale nel cuore,  ma parlando di Dio dice anche che è inconoscibile e che può essere in definitiva solo lasciato nel suo mondo  che non è certo il nostro.  Per Ficthe l’idea di Dio  si trasforma in una spinta interiore  forte e precisa, non solo idealistica.  Famosa la sua  ripartizione dell’io  che distingue in Io puro, Non io ed Io empirico. Lo scopo della filosofia è quello di educare l’uomo, prepararlo al suo compito di insegnante, di formatore, di dotto.

Gli attribuisce quindi una precisa funzione pedagogica che si deve tradurre in scelte politiche ed organizzative. La nascita della dialettica è in effetti in Ficthe e non in Hegel.

Solo la filosofia tedesca dimostra questa propensione assoluta, perchè quella francese si è rivelata troppo violenta  e quella  inglese troppo utilitaristica. Sul ruolo privilegiato  del popolo tedesco  Ficthe è assolutamente d’accordo con Hegel, o meglio, sarà Hegel ad essere d’accordo con Ficthe.

Le virtù morali sono la fedeltà, il coraggio e il sacrificio. L’essere è chiamato a non tradire l’io infinito che  sta dentro  di sè.

Si percepisce tutta la forza rivelatrice e travolgente che ispirano queste parole e queste espressioni che stanno nella bocca del filosofo come assolutamente inedite e per questo  speciali. Si sta formando lo spirito tedesco,  la patria  germanica e          l’idealismo germanico con tutte le sue migliori intenzioni e promesse.

Tra le sue opere maggiori  troviamo Le caratteristiche fondamentali  dell’epoca presente e Discorso alla nazione tedesca. Ma anche La missione del dotto, Il sistema della dottrina morale e Rivendicazione della libertà di pensiero.

Per il filosofo la storia non è qualcosa che va osservato,  raccontato o semplicemente verificato;  è qualcosa che si sceglie, che si crea, che ci interroga, che ci sprona,  a cui occorre dare delle risposte. Ecco il ruolo soggettivo che era sfuggito ad Hegel o che Hegel aveva ridotto a secondario, incapsulandolo  dentro un Sistema opprimente ed a sua volta oppresso.

Del resto questi sono i due grandi modi con cui guardare il mondo;  c’è chi rimane attratto dalle contingenze e chi rimane attratto  dalle utopie.  Ognuno alla fine  sceglie  quella che ritiene vincente.  Tutto stà nel valutare  il vero  senso della vittoria. E poi è anche una questione di equilibrio,  un equilibrio sempre messo a dura prova sia che si sceglie  la via soggettiva e sia che si sceglie la via oggettiva. Il rischio del male e della follia si nasconde ovunque.

Mi rendo conto di correre, di essere sintetica, ma alla fine si arriverà a un albero complesso  dal quale penderanno  numerosi frutti. Tutti quelli che  sono sbocciati da un seme  che è diventato fiore e che è diventato cibo.

Cibo per il pensiero.

Rousseau

Rousseau  rappresenta il secondo volto dell’illuminismo  che sposa anche la sua anima romantica  e potremmo dire intimista (il primo volto è rappresentato da Montesquieu e Voltaire).  Si profila come un gigante del pensiero moderno, per originalità,  autenticità e  complessità  psicologica/sociologica/antropologica.  La fortuna del pensatore ( 1712- 1788) inizia con un saggio che lo porta alla popolarità. Occorreva argomentare  se l’arte e le scienze avessero contribuito allo sviluppo sociale. Sostanzialmente Rousseau risponde in maniera critica e vince il premio dell’Accademia di Digione  iniziando  la sua fortuna.

Il filosofo  argomenta  che solo in apparenza tali energie hanno migliorato la società, ma di fatto il cancro della corruzione e dell’ipocrisia  impediscono alle arti e  alle scienze di realizzare  i frutti che si potrebbero  diversamente   raggiungere.  Di fatto le arti e le scienze vengono utilizzate o per indebolire l’autentico spirito creativo, o per  assoggettare  l’autentico spirito di ricerca e innovazione chenon viene messo al servizio di tutti. E’ tutto falso, apparente, mascherato, condannato al fallimento e all’impedire la felicità  di molti. Anzichè risolvere il problema della disuguaglianza, detta realtà è stata accentuata ed esasperata con lo strumento dell’adulazione, della mercificazione e della manipolazione.

Le cose però per Rousseau  ben presto si complicano;  dalla  fortuna  passa alla sfortuna  che  inizia con un secondo  saggio la cui   domanda posta in essere era la seguente: occorreva argomentare da dove derivasse la disuguaglianza sociale.

Rousseau  risponde che la disuguaglianza sociale nasce dall’uomo selvaggio e primitivo che decide di abbandonare il suo stato naturale, dove   esisteva  l’idea di famiglia promiscua, e dove l’uomo nutriva verso se stesso e gli altri sentimenti di pietà, conservazione e semplicità.

Per spirito perfettibile  e per spirito libero  questo stesso uomo selvaggio decide di abbandonare il suo stato di uomo semplice e attraverso un processo di apparente civilizzazione  si evolve verso un’organizzazione dove inizia l’idea centrale di famiglia chiusa. Inizia la lotta delle famiglie tra loro, messe in competizione. Da nomadi si diventa stanziali e da possessori    cooperativi si diventa possessori   privatii; il concetto di proprietà privata sconvolge quello che prima funzionava.

La lotta  si trasforma  in una guerra di tutti contro tutto, una guerra orizzontale che vede i ricchi contro i ricchi, i poveri contro i poveri, e i poveri contro i ricchi…Dentro questo caos generale l’unica via di uscita è stata arrivare ad un patto iniquo tra il padrone ed il servo. Quel patto  che Hobbes  aveva definito necessario e liberatorio, ma che invece era solo una autocondanna   che l’umanità si è fatta a se stessa.

Come uscirne?  Con un nuovo Contratto sociale che  si riorienti verso i valori  dell’uomo selvaggio, attraverso una democrazia diretta e attraverso  la nascita di uno stato democratico, quello  vero che sa ascoltare le ragioni di tutti e non solo di quelli che il potere già lo gestiscono. Da qui il suo scritto tutto politico dedicato appunto aa un Contratto equo  dove Rousseau  ipotizza un popolo sovrano e unico detentore del potere legislativo. Lo stesso potere esecutivo e di governo deve stare nelle mani del popolo, se si vuole un’autentica democrazia. In materia di diritto alla proprietà privata Rousseau sostiene che tutti devono disporre di quanto serve per la propria sopravvivenza  e che occorre garantire il lavoro. In materia di religione  sostiene un assoluto principio di tolleranza verso qualunque forma di credo.

Nessuno prima del  ginevrino  era arrivato a parlare in modo  così schietto e potremmo dire  poco  diplomatico; il pensiero filosofico diventa politico, sociologico, antropologico  e  psicologico, in una maniera assolutamente moderna e del tutto  anticipatrice di tempi che ancora non erano maturi  ad accogliere  questa  vivacità  intellettuale.

Rousseau insomma descrive contro il suo stesso interesse e addirittura  la sua stessa intenzione una realtà pessimistica e colpevole, che gli causerà una serie infinita di complicazioni e condanne morali, nonchè peggioramenti del suo stato di salute, che finì perseguitato da veri e propri attacchi  paranoici.

E’ comprensibile  come il filosofo finisca in disgrazia, prima elogiato per l’originalità, e poi abbandonato perchè scomodo e sconveniente, oltre che molto  chiacchierato, visto il suo stesso stile di vita al limite della normalità.

E’ altrettanto  straordinario come la filosofia rousseauiana   finisca per divenire centrale esattamente nei secoli successivi, in primis alla fine del 1700  quando fu presa a modello dalla rivoluzione francese, e  risultando per alcuni versi  ancora oggi attualissima.

Per riuscire a sbarcare il lunario dovette improvvisarsi  ora precettore, ora improvvisatore nell’arte del  riciclarsi, e solo ricorrendo alla protezione del nobile o della nobildonna di turno  riesce a  mantenere almeno se stesso ( dovrà affidare all’assistenza di orfanatrofi   la cura dei suoi stessi cinque  figli) e la propria ambizione letteraria. Compone diverse altre opere importanti come l’Eloisa, l’Emilio e le  Confessioni. Con l’Eloisa  introduce il concetto di amore  romantico e spontaneo contro l’amore ingessato e d’apparenza.  Con l’Emilio si prefigge di argomentare i principi di una nuva pedagogia che potesse permettere  la nascita dell’uomo nuovo. Con le Confessioni anticipa un genere quasi  sconosciuto e  per nulla  diffuso,  ponendo le basi  di una letteratura  intimista  e  psicologica fondata sulla riflessione e sull’analisi delle proprie vicende autobiografiche. I  critici parleranno addirittura  di una sorta di psicanalisi.

Verso la fine del suo percorso esistenziale si avvicina al concetto di estasi, unica via risolutoria al fallimento del suo tentativo di riforma sociale che Rousseau  giudica evidente ed inevitabile; è evidente che la società non vuole cambiare, è inevitabile  che la proprietà privata continuerà a dominare su quella pubblica, è evidente perchè è insita nella contraddittorietà umana che appunto ha deciso di smettere d’essere  selvaggia volendo trasformarsi in  civile. E’ inevitabile.  Oppone a questo sfascio  la teoria del tempo che muta e  la teoria della sospensione del tempo dove in quel preciso istante   l’uomo si può fare simile a Dio. Sì certo, facciamo che la storia  venga sospesa, immaginiamoci nell’assolutezza dell’attimo interiore  dove esisto io e Dio, Dio e me.   La contraddittorietà del filosofo è stata la stessa contraddittorietà del suo  stesso  tempo. Le sue Confessioni hanno superato di gran lunga il già bel vigore di quelle di Montaigne. Montaigne  “parlava” di essere sincero e senza maschera;  Rousseau “si faceva” totalmente sincero e senza maschera.  Il suo illuminismo psicologico si pone come l’alternativa all’illuminismo scientista di Cartesio. La sua filosofia del soggetto che vuole stare se stesso  in mezzo agli altri  si pone come l’alternativa alla filosofia dello Stato oggetto e del suo  tutto dominatore   sul particolare.

Proprio  quando  Rousseau si mostra totalmente indifeso  nelle sue Confessioni, sfidando la vergogna e arrivando a dire l’indicibile,  il filosofo arriva a  mostrare tutta la sua vera forza impareggiabile e insuperabile. Comprende di non avere più nulla da perdere, avendo già perso tutto, come i figli amati, la  rispettabilità, l’orgoglio.

Muore nella convinzione d’avere fallito in tutto, solo e povero, ma proprio questo suo uscire di scena così drammatico lo pone come il simbolo assoluto della rivoluzione che accadrà di lì a poco dopo. Gli altri illuministi al pari di lui avevano   parlato del bisogno di diventare uguali, del bisogno d’essere uguali davanti alla legge; lui ci aveva messo la faccia, lo spirito, la passione, la disperazione stessa…Un pensatore del tutto non omologabile e di certo   consapevole della propria diversità.

Kant lo riprenderà per il suo rigorismo sul controllo delle emozioni,  tema molto caro a Rousseau  che sentiva di  dovere molto lavorare sull’importanza del sentimento  non abbandonato a se stesso. Hegel e Marx lo riprenderanno per le sue idee politiche e diremmo rivoluzionarie contro il sistema dominante; Tolstoy lo paragonò al Vangelo per la forza linguistica e la capacità di coinvolgere il lettore; Freinet, Pestalozzi e Dewey lo riprenderanno  in campo pedagogico per la sua genialità educativa, visto che nell’Emilio il filosofo aveva messo il bambino al centro del processo di crescita. Su Rousseau la bibliografia è infinita, almeno quanto lo è stata su Dante, Schkespeare e i grandi autori classici. Non manca anche la critica negativa che intravide nell’estremismo   rousseauiano la premessa per derive totalitarie  che porteranno a stati di regime ed oppressione. Ovviamente, critiche tutte da sostenere con la forza dei fatti più che con la forza delle suggestioni.

 

Crepi il lupo

 

In bocca al lupo ragazzi, e Crepi,   in culo alla balena…

Sono con voi nello spirito,  anche se non  in presenza.

Fatevi valere   :-)))

 

Il ponte di Rialto

A  Venezia tutti conoscono il ponte di Rialto.  In Italia tutti conoscono il ponte di Rialto. Nel mondo tutti conoscono il  ponte di Rialto.

Lo conoscevano anche quattro giovani camerieri che a Venezia ci erano finiti per lavoro, forse come  riscatto  sociale,  forse  per caso, forse per strategia terroristica.

Di origine Kosovara,  di fede jiadista (cioè terroristica), i quattro giovani  macchinavano un attentato sul ponte, dove quattro bombette ben posizionate avrebbero dovuto farlo saltare, e con esso  falcidiare un bel pò di miscredenti, un bel pò di  infedeli occidentali  che  hanno deciso di vivere senza Dio offendendo il suo nome  e la sua   sovranità spirituale.

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