Per una porta che si chiude, una più grande ci attende

E’ andata così.

Il mio tempo a termine presso la scuola primaria si è concluso con il mio convolo in una scuola superiore, quella che attendevo da parecchio tempo, dopo il frammezzo  dell’ultimo anno che mi ha visto alle prese con l’anno di prova.

Sapendo di volare via, ho voluto passare il mio ultimo pomeriggio di scuola alla primaria con una collega speciale, speciale per empatia, competenza e umanità.

Si chiama Antonella, come me, e fa la maestra in una quarta classe.

Mi accoglie con il suo solito sorriso d’intesa, e mi illustra il programma delle due ore che ci attendevano.

La prima ora sarebbe stata dedicata alla creazione di un disegno che avrebbe dovuto rappresentare l’autunno, ascoltando come sottofondo la musica di Vivaldi e la lettura di una poesia.

La poesia diceva:

“Vento d’Autunno” di Lao Tse

Si leva il vento autunnale

che spinge le nubi fluttuanti.

Erba ed alberi ingialliti

si spogliano.

Passano a stormi

le oche selvatiche:

vanno verso il sud.

Ordunque, i ragazzi si sono messi al lavoro, e devo dire che mentre che producevano, girando tra i banchi, ho potuto ammirare le loro originalità, i loro diversi sentimenti, le loro diverse se pur simili emozioni.

Tra tutti e tutto il protagonista assoluto è stato l’albero spoglio, le sue foglie voleggianti in caduta libera, e il vento fluttuante, come diceva la poesia…

Un bambino, davvero geniale, ha utilizzato i rami dell’albero per stendervi dei panni, volendo   significare l’albero che si spoglia.

Una bambina ha dato rilievo a uno stupendo stormo di oche selvatiche in volo.

Altri hanno dato rilievo alle tre fasi in cui la poesia si alternava.

Altri ancora si sono calati nella cornice per dare risalto al dipinto centrale,

Una  bambina cinese appena arrivata e in fase di alfabetizzazione si è cimentata ripetutamente in una serie di faccio e disfo infinito, fino a che ha trovato che quello che aveva realizzato potesse adeguatamente soddisfarla.

Mentre che tutti facevano, un bambino speciale  e messo come un principe nel centro della stanza, ascoltava soltanto, senza potere disegnare, affetto da una mancanza muscolare importante, da incapacità vocale e  da un autismo non ben definito.

Sono rimasta incantata dal suo sorriso, dal suo modo curioso e sereno di roteare la testa all’indietro nell’intento di raggiungere le persone presenti con il suo sguardo.

Tutto di lui era armonia, pur nella sua distrofia muscolare; tutto in lui era gioia di vivere, pur nella sua pur evidente condizione.

Pietro, nome di fantasia, era accompagnato dal suo maestro di sostegno, dal quale non si separa mai. Era questo suo  insegnante che disegnava per lui, che scriveva per lui, preoccupandosi di mettere la presenza emotiva di Pietro nel suo lavoro.

Tutti i compagni della classe ogni tanto gli lanciavano riconoscimenti, del tipo, ora parole dolci, ora carezze, ora baci, ora larghi sorrisi. Vi assicuro, TUTTI AUTENTICI.

Anche maestra Antonella ogni tanto gli si avvicinava per fare altrettanto.

Non ho potuto farne a meno, ad un certo punto mi sono messa dietro di lui, essendo che davanti c’era l’altro maestro, mi sono chinata verso il suo capo ricciuto, gli ho afferrato le guance con tutta la dolcezza che una madre potrebbe mettere verso il proprio bambino, e gli ho dato un bacio.

Credo che sia stata  la prima volta che sia riuscita a lasciarmi andare in un contesto classe  a questi atti di tenerezza gentile.

Dopo l’ora di disegno è arrivata l’ora dedicata al coding. I ragazzi avevano già lavorato dal disegno al codice, ed ora dovevano procedere dal codice al disegno.

Si lavora tutti con grande partecipazione, la collega non si ferma un solo minuto, anche se è pomeriggio, anche se siamo di giovedì, anche se la possibilità di fare di meno ci sarebbe.

Rifletto che questi ragazzi sono stati molto fortunati ad avere un’ insegnante della fattura di questa docente, che nonostante la sua voce rauca e davvero poco importante, che nonostante la sua età non più giovanissima, è come un treno spedito che sbuffa trotterellando  e non pensa minimammente ad arrestarsi.

Mi confida che tutto quello che vedo è il frutto di tre anni di lavoro educativo, di tre  anni di  impegno continuo sulla classe e sui singoli bambini. Un lavoro estremo, certosino, metodico, e sotterraneo, che non si può vedere, ma solo Toccare con mano.

Tre anni fa, mi dice, usarono per la prima volta un sistema di formazione classi in fase di sperimentazione. Questo criterio si dimostrò non proprio perfetto, e finì per creare delle classi non proprio omogenee; o troppo stimolanti, come questa, o troppo medio basse, come altre…

L’anno dopo lo migliorarono, ma ormai le classi di quell’ annata erano nate così,  e tali sarebbero rimaste fino alla fine del loro ciclo.

Ecco, non potevo concedermi modo migliore per salutare i bambini e le loro maestre.

Portandomeli nel ricordo della mente e nel ricordo del cuore.

Ciao Maestra  Antonella, ciao Bambini.

 

 

 

2 pensieri su “Per una porta che si chiude, una più grande ci attende

  1. Aida

    L’insegnamento di questa storia sta nel saper riconoscere che fare la maestra è una missione, come lo sarà essere docente delle scuole superiori. Purtroppo il male che si vede in giro (maestri pronti ad alzare le mani o a non fare il proprio lavoro perché con le spalle protette) ha fortemente minato la credibilità di questa figura professionale.
    Eppure c’è chi ancora, con tutti i tagli del governo, la precarietà e le sentenze della Corte dei Conti, fa il proprio mestiere al di là di quanto gli sia loro richiesto. E tutto ciò è soltanto lodevole.

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