Asino chi non legge?

Saggio breve di  Dall’Omo Antonella

Individuare, comprendere, risolvere

Analizzati i testi:

Asino chi non legge? Riconoscere e gestire i dsa,  Stefano Federici,Valerio Corsi, Marina E.Locatelli, Pearson

Le storie di zia  Lara,  Nelly Meloni,  Educazione e Rieducazione, Edizioni Magi

Del libro “Asino chi non legge?”  che si concentra esclusivamente sui dsa,   mi sono occupata  sul capitolo dedicato ai docenti; si intitola  “Quando l’alunno rimane indietro: il ruolo degli insegnanti“.

I disturbi di letto scrittura e di calcolo sono detti specifici perchè agiscono solo sull’area coinvolta, e non hanno implicazioni aggiuntive.

Fino a che osserviamo il bambino dsa fuori dal contesto scolastico, questo bambino è assolutamente normale. Proprio a contatto con la richiesta scolastica, emerge il suo disturbo. Lui vedrà i suoi compagni fare con gioia attività che a lui non riescono, e da ciò seguirà malumore e scontento.

La stessa equipe  medica specialistica che si prende il compito di certificarlo non ha il privilegio di osservarlo nel momento del lavoro scolastico, privilegio che spetta solo all’insegnante.

E solo l’insegnante educatore arriva a capire che il problema non sta nell’alunno e nella sua intelligenza, ma piuttosto in un limite oggettivo che va circoscritto e affrontato.

In che maniera? Con strategie aggiuntive, compensative,  dispensative, specifiche, differenziate, mirate e tecnologiche. Questa prassi  del trovare la giusta risposta al preciso problema, deve diventare una prassi generalizzata e permanente.   In fondo, tutti i bambini sono speciali e diversi.

Non si tratta quindi di fare un regalo a qualcuno togliendo la stessa opportunità ad un altro; l’insegnante  che si faceva lo scrupolo di non fare differenze,  era come un  ceco  che dava a tutti i suoi commensali lo stesso nome non essendo in grado di riconoscerli.

Piuttosto,  la prima difficoltà da superare è il riconoscimento tardivo  del problema.

Si è già detto di come sia difficile per un maestro farsi l’idea che un bambino intelligente non può avere dei problemi di cattiva lettura o di cattiva scrittura che non si possono risolvere con l’esercizio??? Forse no, ma è proprio il caso di ricordarlo adesso.

Per un insegnante non è facile dirsi “Questo bambino è intelligente, anzi, più degli altri,  però non scriverà mai bene, mai quanto e come gli altri…”

Noi pensiamo che ogni difficoltà sia in genere transitoria, momentanea; pensiamo, visto che viviamo di tentativi e di  compiti  che  si misurano sulla gradualità  della consegna,  in questa maniera:   “Devo trovare il giusto modo di fargli vedere/capire/fare   le cose, e vedrai che poi ci arriva…”

Solo in un secondo momento ci viene il dubbio, il lampo di genio: “E  se fosse dislessico? e se fosse disortografico?…”

Allora ci viene l’urgenza assoluta  di dire al nostro scolaro intelligente ma che rimane indietro “Tu continua a scrivere con lo stampato maiuscolo, che  per te va bene così..”

Già, ma lui poi come la prende la cosa? Non è che dentro di sè già  pensa di come sia stupido? di essere diverso dai suoi compagni che sono pure più stupidi di lui, eppure sanno fare cose dove  lui invece non riesce? di non essere più tra i preferiti della   maestra che gli ha pure detto “Tu continua a scrivere con lo stampato grande” come a dire “Tu non sei capace, quindi tu devi fare diversamente dagli altri…”

Ansia, depressione, scoraggiamento, chiusura, perdita della propria autostima cominciano a fare il loro percorso insidioso e destabilizzante.

Allora non va bene;  l’insegnante a priori deve impostare la didattica in un senso più allargato e potremmo dire  democratico;  ossia deve dire  da subito  ai bambini “Cari bambini, si può scrivere in stampato maiuscolo e poi in  corsivo, ognuno è libero di scegliere la grafia che più gli piace o con cui si trova meglio, perchè sono tutte perfette, a me non importa come voi deciderete di scrivere…”

In caso di bisogno,  non ci sarà necessità di mortificare un alunno dsa  nel dirgli “Tu continua a scrivere con lo stampato maiuscolo…”

Certo, ci sono anche altre vie per affrontare il problema. Una potrebbe essere quella che, superato l’iniziale turbamento, l’insegnante si mette in contatto con i genitori e con la migliore delle comunicazioni empatiche possibili li indirizza a un centro diagnostico, per eventuali accertamenti.

L’insegnante  deve anche sapere dribblare un possibile iniziale rifiuto da parte di uno o di entrambi i genitori stessi, che potrebbero essere portati a negare problemi di sorta, scaricando tutto piuttosto sull’incapacità della stessa scuola.

L’alunno deve quanto più  tempestivamente possibile ricevere le cure e le attenzioni logopediche necessarie,  sentendosi non per questo emarginato e stigmatizzato; anzi. Si fa tutto questo proprio per prevenire possibili complicazioni quando tutto sarà più difficile, per esempio nel momento dell’ingresso alla scuola media.

Le tecniche ci sono e basta applicarle con accortezza, metodo  e sensibilità.

Piuttosto  che esonerarlo completamente dalla lettura o dal dettato, negazioni  che potrebbero isolarlo, un bambino dislessico potrebbe essere  di regola quello  che legge per primo (lui lo sa e si prepara per tempo) e solo per brevi passaggi;  quello che scrive su dettatura solo alcune accorte parole;  quello che  può utilizzare strumenti tecnologici compensativi  che persino  i più  bravi gli invidiano…

E’ consigliabile intervenire con pratiche di supporto anche prima di avere una diagnosi di dsa certificata.  Attività specialistiche non possono certo nuocere, semmai prevengono,  ed il bambino impara a crescere in un clima partecipato  e ben organizzato, dove niente viene lasciato al caso e dove la parola d’ordine è “Osservare per capire”.

Il vero obiettivo non è guarire qualcuno dal suo male, visto che il dsa è un disturbo cronico permanente;  è piuttosto insegnargli a convivere perfettamente fin da subito con il suo modo d’essere, facendogli accettare se stesso e la sua diversità, noi stessi e le nostre diversità.

Un errore classico che un insegnante non abbastanza attento e diremmo professionale può commettere  è quello di definire il bambino intelligente ma che fa sempre lo stesso errore, come un bambino che non ha voglia di impegnarsi. E’ chiaro: l’intelligenza ce l’ha, la cosa è facile, se continua a sbagliarla è perchè non si impegna.

Questa conclusione è del tutto   superficiale; questa sì che è dimostrazione di stupidità.

Non si dimentichi la naturale voglia da parte del bambino di imparare, sempre; del dimostrare tutto orgoglioso che ha fatto e che ha capito, soprattutto quando i suoi compagni fanno e capiscono; a maggior ragione, se non ce la fa senza una apparente ragione, è perchè la ragione è semplicemente nascosta.

Mentre la dislessia può essere diagnosticata già alla fine del secondo anno, la discalculia può essere dichiarata solo alla fine della terza.

Per arrivare alla diagnosi si può procedere per esclusione; se si escludono quindi nel bambino in osservazione  ragioni esterne come l’ambiente,  come uno  stato psichico depressivo, un ADHD, una sindrome di Down, un autismo, un deficit visivo o uditivo, un deficit intellettivo…, non rimane che il fattore interno  cioè neurologico.

Nel momento in cui l’insegnante le ha provate tutte, senza ottenere risultati, deve passare ad interpellare la famiglia. Questo passaggio è spesso faticoso, perchè mette alla prova la sicurezza professionale del docente stesso, che rimanendo di fatto insicuro, rimanda questo momento non tanto per evitare un problema alla famiglia quanto per evitare una probabile messa sotto accusa di se stesso.  E’ invece fondamentale  sapere comunicare la questione senza esitazioni  e con le parole giuste; mai parlare di diagnosi, mai sentenziare, rimanere sul fatto di difficoltà generiche  molto comuni nei bambini  e di un semplice bisogno di collaborazioni per il bene stesso ed assoluto del bambino.

A sei anni un bambino medio conosce circa 6000 parole. Sempre a sei anni inizia la capacità logica del ragionamento;  si può immaginare che vantaggio assoluto abbiano  i bambini montessoriani che fanno il loro ingresso nella scuola sapendo già leggere e scrivere (riprendo la Montessori che considero un punto fisso di riferimento). Mi viene anche da riflettere questo; se già a quattro anni il bambino si appresta alla lettura, potrebbe venire diagnosticata la sua patologia dsa  entro i sei anni?

Una volta diagnosticato che  lo sia,  occorre procedere con marce  basse  ma non per questo meno solide ed efficaci.  Non sto dicendo che un bambino affetto da dsa non possa frequentare una scuola montessoriana, sarebbe un evidente paradosso visto che la Montessori inizia la sua ricerca proprio sui bambini ritardati e quindi con evidenti presenze  di handicap.

Non è il metodo montessoriano che alza l’asta, è l’asta che viene messa  sempre all’altezza del bambino.

La  lingua italiana ha il vantaggio  d’essere trasparente, cioè ci sono 20 lettere (esclusa l’h che viene trattata separatamente) e 20 suoni; imparati quelli si può quasi  procedere, basta unire due suoni insieme, e continuare   di coppia in coppia…dalle parole bisillabe alle trisillabe e quadrisillabe ecc.

Come si legge si scrive, c’è una corrispondenza biunivoca. Non come l’inglese o il danese o il francese…bastano 28  corrispondenze  fonema/grafema  da mandare in apprendimento per saper leggere tutto il  vocabolario (gli inglesi ne devono imparare trecento).

Mano, lato, rosa (parole facili),…penna, scopa, tetto (si aggiunge la doppia o il trio di lettere,…,astuccio, balestra, campagna (parole trisillabe),… tesoretto,  mattoncino, salvadanaio (parole quadrisillabe)…che gran circo meraviglioso è parlare e scrivere l’italiano.

Si ricorre al metodo fono-sillabico cioè si parte dalle unità, dalle singole lettere, che messe insieme faranno la sillaba e poi la parola, ma un insegnante deve conoscere anche il metodo sillabico puro, ossia si parta dalle parole intere (o da insiemi di parole che fanno un piccolo racconto), scandite poi in sillabe fino alle singole lettere.

Se si ricorre al metodo fono-sillabico  si utilizza un metodo analitico; se si ricorre al metodo  sillabico puro, si utilizza un metodo sintetico  o globale; infine c’è il metodo misto che li usa entrambi, parte dal sintetico e arriva all’analitico.

Essendo l’italiano una lingua facile perchè trasparente, è consigliabile utilizzare il metodo fono-sillabico, più semplice e più diretto (quello del fa fu fo fe fi) .

L’altro metodo, quello globale, si addice alle lingue non trasparenti, anche se risulta più elaborato.

Di fatto tutti i metodi sono validi di fronte a bambini normodotati e si possono usare contemporaneamente o in alternanza.

I metodi analitici della letto scrittura si possono differenziare in questi modi: alfabetico, fonetico, fonosillabico e  sillabico; il metodo alfabetico presenta le lettere dette alfabeticamente, elle per l, emme per m, ci per c…; il metodo fonetico li legge come  prescrive il metodo montessoriano ossia la m è m, la p è p; il metodo fonosillabico è quello usato nella scuola italiana che appoggia ogni consonante ad  una vocale e quindi la f diventa fa fe fi fo fu…; il metodo sillabico presenta le sillabe scritte in stampato grande, poi le usa per formare parole bisillabe, fino a costruire parole sempre più complesse esempio: MO-RE-VI-SO-LE-MA…(MORE, VISO, SOLE, MARE…)

Questo ultimo metodo presenta dei vantaggi per i dsa; risulta facilitante perchè  della parola matita, per esempio, riduce le sillabe a tre contro le sei lettere; non stressa la memoria fonologica già debole; fa corrispondere  il suono al senso di parola  e non il suono alla lettera isolata che è un non senso perchè non è distinguibile di per se stessa. Insomma, il processo metafonologico è molto più semplice, anche se la quantità delle sillabe possibili si aggira intorno alle 2000. Le sillabe  sono tante ma alla fine sono tutte formate da solo 20 lettere (21 con l’h presentata in un secondo momento), e dopo i primi mesi, fatto l’ingranaggio, se ne vedono i benefici.

La scuola per supportare il lavoro dei docenti può organizzare momenti di  screening cioè di valutazione  della popolazione scolastica, al fine di prevenire con anticipo  la presenza di disturbi presenti. Anche il momento di restituzione dei dati da parte degli specialisti agli insegnanti è un momento delicato e cruciale;  dovrà essere richiesta la massima  partecipazione da parte di tutti al fine di individuare la strategia di metodo più idoneo per ogni singolo  caso.

Per quanto riguarda  l’alfabetizzazione dei numeri, il bambino già possiede innatamente la capacità di distinguere la quantità (concetto di  quantità), e di dividere le cose tra grandi o piccole (concetto di seriazione) ,  o tra simili e dissimili (concetto di classificazione), prima ancora di conoscere i numeri in quanto numeri. Si tratta delle competenze logico-matematiche universali.

Nel primo semestre della scuola elementare è opportuno evitare l’uso di numeri scritti,  utilizzando immagini che veicolano la quantità (esempio dei pallini), lavorando molto sul visivo e sulla manipolazione.

I livelli di apprendimento dei numeri sono semantico, lessicale e sintattico.

Quello semantico è fondamentale e bisogna lavorarci con insistenza;  è quello relativo al concetto di maggiore e minore, e si lavora come già detto con le figure.

Segue il lessicale che è quello delle etichette, ossia se il bambino vede il numero 21 deve sapere leggerlo e dargli un valore.

Si arriva al sintattico ossia all’ordine di successione dei numeri: dentro il 21 c’è infatti l’1 che sono le unità e il due che sono le decine.

Di fronte a bambini con problemi di calcolo è importante utilizzare strumenti compensativi che tuttavia rimangono validissimi anche per i bambini normodotati; questi sono la tavola pitagorica, le linee dei numeri, l’abaco e la visualizzazione degli insiemi.

Per prevenire pesanti situazioni di disparità e di emarginazione tra i bambini, è importante impostare a priori una didattica inclusiva;  essa offre la possibilità a tutti gli  scolari  di utilizzare più percorsi per arrivare alla comprensione, che vengono messi tutti sullo stesso piano. Far capire subito che è possibile imparare in maniere diverse e che ogni bambino è speciale perchè ha il suo modo speciale  di apprendere, anche se magari è più lungo di altri.

Si possono tenere presenti le 10 linee guida del dott. Antonio Calvani  che non fanno altro che portare alla messa in pratica di detta strategia (mettere l’alunno nella condizione di lavorare serenamente, con tutti gli strumenti utili, senza informazioni superflue,  con comunicazioni chiare, attivando le conoscenze pregresse, utilizzando l’immaginazione, mettendosi alla prova, dando esempi, semplificando, e riprendendo le cose) , o anche detto in poche parole  “adattare il compito al bambino”.

Di questo lavoro di adattamento molto si è già detto a proposito del metodo Feuerstein che si preoccupa di dare sempre consegne chiare,  comprensibili, personalizzate  ed opportune.

Si è invece ancora poco parlato del lavoro di osservazione in trasparenza che l’insegnante deve fare verso il bambino in difficoltà.  Osservare in trasparenza vuol dire non lasciarsi condizionare da pregiudizi e preconcetti che il maestro si è fatto nei confronti di un bambino in particolare; non si deve osservare  per cercare conferme al proprio giudizio (che come tale è solo un pre-giudizio), ma osservare quel che accade senza condizionamenti, aperto a qualunque considerazione, come se fossimo davanti a un estraneo che vediamo per la prima volta.

Faccio esempi chiari di osservazione e programmazione: l’insegnante vede che il bambino scrive con difficoltà in maniera incerta e contratta e quindi vuole lavorare su questo problema; deve suddividere l’obiettivo in micro passaggi, e quindi  comincia a impostare queste abilità da acquisire in successione: impugnare in maniera corretta la matita, scrivere compiendo il movimento corretto con la mano, apprendere quale direzione imprimere al gesto, padroneggiare i prerequisiti grafo-motori del corsivo, adeguare la grandezza delle lettere alla grandezza dello spazio utilizzato, disegnare le lettere partendo dall’alto…

Ogni procedura messa in atto deve essere scrupolosamente annotata per almeno tre ragioni; serve a focalizzarla e a non disperderla, va condivisa con il gruppo e va consegnata alla scuola di grado superiore come documento di lavoro.

Di fronte ad insuccessi persistenti  l’insegnante può facilmente arrivare a considerazioni opportune, e quindi arrivare  ad una eventuale certificazione di disabilità specifica da parte di chi di competenza.

 Il PDP   dell’alunno (di cui si è già parlato altrove)  dovrà contenere la tipologia del disturbo, gli obiettivi prefissati, gli strumenti compensativi, le misure dispensative e le forme di verifica e valutazione.

Detto documento non solo va condiviso con il consiglio di classe e con i genitori, ma proprio con lo stesso alunno. Maggiore è l’età dell’alunno, maggiore deve essere la sua partecipazione diretta e responsabile. Il vero  problema non è tanto dirsi e conoscere queste cose, quanto piuttosto farle. Non bisogna pensare di essere dei burocrati che devono far risultare tutto perfetto solo sulla carta ciò che accade;  quello che conta è la corrispondenza della carta al FARE.

Gli strumenti compensativi sono per lo più strumenti tecnologici o cartacei ( il sintetizzatore vocale, i programmi di videoscrittura, il vocabolario informatico, i programmi di videolettura, la calcolatrice, le mappe, ogni genere di software utile alla metacognizione e all’apprendimento facilitato…) che l’alunno deve essere istruito e preparato ad usare. Ci deve essere questo percorso di accompagnamento che può essere su richiesta/scelta   allargato a tutto il gruppo classe (vedasi l’uso della Lim assai proficuo per tutti gli  alunni)

Gli strumenti dispensativi sono più complessi da gestire perchè innescano meccanismi di vergogna; l’alunno spesso ritiene di sentirsi menomato e può essere indotto a rifiutarli o a ignorarli, quando invece sono di fondamentale utilità.

Si possono trovare mediazioni, quindi pre-accordarsi con l’alunno sulle cose che sarà chiamato a fare,  pur di non esonerarlo da pratiche comuni che aiutano a formare il gruppo classe.

Si può anche pensare  nei casi più difficili di relegare l’alunno a un ruolo  di semplice osservatore, però un osservatore attivo, che magari osservando si riserva il compito di fare altro.

Importante è la questione tempo; i bambini dsa hanno senz’altro bisogno di più tempo, o di un compito ridotto fatto nel medesimo tempo degli altri.

Nel momento della lettura della diagnosi funzionale di un alunno, occorre prestare la massima attenzione ai punti Z della certificazione; sono quelli che indicano il grado di discrepanza tra quelle che sono le abilità del bambino e quelle che sono le abilità richieste dalla madia; maggiore è la discrepanza, maggiore è il difetto, maggiore è la significatività del problema.

Detti problemi non possono essere affrontati  solo in sede scolastica, chiamata nello specifico ad attuare tutta una specifica didattica personalizzata,   ma necessitano di procedure specialistiche di carattere fonologico o psicologico. Si ricorda che sono  disturbi  pervasivi, cioè non risolvibili ma permanenti.

Infine il bambino tanto scrupolosamente seguito nel percorso primario, deve potere continuare ad essere sostenuto ed incoraggiato anche nel percorso della scuola media  inferiore  e superiore.

Troppo spesso si pensa che un bambino dsa è meglio non frequenti studi di alto profilo, e si cercano per lui scuole di basso profilo; è un grave errore che si lascia fuorviare da pregiudizi difficili da superare.

Premesso che non esistono o non dovrebbero esistere scuole di  serie A o di serie B,  si ripete fino all’ossessione se è il caso,  che un bambino dsa è normodotato sul fronte delle capacità intellettive, spesso è persino portato a sviluppare doti aggiuntive di compensazione, quindi può affrontare qualunque percorso, e se arriva ad escluderlo è perchè semmai teme lo stress  a cui cattivi insegnanti lo potranno inutilmente obbligare.

La storia non manca di personaggi celebri  dislessici (Einstein sopra tutti),  che per loro disavventura hanno  avuto percorsi scolastici non proprio brillanti.

Ci si augura che la formazione come la ricerca  che nel frattempo ha fatto passi notevoli in avanti, possa aiutare tutti noi e tutti gli interessati a non stancarci mai di farci le giuste domande per trovare le giuste risposte.

Approfondimenti degli schemi illustrati proposti dal libro:

Metafonologia

E’ la scienza del suono legato al linguaggio; ogni lingua ha la sua fonologia e le sue regole; la metafonologia permette la consapevolezza e la relativa manipolazione dei fonemi, che solo le singole unità letterali, cioè le lettere piuttosto che le sillabe.

Essa può essere di due generi: globale e quindi superficiale o prescolastica, che lavora sulle sillabe; analitica e quindi dettagliata e appropriata tipica di un processo di alfabetizzazione e scrittura avviato che lavora sulle lettere.

Screening

E’ una pratica di osservazione che nasce in ambito medico al fine di individuare difficoltà in soggetti sani.

I bambini che vanno male nel momento dello screening possono essere o dei falsi positivi (erano solo distratti) o dei veri positivi.

Tra quelli che risultano positivi vanno distinti quelli con un grado di deficit basso o con un grado di deficit alto.

Solo verso questi ultimi andrà avviato un programma di recupero specifico e dettagliato.

Dal gesto alla scrittura: il modello di Ferreiro e di Teberoski

Questo modello indaga su come si sviluppa l’abilità della scrittura nell’infante. Questi specialisti hanno intuito che già nell’età prescolare il bambino collega nella sua comprensione che scrivere significa raccontare le parole che si dicono a voce.

Lui semplicemente, non conoscendo ancora i suoni e le lettere, le disegna a piacere, secondo un parametro esecutivo e un parametro costruttivo,  come più gli piace, e   quando per esempio gli si dice di leggere quello che ha scritto lui risponde perfettamente collegando i segni disegnati a quella precisa parola che è nella sua testa, e poi se deve scrivere casina   invece di casa lui ripete gli stessi segni però più in piccolo.

C’è quindi una logica dentro questo meccanismo in apparenza senza senso che corrisponde a un livello preconvenzionale.

Dopo la fase degli scarabocchi e della  scrittura spontanea, in cui rientra il livello preconvenzionale,   segue il livello convenzionale quando matura nel bambino il legame suono-grafema; questo stadio conosce tre passaggi:  un primo detto sillabico, un secondo detto sillabico alfabetico e un terzo detto  alfabetico.

Nel momento sillabico  il bambino scrive  per esempio EDET per intendere telefono (ad ogni sillaba di telefono corrisponde una lettera casuale); nel momento sillabico alfabetico il bambino scrive tlfno  per intendere telefono (c’è corrispondenza tra la lettera scelta e il suono sentito, però mancano alcune lettere); nel momento alfabetico il bambino padroneggia tutte le lettere e quindi è capace di scriverle tutte arrivando a scrivere correttamente telefono.

Le storie di Zia  Lara  sono frutto dell’ingegno di un genitore che quando scopre di avere un figlio dislessico,  dopo varie difficoltà iniziali,  progetta  di potere aiutare direttamente suo figlio  creando per lui (ma ovviamente non solo) una serie di racconti alquanto originali e simpatici, costruiti per  graduale complessità,  e messi tutti insieme dentro una grande macro storia; questa storia ha  come protagonista  questa amorevole maga  che arriva  a rivestire il ruolo di una felice  presenza pronta a correre in nostro aiuto, senza però volersi sostituire alle nostre iniziative.

Zia Lara le pensa tutte, propone parole su parole su parole, dalle più elementari alle più complesse e sconosciute.

Utilizza termini  chiave, personaggi che si ritrovano e che si ripetono  come in un meraviglioso puzzle  che ha imparato a costruirsi  tutto unito, e dove ognuno riveste il suo compito, senza nessun dramma che come tale possa essere visto come insuperabile.

Zia Lara è nello stesso tempo se stessa ma anche mille altre cose: ricorda e racconta di quando era bambina; di quanto amava fare gli scherzi, che però devono essere fatti con un certo limite;  racconta  del tempo, dei suoi desideri, dei suoi amici, di quello che le piace, di quando le è venuto il mal di testa, di quando c’è stato il temporale, dei suoi viaggi, dei suoi acquisti, delle sue case,  dei suoi animali, dei suoi incidenti, del suo cuoco Tonino…

Dentro un personaggio vanno a finire tutto il mondo con i suoi sconfinati significati, ma visti sotto la guida di un amico che  senza tante cerimonie prima ancora che ci rendiamo conto  di dove stiamo andando ci ha già portato dentro ogni luogo  conquistandoci.

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