Un lavoro per essere liberi

Il   giorno programmato per intervistare  Sergio  è il 6 maggio; questa data mi dice qualcosa, sì, perchè è il giorno che mi sono laureata, e per me è sempre un pò un giorno speciale.

Per altre cose oggi   non è il massimo, mi sento un pò stanca, giù di tono, senza una ragione particolare, però  nel lavoro bisogna andare avanti,  e come dicono gli attori  “The show  must  go on”.

Le domande pensate per questo studente sono per certi versi simili a quelle poste agli altri,   per altri versi più  riferite a quelle che so essere le diverse esperienze  di ognuno di loro.

Per esempio, di Sergio so che  è noto come un ragazzo serio, riflessivo, con la testa  sulle spalle, che studia, che si impegna.  Con lui si può tranquillamente parlare un pò di tutto, ma soprattutto lui è uno che sa ascoltare, virtù non comune tra i giovani.

La prima domanda riguarda  il mondo ideale; chiedo a  Sergio  come lui se lo immagina, come lo vorrebbe.

Mi risponde che   il mondo ideale è quello in cui dove ognuno potrebbe realizzare i propri sogni,  ma subito precisa che è una cosa molto difficile,  in quanto    moltissime persone  i propri sogni non li realizzano per nulla,  rinunciandoci  a  priori.

Ci rinunciano per debolezza, per mancanza di costanza, o  per  cattiva influenza  da parte dell’esterno  che porta su strade sbagliate e diverse.

Eppure, continua Sergio, io sono sicuro che ognuno di noi ha delle potenzialità inimmaginabili, che non conosciamo dal momento  che    nessuno si è mai preoccupato di farcele scoprire dentro di noi.

A  questo punto gli chiedo con quale parole si definirebbe, e senza pensarci troppo  mi risponde che   lui si vede   persistente, impassibile e fermo.

Persistente vuol dire che è tenace; impassibile vuol dire che non si lascia influenzare; fermo vuol dire  che  in genere mantiene sempre una certa posizione. Insomma,  questi tre vocaboli  si rincorrono l’uno con l’altro come a formare un cerchio che si chiude su se   stesso.

Sergio    ha lo sguardo di chi nella vita ha dovuto affrontare già le sue belle fatiche, fatiche che lo hanno fatto crescere in fretta,  che lo hanno fatto diventare adulto.

Ha due occhi sereni, fermi come il suo carattere, ed un sorriso  gentile, come il suo animo.

Una parte di lui è impenetrabile, segreta, profonda, non la  mostra  tenendosela per sè, sapendo di non potere  commettere  errori,  sapendo di  non avere del tempo da perdere.

L’altra parte  è disponibile  al confronto,  non si risparmia, elargisce  pensieri  e  riflessioni,  tanto che le domande in un certo senso è lui ad anticiparle, rendendole spontanee e consequenziali.

Mi racconta che dall’età di quattordici anni studia e lavora, evidentemente, penso io,  per  aiutare  la sua famiglia.

Precisa che la scuola gli è servita  a farlo diventare quello che è diventato, cioè una persona consapevole di se stessa  e con tanti progetti in testa da realizzare.

Il fine ultimo e primo dei progetti sarà  raggiungere la libertà per se stesso e credo voglia dire anche  per i suoi cari.

La libertà è quella condizione che ci permette di dedicarci alle cose che più ci piacciono.

Credo intenda dire che  dopo avere fatto certi passi  necessari e principianti,  seguirà a catena tutto il resto,  e le cose andranno via via  sistemandosi e delineandosi.

Chi mi sta parlando è già un uomo che  si sta assumendo la responsabilità del suo futuro.

Sergio mi dice  che  un uomo  non  può solo    e sempre pensare al lavoro, che altrimenti si rischia  di cadere in depressione. Mi dice  che  il lavoro è solo un mezzo per   arrivare a qualcosa d’altro, per esempio  alla possibilità d’avere tanto tempo libero da dedicare alle cose che più amiamo.

Mi fa una  distinzione tra quello che lui definisce mestiere e quello che lui definisce lavoro;  il primo è da intendersi come più  ripetitivo e subìto;  il secondo è da intendersi  come sempre nuovo  e progettato.

Nella vita contano innanzitutto le relazioni umane, poi il denaro che serve per vivere, e poi le cose.

Sulle cose rimane sul generico, come se  di esse non ci fosse bisogno di dire molto, dopotutto sono cose, e dunque hanno la semplice funzione di servire.

I momenti difficili del quotidiano    servono ad essere superati, a farci crescere, a farci scoprire di noi le  potenzialità che possediamo senza saperlo.

La  realtà non è fatta di cose vere o false, ma di cose che funzionano o che non funzionano, di cose potenziate  o depotenziate.

Di  possibilità  o  impossibilità.   Considerando che non c’è davvero nulla di impossibile  per chi  sa che  basta volere per potere.

Insomma, Sergio ha fatto un bilancio della sua giovinezza appena  arrivata  alle porte  e ne traccia una  valutazione positiva.

Quando torniamo sulla parola libertà, mi  dice che la libertà è una questione soggettiva.

Cita Gandhi con la sua massima  “Non fare agli altri quello che non vorresti che gli altri facessero a te”

Come dire, “Male non fare, paura non avere”. oppure “Tratta il tuo prossimo come  te stesso”

Gli faccio notare che qualcosa del genere è detto anche nel nostro cristianesimo, ma con Sergio non approfondisco il tema della religione.  Non so perchè,  lo lascio subito cadere.

Insistiamo sul tema della felicità; la felicità è uno stato d’animo  importante che mantiene positivo il nostro atteggiamento verso la vita.

Personalmente intervengo nel distinguere la felicità dalla più tranquilla serenità. Mentre si può essere lungamente sereni, non si  può essere lungamente felici, nel senso che spesso la felicità corrisponde a moti improvvisi, esaltanti e incontenibili, talmente  forti    da potere essere solo brevi.

Però, aggiungo, il tempo è relativo, perché mentre i  lunghi momenti difficili saranno destinati ad essere dimenticati, i brevi attimi di gioia intensa saranno destinati a rimanere impressi dentro di noi per sempre, fino alla fine della nostra vita.

Su un’isola deserta si porterebbe le persone che ama, una canna da pesca e tanti fogli di carta con una matita.

In pochi secondi  gli sembra d’avere recuperato quelle tre cose indispensabili per vivere:  il come,  il quando e il perchè.  La canna da pesca soddisfa il come, i fogli con la matita  soddisfano il quando,  le persone amate soddisfano il perchè.

Quando gli chiedo di parlarmi della sua generazione mi  risponde  che  ci sono tre tipi di giovani: quelli che non si  perdono, quelli che si perdono, e gli indifferenti. Non ce n’è una peggiore/migliore   delle altre, perché    le tre categorie non sono fisse; la stessa persona da persa può diventare salvata, o da indifferente può diventare  altro… tutto dipende da come   i singoli  individui    decidono di potere cambiare.

Anche le persone  che non si perdono  non devono mai abbassare la guardia, perché   fino a che si rimane vivi  tutto può accadere, nulla   può essere dato per definitivo.

Ad un certo punto fa una distinzione tra il vizio ed il piacere: il vizio è qualcosa che ci controlla e che noi subiamo, il piacere è qualcosa che ci concediamo  ma che riusciamo a controllare, a governare.

Mentre che mi racconta,  cerco di immaginarmi un grande giardino botanico, dove un giardiniere fosse venuto a piantarvi tutte le specie del   genere  piantifero;  di tutti gli alberi possibili,  Sergio potrebbe essere  una stupenda quercia in crescita.

Della quercia possiede la stabilità, la  robustezza,   il senso di tranquillità che  trasmette.

Sul suo braccio mostra il tatuaggio di un ramo di ciliegio fiorito; il ramo di ciliegio fiorito è lui stesso che cresce, è lui stesso che si affaccia alla vita, è lui stesso  che si promette al tempo.

In questo grande  orto  che è la vita,  trovo piante di tutti i generi, anche piccoli fuscelli che  non riescono a svilupparsi per le più varie  ragioni,  anche rami secchi, anche  alberelli  malati   che   il   giardiniere  prima o poi si troverà costretto a  tranciare.   Sono come gli animi di questi ragazzi, costretti a passare lunghe ore della loro giornata per 200 e più giorni dell’anno  barricati dietro un banco come se fossero animali tenuti alla catena.

Molti di questi  giovani hanno  solo voglia di sfasciare tutto;  noi li definiamo  con tutti i termini dispregiativi che   ci possono venire in mente con ragione,  ma  non riusciamo  a trovare mezzi per  raddrizzarli  che non siano le punizioni  o le inutili convocazioni dei genitori. Ci sentiamo spesso impotenti.

Quando  con un ragazzo  riusciamo a fare bene,  è in gran parte merito del ragazzo stesso  che  è di per se stesso predisposto  a migliorarsi e a migliorare.

Se fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo, fare l’insegnante non è da meno.

La differenza è  che  un insegnante   non  viene nè pagato nè formato per farlo al meglio delle sue   possibilità.   Qualcuno se la cava di suo perchè è talentuoso, nasce con il carattere giusto,  nasce sotto una buona stella;  ma tutti gli altri   per lo più si devono barcamenare  tra fizzi e lazzi,   tra giornate sù e giornate giù messe in circolo sopra una giostra.

In certe classi non è possibile fare il programma, bisogna partire proprio dall’alfabeto del rispetto  e della convivenza.

Noi insegnanti dobbiamo saperlo   che  loro fanno quello che noi per lo più gli permettiamo di fare.

Tra le varie domande  che avrei potuto rivolgere  a Sergio  ce n’era una del tipo

” Quale animale meglio ti raffigurerebbe”,  ma non gliela formulo, concentrati come siamo   sui problemi del mondo e dell’umanità.

Per  Sergio il peggior  difetto del genere umano è l’egoismo; decide di tirare fuori questa parola in apparenza scontata   dopo averci pensato per bene; probabilmente nella testa gliene se n’erano  frullate delle altre,  ma   mi dice questa perché    dentro una sola parola ci sta tutto, ci stanno tutte le cause di ogni male e di ogni degrado.

L’egoismo è il mettere se stesso sopra tutto, davanti a tutto; è un atteggiamento odioso  che non ci fa vedere gli altri, nemmeno le persone che vivono con noi e che dipendono  dalla nostra  figura.

Spesso è un atteggiamento inconsapevole, di cui non ci si rende conto, e comunque che genera una vita chiusa, condizionata, destinata all’insuccesso e alla rovina.

La cosa peggiore di tutto è l’assenza di speranza,  continua Sergio,  il nemmeno provarci, l’inettitudine, per usare un termine sveviano.

Il mondo è invece un luogo senza confini, senza divisioni, senza recinti, dove   ogni uomo è abitante   e sovrano; la differenza tra la cartina  politica e quella fisica è che nella cartina politica ogni stato  appare diviso  e delimitato, ma solo perché  gli uomini hanno arbitrariamente deciso di mettere questi confini.

Se gli stessi  luoghi ce li andiamo a vedere come sono nella  configurazione naturale,  non troviamo differenze tra la terra che si trova da qua e la terra che si trova di là di un certo limite prefigurato.

Sia di qua   che di là le persone  non cambiano, sia di qua che di là l’aria rimane aria,  il sole rimane sole,  l’acqua  rimane acqua, il bisogno di vivere  rimane bisogno  di vita  per tutti.

Ai miei figli, continua Sergio, insegnerò i miei stessi   ideali,  cioè che nel mondo non c’è nè verità nè bugia, ma solo  possibilità  o rinunce, potenzialità  o depotenzialità.

La tecnologia è una cosa che ci aiuta a vivere meglio;  se da un lato toglie posti di lavoro, dall’altro però li crea,  e poi spinge gli uomini ad essere sempre  in ricerca, e a  non doversi mai fermare.

Su questo punto  non me la sento di essere totalmente d’accordo,  forse perchè vedo la cosa con qualche anno in più sulle spalle,    e so che la tecnologia  non è di per sè né  totalmente  buona né totalmente  cattiva,   tutto dipende da come la si usa.

Per esempio,  aggiungo io adesso che scrivo,   oggi siamo arrivati ad essere ostaggio della bomba atomica e di chi la gestisce, così come siamo arrivati ad essere ostaggio  della chimica, che se usata da folli  può causare danni  drammatici irreparabili.

Cattive politiche potrebbero davvero creare disoccupazione e non progresso sociale, ma la colpa non sarebbe certo della tecnologia in se  stessa.

Anche  con la tecnologia  il nostro pollice destro può volgersi verso  l’alto come può volgersi verso il basso.

Personalmente so solo che   nella vita ci sono delle priorità, e che  gli uomini  semplici   in genere arrivano a comprendere dette priorità  prima degli Stati, prima dei politici, prima  della burocrazia.

Come se alla politica accadesse il cancro di perdere il contatto con la realtà, contatto prezioso   che le persone comuni non possono e non vogliono affatto smarrire.

Il mio grande desiderio  è potere   Educare alla felicità tutti i bambini del mondo, aggiunge Sergio. Conosco il precedente di questa sua affermazione che infatti non mi stupisce per nulla.

Cambierei  il modo di fare scuola, sapendo che  nelle scuole   si mettono le basi delle radici per crescere  liberi e forti.  Farei in modo che ogni bambino potesse  liberarsi da piccolo  delle proprie limitazioni, o meglio, non venisse  decostruito dal cattivo insegnamento  che distrugge quello che nel bambino già esiste in natura; il bambino  è  già di per sè   una potenzialità che va soltanto incoraggiata e non spenta.

Probabilmente è un problema anche di cattiva comunicazione.

Sergio alla maturità porterà proprio il tema della pedagogia e dell’educazione,  passando  attraverso le  tante intelligenze che prima Gardner e poi Goleman  hanno scoperto.  Un tema  tosto,  che lui ha trattato per nulla nel corso dei suoi cinque anni di professionale,  tuttavia non si è scoraggiato e ha detto a se stesso “Perchè no? perché dovrei lasciarmi  intimorire da cose che non conosco? Sono qui apposta per scoprirle. Non è forse questo il tempo di stare in  libertà  e con un pò di coraggio   sui libri?…”

Già, i libri; quell’oggetto che  Sergio si porterebbe su un’isola deserta sotto forma di  carta da scrivere. Quell’oggetto che contiene la storia degli uomini, che contiene tutti i nostri sogni, speranze, illusioni, odi, amori, fantasie, immaginazioni e follie.

Ho dato  un’occhiata al suo lavoro,   e vi ho trovato   lo slancio  emotivo e razionale   che  questo studente dimostra d’avere;  alla fine    ci sarà ben poco che io dovrò    andare a correggere.

Sì, anch’io  ho un  certo cruccio;  avevamo una stupenda pedagogista come la Montessori che tutto il mondo ci invidia, ma nelle scuole dello stato italiano non si pratica la didattica montessoriana. Nè la sua didattica, nè la sua filosofia, che è stata tenuta ai margini  come un oggetto facoltativo, aggiuntivo  o forse  per soli privilegiati.    Anch’io sono stata una maestra, e della scuola che facevo avrei tenuto in classe i bambini e avrei messo fuori  molti  dei maestri, spesso più infantili degli infanti.

Con buoni maestri quanti futuri uomini potremmo mettere nel mondo che invece non sono mai nati???

La figura della maestra  si è imposta all’inizio del regno   come una figura  rigida,  severa,  bacchettona,  quando il nostro paese  era afflitto dall’analfabetismo e c’era bisogno di passare  l’abc   dell’istruzione ad  una figura rasserenante   e sottomessa, disciplinata  e  delimitata,   come quella della  maestra di scuola elementare.

Senza   questa immagine istituzionale creata ad hoc, accanto a quella del prete e del medico condotto,  non si sarebbe formato  il popolo,   la  nazione,   un    Paese consapevole della propria identità. E nello stesso tempo sottomesso.

Purtroppo all’Italia sono mancati gli italiani rivoluzionari, mentre alla Francia  non sono  mancati   certo i francesi   disposti a morire per la nascita della Comune, e alla Germania non sono certo  mancati  i  filosofi    tedeschi  che hanno   cambiato il volto  alla metafisica.

Io e credo anche   Sergio  vorremmo vedere  le  persone più  consapevoli, capaci di farsi costruttori  di  case che non andranno  mai in rovina.

Io so di colleghi che a scuola riescono a fare cose fantastiche, so che a scuola  riescono a fare lavorare i ragazzi, ed i ragazzi  ne sono felicissimi, sono loro i primi ad essere contenti di avere utilizzato il tempo  in maniera intelligente  e positiva.

So di colleghi che sanno catturare l’interesse, che sanno fare proprio il programma, che non si riducono a servi del sistema che  non funziona, ma che si rendono  i   capitani di una nave  che riuscirà a concludere tutte le sue tappe.

Cos’altro potrei   aggiungere della mia  chiacchierata con Sergio?

In questo giovane  cittadino del mondo,   ho trovato una bella persona   cosmopolita.

Di fronte alle promesse, di qualunque età e  stato,   il tempo  sorride,  la giornata si illumina di luce,  la gente  si mette a vociare  contenta,  tutto si mette in movimento come dentro un ingranaggio   sereno  dove ognuno ha qualcosa da fare, di   cui occuparsi senza lamento.

Voglio soltanto  concludere con questo: la vita sarà lunga ed un percorso ad ostacoli, ma Sergio non teme le difficoltà, a cui è già stato abituato.  Teme solo di dovere  un giorno dire a se  stesso d’avere fallito.

Teme talmente quella possibilità, che  io  so già  non accadrà.

Si è già messo in cammino spedito con il suo zaino in spalla. Le vie del mondo lo attendono.

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