Distruzione e ricostruzione

Il terzo argomento  della prova di italiano prevedeva di parlare di eventi  storici  significativi, legati a fenomeni di distruzione e conseguente ricostruzione.

Quelli proposti dalla traccia  non erano eventi catastrofici qualsiasi, . ma episodi  simbolo,  tra cui il bombardamento del monastero di Montecassino durante il 45, e l’alluvione di Firenze nel 66.

I ragazzi non erano ancora nati in quel periodo fiorentino, molti di  noi  docenti invece ci ricordiamo quei giorni, e riusciamo a dare commenti  storici relativi a testimonianze  realmente viste o  comunque  visionate  nel tempo.

I ragazzi sono invitati a riflettere su cosa abbia potuto significare per la società del tempo  avere avuto Montecassino con tutto il suo carico spirituale addosso,  da ricostruire.

Certo, non c’era solo Montecassino, c’era un’Italia intera che andava ricostruita,   c’era un popolo che usciva da una guerra devastante, unica e assoluta per atrocità perpetrate   e per il suo immane carico di morti.

E non c’era solo  l’Italia intera, c’era anche  l’intera Europa che si doveva risollevare dalle sue macerie, sconfitte, vittorie  e angosce,  incespicando con coraggio, improvvisazione    e determinazione   tra sentimenti di   desolazione,  arresa  subita,  rinascita  e   desiderio di vendetta.

Dentro questo contesto la ricostruzione  di un luogo di preghiera, espressione delle nostre radici cristiane, espressione  della nostra lunga storia millenaria che trova il suo affondo  nella notte del tempo,  espressione di uno stesso tempo di pace e di libera convivenza,    significava non solo rimettere in piedi un edificio storico, ma rimettere in piedi un gigante  buono e amato che era stato ferito nella sua immensità.

La nostra stessa capacità di ridiventare in tempi eccezionali   una società civile, regolamentata e pacifica.

La stessa  idea di Dio oltre le pietre, oltre le mura, oltre il luogo fisico, oltre lo stesso tempo secolare.

Qualcosa di simile ma di diverso accadde a Firenze.

I  cosiddetti    angeli del fango vennero da tutto il  mondo a portare via dalla terra  macilenta    i tesori  offesi   della città di Dante,  Michelangelo,  Boccaccio,   Machiavelli, dei Medici, del Rinascimento italiano,  di un pezzo glorioso della  nostra celebre bellezza universale conosciuta ovunque.

Furono strappati alla morte  nella grazia della  reazione   determinata e generosa    non solo ovviamente le persone, gli anziani, i bambini,  le case semplici e comuni che erano state devastate  da un fiume  di  melma  fangosa. ma anche i libri antichi,  i quadri  storici, le opere  catalogate  o semplicemente  dimenticate   quali tutta una serie di reperti  museali, architettonici  e  non solo,  presenti e sopravviventi    alla catastrofe.

Come  membra di un grande edificio  non visibile  ma reale, pezzo dopo pezzo  dette opere furono ripulite secondo un intervento possibile, o consegnate ad esperti  che si misero  all’opera per il loro recupero.

I fiorentini dimostrarono il loro temperamento e la loro indomabile  volontà  di tornare ad essere in tempi celeri    un luogo visitabile e capace di accogliere i turisti ed i viaggiatori di tutto il mondo.

Un pò come accadde  alla basilica di Assisi, il tempio di Giotto e della nascita dell’umanesimo,   circa negli anni  novanta,  quando crollò improvvisamente la cupola  centrale  raffigurante un meraviglioso  cielo stellato proprio sopra il santo tabernacolo, fortunatamente con poche vittime rispetto a quanto sarebbe potuto accadere. Tutti noi ci siamo sentiti   coinvolti, la scena venne ripresa addirittura in diretta,  data la odierna tecnologia   che ci ha reso  spettatori   simultanei di eventi   improvvisi  e clamorosi;  abbiamo tutti   subito pensato  per riflesso   a San Francesco che in quella santa comunità    dentro la sua   piccola  Porziuncola   aveva iniziato la sua avventura straordinaria  di ricostruzione   spirituale   della cristianità.

Anche  in quella occasione   i tempi della ricostruzione furono  relativamente veloci  perchè sospinti da una volontà generale  e condivisa.  Si parlò del Cantiere dell’utopia,  perchè si cercò di ripristinare contro le evidenti impossibilità l’antico splendore della volta, andando a recuperare le stesse pietre, gli stessi colori, gli stessi suoni, ammesso che le pietre possano avere un suono…

Fa parte della storia e del suo avvicendarsi ciclico  vivere periodi di                       floridità  e periodi  di accasciamento  e stanchezza.  Periodi di vita e periodi di morte.

E’ l’essere umano che è portato a rimboccarsi le maniche nel momento di estremo bisogno.  La forza di reazione   la trova sia in se stesso che nella comunità di cui fa parte. Solo di conseguenza o di lì appresso  arrivano anche le Istituzioni che di fronte allo spirito civile  non possono    certo rimanere a guardare, e non possono   certo sottrarsi ai suoi precisi doveri  di   solidarietà  verso la comunità   ferita.

Purtroppo questi eventi  straordinari lasciano  inesorabilmente delle vittime, persone che non ce la fanno a risollevarsi, o che rimangono travolte nella devastazione.

La comunità reagisce e si riorganizza anche nel loro nome e nella loro memoria,  là dove  si sa le persone abbiano a lasciare il loro testamento spirituale che ci dice a tutti noi sopravvissuti “Continuate a vivere come prima, meglio di prima,  anche nel mio nome”

E purtroppo questa capacità di risollevamento e ricostruzione  non si ripete sempre, non sempre  trova la sua effettiva e necessaria realizzazione.

Forse che i nostri tempi dimostrino di essere condannati  ad una indubbia caduta di civiltà? Forse che quando non risultano coinvolti i simboli   lo Stato si rivela incapace di assumersi il carico della  rinascita  e della giustizia civile? Ma poi, quale simbolo più grande di una comunità  ferita dovrebbe di per sè  mettere  in azione  la stessa comunità  sopravvissuta?

 

 

 

 

 

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