Il futuro della tecnologia

Matteo è stato quest’anno    il mio alunno più singolare.

E’ un ragazzo  molto capace  nelle cose che lui  riconosce come utili e importanti, dove non si risparmia  in  impegno  e dedizione.

Dimostra  un  particolare senso di  responsabilità, come se fosse più grande dei suoi quasi diciotto anni.

Bene inserito nella classe, soprattutto  con un compagno che dimostra un’indole molto pacata,  e nonostante l’enorme  divario di maturità esistente tra lui ed il resto di diversi  membri,  alterna   momenti di apparente catalessi a momenti di iperattività.

Questo giovane ama la tecnologia informatica/elettronica       e ad essa intende dedicare  il suo futuro,  oltre che ad averci  già dedicato il    suo presente.

Egli   ha infatti una specie di doppio lavoro tra casa e scuola,  dove  dopo il tempo  mattutino  va a fare  assistenza e potremmo dire tirocinio presso una grande multinazionale  che si avvale di risorse fresche ed emergenti.

Matteo quando parla è conciso;  cerebrale di natura,  si esprime per  pensieri brevi  e  complessi, che però richiamano altri pensieri  e altri pensieri ancora,  così che  discutere con lui risulta abbastanza impegnativo.  Non ha un linguaggio fluente, la dialettica non è il suo forte,  ma   nella vita pratica e concreta  anche a livelli complessi  e per nulla banali    ignora le normali  esitazioni  che i suoi compagni  spesso devono   sapere non facilmente   risolvere.

La prima domanda che gli rivolgo è  come vede  il suo futuro, come immagina il mondo di domani.

Mi risponde sicuro dicendo   che   “Il futuro  dovrà essere migliore di oggi“.

Mi spiega che nutre la seria  speranza di non vedere  la società peggiorata,  che si augura  di vedere combattuto l’analfabetismo tecnologico che impera ovunque.

Ho davanti a me un ragazzo che si ciba in effetti di tecnologia  informatica: Matteo si nutre  di formule, principi,  leggi e  valori  tutti legati alla tecnica,  e in effetti  non si cura molto  delle lettere o della storia  che considera decisamente  meno prioritari.

Scherzosamente, quando mi vede  impegnata nella scrittura e intenta nelle riflessioni varie,  mi  chiede  se sto “scrivendo i miei pensierini“,  e se non fosse che  ho imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo,  una persona diversa si potrebbe sentire offesa da detto  tentativo  di  sminuimento.

In verità Matteo  osserva molto, soppesa molto,  e sa perfettamente che il mondo è diviso  tra le persone  che   si occupano delle parole e le persone che si occupano dei fatti.

Io per lui appartengo alle persone che si occupano delle parole, e come me molti altri  che spesso si gingillano intorno al niente, intorno al nulla, perchè se il mondo va avanti  e si migliora è solo grazie alla ricerca tecnologica, è solo grazie alla logica informatica, è solo grazie  a poche  super potenze o super organismi  che investono  cifre pazzesche e smisurate   nel tentativo di rimanere nel mondo i numeri uno.

Per Matteo   non conta tanto AVERE;  le persone vogliono avere perchè  vedono nel possesso  la realizzazione del loro status symbol;  per lui conta di più  l’ESSERE  dove per essere intende lo scoprire, il creare, il ricercare…, poiché  la tecnologia non va affatto  troppo veloce come si crede, ma ancora troppo lenta  per il bisogno che ci sarebbe di fare  ulteriori e celeri   passi in avanti.

Mi verrebbe da chiedermi se ho davanti a me un essere normale o una sottospecie umana di robot;  no,  Matteo è reale  e mi guarda sorridendo e con uno sguardo di sfida provocatoria e gentile nello  stesso tempo.

Continua Matteo:

”  La gente compra, compra sempre, per avere tutto, ma alla fine non possiede  niente.  Nel linguaggio parlato stiamo involvendo, perchè  le parole hanno perso la loro efficacia, il loro peso. A  scuola si studia  per nulla, si studia nulla,  si butta via il tempo. Lo studio da individuale e riflessivo è diventato studio collettivo,  e per me la scuola è fallita.

Non offre programmi differenziati.

In Germania  esistono scuole dove si applicano programmi differenti,  dove si crede nel valore delle  differenze non solo in un senso al ribasso ma anche in un senso al rialzo.

Progettando solo una scuola  dove si cerca di stare dietro a tutti, ci si è dimenticati di quelli che avrebbero delle potenzialità  particolari  ma  che vengono lasciati al palo.

In questo modo si è arrivati a perdere una quantità infinita di tempo e di risorse.”

Matteo mi sta  descrivendo  una specie di scuola  dormitorio, dove i più capaci  sono condannati ad appisolarsi nel loro banco per non venire inghiottiti dalla disperazione.

“La scuola è fallita, la scuola  non serve a nulla,  la scuola è una grande perdita di tempo…” Le sue parole mi rimbombano nella   testa…

Queste parole precise, secche, inappellabili, determinanti,   non mi danno  tregua.

Come insegnante non posso certo  considerarle  superflue, e poi conosco chi li sentenzia, cioè un ragazzo che se avesse potuto  vedere nelle ore scolastiche  uno stimolo all’impegno   e al maggiore rendimento, lo avrebbe certo fatto.

Il successo o insuccesso di una classe o di una situazione specifica va ricercato nella situazione specifica stessa.  Magari si possono  scoprire   turnover eccessivi  di insegnanti, docenti  mordi e fuggi, docenti  troppo rigidi ed antiquati, o docenti troppo lassisti, o anche alunni troppo  infantili e  ancora troppo preoccupati  di rimanere nel mondo dei balocchi,  dove  il proprio   cellulare rimane l’attrattiva   dominante e dove le cose vengono fatte per lo più per compiacere, per accontentare,  per  dare il contentino, e non perchè si è compreso  l’utilità  di un certo comportamento e di una certa  predisposizione all’ascolto.

Quando  ormai   potrei pensare di non ricevere  nessun segnale positivo,  a sorpresa (ma non troppo)  Matteo mi dice di avere scelto questa scuola solo perchè ci lavorava un professore  da lui conosciuto agli incontri di open day,  la  scuola aperta   che  ha il compito di presentare il piano studi ma soprattutto il clima di  accoglimento scolastico.

Tra Matteo e questo speciale  insegnante  di laboratorio è nata un’intesa immediata, poi nel tempo ricambiata dallo stesso collega  che  ha scoperto in questo studente un vero amore  per  il lavoro nel campo.

Detto docente mi ha personalmente mostrato  i  pannelli  eseguiti  da Matteo in prima superiore,  perfettamente conservati dopo quattro anni, che lui mostra alle classi  e agli open  day  come  dimostrazione di quello che si fa nella sua scuola, di quello che si fa al professionale,  di quello che si può arrivare a fare  in questo sottoconsiderato  piano di studi.

Matteo faceva con semplicità  in prima le  cose che gli studenti di quinta non sanno per nulla fare.

Giusto per dare l’idea delle qualità di questo promettente tecnico.

“Quando ho conosciuto il professore Spreafico,  mi è venuta la voglia di imparare.   Lui è solare, gentile, sempre sorridente, con tanta voglia di fare. E’ stata la mia luce, la mia voglia  di venire a scuola,  una gioia   nel buio di un pozzo…”

Continua Matteo:  “Io vengo da una famiglia normale, dove  sono stato sempre sostenuto ed appoggiato.  Ma il lavoro più grosso, più difficile, più faticoso, ho dovuto farlo  a scuola, cercando di resistere durante questi anni dove  ovviamente non sono mancati i momenti di  crisi.

Come padre sarò un padre ambivalente, ossia  severo e   permissivo nello stesso tempo.

Poi io stesso sono doppio, sono un gemelli,  quindi  ho sempre due facce, o meglio,  non è facile  definirmi.

Credo nella contorsione  delle verità,  ossia,  i discorsi non sono mai definibili;  oggi li inizi ma poi dovremo sempre riprenderli, rivederli, riconsiderarli, riaggiustarli. Ogni giudizio non è altro che un PREGIUDIZIO  nell’attesa di potere arrivare alla CONCLUSIONE  che a sua volta non è che una  parziale conclusione di qualcosa che verrà rivalutato.

Insomma, Matteo mi sta illustrando il metodo scientifico, l’antica storia dell’ipotesi che poi va  sperimentata sul campo e verificata nella sostanza, salvo dovere rilanciare una nuova teoria e così via all’infinito.

Sembra che Matteo  sia già quella persona che lui si immagina diventare;  questo è senza dubbio il suo respiro,  il suo modo di valutare il mondo e le cose della vita.

Può sembrare arido e insensibile alla dimensione spirituale, che lui potrebbe definire   sommariamente  come una  stupidaggine,   ma io so che  Matteo è a suo modo uno che ha dentro  di sè un preciso rigore.  E  quindi una precisa morale.

Che poi questo rigore gli derivi più dalla sua supposizione razionale piuttosto che  emotiva,   ci può stare,  e poi non è nemmeno così perchè  la vita  empatica di Matteo è il suo scrigno che lui tiene  serrato a doppio mandato nel suo  stomaco, o nella sua pancia,  o forse più spostato  verso  il cuore, insomma,  l’importante  è che lui sappia dove  si trova.

Immagino la mia vita come una inarrestabile salita, e così sarà fino alla mia vecchiaia, continua Matteo.  La vita non ti permette di fermarti, se non in piccoli momenti che bisogna sapere cogliere.

Avevo l’idea di andare in America a  percorrere questo progetto, ma adesso  che c’è mister Parrucchino al potere,   lo vedo difficile.

La politica è per me la PRESUNZIONE di fare qualcosa, ma è solo un vociferare dove alla fine ognuno pensa ai  fatti propri.  Su questo però Trump  spaventa perchè lui non  viene dalla politica, lui viene dalla vita reale, è abituato a fare, è diretto, non conosce la mediazione,   e per me è come un bambino che sta giocando con i suoi nuovi giocattoli.

Sopra Trump c’è chi controlla Trump;  i veri poteri  non permetteranno  di subire dei danni  causati  da uno squilibrato che potrebbe perdere il controllo della sua nave che poi non è sua ma è di chi controlla  il business.

La tecnologia non guarda   alla guerra come a un guadagno. Questa è la mia  speranza.

Ma poi come sarebbe la terza guerra mondiale? Sarebbe solo distruzione di massa. Non posso nemmeno immaginarlo. Sono comunque discorsi che trascendono la mia possibilità di fare previsioni.

Guardo   al mio paese    con  soddisfazione;  siamo una specie di sottoisola assai particolare,  assolutamente   particolare e diversa da tutto il resto anche nella forma fisica, e piacciamo agli altri proprio per la nostra diversità.

Alla civiltà romana dobbiamo molto;  i romani hanno  saputo inglobare sempre senza distruggere mai; dove sono andati hanno portato la loro intelligenza, la loro ingegnosità, il loro sapere stare nel mondo come dominatori ma non come distruttori.

Se guardiamo al capitello  comprendiamo   l’evoluzione   di questo pensiero che nel tempo si è abbellito e fatto grande.  Fino a che è entrato in crisi.

Qualcosa è successo e  oggi siamo una società che invece non sa fare accordi, non sa mediare, non sa trovare la quadra.

Per esempio, ad Amsterdam  c’è un’altra cultura    capace di fare accordi. Tutte le intese importanti  vengono da là, sarà a causa  della loro storia,  sarà a causa della loro   cultura, sarà a causa  di quello che mangiano  (sto scherzando, questo non l’ha detto Matteo…).

Sarà a causa della loro necessità che è diventata la  loro  virtù.

Personalmente  trovo meravigliosi  i mulini a vento danesi  che  esprimono la fusione perfetta dell’ antichità con il moderno; le pale  girando producono energia   e nello stesso tempo  lanciano l’idea  che  noi veniamo dal passato, che non ci siamo improvvisati,  che abbiamo delle radici,  che siamo una mescolanza di ieri e di domani.

Bello, mi piace,  mi soffermo per un attimo su questa  figura accattivante    e  romantica.  Mi viene in mente don Chisciotte   che  con i mulini a  vento  voleva andarci a combattere,   salvo poi scoprire  che solo lui aveva questa fantasia  alquanto bizzarra…

No,  l’eroe di   Miguel de   Cervantes       portava in sè  un significato molto più alto e logico,  ricorrendo alla ribellione  e alla apparente follia   solo in apparenza irrazionale.  Anche don Chisciotte  riconoscerebbe  oggi   senza  dubbio  l’importanza del fare ricerca, di fare tecnologia,   e  se ne starebbe    soddisfatto  a guardarsi  i mulini  che mentre che girano  suonano,  rilasciano il loro canto nel vento  che  li accompagna.

Amo l’America  perchè sa investire nel futuro,  continua Matteo, mentre noi non lo facciamo.  Se non potrò andare negli Stati Uniti  a causa di una possibile chiusura  delle frontiere,   allora andrò in Germania.

I tedeschi  stanno  investendo nel protoplasmatico.  Lo sa prof. che cos’è  l’energia protoplasmatica?  E’ quella prodotta dalla fusione  della materia  portata a temperature altissime,  insomma, come quella del plasma vulcanico; è il futuro del momento. ( il quarto stadio)

I tedeschi hanno un grande rispetto del sociale,  e quindi ci credono in quello che fanno.

Tra me e me, mi viene da commentare adesso che sto scrivendo,  che sì, è vero, i tedeschi  per natura si prendono sempre molto sul serio, nel bene come nel male.

E la Germania è una delle maggiori potenze dell’Europa. Poi viene la Francia,  che proprio in questi giorni ha dato il suo voto a Macron ,  che significa che  si vuole rimanere in Europa  e  rimanere uniti per fare  meglio di come si è fatto.

E  l’Italia,  quale  forza saprà   mettere sulla bilancia  per  rimanere una pedina  che conta?  Che destino avrà adesso che viene invasa da una ondata straordinaria di migranti  di cui non sono ancora  state  pianificate   le capacità  di accoglienza in chiave europea?

Anch’io sono contenta che l’idea europea  stia tenendo;  non sono contenta che l’Italia abbia  una classe politica   ancora in apparente   declino.

A questo Matteo interessa fino a un certo punto; lui si vede già in terra  straniera, in terra nibelunga,  che poi  se stiamo parlando di Europa tanto straniera non è.

Questo è Matteo; un adolescente quasi adulto   che  mi ha già detto che vorrà rivedere tassativamente   il professore Spreafico    il prossimo anno.  Non si può immaginare ancora  per un certo tempo   dentro una scuola come questa  dove si  perde un sacco di tempo a fare nulla. Almeno che possano   rimanere  le figure umane   di  riferimento.

Che altro aggiungere?

Letterariamente  parlando, so per certo che Matteo   ha dovuto subire Manzoni, o subire Leopardi, o subire la prima guerra di Indipendenza europea,   tuttavia   era mio dovere ascoltarlo, seguirlo sul suo terreno,  e non certo portarlo a tutti i costi sul mio.   E poi riflettere sull’uso e sul destino della tecnica  che  è  parte della   filosofia.

Bene, siamo arrivati alla parte filosofica  della nostra chiacchierata; le domande     che rivolgo in questo campo servono più a me che a lui, mi servono per fare la quadra con questo ragazzo.

In breve sono state queste: alla  domanda cosa porterebbe su un’isola deserta, risponde che  ci porterebbe tre cose: un telefono  satellitare, un accendino survive  e delle bottiglie d’acqua.

Il primo non lo userebbe mai salvo  in situazioni estreme, con il secondo si farebbe il fuoco e con il terzo   desalinerebbe   l’acqua del mare.

Alla domanda  l’ultimo libro  che hai letto ” risponde ” Non leggo molto,  distinguo però le persone che sanno scrivere da quelle che non lo sanno fare. Ricordo di avere letto la biografia di Steve Jobs, ma l’ultimo letto non lo ricordo”.

Alle tre parole che potrebbero definirlo risponde  pensieroso, scettico e ponderato.

Quando gli chiedo   la parola del vocabolario che metterebbe  sopra tutte   le  altre, mi dice uguaglianza,  perchè si rende conto che è solo grazie all’essere diventati uguali  che anche persone come noi, come lui,  riescono ad avere il loro posto dignitoso nel mondo.

La libertà  è una possibilità di fare delle scelte. Se c’è detta condizione, ci si può sentire liberi.

La famiglia non voglio pensarla, mi dice,    e quindi non insisto. (e poi un pò ne  avevamo parlato)

La cosa migliore che avrebbe fatto, anche quella non saprebbe raccontarla, ma comprendo  che non me la vuole dire, non me la vuole raccontare, tenendosela per sè.

Forse non trova nemmeno l’energia di mettere insieme i ricordi, e  non la trova perchè non vuole  pensarci.  Matteo non sperpera energia in cose  di cui non comprende l’utilizzo.

Adesso che mi muovo sul personale, Matteo se crede  si  chiude  a riccio, riservato com’è sulle cose sue, sul suo intimo,  sul suo mondo più profondo.

Chiedendogli  del suo ultimo viaggio  mi risponde di quando siamo andati  alla Fiera del libro a Milano, giornata molto ben riuscita dove come sempre era  riuscito a trovare il suo spazio ottimizzando il tempo    dilettevole  trasformandolo in  utile.

Però si ricorda di quando era andato con la scuola media in Germania, tappe previste   Monaco, Dachau e la Foresta nera. Su Dachau  non una parola, mentre mi elogia la Foresta nera.

Chiedendogli una ragione per morire mi risponde di non averne. Ci sono solo le ragioni varie     e basta.

Voglio concludere,  mi rendo conto che molto Matteo me lo ha già detto e   finirei per ripetermi.

Dell’Italia mi dice che per sentirsi  italiano occorre sentirsi  corrotti;  in altre parole mi dice di non sentirsi  parte di un Paese unito, perchè non lo siamo, siamo rimasti dei regionali,  chi  siciliani, chi piemontesi, chi romani…

Sul problema del terrorismo islamico penserebbe  scherzando  ad un bombardamento di massa, ovviamente   sconsigliabile.

Mi viene spontaneo chiedergli “Tu credi?”   e mi risponde  “Si, ma non per mia scelta.”

Poi aggiunge:  “Sì,  credo che c’è qualcosa di più grande  che nessuno sa com’è e dov’è ecc, però non è mio compito  di trovarlo, sarà lui a trovare me, a mostrarsi, (se mai accadrà),  io non posso fare nulla di mio.

Dio non possiamo capirlo,  possiamo solo averne il pensiero.”

Credo di avergli chiesto tutto,  ho tutto il quadro necessario per tirare le somme.

Non ho mai conosciuto un giovane  tecnico  così  visceralmente  tecnico  come Matteo.

Appena entrati in biblioteca mi aveva fatto  notare di un bel manichino  addobbato per uno spettacolo teatrale di anni passati, non la struttura esterna che io avevo unicamente osservato,  ma la struttura interna e non visibile.

Mi spiega il lavoro fatto da lui stesso per il  sotto vestito  di quella figura, senza il quale  la figura non sarebbe arrivata a definirsi  visibile e completa.

Insomma, del computer noi profani vediamo la macchina, il colore, la forma, la grandezza, ma Matteo vede IN PRIMIS  il processore, i meccanismi interni ed invisibili ad occhio nudo.

Mi chiedo se delle persone lui vede anche   l’aspetto fuori  o non piuttosto la prima possibilità  di installarvi delle robotiche  funzionanti.

Mi aveva anche accennato al progetto di una macchina che sarà capace di pensare. Ma non come i nostri attuali pc che in parte producono calcoli in autonomia, no, proprio PENSARE,  mettendosi in competizione con l’umano.

Forse lui le nuvole non le vede come  elementi naturali  portatori di acqua, ma come elementi  che un giorno  potranno essere sostituiti  normalmente  da nuvole artificiali?

Così credevo, ma poi parlandoci mi dice a sorpresa, ma non troppo, che lui ama la natura così com’è, cioè BELLISSIMA,  e  comprendo che non solo lui la natura l’ama, ma la rispetta come sua massima fonte di ispirazione. Le nuvole sopra tutto il resto.

E anche gli uomini, per intenderci. La natura è sacra.

Di fronte ai tanti problemi  della vita mi dice che sono troppi, e che non possono essere impediti. Semplicemente possiamo prenderne atto. E dare la giusta reazione.

Tornati in classe dove i compagni stanno ripassando Leopardi, sempre  a sorpresa mi chiede di spiegargli  il sommo poeta; prendiamo il libro e ripercorro con lui le parole in neretto piuttosto che le mappe illustrate sul pessimismo storico, che poi diventa cosmico, che poi diventa filosofico.

Abbiamo da poco visto il film Il giovane  favoloso,  dove emergeva perfettamente il dramma di Giacomo  che visse  dolorosamente tra infiniti lutti e solitudini  incolmabili.

L’unico periodo felice del giovane di Recanati  fu quando era bambino e giocava spensierato  con i suoi due fratelli minori, tra cui la sorella Paolina.

Leopardi doveva essere per la sua famiglia  un futuro cardinale, destinato alla carriera ecclesiastica; avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventarlo con successo,  ma il suo sogno/progetto   era diverso, molto  folle agli occhi del padre  monarchico/papale,   e al cospetto  della madre,  che era come una suora   laica,   unicamente intenta  alla preghiera,  alla penitenza   e  alla devozione  sacrale, totalmente incapace di affettuosità e dolcezza.

Adesso che ci penso con calma,  mi viene in mente cosa avrei potuto dire a Matteo su Leopardi e sul perchè si deve studiare a scuola:  Leopardi è utile studiarlo  nelle scuole  non perchè  sia diventato famoso, non perchè  sia stato un finissimo poeta ancorchè filosofo,  non perchè abbia contribuito al Risorgimento italiano e alla nascita dell’unità d’Italia,  non perchè  sia diventato immortale  e per sempre lo rimarrà accanto ad altri come lui,    ma perchè  rappresenta  un giovane quale lui era,  che  seppe  diventare capace  di ogni forza  necessaria per resistere alla fatica,   alle avversità, alla malattia, all’esilio,  alla solitudine.

Con eroismo,  occorre aggiungere. Senza mai piangersi addosso.

Hai un problema che ti angustia? Basta che pensi a Leopardi, e ti renderai conto di poterlo superare.

Per cambiare argomento,  a scuola  mi fa vedere di avere già avviato la sua tesina per il prossimo anno;  non si tratta di una tesina qualunque, è   più  la cronistoria  del suo profilo, che racconta  come nasce la sua passione per la luce elettrica, iniziata  da quando era bambino   e  già  faceva esperimenti  con la corrente.

Devo ancora leggerla, anzi, lui stesso deve ancora scriverla, ma ha già in mente tutti i capitoli, come se già ne possedesse lo scheletro  e solo con calma arriveranno anche gli abiti  ad ornarla di fuori.

Dimenticavo di dovere aggiungere questo: Matteo mi dice dei cinesi  che   “Per ogni cosa che noi possiamo fare benissimo, c’è sempre un cinese che lo potrà fare due volte meglio di noi”

Già, ma loro copiano, noi invece  CREIAMO.

I ragazzi sono tutti speciali.  Ci chiedono di essere  compresi, accettati per quello che sono;  del resto anche loro tutti i  giorni   sono obbligati ad accettare noi per quello che siamo.

A loro non sfugge nulla, sembrano distratti   ma si accorgono di tutto, e poi si adeguano, con furbizia e molta pazienza,   dimostrando   diplomazia  e capacità  di adattamento.

Forse un giorno sentirò parlare di lui,  o anche non sentendo parlare di lui,  dietro a qualche  marchingegno  diabolico e innovativo ci  sarà il suo contributo  alla  studio  che   Matteo ha sempre pensato  associato al lavoro.

Un lavoro intelligente, produttivo, stimolante, a misura  di  essere mobile e non immobile.

Ciao Matteo,  non ti perdere mai,  non rinunciare mai ai tuoi meravigliosi   progetti/esperimenti   che il tuo carattere schivo  ti impediscono  di sbandierare  con leggerezza e che persino una  inguaribile romantica come  me  medesima  arriva  a comprenderne l’inarrestabilità e la  necessaria  doverosa  segretezza.

So che  hai tutti i requisiti  per farcela.

Vedi, la tua prof. che scrive i pensierini è forse servita anche lei a qualcosa.

A raccontare la storia raccontabile  che oggi è questa e domani  sarà la sua segreta o meno segreta   continuazione.

 

Annunci

4 thoughts on “Il futuro della tecnologia

  1. Mi meraviglia la lucidità e la semplicità di Matteo. Abbiamo un’idea di ragazzi che pensano alla moda, all’essere in prima fila sui social, al primeggiare sugli altri e a generale violenza nei confronti delle persone. Ogni giorno non passa notizia in cui la superficialità degli adolescenti tocca il culmine, talvolta pestando un passante, altre volte facendo un selfie estremo. Superficialità che aumenta quando in branco seguono l’influencer di turno o il cantante più in voga, o fanno discorsi sull’importanza del sesso che prevale sull’amore.
    Questo Matteo mi sembra fuori dal comune. O la società tende a far emergere il marcio nascondendo il bello, oppure è uno dei pochi ragazzi che ancora ha idea di cosa sia il mondo oltre il proprio ego. Ha una chiara idea di ciò che rappresenta oggi il mondo. Le sue risposte sono quelle che darebbe un giovane laureato, l’essere consapevole che “La politica è per me la PRESUNZIONE di fare qualcosa, ma è solo un vociferare dove alla fine ognuno pensa ai fatti propri.” non è un pensiero rubato dai social, ma la capacità di capire i limiti della nostra Italia.

    Sul metodo di studio adottato nelle scuole mi associo al suo pensiero. Proveng da uno scientifico ad indirizzo informatico ed in cinque anni sono stata in laboratorio forse un paio di volte. I docenti non hanno rispettato il programma di studi puntando solo sulla superficialità di alcuni aspetti anziché sulla continua stimolazione degli alunni. Però sono d’accordo con te per un altro aspetto. La mia insegnante di italiano-latino aveva un di più rispetto agli altri. Ogni volta che spiegava un personaggio, traduceva una poesia o spiegava un passo della Divina Commedia era capace di farti volare con la fantasia, facendoti amare ancor di più quello che si stava studiando. Non era un metodo nozionistico il suo, quanto un continuo spronare che era fatto attraverso un’interazione dove noi alunni dovevamo avere la logica giusta per capire perché quella frase, perché quella scelta, perché Dante scrive in questo modo anziché in quell’altro. Di bello mi ha lasciato la capacità di studiare Legge, dove a prevalere non è la memoria ma l’interpretazione.

    Ecco. Matteo non ha tutti i torti. Sarà il metodo di studio, l’approccio di alcuni professori, il perdere tempo su alcuni aspetti anziché su altri (memoria vs logica, ad esempio) ma fatto sta che l’inadeguatezza deve essere superata puntando su differenziazione nello studio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...