Archivi giornalieri: luglio 17, 2019

Kant ed Hegel

Kant passa alla storia come il filosofo che prende coscienza del limite, di quello che sveglia la filosofia da un sonno dogmatico che evidentemente il genio di Cartesio non aveva contribuito a risolvere veramente. Lui ci dice  che esiste il FENOMENO ed il NOUMENO (le vecchie res cogitans e res extensa di Descartes) di cui il fenomeno può essere indagato con le categorie dell’intelletto ma del noumeno, che non è esperibile e verificabile, non si può dire nulla. Fin qui nulla di nuovo.

Il salto di qualità che lui dichiara possibile grazie alla filosofia di Hume che aveva radicalizzato la filosofia di Locke, è la CRITICA che lui muove al positivismo  e all’illuminismo che si stavano già illudendo d’essere inarrestabili nel loro  progresso e di essere auto-bastanti. Nell’atto del conoscere non conta tanto l’esperienza quanto gli strumenti interni l’atto del conoscere che permettono questo avvenimento. Questi strumenti si chiamano SPAZIO E TEMPO, che sono intuizioni pure, esattamente come il cogico ergo sum cartesiano, cioè auto-evidenti. Tutto ciò che si conosce accade in uno spazio e in un tempo. E le domande di partenza di Kant sono quattro: come è possibile la matematica pura, come è possibile la fisica pura, come è possibile la metafisica come bisogno, come è possibile la metafisica come scienza.

Risposte: la matematica pura esiste come astrazione, con cui l’uomo misura la realtà, come dire, è un linguaggio universale che la ragione applica al conoscibile. La fisica è il luogo naturale  dove la matematica viene applicata. La metafisica è dentro l’uomo che si pone naturalmente domande volte verso l’infinito. Però non è una scienza, è un tendere verso. Per primo dice che c’è qualcosa che si chiama scienza e qualcosa che si chiama metafisica, cioè non scienza.

Le sue opere portano sempre la parola CRITICA, per sottolineare che la filosofia è per natura indagatoria, dubbiosa, e nello stesso tempo metodica, sistematica. C’è molto Cartesio in tutto questo. Critica della Ragion pura (Conoscenza)  che diventa Critica della Ragion pratica (Etica). Poi diventa Critica del giudizio (Estetica) con l’idea del bello, l’impulso creativo. Infine l’idea politica fondamentalmente liberale  che aspira alla pace tra tutti i popoli.

Viene fuori l’anima di Kant, il suo pallino fisso non è la Fisica e il fenomeno, che lascia agli scienziati, ma la Metafisica con il noumeno, il solo  vero campo che spetta alla filosofia. Cartesio lo aveva trascurato. Ecco che l’io penso statico qui diventa l’io penso dinamico.

Dalle quattro domande iniziali Kant arriva alle quattro domande finali   ossia il che cosa posso sapere, che cosa devo fare, che cosa posso sperare, che cos’è l’uomo. Nessuno filosofo non mistico si era posto queste domande prima di Kant. Il filosofo  vuole porre la questione etica in quanto uomo e non in quanto credente o religioso. Lui dice: “Non devo per forza appartenere ad una religione per aspirare di comportarmi in maniera etica, devo invece potere aspirare d’essere un uomo giusto solo e proprio in quanto uomo”

Tombola. Kant aveva già capito tutto. Le religioni sono scelte personali dei singoli, ma la Giustizia è una necessità antropologica dei popoli. Le religioni sono atti di fede (se vissute correttamente) ma il rispetto della Legge e la ricerca del Bene è già dentro ogni uomo che aspiri a definirsi tale.

Non può essere imposta dall’esterno, nessuna legge mi può obbligare a comportarmi bene, però può e deve essere voluta dal singolo, se vuole vivere in pace con se stesso e gli altri. Ecco che Kant arriva ai tre Imperativi o Regole universali che dicono: Agisci come se tutti fossero come te, Agisci come se ogni persona fosse un fine e non solo un mezzo, Agisci liberamente nel rispetto del mondo.

Insomma, un pò come la regola cristiana del non fare agli altri quello che non vorresti facessero a te. Ma la genialata di Kant è che lui dice che non c’è bisogno di appartenere ad una religione per essere corretti, sei TU in quanto essere umano che devi sapere quel che è giusto fare.

I suoi diretti ispiratori sono Rousseau e Voltaire, che gli avevano aperto la strada del romanticismo come pensiero rivoluzionario e volto al compimento della felicità.

Ma quale felicità? Non certo quella degli sciocchi o degli illusi. La felicità è una cosa seria che può richiedere molta molta fatica, e non è per nulla spontanea.

Per Kant Dio non può essere dimostrato, ma solo sperato/desiderato. Se Dio fosse dimostrabile, l’uomo sarebbe condannato a comportarsi bene e non sarebbe più libero. La libertà sta proprio nel diritto di scegliere  (Pascal avrebbe detto di scommettere); se poi dopo la morte si dovesse scoprire che Dio esiste, tanto meglio, tutto di guadagnato. Ma Dio deve rimanere un dubbio fino alla fine. Almeno per l’agnostico.

Sulla sua tomba volle che fosse scritto “Ho vissuto con la legge morale dentro di me ed il cielo stellato fuori di me”, come dire “Ho vissuto in pace”.

Cosa aggiungere? Kant amava la vita ed amava il suo lavoro, amava l’ordine che è il luogo naturale della pace, amava la pratica del Bene e potersi definire una brava persona.

Dopo di lui arriva Hegel, di tutt’altra pasta e formazione, ma che rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia. Hai voglia di superare i dualismi, le contraddizioni,  ma alla fine è sempre con il diverso  che si deve andare a fare i conti.

Hegel è noto per essere stato un pensatore difficile da seguire, perchè ha l’ambizione di porsi come il fondatore della VERA FILOSOFIA. Ambizione non da ridere, si potrebbe dire.

Per ogni branca del sapere lui ha la pretesa di dire la sua, mette tutto lo scibile dentro un MACRO SISTEMA che tutto comprende, e lo fa attraverso qualcosa che lui chiama DIALETTICA.

Il suo ispiratore è Fichte, che già aveva parlato di tesi, antitesi e sintesi, ma Hegel la porta al suo massimo livello. Esporre Hegel nel suo compendio non è il mio scopo, non lo si fa nemmeno a scuola e poi non vorrei fare addormentare il lettore;  il mio scopo è fare capire perché Hegel è diventato parte integrante del nostro mondo tanto che ancora oggi si parla di scuole hegeliane e di visione hegeliana del mondo.

La genialata di Hegel (e che  fortuna che esistono i geni) è che praticamente lui ci dice: ciò che conta della conoscenza non è capire le singole cose, ma capire il sistema, il tutto, dentro il quale le singole cose divengono (ricorda Eraclito). Tutto è un processo, una lotta, uno scontro, perché il soggetto si misura con gli oggetti o soggetti altri e deve arrivare ad un’intesa. Facile ravvedere nel soggetto la tesi (momento dello spirito soggettivo, della propria volontà), nell’oggetto l’antitesi (momento dello spirito oggettivo,  della negazione, dell’alienazione), e nell’accordo finale la sintesi  (momento dello spirito assoluto). Questo cammino accade nella famiglia come accade nello Stato che non è che una grande famiglia. Ci sono le regole e bisogna rispettarle in quanto esseri razionali (lo diceva anche Kant). A tutto questo  Hegel  infine  conferisce il nome di STORIA, che è il compimento dello spirito assoluto.

Nella storia accade quel che deve accadere, ossia è sempre il più forte che avanza, che altrimenti perderebbe. La storia quindi progredisce anche quando non sembrerebbe, anche quando il costo di questo progresso appare alto e privo di senso. Ogni uomo è una pedina in mano a un GARANTE  che è lo STATO, uno Stato forte, sovrano, etico, cioè perfetto, anche se è fallibile. Locke e Hobbes vengono buttati nel cestino, loro parlavano di discutere o di accettare contratti, qui invece c’è la complessa MACCHINA GOVERNATIVA  che procede da se stessa, grazie alla sua forza che è la BUROCRAZIA,  senza bisogno di consenso.

La vita va guardata da questa angolatura, dall’alto. I minuscoli operai che si animano nella fatica di vivere non hanno valore in sé, nessuno si ricorderà di loro nel tempo; sono solo i grandi uomini, i condottieri, che la storia ricorderà e celebrerà, perché nei capi lo spirito assoluto si compie.

Tutti abbiamo lo scopo di servire la realizzazione dello spirito assoluto, e questo è di per sé  degno d’essere vissuto.  Quindi il RAZIONALE E’ IL REALE.

Senza rendersene conto Hegel pone le premesse dei totalitarismi che esploderanno nel 900.

Nessuno se ne accorge subito, tranne uno, Schopenhauer, il maestro di Nietzsche, che infatti lo critica e gli dà del ciarlatano.

Mentre  Hegel insegna all’Università il mondo si sente tutto hegeliano. Tutti si riconoscono in questo pensatore che entra nel vivo della vita reale, mentre le lezioni di Schopenhauer vanno deserte; Hegel piace, convince, conquista, perché entra  nel vivo della politica cioè della vita reale, fa della filosofia uno strumento di organicità,  mette il pensiero ad una finalità pratica,  non parla più solo di essere e non essere, di come si conosce e come può essere dimostrata l’esistenza di Dio, di cosa sia il sommo bene  e come si possa realizzarlo, in quanto  parla di tutto tutto tutto  questo e lo mette dentro un sistema.

Come Kant mette la religione sotto la filosofia, in quanto la religione è un atto di fede, ma la filosofia è un atto di ragione. E ciò che conta è sapere d’essere dalla parte della RAGIONE.

Poi c’è posto anche per la religione, ovviamente, che naturalmente fa parte della DIALETTICA che tutto include, non lascia fuori nulla, non trascura nessun passaggio del complicatissimo e articolatissimo impianto globale. Hegel non vuole certo farsi trovare impreparato.

La logica è sempre la stessa, tutto viene inglobato e superato. In altre parole, Napoleone doveva vincere fino a che il suo spirito avesse esaurito il suo compito, Gesù doveva morire per diventare  un segno  di  superamento della morte, la Germania era chiamata a diventare una Nazione che sarebbe stata    celebrata per la sua forza che gli altri popoli non avevano,  e via di questo passo…

Si parla di GIUSTIFICAZIONISMO   della storia. Mentre Platone spese la vita per mettere i filosofi a capo della politica, Hegel spende la vita a mettere la politica a capo della filosofia. Il cerchio si chiude.

Adesso capite perché si dice che dopo Hegel siamo diventati tutti hegeliani? Questo pensatore cercando di portare la filosofia al suo massimo sviluppo, ha però contestualmente inferto alla stessa un colpo mortale dal quale  è difficile trovare vie di ripresa.

Questa ricerca di una filosofia nuova e diversa, pura e rigenerante, ancora capace di sognare/creare senza però illudersi,  arriverà con Nietzsche, appunto. E non saranno fiori senza spine.

Questo sarà il tema del prossimo articolo.