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LE DANNATE

LE DANNATE è la storia di tre donne semplici che in terra di Sicilia  si oppongono alle leggi della mafia. Del resto è una storia molto conosciuta perché il suo scrittore è Massimo Giletti, il noto giornalista e conduttore di NON È L’ARENA, che a questa vicenda ha dedicato molte puntate, non esclusa una diretta televisiva dalla piazza di Mezzojuso,  il piccolo paese protagonista di questi eventi.

Irene, Ina e Marianna abbiamo imparato a conoscerle, chiedevano solo una vita normale nella loro meravigliosa terra baciata dal Mediterraneo,  ed invece si sono trovate contro la loro stessa volontà a coprire l’impegnativo ruolo di donne coraggio, che vanno contro un intero sistema omertoso, a difesa del loro stesso onore (passatemi la parola che ahimè non è più facilmente esprimibile), in difesa dei loro affetti più cari, a difesa, infine, della loro stessa sopravvivenza.

Prima di loro già il padre, il signor NAPOLI SALVATORE,  era stato oggetto di pressioni mafiose locali, quando era nata solo la prima figlia, ricevendo  accuse piene di infamia,  tutte  miranti all’esproprio  della TERRA agricola e di pascolo, per farne diventare prati destinati all’EOLICO,  il nuovo business emergente intorno a  cui ruotavano grandi FONDI EUROPEI,  molti piccioli, per intenderci, cosi tanti  da farci grandi affari….

Non è da escludere che proprio lo stress accumulato a combattere queste maldicenze terribili che lo dipingevano come un uomo di COSA NOSTRA, fu la causa prima di un suo malessere, quando un ictus gli scoppiò nella testa e all’ospedale i medici lo avevano dato per spacciato.

Forse i medici non conoscevano la sua voglia di vivere, che infatti gli fece superare la fase critica e tornare a casa dalla moglie e dalle sue tre FIGLIE fimmine,  visto  che il destino non gli aveva concesso un figlio masculo.

Rimane malconcio, con mezza parte paralizzata, e sopra una sedia a rotelle, ma con il cervello ancora funzionante, tanto che era ancora lui che in casa diceva  CON RAGIONE  alla sua tribù di donne quello che andava fatto e come lo si doveva fare.

Fino a che Totò ( come era chiamato da tutti) non ce la fa più , e allora sì, comincia il vero calvario per Marianna, Irene e Ina.

Alla mafia locale con a capo  quel Simone La Barbera figlio del boss Nicola La Barbera che dopo il carcere se n’era tornato al paese ossequiato più di prima, doveva sembrare cosa facile avere ragione su tre buttane (termine registrato dalle intercettazioni telefoniche…) ed una madre anziana, che tutto avrebbe voluto, tranne che mettersi nei guai.

E è altrettanto evidente che nemmeno loro   sapevano con chi avrebbero avuto a che fare,  e forse nemmeno le misere  tre donne avrebbero mai immaginato di possedere tanta forza di resistenza.

IL PUNTO era che cedere avrebbe significato dare ragione ai prepotenti, al Paese che da sempre rideva di loro, a chi  aveva già operato malvagiamente contro il padre, portandolo nella tomba,  e poi con quale forza si sarebbero potute guardare allo specchio, la sera?

Il capo mandamento di Mezzojuso, uomo di fiducia di  Binnu Provenzano, in quel fazzoletto di Sicilia confinante con Corleone, terra di Totò Riina, e dell’ancora oggi imprendibile  Matteo Messina Denaro,  dietro la sua facciata di uomo per bene e sempre disponibile,  ha cercato in tutti i modi di piegare  le sue vittime; prima con le buone, poi con le minacce, poi con i fatti, e dopo il fatto di averle prese a sassate (non lui, ma i suoi bravacci),  suggerisce alle donne spaventate di cedere, di fare quello che  veniva chiesto loro di fare, cioè vendere e andare a fare altro….facendole  portare  dal boss e sconsigliandole di andare dai CARABINIERI.

Insomma, chi vuol conoscere per filo   e per segno questa vicenda di piccola mafiosità locale che intreccia  i grandi piani della mafia siciliana,può andare a leggersi il libro, che si divora   in un batti baleno e che fa capire bene le cose.

Quello che a me qui preme di raccontare,  è come si possa DIRE DI NO   a chi ci vuole imporre la sua volontà violenta, e ci ricopre di  minacce, di sabotaggi al lavoro, in modo da ridurci sul lastrico e volerci fare passare per degli  squilibrati, se non peggio, noi stessi dei malavitosi.

La tessitura del ragno che ci vuole portare nella sua trappola é ben congeniata, tanto ben congeniata che  solo un ingenuo non sprovveduto,  o un semplice, appunto, può resistere alla legittima fatica e alla legittima paura di non farcela.

Ed ecco che Ina, Irene e Marianna fanno la sola cosa che avrebbero potuto fare, ossia andare finalmente  al comando dell’ARMA di Mezzojuso  a denunciare tutto, e poi tornarci l’indomani, e il mese dopo, e ancora il mese del mese successivo, e così per anni, senza mollare, mettendo nero su bianco testimonianze, fatti, episodi, fotografie, timori, sfoghi di rabbia e tante lacrime, sante lacrime di donne che solo piangendo riescono a tirare fuori il meglio di loro stesse.

Ecco che da un fatto di soprusi e di minacce più o meno mascherate (ma neanche troppo), ne esce fuori  un procedimento di indagine, e dopo il primo ancora non  sufficiente, ne segue un secondo, questo assai più ricco di dettagli, tali da riuscire a mandare dritto dritto i colpevoli nelle patrie galere.

Purtroppo a questa storia di mafia dei pascoli manca assolutamente la parola fine. In paese c’è chi giura che non finirà così,  che le DANNATE (così come sono state battezzate le tre donne) avranno quel che loro spetta, che non si deve spezzare la regola dell’omertà,  che non si può mettere un intero paese alla berlina del giudizio del mondo, accussi  , per un capriccio, per guadagnarne fama,  per ottenere i  privilegi delle vittime di mafia…che furbe sono ste Napoli, altro che miserrime.

Massimo Giletti conosce bene come vanno queste cose, meglio di me senza dubbio, ed anche lui ha ricevuto minacce, offese, insulti, con lo scopo di farlo desistere, o  con lo scopo di esternare la rabbia che non si vuole e non si riesce a controllare, magari per ottenerne qualche beneficio in cambio….

Giletti se ne è altamente fregato, ha tirato dritto, ignorato il fango che gli tiravano addosso, esattamente come avevano fatto per oltre dieci anni le tre sorelle, che si sono viste giorno dopo giorno private del loro raccolto, delle loro entrate, del loro amatissimo cane Beethoven, fatto trovare scuoiato sotto altre carcasse putride..e private della loro vita normale, che solo quella  chiedevano di vivere.

Povero quel Paese che ha bisogno di eroi per trovare se stesso, ma ancor più povero quel Paese  che non sa fermarsi, interrogarsi e in qualche  modo ravvedersi e  capire.

In quanto alle sorelle Napoli, non  ci pensano proprio a mollare proprio adesso che la giustizia così lenta e  complessa  è riuscita a mettersi in moto.

Irene confessa di volersi laureare in sassofono, Marianna vuole aprire un ricovero per gatti e cani randagi, Ina vuole diplomarsi geometra, come il babbo. E poi chissà, sarebbe fantastico progettare un agriturismo nella valle di Guddemi.

Questo è stato il primo libro scritto da Giletti, che di storie non ne aveva mai scritte prima, visto che lui le notizie di norma le racconta in diretta, per tv, andando per archivi e per gente di strada. Ci spiega alla chiusa del racconto che  ha avuto il bisogno, questa volta, di farne una storia, forse perché è dopotutto un sentimentale; forse perché si è sentito di dovere fare di tutto per proteggere qùeste tre persone abbandonate a loro stesse  e simbolo di una condizione femminile ancora troppo spesso dimenticata e vittima di violenza;  forse perchè la mafia si combatte anche così, mettendo nero su bianco nomi, cognomi, fatti, impressioni, date e luoghi per bocca di gente come potremmo essere noi, gente normale.

Loro, le tre ragazze, non si sono fatte mettere i piedi in testa, hanno reagito, tenuto a freno un sistema terribile che difficilmente si piega; hanno fortunatamente  potuto contare su un bravo comandante, PIETRO SAVIANO, che nonostante la giovane età ha dimostrato d’avere fiuto e tenacia quanto basta, per andare Fino in fondo.

Sì, anche Massimo lo  dice, per queste sorelle che sono state fortunate, tanta altra brava gente rimane nell’ombra, e come le Napoli si trova a lottare da sola e senza sostegno situazioni pesantissime. loro CI parlano a nome di tutti.

Tutto comincia con un qualcosa che ci cresce dentro lo  stomaco, un qualcosa   che se non dovessimo  decidere di fare, sentiremmo di non potere più avere voglia di vivere.

E così lo si fa .

Lezione di pedagogia

Lev Vygotzskji  

 

Umberto Eco

Umberto Eco  nasce il  1932  e muore il  2016.  Passa alla storia come il filosofo/semiologo  dell’inganno, della comunicazione mascherata ed equivoca. Come già anticipato è sostenitore del pensiero debole, del pensiero critico  e pessimista, ma nella sua vita si è occupato di tutto, cinema, letteratura, accademia,  televisione, musica, spettacolo,  giornalismo,  fumetti, politica, bibliofilia e   traduzione.  Si impone alla notorietà  con la pubblicazione del suo  primo  romanzo Il nome della rosa, una storia  di delitti  oscuri ambientata nel medioevo dentro un ambiente monastico che viene con maestria dissacrato intorno al tema emblematico del riso ( inteso come voce del verbo ridere). Il libro diventa un best seller e finirà per essere da Eco  detestato a morte, perchè nessun romanzo a lui succeduto  potrà più  replicare  e competere con questo.   Emerge da subito il suo stile innovativo, controcorrente, sperimentatore e  conoscitore del   sistema dominante.

Per caso entra nei circuiti televisivi della Rai, che diventerà  per lui come una seconda casa e dove   arriverà a ricoprire un ruolo fondamentale nella sua carriera di uomo pubblico, versatile  e di critico/rinnovatore.  Il filosofo dichiara in più interviste di avere assistito a un progressivo declino della   qualità della comunicazione, che  nel tempo tutto è andato peggiorando e scadendo nel contenuto  e nella sostanza.  Leggi di odiens  la fanno da padrone sulle priorità contenutistiche  che vengono soffocate e sacrificate al dio denaro. L’avvento del digitale non ha contribuito  per se stesso a migliorare le cose, con la differenza che l’ignoranza di pochi è semmai diventata l’ignoranza di  molti, di quelli che non si fermano a riflettere e a leggere i messaggi nascosti/da decifrare.

Una delle emergenze che il filosofo denuncia è la totale assenza di memoria da parte soprattutto delle nuove generazioni; i giovani vivono dentro un circuito mediatico dove  regna il caos generale, la consumazione dell’attimo,  e sono venute a mancare le coordinate di fondo che ogni essere umano in quanto membro di una Storia  collettiva  in evoluzione   dovrebbe come minimo conservare. In pratica, i giovani non sanno collocare episodi storici fondamentali non solo nel giusto anno/periodo storico ma persino disconoscendone  le coordinate  di riferimento.  E’ come  avere in casa un letto a  testa in giù, una scala che non può essere nè salita nè scesa, insomma, un nulla di fatto.

Prima priorità quindi è Recuperare la storia e le sue coordinate fondamentali.  Per fare questo è importante avere un buon libro di testo ( in questo caso sia di storia che di filosofia),  che sia ricco di immagini come di sussidi audiovisivi e multimediali,  perchè e noto che aiutano l’apprendimento.  Lo studio della storia/filosofia   è contemporaneamente studio della geografia, ossia del mondo inteso nella sua spazialità e nella sua conformazione  territoriale, è ovvio.  No ai sussidi  rigidi, che seguono pedissequamente il programma, che si prefiggono di essere una specie di vangelo assoluto (e nello specifico critica il Lamanna). Il testo deve avere la funzione di avvicinare, incuriosire, stimolare, porre domande, alle quali l’alunno deve provvedere a dare le proprie risposte, altrimenti   la didattica viene persa di vista e perde in efficacia.  Eco non si lascia nemmeno  sfuggire   le potenzialità del multimediale in termini di ricaduta gnoseologica/apprenditiva, e si fa sperimentatore di nuove teorie della narrazione proprio grazie all’uso dei media,  oltre che un grande  sostenitore dell’open source e un grande entusiasmato   lettore di wikipedia, giusto per citare una delle maggiori fonti  editoriali  mediatiche.

Si pone contro i luoghi comuni che decide di combattere e di cui la scuola e non solo è ricolma;  è un pensatore fortemente europeista, ma curiosamente scopre la bellezza europea  solo dopo un suo viaggio in Usa; dall’altra parte dell’oceano   si accorge che gli americani guardano all’Europa come ad un gioiello a cui tendere  e verso cui ispirarsi, perchè  sanno che loro vengono da qui, e sanno che loro sono un nostro prolungamento, anche se poi hanno preso delle caratteristiche  proprie. E poi  siamo noi europei che dall’esterno ci rendiamo conto di quanto  in casa nostra   si  abbia molto di più che all’estero  non può essere trovato.

Anche se il  mondo è diventato  globale  non si deve perdere lo studio dei classici che secondo Eco devono rimanere testi OBBLIGATI.   Difende la  funzione dell’Erasmus  ed incoraggia l’avvento di una lingua condivisa dentro una realtà multilinguista   che dovrebbe diventare polilinguista.  Se i giovani odiano i classici è solo colpa  dei docenti che non hanno saputo trasmettere la loro insostituibilità.  Sappiamo  quanto Eco stesso fosse una grande conoscitore del Medioevo e quanto lui stesso sia stato uno studioso della classicità.  E poi ricordare il passato significa potere avere un futuro migliore.  Ma cosa ricordare?  e cosa selezionare dentro il mare magnum della rete che passa di tutto tra cui la stessa spazzatura   della sub cultura dominante?   Come sapere riconoscere un testo falso da uno  da  conservare?  Non lo si può fare senza prima averlo letto, e quindi è importante creare il senso critico che ci può proteggere dalla cattiva  comunicazione.

La prima cosa che va insegnata ai giovani è di leggere, qualunque cosa anche i fumetti vanno bene; un uomo che legge ne vale almeno  due.  Il momento della lettura dura tuttala vita, è un viaggio meraviglioso e personale, che ognuno può costruirsi come meglio crede.  I media aiutano nella diffusione del sapere, ma solo se ci facciamo i capitani di questo  cammino. Dentro questa diffusione della buona cultura  la televisione ha occupato ed occupa un ruolo di primo piano. Con il maestro Manzi  gli italiani  hanno imparato  a leggere e a scrivere(giusto per fare un esmpio);  avevamo una tv che faceva bene ai poveri e male ai ricchi, che molti ci invidiavano, come  altre cose che abbiamo nel tempo mandato alla deriva.

Oggi abbiamo una tv che fa male ai poveri e bene ai ricchi,    che intanto  i mezzi per formarsi li vanno a reperire altrove.   Popper ha molto scritto sulla teoria del complotto e come già detto altrove   ha molto  scritto del come fare buona televisione; esisterebbe una congiura che si adopera perchè tutto questo non  accada, ma di dette prove conplottiste   non è mai stato trovato molto. Semplicemente se un programma è cattivo bisogna sapere spegnere la tv, e diventare   critici cioè capaci di scegliere.   Insomma,  è ammesso cambiare idea.    Lui stesso che da giovane aveva frequentato le fila dell’Azione cattolica, studiando Tommaso d’Aquino perde la fede (secondo Eco  fortunatamente) e si rende conto  dell’inganno che alberga dietro  questo modo   errato di   credere. Sempre  senza con questo voler dare degli idioti alle intelligenze  religiose  che hanno il diritto di conservare il loro pensiero. L’alternativa alla cattiva tv (come alla cattiva fede)   può essere l’uso  critico della rete (come l’uso critico della fede).

Tornando al tema   del complotto,   sono esistite ed esistono forme di complotto conosciute,  anche editoriali;   la  più celebre tra tutte  riguarda la pubblicazione dei Savi di Sion, un testo che non ha nessun fondamento storico e scientifico, ma solo quello diffamatorio e propagandistico a  danno degli ebrei. Ma  non bisogna fare la fine di quello che urla Al lupo al lupo per ogni nonnulla;  il giorno che il lupo arriverà per davver nessuno più ci crederà.   La stessa rete è ricolma di teorie complottiste contro tutto e contro tutti, ma non per questo  bisogna darci credito.    Umberto Eco sostiene che in questo modo si perde di vista il  vero problema.  Una teoria complottista vera  prima o poi si rivela tale, mentre se tale volesse   rimanere, con i mezzi di segretamento e depistaggio esistenti,    non ci sarebbe verso di sventarla.    E poi c’è il complotto su ordinazione che ha lo  scopo di spostare il focus da un punto reale   verso un punto deviato.  Insomma, non mancano le bufale ed i complottisti di professione che devono  ricevere  il tempo  che   meritano. C’è tutta una letteratura che gioca sull’equivoco, sulle coincidenze, sulle supposizioni, sulle patologie  psichiatriche  di lettori paranoici e schizofrenici. Il filosofo dedica anche molto tempo al legame esistente tra  la cultura di massa e l’uso dei mass media nel periodo fascista,   dove passavano attraverso i programmi  e le immagini   selezionate i valori verso la tradizione, il rifiuto del modernismo, il culto dell’azione per l’azione, la paura delle differenze, l’appello alla frustrazionw  delle classi medie , lo stesso tema  del complotto, il machismo  e  il populismo qualitativo. Un uso mediatico della tv  praticamente mai uscito di scena.

In generale    è  risaputo che le buone notizie non vendono, sono le tragedie che fanno cassa, è la passione per il gossip, il pettegolezzo, l’ingiuria, il delitto, il malaffare, il malcostume,  il sospetto verso chi ci vive accanto…finendo per dominare sul buon senso  che   la macchina del fango  distrugge, inquina, corrompe, delegittima, discrimina. Dentro tutto questo al buon lettore  non rimane che la speranza che il buon giornalismo sopravviva. Lo  stesso gioco linguistico dell’alluccinazione e dell’inganno viene spesso usato anche da Eco nei suoi scritti, dove dichiara di divertirsi  a far dire ai suoi personaggi le cose più assurde,  dove però rimane  evidente che si sta facendo un gioco   rocambolesco,   dove si avvisa che  non bisogna credere  a nulla, dove si insegna  a  rimanere con le orecchie e gli occhi  bene aperti…

Alla fine emerge una grande considerazione da  parte di Eco per il nostro  mondo  Italia, che  non ha un sistema paese, che non ha un’unità di popolo, ma è ricco di  persone geniali  che tutto il mondo ci invidia e che molto hanno dato alla storia  del pensiero.  Per fare un esempio, il nikilismo ha attraversato sia l’Italia che la Germania, con la differenza che in Italia Leopardi ne ha fatto un motivo per essere migliori, la Germania lo ha preso per se stesso ed ha prodotto il nazismo. Insomma, noi avremo molte pecche  ma  abbiamo una forza straordinaria  che ci spinge a  risorgere meglio degli altri dalle varie catastrofi e prove di  resistenza.  E  nonostante noi stessi si sia ricchi  di delitti eccellenti e per nulla inventati, a partire dal caso Mattei, il caso Pinelli, Papa Luciani, Aldo Moro, Ambrosoli, Sindona,  Dalla Chiesa, Borsellino e Falcone,  Mafia capitale…tutti argomenti  fatti su misura per istigare le teorie complottiste  dove la realtà supera la fantasia.

Giuliano  Ferrara, il giornalista, accuserà Eco di fomentare l’odio e di essere di parte, trascurando l’insegnamento liberale di Kant, che avrebbe studiato  ma non compreso.  I suoi studenti invece lo adorano, lo ammirano e lo inseguono,  perchè Eco potrà essere criticato per la sua personalità diciamo senza dubbio partigiana (tutti gli uomini di carattere finiscono per esserlo),   ma   sempre senza dubbio  espressione  di  se stesso, genuinamente amante del dialogo diretto e senza velature,  lui che gli imbrogli li lasciava tutti  nelle parole dei suoi personaggi. Non si contano le onoreficienze  italiane  e    straniere da lui ricevute, le collaborazioni accademiche e le cittadinanze onorarie.   E poi nessuno ci vieta di seguirlo sul suo stesso cammino, rendendogli la stessa pariglia e lo stesso  sagace umorismo.